L’ITALIA ECONOMICA
TEMPI E FENOMENI DEL CAMBIAMENTO
CAPITOLO I
Problemi economici nell’età della destra storica
1) L’organizzazione amministrativa
Dopo unità d’Italia (1861) il problema era l’organizzazione del nuovo Stato. Si scelse il modello
accentrato piemontese, da cui si prese lo statuto e parti fondamentali della struttura legislativa.
Regno fu diviso in province e comuni. Sindaco e prefetto (prefetto che aveva molte competenze, per
cui era il vero asse del sistema amministrativo nazionale) erano di nomina regia. Ripreso dal regno
di Sardegna erano anche la normativa sulle opere pubbliche (fissava anche i criteri per la
costruzione di ferrovie), l’unificazione legislativa (riaffermando il codice civile napoleonico e il
principio di laicità dello stato), codice penale (pena di morte abolita nel 1899) e codice
commerciale.
2) Il liberoscambismo
Problema doganale fu risolto abolendo ogni dogana interna e applicando la tariffa in vigore nell’ex
regno di Sardegna. Pochissime deroghe, cioè pochi dazi.
Al Sud: la tariffa sarda ebbe contraccolpi al sud, dove l’apparato industriale sopravviveva grazie al
protezionismo. Infatti superarono la crisi solo pochi nuclei industriali dotati di capitali, competenze
tecniche/amministrative. Verso il declino andò l’industria laniera, che non offriva un prodotto
competitivo. Per il libero scambio fu decisivo il trattato di commercio con la Francia. Anche questo
ebbe contraccolpi sull’economia del mezzogiorno, subordinata a quella del nord.
Al Nord: la tariffa sarda era minore di quella austriaca (specie in Lombardia).
3) Il bilancio dello Stato
Unificazione della finanza pubblica per opera del ministro delle finanze nel governo Cavour.
Promosse l’istituzione del Gran libro del debito pubblico. Debito degli ex stati preunitari furono
uniti. Data la diversa percentuale di concorso nella formazione del debito pubblico tra i vari stati
preunitari (alcuni più debito, altri meno), la ripartizione dell’onere sull’intero paese non rispose a
criteri di equità. Dopo il 1861, debito in aumento, poche entrate, trend di spesa in aumento. Le
entrate aumentarono con nuovi oneri fiscali, che però gravavano soprattutto sulle masse popolari e
con cespiti extra-tributari (vendita di beni demaniali). Il primo prestito del Regno d’Italia fu
collocato sul mercato estero (piazza di Parigi), con la mediazione delle banche. Si favorì l’afflusso
di capitali stranieri.
4) L’unificazione monetaria
Decreto regio del 1861 che conferì valore legale alla lira di Piemonte, denominata lira italiana, e ai
suoi multipli e sottomultipli d’argento, mantenendo in corso le valute preunitarie stabilendo un
valore di cambio. Atto legislativo del 1862 (legge Pepoli) fece della lira italiana l’unità monetaria
legale per pagamenti e l’unità di conto per le contabilità. La legge Pepoli, anche se la situazione
internazionale favoriva il monometallismo, optò per lo standard bimetallico francese, con il relativo
rapporto oro/argento. Si favorirono così i rapporti commerciali con la Francia (e con altri paesi
aderenti al bimetallismo) e inoltre i titoli del debito pubblico erano negoziati su mercati esteri dove
era in auge il bimetallismo. 1865=Italia, Francia, Svizzera, Belgio, Grecia unione monetaria
latina. 1
5) La pluralità dell’emissione
Con l’unificazione monetaria non ci fu l’unificazione dell’emissione, a causa di conflitti interni
all’equilibrio tra le forze bancarie. C’erano prospettive centralistiche, privatistiche e liberistiche.
Nel 1861 gli istituti che potevano emettere cartamoneta erano 6:
- banca nazionale degli Stati Sardi: l’istituto doveva disporre di un fondo metallico di riserva
pari almeno a 1/3 dei biglietti emessi.
- banca nazionale toscana: nata come S.P.A. Tra i maggiori azionisti vi erano esponenti
importanti del mondo finanziario e politico. Operava in ambito soprattutto regionale. Un
fondo metallico almeno di 1/3 dei biglietti emessi.
- banca toscana di credito per le industrie e il commercio: con sede unica a Firenze, nata
come società anonima. I suoi azionisti erano esponenti del capitale finanziario. Emetteva
buoni senza obbligo di un rapporto minimo tra riserva e ammontare della circolazione.
Concedeva anticipazioni, faceva prestiti a Stato e comuni, agiva come una “banca di
famiglia”.
