TEORIA DELL’IMPRESA: I VARI APROCCI INTERPRETATIVI A TALE TEORIA
(approcci che ancora oggi si intersecano)
Contesto politico: ‘600-‘700 nel momento in cui l’economia iniziava a
stabilizzarsi, emergono due grandi potenze: Francia e Inghilterra.
In questo contesto si sviluppano due grandi tradizioni interpretative della teoria
dell’impresa:
Tradizione CONTINENTALE
Tradizione ANGLOSASSONE
1. CONTINENTALE: (dall’Italia tardo medievale, giungerà fino a
Schumpeter e ai suoi epigoni, Francia)
Caratteristiche principali :
L'economia è vista come scienza sociale, “che sta nelle persone”
dell’imprenditore l’azione individuale
Enfatizza il ruolo e che sono
decisivi nelle strategie dell’impresa. L’imprenditore è riconosciuto
come una figura autonoma nel sistema economico, motore.
Joseph Shupek
L’esponente + importante è
2. ANGLOSASSONE: (originata nell’Inghilterra della rivoluzione industriale,
raggiungerà la sua massima fioritura negli Stati Uniti dopo la Seconda
guerra mondiale). dell’impresa manageriale
enfatizza il ruolo (aspetti organizzativi),
impresa dove la governance (le figure che fanno crescere e
sviluppano l’impresa nel tempo) è importante. Distingue tra chi ha
la proprietà dell’impresa e chi la gestisce.
Chendler
principale esponente:
(Contesto della teoria economica classica).
1. TRADIZIONE CONTINENTALE
Scienza economica prima di tutto scienza sociale (“che sta nelle persone”)
Si sviluppa nella società tardo medievale, poco prima della scoperta
dell’America, in cui l’economia era governata dal “potere del re” e potere “della
chiesa”, (la chiesa non ammetteva che si potesse prestare denaro lucrando sul
tempo). La proprietà privata viene sdoganata dalla chiesa patrizia solo
attraverso San Agostino (1200-1300), da quel momento in poi sulla proprietà
privata nascono tutta una serie di contratti, oggi chiamati mutui. Dalla chiesa
scolastica viene sdoganata anche la giustificazione morale del profitto, non si
poteva scambiare qualcosa avendo il profitto.
La necessità di cominciare a distinguere i vari attori si ha nel corso del 600-700
con le attività mercantili legate al commercio e all’agricoltura.
Approccio continentale punta all’individuo. 1
Tra i vari esponenti vi è:
RICHARD CANTILLON (banchiere di origine irlandese vissuto a cavallo
tra fine ‘600 e inizio ‘700): introduce per la prima volta il concetto di
entrepreneur (visto come il 4 soggetto, oltre proprietario terriero,
capitalista e lavoratore). Nel 700 il mondo era diviso in classi.
Definisce l’imprenditore come:
Colui che cerca di sfruttare le opportunità del mercato create dalla
discrepanza tra domanda e offerta, reputandolo “il vero organizzatore di
tutto ciò che si produce”
colui che compra a un prezzo certo per vendere a un prezzo incerto,
introduce il concetto di incertezza nel funzionamento del mercato.
Unico operatore economico esposto a rischio effettivo (rischio di impresa)
derivante dall’attività di arbitraggio
Vero organizzatore della produzione (non necessariamente colui che
organizza la produzione è anche il proprietario dei mezzi di produzione,
è colui che mette insieme i mezzi di produzione)
Agente economico, in aggiunta e distinto (ai principali attori del sistema
economico) a proprietari e salariati
Anticipa due altri autori: NIGHT (Su questione incertezza) e dinamica
cambiamento
Nell’Europa continentale sette-ottocentesca ulteriori approfondimenti
teorici concernenti la figura dell’imprenditore si trovano soprattutto nei
lavori di Nicolas Baudeau, di Melchiorre Gioia e di Jean-Baptiste Say.
Nella Francia della fine ‘600 inizio ‘700 si forma una vera e propria scuola
economica: i FISIOCRATICI rappresentati da (abate Baudeau, Quesnay):
puntavano all’innovazione in agricoltura. Scuola limitata alla Francia,
paese che puntava sull’agricoltura e non sull’industria.
La classe agricola era mossa dal profitto assicurato dalle iniziative volte a
perfezionare l’agricoltura, comprimere i costi e aumentare la produzione.
