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Storia delle tradizioni popolari

M-DEA: discipline demoetnoantropologiche, una denominazione che combina i tre principali insegnamenti delle scienze umane o sociali, ovvero, antropologia culturale, etnologia e demologia o storia delle tradizioni popolari, il cui oggetto di studio è l'uomo e le culture umane, nelle loro articolazioni etniche e nelle loro espressioni popolari.

  • Etnologia: Studio di specifici popoli e culture in ogni parte del mondo.
  • Demologia: Studio della cultura popolare e tradizionale della nostra società.
  • Antropologia culturale: Studio teorico e comparativo, dove per "comparativo" non si intende solo ingenuamente, come definivano gli ottocenteschi, il metodo di comparare tratti culturali, appartenenti ad epoche storiche e sociali ben distanti, per coglierne le leggi universali dello sviluppo culturale, con la pretesa di renderli analizzabili, poiché, il compito dell'antropologia è quello di mostrare che quanto qualcosa ci sembra ovvio e naturale, non lo è affatto.

Ernesto De Martino, definiva "scandalo etnografico" questo incontro-scontro con una diversità, che comparandola con la nostra, ci fa vedere le cose che ci sono familiare sotto una luce diversa, che le rende in qualche modo "strane", ma che sono costantemente sotto i nostri occhi ("sguardo da lontano").

  • "Folklore": Termine quasi dappertutto usato, per indicare sia gli studi sulla cultura popolare e sia il loro oggetto.

Nascita dell'antropologia

Quando parliamo di cultura, non facciamo riferimento solo ai prodotti intellettuali (artistiche, filosofiche, scientifiche) ma piuttosto al complesso degli elementi non biologici che fanno sì che gli individui si adattino all'ambiente e organizzino la loro vita sociale, dunque anche, gli attrezzi e le tecniche di lavoro, istituzioni sociali, forme di parentela, linguaggi e modi di comunicazione, credenze, gesti e le più piccole pratiche quotidiane.

L'antropologia è una disciplina piuttosto giovane, inizia in modo sistematico a fine '800 e nasce in Gran Bretagna, poco dopo arriverà negli Stati Uniti e anche in Francia. Nasce in Gran Bretagna perché siamo nell'epoca vittoriana, momento di colonie e di controllo/interazione con almeno tre quarti del pianeta, Africa, Asia, Cina, Giappone, Stati Uniti. Gli inglesi sono quelli che più di altri hanno l'abitudine a confrontarsi con gli altri paesi del mondo. La società è stata una tra le poche macro-culture a manifestare una curiosità per il diverso per l'altro.

Alcuni fanno risalire l'antropologia a Erodoto, storico greco del III secolo A.C., che viaggia molto e descrive usi e costumi delle popolazioni, ma in generale è considerato uno dei padri dell'antropologia, proprio perché mostra un interesse e una curiosità per l'altro, cerca di capire il comportamento altrui.

Ricerca sul campo

La ricerca sul campo è un altro dei tratti peculiari dell'antropologia, che si venne a definire con le prime scuole novecentesche, in particolare quelle anglosassoni, legato ai nomi di Franz Boas e Malinowski, in cui la figura del teorico, che non svolgeva il loro lavoro sul "campo", ma in biblioteca, utilizzando fonti e resoconti di viaggiatori, naturalisti, missionari, spesso però non attendibili (come gli antropologi vittoriani) e il ricercatore, si fondono, dando vita alla peculiare figura dell'antropologo, come testimoniato dal libro di un studioso polacco, Malinowski, "Argonauti del Pacifico occidentale".

Durante gli anni della prima guerra mondiale, aveva condotto una rigorosa ricerca presso l'arcipelago melanesiano, in particolare, di un complesso sistema di scambio cerimoniali di oggetti preziosi, chiamato "kula ring", mostrando come fosse necessario la compresenza nel lavoro antropologico sia della preparazione teorica e metodologica, senza la quale, l'osservatore non saprebbe raccogliere in "dati" la semplice esperienza vissuta, che della diretta esperienza vissuta, senza la quale, non si potrebbe comprendere appieno un'altra cultura, traendone gli elementi imponderabili che permettono di entrare in empatia con essa.