- banca romana: entrò nel sistema bancario del Regno dopo Porta Pia (1870). Concedeva
anticipazioni. Il governo la vigilò maggiormente, scegliendone governatore e
vicegovernatore.
- Gli altri 2 (banco di Sicilia, banco di Napoli) sono banche meridionali.
6) I banchi meridionali
Banco di Sicilia e di Napoli, al momento dell’unificazione, rilasciavano fedi nominative di depositi
in contanti. Erano banchi di deposito più che banchi di emissione. Il banco di Napoli concedeva
anticipazioni su pegno di oggetti preziosi, metalli grezzi. Riceveva senza interessi depositi
restituibili a richiesta, emettendo fedi di credito, polizze e polizzini (a seconda della somma del
deposito). Allo stesso modo il banco di Sicilia emetteva le stesse fedi nominative.
L’istituto di emissione più importante era comunque la Banca nazionale nel Regno d’Italia (che era
la banca nazionale degli stati sardi, poi cambiata nel 1867), anche se la sua espansione fu ostacolata
dai banchi meridionali e dalla banca nazionale toscana. Rapporti tra banca nazionale nel regno
d’Italia e Tesoro furono da subito stretti, di collaborazione, unendo l’interesse aziendale (finalità di
lucro) a finalità dettate dal fatto di svolgere funzioni di pubblico interesse”. L’istituto bancario aiutò
alla monetazione unica (eliminare monete non lire) e partecipò a prestiti pubblici.
7) Il settore primario
Nel 1861 il 70% della popolazione attiva era impegnata nel primario. Agricoltura era però una realtà
disomogenea: pluralità agricole con diversi tipi di terreno, clima, conduzione, colture. Solo parte del
territorio italiano era toccato dal formarsi di una imprenditoria agraria e di una produzione a larga
scala, quella che produceva cereali, prodotti dell’allevamento e materia prima per il tessile, tutto
destinato all’esportazione. La zona interessata era la Lombardia. Le differenziazioni creavano
squilibri, aggravati dall’arretratezza tecnica, scarsi capitali, rapporti contrattuali. Quindi
mercantilizzazione agricola non compensava le importazioni di prodotti industriali, lasciando in
deficit la bilancia commerciale. Quadro d’insieme era un “immobilismo”, relativamente si alla
produzione agraria, ma anche rispetto a risparmi, investimenti. Questa ricostruzione configge con
un secondo “modello” che evidenzia invece un incremento di tutte le colture, confermato dal trend
demografico, curva dei flessi agricoli, flussi di import-export (modello elaborato su dati Istat). Della
maggiore produzione solo una parte sarebbe andata a soddisfare i bisogni (a causa dei bassi salari e
consumi), ingrossando comunque il profitto agrario e rendendo possibile l’accumulo di capitale,
innescando la modernizzazione delle infrastrutture.
8) Il corso forzoso 2
Punto culminante della crisi depressiva italiana iniziata nel 1863 fu l’adozione del corso forzoso
(1866), anche a seguito di una politica finanziaria che aveva troppo puntato sul credito per risanare
il disavanzo del bilancio. L’ambito in cui si realizza è una crisi economica mondiale. Con corso
forzoso si intende la non convertibilità tra la moneta e l'equivalente in metallo prezioso. La
sospensione della convertibilità indusse il Tesoro a ricorrere al credito bancario mediante
somministrazione di biglietti da parte della Nazionale (banca nazionale), cui venne attribuito uno
status di privilegio rispetto alle altre banche, svincolata dall’obbligo del cambio in monete
d’oro/argento (comunque limite del triplo della riserva metallica). Il corso forzoso impone una certa
moneta come unico mezzo legale di tutti i pagamenti (i biglietti della Nazionale). I biglietti di altri
istituti (in corso legale) potevano essere cambiati in moneta metallica o in biglietti della Nazionale.
9) Reazioni e conseguenze
Per impedire un’espansione dello stock di biglietti, la variazione dei saggi monetari prevedeva
l’assenso del ministero. Governo dunque ricevette potere di controllo, che lo faceva agire su due
piani: regolazione della politica creditizia, vigilanza organica sull’amministrazione delle banche.
Corso forzoso sollevò molte critiche, in specie dagli oppositori della Banca nazionale. Il giudizio
della commissione parlamentare d’inchiesta sul corso forzoso risultò negativa, ma lasciava in ombra
la natura della crisi. Sottovalutava ad esempio che l’Italia aveva una bilancia commerciale
deficitaria. Il corso forzoso comportò una svalutazione del biglietto cartaceo. Furono avvantaggiate
le esportazioni, più difficili le importazioni. Comparse l’aggio, cioè l’eccedenza di valore tra
monete metalliche e lira cartacea. L’aggio spinse le persone a tenere le monete, sottratte alla
circolazione, o a esportarle all’estero.