FISIOCRAZIA: Puntava sullo sviluppo economico partendo dallo sviluppo in
agricoltura. L’imprenditore agricolo assume un ruolo fondamentale, anticipa il
capitale. Tra questi fisiocratici vi è Abate Baudeau secondo cui l’imprenditore
agricolo è il vero motore del circuito economico, riesce con la sua attività a
produrre quel surplus netto (dato da valore intrinseco dei fattori produttivi dati
per produrre e il valore di mercato, incerto che dipende dai prezzi che si
formano sul mercato). L’imprenditore doveva quindi essere ben distinto dal
proprietario e dal salariato: egli “non era affatto un salariato del proprietario”
bensì il “proprietario del raccolto”, essendo colui “che metteva in atto le
migliorie, che correva i rischi e affrontava tutte le fatiche e le incertezze”. 2
Altro autore è: J.B.SAY (industriale ed economista classico francese del
primo Ottocento nel pieno dell’economia classica fondata da Adam
Smith, portata avanti da Riccardo e altri come Mill e Marks): fu il primo
economista a sottolineare con forza il ruolo manageriale
dell’imprenditore.
A differenza dei classici inglesi, introduce distinzione tra due soggetti.
Capitalista/proprietario vs imprenditore (ruolo manageriale)
Contesto statico (equilibrio dei fattori produttivi)
Egli poneva una chiara distinzione tra la funzione di fornire capitale a
un’impresa industriale e quella di sovraintendere, dirigere e controllare la
produzione.
A differenza di CANTILLON aveva una visione ottimista della figura
dell’imprenditore come colui che poteva creare nuove opportunità per la
società. Emergeva chiaramente in Say la componente soggettiva, individualista
dell’attività creativa dell’imprenditore; tuttavia, questa in quanto suprema
combinazione dei fattori produttivi, veniva declinata in un contesto ancora
statico, quello classico dell’equilibrio.
Ricordato per la legge di SAY; l’offerta crea la propria domanda, concetto per
l’epoca in-contro tendenza alla sovrapproduzione. Criticato da Marks secondo
cui le crisi sono intrinseche al capitalismo.
Sarà soltanto con Joseph A. Schumpeter che la figura dell’imprenditore verrà
collocata in una prospettiva dinamica; ma, a quel punto, la consapevolezza che
non fosse + possibile espungere tout court la funzione imprenditoriale
dell’analisi economica aveva incominciato a scuotere le certezze anche di
qualche avvertito esponente della scuola anglosassone.
2. TRADIZONE ANGLOSASSONE: fonde imprenditore e capitalista
La funzione imprenditoriale risultò ampiamente trascurata, almeno fino alla
metà del XIX secolo. Su di essi permase a lungo l’imprinting esercitato, a livello
teorico, dalle riflessioni di Adam Smith, e dalle trasformazioni produttive
indotte dalla rivoluzione industriale nella sua fase iniziale.
Contesto: Inghilterra, culla della rivoluzione industriale, Scuola classica: fino a
meta ‘800, sottovalutava le funzioni imprenditoriali.
Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni (1776), ignorava la figura
dell’imprenditore:
- Da una parte egli coglieva concettualmente la differenza a livello di
funzione, tra l’attività di procurare lo stock di capitale necessario
all’attività produttiva in cambio di profitti e quella di ispezione e
direzione, retributiva del salario;
- Dall’altra però identificava i titolari delle due funzioni in un solo soggetto,
non distinguendo tra capitalista e imprenditore, (per il quale non esisteva
nemmeno un termine inglese equivalente al francese entrepreneur. 3
- Non vi era dunque Nessuna distinzione tra capitalista e
imprenditore (Il capitale dell’imprenditore coincide con il profitto del
capitalista)
- Contesto: fabbrica inglese metà XVIII secolo, fabbriche quasi sempre di
dimensione limitata e le imprese avevano una struttura monofunzionale
in cui tutte le decisioni ricadevano sul titolare, che era allo stesso tempo
proprietario, manager e capitalista.
L’undertaker projector l’employer proprietario
o il o erano per Smith sinonimi di
dell’impresa, ovvero di capitalista.
Attribuiva al mercato questa capacità di coordinare spontaneamente tutte le
attività, l’imprenditore non ha funzione teorica all’interno del mercato, secondo
Smith la ricchezza è il reddito; ognuno seguendo il proprio interesse finisce per
fare l’interesse della collettività, il risultato finale dipende dal mercato.