Malinowski conia così il termine di "osservazione partecipante" per indicare questo stile di ricerca, uno stile che implica una permanenza prolungata e intensiva sul territorio, a stretto contatto con gli indigeni e senza rapporti con altri occidentali, imparandone non solo il linguaggio locale ma anche partecipando alla stessa vita culturale, sociale, religiosa ed economica nel complesso. È il cosiddetto "approccio olistico", che implica un "decentramento", che implica di tagliare i ponti con la propria cultura, e un coinvolgimento personale, che implica l'empatica partecipazione attiva nelle dinamiche culturali da studiare.

Gli specialismi disciplinari: Il modello classico di "lavoro sul campo" implica che uno studioso, nella sua carriera, non può divenire esperto di più di una o due aree culturali, di solito, le specializzazioni vengono espresse in riferimento a grandi aree come continenti o sub-continenti, si parla dunque di antropologi europeisti, africanisti...

Le fonti che gli studiosi privilegiano nella loro ricerca sono quelle orali, in particolare le storie di vita, quelle scritte, per lungo tempo considerate estranee all'antropologia ma di cui oggi non può fare a meno, come diari, lettere, oppure la stessa letteratura sia colta che popolare, quelle iconiche, come fotografie, video-riprese, che meglio fanno comprendere il senso di una cultura, più in profondità rispetto alla rappresentazione scritta, quelle materiali, come manufatti dell'artigianato tradizionale, attualmente, l'antropologia museale, che vede esposti oggetti di arte indigena e popolare in mostre e musei, rappresenta uno dei settori più compatti della disciplina.

Nella nostra realtà contemporanea, sono nati altri settori importanti come l'antropologia urbana, la cui ricerca è svolta non nei villaggi tradizionali ma nelle grandi città, affollate, stratificate, tecnologiche, l'antropologia del turismo, dello sport, della violenza, che tenta di comprendere i conflitti, le violazioni dei diritti umani e tanti altri.

A cosa serve l'antropologia

Il compito sicuramente fondamentale, nonostante la precarietà di lavoro extra-accademico, è quello di mediare, in quanto "esperto delle differenze", di favorire la comunicazione e l'integrazione, nel superare i pregiudizi etnocentrici, oppure quello all'interno dei musei, volto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale etnografico.

La nascita dell’antropologia e la società degli osservatori dell’uomo

Nell’autunno del 1799 vide la luce a Parigi, la Società degli osservatori dell’uomo (Société des observateurs de l’homme). La sua fondazione avvenne per iniziativa di Louis-François Jauffret, un giovane professore di scienze naturali che raccolse intorno a sé un gruppo di intellettuali e scienziati che si sentivano eredi dell’illuminismo e dello spirito dell’Encyclopédie. Jauffret e i suoi colleghi non si possono definire antropologi nel senso moderno del termine ma possiamo dire che con loro abbiamo probabilmente la prima formulazione di un piano di ricerca nel quale lo studio dell’uomo si delinea tanto come sapere empirico quanto come disciplina teorica, una sorta di sapere uomo che si inserisce in un progetto scientifico altrettanto nuovo ovvero lo studio comparato delle società e delle culture.

La SDOU non nasceva dal nulla, quando Jauffret e i suoi colleghi le diedero vita, la letteratura dei selvaggi e altri popoli extra-europei possedeva già una dimensione considerevole. C’erano innanzi tutto della letteratura esotica e di viaggio, quest'ultima costituita da resoconti di missionari, esploratori, mercanti e soldati, però dobbiamo tener conto che non rispondevano ad un progetto scientifico e non veniva menzionato l’approccio degli autori nei confronti di questi popoli. Abbiamo delle eccezioni però, ad esempio quella del missionario protestante Jean de Lery che nel 1578 pubblicò un accurato resoconto del suo soggiorno i Tupi del Brasile cercando di riflettere sulla natura dei loro costumi. Ancora possiamo menzionare il gesuita Joseph-François Lafitau che scrisse nel 1724 i costumi dei selvaggi americani comparati con quelli dei tempi più antichi. Quest’opera costituì una sorta di punto di incontro tra la tradizione della letteratura da viaggio e quella che aveva come le radici nel terreno della polemica ideologica tra i maggiori esponenti di quest’ultima Rousseau e De Montaigne.