10) Il riordino dell’emissione
Nel 1870-71 (per trasferimento capitale, assunzione debito pubblico del Lazio) il deficit delle
finanze statali si era aggravato. Si formulò un piano finanziario: A) prestito dalla Nazionale; B)
sospensione dell’ammortamento del debito verso la Nazionale; C) cessione del servizio di tesoreria
ai quattro maggiori istituti di emissione (Nazionale, nazionale toscana, banco di Napoli e di Sicilia).
Nonostante questo rimaneva in primo piano il problema della circolazione cartacea, benché ci
fossero altri problemi (revisioni trattati commerciali con la Francia, riforma tributaria). Progetto di
legge mirato a regolare la circolazione e a pareggiare le condizioni degli istituti. Il progetto divenne
legge (1874): fu istituito un consorzio formato dalle sei banche di emissione. Queste dovevano
emettere biglietti (a cui si attribuì corso legale) per conto dello Stato nel limite di un miliardo. I sei
istituti erano obbligati a concedere anticipazioni allo Stato. Nessun altro (privati/società) oltre alle
sei banche poteva emettere biglietti mentre c’era ancora il corso forzoso. Infatti con questa legge
non furono poste premesse per il ritorno alla convertibilità metallica.
CAPITOLO II
Dalla crescita moderata alla crisi
1) Il recupero produttivo
Con la legge bancaria iniziò la liquidazione della crisi di aggiotaggio, che aveva provocato la caduta
dei prezzi. La circolazione dei biglietti emessi dal consorzio non aumentò di molto, grazie anche al
pareggio nel bilancio statale. Solo nel 1879 la ripresa fu più decisa, con la nuova tariffa doganale
semiprotezionistica, difendendo la produzione industriale (in specie tessitura e filatura). Ripresa
anche del comparto meccanico (nonostante operasse per il commercio interno, si prese la via della
specializzazione). Collegato con questo ci fu la ripresa dell’importazione di carbon fossile e un
incremento delle costruzioni edilizie e ferroviarie. Nel 1879-80 però il credito aumentò di molto.
2) Verso l’abolizione del corso forzoso 3
Con questi progressi economici si portò avanti un progetto ministeriale (1880) per abolire il corso
forzoso, che enfatizzava questi progressi ma tralasciava gravi squilibri permanenti, specie in
agricoltura (concorrenza europea era più forte). Comunque non si prevedeva la sostituzione di tutti i
biglietti in corso forzoso, ma solo di una parte. Il governo avrebbe dovuto procurarsi il metallo per
la conversione. Per la somma da convertire subito fu acceso all’estero un mutuo per sostituire
biglietti per 600 milioni. Il consorzio delle banche doveva essere sciolto. Restavano 340 milioni in
corso forzoso, mai davvero distrutti, ma destinati a passare da una mano all’altra tra i cittadini.
3) Contraccolpi e primi esiti
Con le prime indiscrezioni sui contenuti del progetto ministeriale, la borsa andò nel panico,
temendosi una caduta dell’aggio, discesa dei prezzi sulle merci, ribasso dei titoli industriali. Le
banche di emissione non riuscirono a far fronte a tutte le richieste di crediti. Alla borsa di Parigi si
produsse una tendenza al rialzo dei titoli italiani. Dopo una debole opposizione parlamentare, il
progetto fu convertito in legge (1881) e iniziò la trattativa per collocare all’estero il prestito di 644
milioni. L’esito delle trattative consentì l’assunzione del collocamento del prestito da parte di un
gruppo anglo-franco-italiano, in cui il ruolo guida fu assunto da una banca inglese.
4) Andamento dei cambi esteri ed errori di valutazione
Le banche di emissione rafforzarono le riserve metalliche. Nel biennio dopo l’abolizione del corso
forzoso (1882-83) ci fu una breve prosperità economica, con un favorevole andamento dei cambi.
Ci fu quindi una gara dell’estero al risconto del portafoglio italiano (risconto di
portafoglio=operazione finanziaria che una banca intraprende per acquisire fondi mediante lo
sconto presso altre banche, con lo sconto che è l’interesse praticato dalla banca sul prestito. Una
gara cioè a chi dava interessi più bassi). Si alimentò una corrente metallica verso l’Italia, monete
usate per pagare i debiti esteri. Nei mesi dopo il corso dei cambi mantenne un trend negativo, a
causa dello sbilancio commerciale (a seguito della crisi agraria e diminuzione della circolazione
monetaria) e altri errori, come aver sottovalutato gli effetti della rivalutazione della lira, aver
sottostimato l’importanza dei rapporti con l’unione monetaria latina, che introdusse il bimetallismo
zoppo (argento=funzione secondaria all’oro), collocandone i paesi nel GoldStandard internazionale.
