STORIA DELLE MAFIE
ITALIANE
Ciconte - Prestipino
Giovedì 9 ottobre
Chi sono i mafiosi? Perché c’è un corso sulla storia delle mafie italiane? Bisogna vedere due punti di vista
diversi: dal punto di vista del cittadino normale che rispetta le leggi e svolge lavori normali. Dal punto di
vista dei mafiosi. Il giudizio del cittadino normale oggi, è un giudizio abbastanza netto ma esso non era
quello che si dava nell’800 o 900. Oggi sono visti come uomini violenti, prevaricatori che impongono pizzo\
propria volontà, assassini. Persone che svolgono una serie di atti di violenza, non si parla solo di omicidio\
violenza materiale ma vi è anche una violenza psicologica che nel sud è normale introiettata nel modus
vivendi quotidiano.
Vi sono anche sottocategorie di punti di vista da parte di chi abita al nord, centro o sud. Fino agli anni 60 era
impossibile che al centro e al nord ci fosse stata una percezione della mafia perché non c’era.
Come si studiano i mafiosi? Una vasta documentazione è data dagli atti giudiziari o dalle intercettazioni
ambientali. In una intercettazione telefonica tra Aspromonte calabrese e America Latina. La donna chiede
ciao ma c’è Peppe e per 4 minuti partono una serie di fischi. Si scoprirà poi che entrambi facevano i caprai e
quindi avevano trovato un proprio modus di parlare. Le documentazioni giudiziarie sono importanti anche
per aver accertato le prime esperienze di organizzazioni mafiose.
Ciccante nei primi atti giudiziari di Catanzaro non ha trovato il termine “Ndrangheta” fino al 1960. Prima si
chiamava picciotteria, famiglia Montalbano\ bastone camorristi o mafiosi.
Il linguaggio mafioso è volutamente criptico, gli atti giudiziari servono per capire il corso dei fatti e lo
sviluppo delle situazioni. Basandosi solo sulla sentenza giudiziaria si rischia di prender una cantonata nel
senso quante sentenze di assoluzione di mafiosi ci son state in Italia? Molteplici.
Quando ci fu il maxiprocesso, nella sentenza di appello ci furono varie assoluzioni, uno per festeggiare dopo
l’assoluzione è andato in pasticceria e non è mai tornato a casa.
Spessissimo è capitato che dei mafiosi votino consiglieri comunali ecc. e vi sono elementi dove la giustizia
non può far niente. Come 40 anni fa in una campagna elettorale il capo Bastone passeggiava con un
candidato regionale, tutti quanti a Reggio seppero di questa uscita. Chi aveva commesso il reato? Nessuno
dei due, il capomafia aveva già scontato anni e l’uomo politico era incensurato quindi se si guarda solo dal
punto di vista giudiziario non vi è nulla.
Inoltre, quando si discusse del voto di scambio si fece una legge dove si proibì il voto dato dal mafioso
all’uomo politico omettendo due paroline “in cambio di denaro o di altre utilità” ma fu omesso altre utilità.
Quindi era reato per la legge solo la condotta del mafioso che riceveva soldi dall’uomo politico in contanti,
se questa fattispecie non avveniva non vi era reato.
Nel 2011 con l’operazione crimine infinito si scopri che tutta una serie di uomini politici aveva ricevuto voti
mafiosi in cambio di una serie di attività ma non il pagamento di soldi (come assunzione della figlia di X,
concezione di un appalto).
Oltre agli atti giudiziari vi sono le carte del ministero degli interni con le relazioni dei carabinieri, dei
prefetti, della guardia di finanza e dopo le stragi di facilone anche della DEA, DNA dello Sco.
Bastano come documenti? No, vi è anche una commissione parlamentare. La documentazione allegata della
prima commissione parlamentare antimafia sono 25 volumi.
Bisogna quindi cercare di individuare alcuni temi, alcune aree geografiche e alcuni tempi per studiare la
mafia.
Per capire differenza tra le varie organizzazioni mafiose il prof Ciconte fa sempre questo esempio: se uno
volesse far tesi sulla mafia in generale ci vorrebbero 4 o 5 anni perché mancano nel novero delle fonti: libri,
quotidiani pubblicati negli anni, le trasmissioni televisive e i film sull’argomento oltre gli atti giudiziari.
Come guardano i mafiosi a loro stessi?
Nella mafia vi era una regola aurea: il silenzio, l’idea successiva era “i mafiosi non parlano mai” oggi invece
parlano. I mafiosi pretendevano il silenzio dagli affiliati, il capo non aveva questo obbligo.
In base vi era l’idea che erano le donne a parlare quindi gli uomini mafiosi non parlavano con le donne, in
realtà la gran parte dei collaboratori di giustizia sono uomini.
Il problema è anche come sono stati rappresentati i mafiosi nei film e nei romanzi.
In ogni caso il silenzio è un fatto fondamentale. “se tu vuoi capire la mafia devi capire i silenzi”.
Se vai in un posto e vedi silenzio totale questo silenzio deve esser interpretato.