All’interno di questa tradizione “filosofica” il discorso sui selvaggi era prevalentemente legato a polemiche come quella sulla religione, la battaglia antischiavista dei filantropi e la critica del potere assolutistico di tipo monarchico. La figura del selvaggio assume un ruolo ideologico abbastanza preciso ma vi fu chi come Rousseau, invitò i suoi colleghi filosofi a viaggiare prima di formulare speculazioni intorno alla natura umana. Ma anche nel suo caso, lo sguardo non si soffermò mai sul selvaggio come soggetto sociale diverso e autonomo, il loro stile di vita e le istituzioni non furono mai l’oggetto di un discorso specifico e disciplinare i loro usi e costumi furono solo punti riferimento e di confronto usati per cercare di rispondere ai problemi ideologici sollevati.

Secondo alcuni il libro di Lafitau nel 1724 rappresenta l’inizio di una nuova scienza, l’etnologia (De Certeau), infatti questo libro fu scritto dopo anni di permanenza nella zona tra il Canada e gli attuali Stati Uniti. Diciamo che Lafitau adottò una specie di metodo comparativo al fine di dimostrare che presso tutti i popoli era presente l’idea di un essere superiore, ribattendo a coloro che sostenevano l’idea di un ateismo naturale. Anche se Lafitau non aveva l’intenzione di condurre un studio sociologico di fatto è ciò che fece.

Osservare l’umanità

Quando Jauffret e gli altri intellettuali fondarono la “società”, esisteva già un quadro scientifico entro il quale era possibile parlare dell’uomo come genere universale ma vi era anche un quadro ideologico che faceva degli europei i portatori di una verità indiscussa in campo scientifico, economico e religioso (una sorta di Eurocentrismo). Di questa società fanno parte filosofi, medici, linguisti, storici, viaggiatori ecc. che si erano prefissati come obiettivo quello, come dice il nome stesso della società, di osservare l’umanità nella sua variabilità, fisica, linguistica, geografica e sociale.

Osservare era il primo passo verso questa adozione di un nuovo principio di intelligenza scientifica annunciata dalle parole Jauffret, il principio del confronto con la differenza, proponendo un nuovo metodo di indagine consistente nell’uscire dall’esperienza più immediata e nota come quella derivante dalla nostra società. Gli osservatori dell’uomo aprivano così lo spazio per un discorso che veniva a fondare contemporaneamente un nuovo oggetto di studio e un nuovo sapere. La cosiddetta scienza nuova degli osservatori nasceva così come ampliamento conoscitivo di quella stessa scienza dell’uomo.

Un esempio lampante che rende l’idea della novità del progetto della società è lo scritto datato 1800 di Joseph-Marie de Gérando il quale scrisse una lunga nota per gli osservatori in partenza per l’emisfero australe, scritto intitolato “considerazioni sui metodi da seguire nell’osservazione dei popoli selvaggi”. Egli poneva in primo piano quanto fosse utile ed importante lo studio dei selvaggi al fine di conoscere le tappe della storia trascorsa dell’umanità, osservando i loro usi e istituzioni cercando di compararli andando così a conoscere meglio l’uomo come essere sociale e storico.

Dietro ciò vi era un progetto filosofico ovvero conoscere la natura umana ma ciò era sostenuto da un metodo e un approccio diverso dei filosofi, non si trattava più di restare fermi alla realtà europea ma ora il filosofo doveva muoversi viaggiare lungo quei territori abitati dei selvaggi che avrebbero potuto costituire l’esempio delle condizioni originarie dei popoli civilizzati. Quindi pensiamo alla figura del filosofo in certo senso come all’antropologo moderno che non solo viaggia ma cerca di correlare dati dell’osservazione e unirli andando a costituire una teoria. Però la società degli osservatori ebbe vita assai breve. La sua fine è il riflesso del cambiamento delle condizioni politiche infatti nel 1805 anno in cui la società si sciolse, Napoleone aveva già fatto chiudere quelle sezioni dell’istituto Nazionale al cui interno si articolava la ricerca del campo delle scienze politiche e morali. Gli osservatori come altri filosofi vennero considerati da Napoleone solamente ideologi che si occupavano solo esclusivamente di idee.

Creazionismo o Evoluzionismo, progresso o degenerazione dell’uomo?