L’iniziativa del singolo non ha un ruolo esplicito.
Perché in Inghilterra non si sviluppa una teoria autonoma dell’imprenditore?
L’Inghilterra della fine del ‘700 è un contesto innanzitutto di imprenditoria
industriale che nasce da processi all’interno di famiglie che hanno accumulato
capitale e l’hanno impiegato in attività di piccole dimensioni per cui non c’è la
figura dell'imprenditore distinto da manager e capitalista; è un contesto
familiare e proprietario.
Non vi era ancora un mercato del credito sviluppato e alle necessità finanziarie
dell’azienda provvedeva il proprietario che, al limite, allargava la raccolta a
qualche parente o amico.
David Riccardo era interessato alla distribuzione del reddito, la sua legge
della domanda e dell’offerta e lo schema di formazione dei prezzi
(principi di economia politica, 1817). Egli:
- NON poneva nessuna attenzione alla funzione imprenditoriale e
all’innovazione.
Non identificava nella capacità innovativa la caratteristica distintiva del
capitalista/imprenditore rispetto agli altri capitalisti: il suo vantaggio
sarebbe stato al più presto riassorbito dal sistema e ricondotto all’interno
della logica dell’equilibrio.
- Riteneva che il rapporto tra capitale e lavoro fosse fisso
- Investimenti effettuati in una logica di equilibrio dei fattori
produttivi: non presupposta una valutazione di rischio e capacità
previsionale.
Considerava la produzione e l’investimento di capitale come un processo
più o meno automatico, che non comportava alcuna scelta critica. 4
- Riteneva che l’accumulazione del capitale derivasse dai profitti
realizzati dal capitalista in quanto fornitore e detentore del capitale e
non in quanto imprenditore.
Elementi di novità a meta ‘800: vi è un aumento delle dimensioni delle
imprese, un dinamico mercato di capitale e si affermarono le società per azioni
Le società per azioni si costituiscono a metà ‘800, vi è un cambio nella
legislazione degli stati, vengono introdotte leggi, non serviva più passare
attraverso la legislazione del parlamento. Primo paese a liberalizzare le società
per azioni fu il Connecticut.
Non era più possibile mantenere una stretta identificazione tra proprietà e
direzione dell’impresa, tra funzione finanziaria e funzione manageriale.
J.S. MILL: introduce la figura dell’entrepreneur come manager: il cui
coinvolgimento personale nell’impresa era condizionata dalla misura del
suo salario e dalla più o meno assidua presenza dell’“occhio del
padrone”, nonché della disponibilità di quest’ultimo ad associarlo al
rischio d’impresa attraverso una compartecipazione ai profitti.
Al termine entrepreneur, Mill attribuiva la connotazione di dirigente
stipendiato, retribuito con una quota del monte salari e non titolare quindi di
una funzione autonoma.
K.MARX, assume una posizione ambigua:
Distingue tra capitalista attivo (chi gestisce l’azienda) e proprietario
del capitale, egli osserva che il primo paga al secondo l’interesse,
ovvero “una porzione del profitto lordo che spetta alla proprietà del
capitale in quanto tale.
Secondo Marx il guadagno dell’imprenditore deriva dal processo produttivo,
separato dal suo specifico carattere sociale.
Marx vede già le prime grandi società per azioni, nonostante distingui queste
due figure, comunque, non vede nell’imprenditore un soggetto autonomo
capace di incidere. Non attribuisce all’imprenditore un ruolo creativo. Riteneva
che il capitalista “succhiasse il sangue” dal lavoratore e il surplus lo prendesse
il capitalista.
Interesse sul capitale. Il guadagno dell’imprenditore non si
contrappone al lavoro salariato, ma solo all’interesse, è un salario di
controllo—>un salario più alto di quelle del comune operaio.
Capitalista attivo è un semplice funzionario che riceva un salario
(più alto).
Secondo Marx il capitalista non è altro che un agente/funzionario del capitale
che ha il solo compito di estrarre valore dal lavoro (plus valore), dal salariato. 5
ALFRED MARSHALL (1842-1924)
Alla fine dell’Ottocento:
->sul fronte continente: in Francia, Svizzera e Italia (con leo Walras e Vilfredo
Pareto), la teoria dell’equilibrio economico generale espunge definitivamente la
figura dell’imprenditore dal su orizzonte di ricerca, l’imprenditore non è
rilevante poiché non costituisce un fattore di produzione come il capitale e il
lavoro e quindi non viene ricompensato per una sua funzione specifica.