5) Riscontri positivi e negativi
Il ritorno convertibilità ebbe conseguenze negative e positive, provocando un sussulto nel sistema
economico nazionale, causato dall’afflusso di capitale straniero, rialzo nei prezzi dei valori pubblici,
nuova direzione impressa alla politica economica statale. Quest’ultima previde: aumento enorme
spesa pubblica, stanziamenti militari, supporto al secondario (spiccò la Altiforni acciaieria e
fonderia di Terni per la produzione di acciaio, nata dall’unione tra il finanziere Breda e il ministro
della Marina. Il ruolo dello stato, oltre all’apporto finanziario bancario, in questa industria
siderurgica fu essenziale). Oltre a fattori positivi/negativi, l’afflusso di oro fece si che il capitale
finanziario prese anche nuove strade, come la speculazione edilizia: febbre edilizia che colpì
banche, società e ditte, spinte dalla possibilità di guadagni facili e rapidi. Situazione precipitò
quando il n° delle costruzioni in cantiere superò le esigenze di espansione urbanistica. Si chiusero
centinaia di cantieri e società, imprese costruttrici fallivano, portando crac finanziari in tutta Europa.
6) La grande crisi
Esplose la crisi agraria. La produzione agricola/zootecnica si ridusse. Cause endogene ed esogene.
Cause esogene: integrazione delle economie mondiali, quindi afflusso sulle piazze europee di
enormi quantità di cereali, grano dal Nord America e Russia, riso dall’India. Prodotti favoriti dalla
messa a coltura in quei paesi di immense distese di terra e poi dal calo dei costi di trasporto.
Cause endogene: caratteristiche strutturali dell’agricoltura italiana. Sistema agrario non in grado di
reggere la concorrenza estera, che impiegava una produzione estensiva (Italiaper la morfologia
4
terreni, per i rapporti di produzione, per i tipici assetti colturali, per il carico fiscale sui terreni, il
quale frenava i profitti agrari e dunque gli investimenti). Anni ’80 inoltre comparvero agenti nocivi
per determinate colture, come l’importante settore della gelsibachicoltura (raccolta bachi da seta).
Scarsa produttività dovuta a: arretrati sistemi di coltivazione, miseria della classe contadina,
eccessive imposte e debiti sui proprietari. Comunque diverso lo status dinamico lombardo a quello
statico veneto o feudale del Mezzogiorno. Tra gli effetti macroeconomici della crisi vi fu il ribasso
dei prezzi dei cereali, in Italia mais e frumento. Ribasso che costrinse a commercializzare più
raccolto, aggravandone la già misera condizione. Contrazione dei livelli di consumo alimentare
(pellagra=malattia dovuta a carenze alimentari). Prezzi in ascesa solo per i vini grazie al mercato
francese. Opere e investimenti per miglioramenti furono limitati al massimo. Tutto ciò aumentò la
disoccupazione e l’emigrazione transoceanica. 1887 svolta protezionistica con una nuova tariffa
doganale generale per proteggere in specie i cereali e i prodotti siderurgici, metallurgici, meccanici
e tessili. Altra strada non c’era per uscire dalla crisi oltre al protezionismo, ma questo aprì una
guerra commerciale con la Francia, che penalizzò le colture specializzate del Mezzogiorno.
7) Il dissesto bancario
Intanto la situazione di credito di molti istituti peggiorava. La Nazionale intervenne, ottenendo
l’autorizzazione da parte del governo a superare i limiti di circolazione. Intanto l’aggio si inasprì.
Le banche cessarono dunque di cambiare alla pari i biglietti in monete metalliche per detrarvi
l’aggio. Nel 1892 divenne presidente del Consiglio Giolitti. Fu decisa un’ispezione sugli istituti di
emissione. La situazione peggiore era quella della Banca romana. Abusi, seppur minori, furono
accertati anche per tutte le altre banche, tranne Banca nazionale toscana e Banca toscana di credito
per industrie e commercio. Per evitare una sfiducia nel sistema, Giolitti dichiarò lo Stato garante dei
biglietti in circolazione in corso legale, la Banca romana fu liquidata e si approvò nel 1893 la legge
che decretava la nascita della Banca d’Italia. Intanto la situazione economico/monetaria peggiorava:
deflusso di moneta d’oro/argento, salì il cambio su Parigi. La carenza di moneta indusse le ban
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