Con l’emarginazione della scienza sociale dal potere, la scienza dell’uomo sorta come estensione del progetto politico e civile della repubblica francese, cessava di costituire il quadro generale entro il quale avrebbe potuto trovare un suo spazio la comprensione dell’alterità culturale. Nel 1805 con la società chiudeva i battenti anche quell’etnologia o scienza dei popoli che Jauffret, Gérando e gli ideologi del gruppo avevano concepito come studio e comprensione delle differenze. Qui entra in atto una contrapposizione da una parte avremo chi sosterrà il progresso dell’uomo e quindi l’evoluzionismo e chi sosterrà la degenerazione dell’uomo e di conseguenza il creazionismo.

De Maistre, fine intellettuale e grande scrittore, nella sua opera “Le serate di San Pietroburgo” denunciò la ragione illuminista come un atto superbo ad opera dell’uomo nei confronti del divino. Egli insieme ad altri intellettuali impersonava l’ala più radicale e restauratrice della reazione romantica all’illuminismo che aveva avuto grandi personaggi come Gottfrid Herder e François de Chateaubriand. De Maistre sosteneva che l’idea che il progresso umano non ci fosse stato e che sostenere ciò non era altro che una sfida nei confronti dell’altissimo e l’ordine stabilito da lui, egli sosteneva che l’uomo non era affatto progredito da uno stato primitivo e di barbarie ad uno di civiltà.

Il selvaggio era la degenerazione dell’uomo dovuta a causa del peccato originale ed era l’esempio della caduta della grazia divina. La tesi di De Maistre fu accolta e sviluppata da uomini di chiesa come il vescovo inglese Whately e altri intellettuali, Whately sosteneva che il progresso non poteva essere concepito senza un aiuto divino e che i selvaggi potessero progredire solo con l’aiuto di quella umanità progredita per grazia divina.

I principali punti a sostegno della tesi della degenerazione dell’uomo erano le seguenti: nessuno aveva fornito prove del passaggio dallo stato selvaggio alla civiltà, nessun popolo selvaggio visitato a distanza di anni aveva dato segni di progresso autonomo e l’eventuale presenza di un manufatto di livello superiore alla popolazione era segno che qualche popolo superiore lo aveva donato. La teoria della degenerazione poggiava sull’idea che la storia dell’uomo fosse molto breve rispetto a quello che è realmente facendo riferimento alla datazione biblica e ufficialmente riconosciuta dalla chiesa d’Inghilterra quindi parliamo del 4004 a.C.

È evidente che alcune tesi del degenerazionismo potessero funzionare solo facendo riferimento ad un lasso di tempo ridotto. Già alla fine del settecento alcuni studiosi della bibbia iniziarono a considerare l’antico testamento come se fosse un documento storico a tutti gli effetti. Sul finire del metà del 1800 creazionismo ed evoluzionismo iniziarono ad essere presentate come due visioni contrapposte della storia naturale. Darwin aveva pubblicato nel 1859 dopo oltre venti anni di ricerche basate sull’osservazione di specie animali e vegetali presenti anche al di fuori dell’Europa, l’origine delle specie nel quale espose una teoria rivoluzionaria della storia naturale.

Mentre il creazionismo sosteneva che qualsiasi variazione o cambiamento delle specie viventi fosse il frutto di un intervento estraneo ai processi e alle forze del mondo della natura, Darwin contrariamente sosteneva una visione della storia della natura vivente, di cui era parte la stessa storia dell’uomo, secondo la quale le forme di vita si sarebbero trasformate in base ad un lento processo di mutazioni dovute al caso, all’influenza dell’ambiente, alla loro maggiore o minore capacità nell’adattarsi a quest’ultimo, andando così a riprodurre nella discendenza alcune loro caratteristiche.

Si aprì un dibattito tra chi riteneva impossibile il progresso non assistito dall’intervento divino e chi invece sosteneva che la storia dell’uomo era segnata da un faticoso ma inarrestabile movimento verso la conoscenza, il benessere, la giustizia, mete raggiunte dall’uomo solo con le proprie forze.

Antropologia evoluzionista nell’età vittoriana

Nella seconda metà dell’Ottocento, l’antropologia culturale si organizzò come disciplina scientifica, con propri insegnamenti universitari. Si fa corrispondere, convenzionalmente, la sua nascita nel 1871, con lo scritto pubblicato da Edward B. Tylor.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Zohan97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle tradizioni popolari e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Giordano Rosario Francesco.
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