Rivoluzione marginalità (Jevons, Menger, Walras): teoria dell’equilibrio
economico generale: l’imprenditore non è rilevante.
->in Inghilterra, invece Alfred MARSHALL rompe con la tradizione precedente:
egli dà vita all’analisi degli equilibri parziali e inaugura un ambito di studi,
quello dell’economia industriale, in cui riserva all’imprenditore un ruolo
specifico.
Si affermano le big business, separazione tra proprietà e controllo.
MARSHALL reintroduce la figura dell’imprenditore come:
- organizzatore e coordinatore della produzione (Ex operaio che si è
formato, ha acquisto competenze ed è diventato uno capace a gestire le
relazioni tra le persone, a organizzare), retribuito con una quota dei
profitti che l’impresa realizza.
- Quarto fattore della produzione (oltre terra, lavoro e capitale),
soggetto accanto agli altri, non superiore agli altri.
- Marshall pone attenzione alle attività di routine (è un anello di un
sistema economico) sul quotidiano dispiegarsi dell’attività economica:
dunque l’imprenditore non è l’eroe schumpeteriano che, provoca shock
esogeni al sistema rompendone l’equilibrio. Esso è uno dei soggetti
economici che operano nel sistema
- Aumento della complessità – delega mansioni
Limite di MARSHALL è quello di non attribuire all’imprenditore una funzione
creativa e autonoma, è soprattutto un abile amministratore.
Rimane un marginalista. Uno dei suoi scritti “decalogo del buon economista”
WEBER—> ha analizzato l’idea tipo dell’impresa capitalistica razionale.
WERNER SOMBART: —>ricordato per aver rappresentato l’imprenditore
capitalista, in cui si fondono il faustiano “spirito d’impresa” e il diligente e
parsimonioso “spirito borghese”, come il motore dell’economia.
Economista sociologo tedesco, scrive inizio 900 etica governante e spirito del
capitalista. Nasce nel 1863 muore nel 1941 6
Tradizione continentale: Austria-Germania con economisti-sociologi (Max
Weber (colui che ispira Sombart sui fattori religiosi, colui che affonda le
radici del capitalismo nel protestantesimo), Werner Sombart)
Si occupa in particolare degli studi sulle origini del capitalismo (in Italia,
Giuseppe Toniolo) – analisi diversa da Marx (sovrastrutture della
borghesia capitalistica) cercano una sintesi tra il capitalista (colui che
vuole guadagnare a tutti i costi) e colui che amministra.
Sombart prende elementi culturali e religiosi da Weber e li applica in
modo preciso.
Nella nuova cultura del capitalismo (che si è diffusa soprattutto dalla
rivoluzione protestante 500), l’imprenditore ha un ruolo fondamentale.
Sombart distingue 2 anime dell’imprenditore:
Spirito capitalistico (spirito imprenditoriale) —>anima
faustiana che si ispira al Faust di Gothe: rappresenta la sete di
potere (ricerca del profitto), la volontà di avere potere, l’ambizione
illimitata, il desiderio di superare ogni limite, il Faus è un visionario
è audace è capace di grandi trasformazioni
Spirito borghese (razionale, calcolatore, parsimonioso) non
rivoluziona, ma consolida e stabilizza, gestisce con metodo e
prudenza.
Nella visione dell’imprenditore abbiamo:
Una Fase tradizionale: in cui l’imprenditore diventa un leader dal punto di
vista: organizzativo, amministrativo, commerciale
Poi si crea il proletariato industriale con le Big business
- Distacco tra proprietà e management
- Specializzazione attività produttiva
- Integrazione tra attività produttive e finanziarie
Capitalismo intreccio tra cultura-società-istituzione
L’impresa moderna (in cui si riflette spirito capitalista) non semplice
organizzazione economica, si combinano elementi legati all’uomo (ambizione,
razionalità, disciplina) il fattore umano.
Essere imprenditore è dovuto alla cultura.
Dove e quando nasce prima società cooperativa? Anni 40 dell'Ottocento in un
sobborgo di Manchester dove gli operai ricevevano salari bassissimi in cui non
riuscivano a procurarsi nemmeno il pane. Gli operai erano vittima di un sistema
capitalista in cui loro erano l’ultimo dei fattori della produzione. Decisero di
metter
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