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Esempi: vi sono stati danneggiamenti di richieste di pizzo e quando gli inquirenti andavano dalle vittime essi
facevano finta di non saper niente. Se uno non comprende il silenzio presuppone che non vi sia stato reato
anche se in realtà era un silenzio per paura
Silenzio sulle donne. Fino al 1860 l’idea di fondo era che la mafia è una organizzazione di uomini d’onore e
quindi le donne non c’entravano. Questa cosa fu introiettata non solo dai mafiosi ma anche dalle forze
dell’ordine che combattevano la mafia come una sorta di galateo. (NInetta Bagarella, moglie di Totò Riina).
La ratio è che nel mezzogiorno fino a 50 anni fa l’uomo aveva la rappresentanza sociale mentre la donna no
ma in realtà nelle famiglie la donna determinava l’orientamento dei mariti ieri come oggi. La donna, quindi,
ha sempre avuto un peso però i primi di collaboratori di giustizia a cominciare da Buscetta e Mannoia
dicevano che le donne erano fuori. Vi era una sorta di patto non scritto tra mafiosi e anti-mafiosi sul non
parlare delle donne. In realtà esse andavano a trovare il marito in carcere e riportavano fuori le informazioni.
Negli ultimi anni la donna comanda una organizzazione mafiosa.
Vicino a Bologna vi era stato fatto uno sgarro ad un familiare di una famiglia importante, vanno dal capo
mafia si incontrano e decidono di dar risposta armata all’altra famiglia. Nella intercettazione vi è la nonna
che afferma che dovevano esser ammazzati tutti donne e bambini, uno degli uomini della cosca si preoccupa
per donne e bambini ma la nonna vuole eliminarli tutti.
Molte donne oggi spingono i loro uomini a collaborare con la giustizia, spesso sono donne non meridionali.
Oppure spinge l’uomo a non collaborare facendo leva sui figli “se tu collabori io non ti faccio vedere più i
figli”. Questo ci dice che i figli oggi hanno una importanza maggiore rispetto al passato e perché molte di
queste donne, nel paese del congiunto\familiare mafioso, si atteggiano da regine. Quando uno diventa
collaboratore di giustizia:
In primis si cambia avvocato e poi si chiede al PM di diventare collaboratore di giustizia. Il PM per prima
cosa sposta tutta la famiglia naturale fuori dal comune. Donna Maria perde il suo potere nel paese.
La donna, quindi, preferisce tenersi il marito in carcere.
il silenzio inizia a rompersi quando le donne entrano in magistratura e richiedono attività investigative
anche nei confronti delle donne.
Silenzio della chiesa.
-Inoltre, il linguaggio dei mafiosi è importante su alcune questioni. Vi è un silenzio pesante ed un linguaggio
esplicito senza dire una parola. Adesso non è più così ma un tempo in Sicilia si trovavano morti ammazzati
con un sasso in bocca ed esso affermava che la vittima aveva parlato troppo. Quel sasso dava l’idea di un
suggello eterno, quello non avrebbe più parlato. Era un omicidio tranquillizzante perché così si
ammazzavano solo i mafiosi non gente normale. Un omicidio di mafia di quel tipo non crea allarmismi
perché sono omicidi tra di loro.
-Capitava anche di trovare cadaveri con soldi nel taschino, era utilizzato perché vittima era un ladro della
mafia.
-Incaprettamento è una tecnica di omicidi efferata. Piedi e braccia collegati dietro con cappio sul collo.
Quando la vittima cercava di stendere i piedi si strozzava.
Dopodiché vi è un problema di una presenza mafiosa sui mezzi di comunicazione di massa. Sostanzialmente
questi mezzi spesso e volentieri creano dei miti. Subito dopo la guerra, Salvatore Giuliano ammazza un
carabiniere perché lo ha sorpreso con un sacco di grano perché stava facendo il contrabbandiere. Subito
dopo ammazza un altro carabiniere perché aveva osato chiedere al padre dell’agente informazioni sul figlio.
Inizia a passare come un mito perché nessuno lo prendeva perché si era arruolato con l’esercito
indipendentista. Un giornalista lo trova e lo fotografa e balza alla cronaca come un mito. Verrà poi
ammazzato da un suo parente mafioso.
Il film il padrino era una invenzione straordinaria dove il padrone ha l’immagine di una mafia arcaica e
potente non coincidente con la reale presente negli Usa. Dopo il film del padrino molti mafiosi siciliani
iniziarono ad atteggiarsi come il padrino perché si era creato il mito.
Inoltre, i mafiosi vogliono esser considerati come uomini d’onore. E che uomini d’onore sono se
ammazzano donne e bambini. L’immagine prevalente del mafioso per decenni è stata come uomo d’onore.
Al posto giusto al momento sbagliato libro che elenca tutte le vittime femminili da parte della mafia. La
prima donna è stata ammazzata per sbaglio. Durante maxiprocesso uno chiede la parola perché 2 giorni
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prima era stato ammazzato un giovane di 11 anni a Palermo dicendo che loro non c’entravano. Noi chi?
Essendoci 140 imputati fa questo perché 1 anno prima a Pizzolungo esplode una auto bomba che ammazza 1
madre e 2 figli, perché in quel momento doveva passare il giudice Palermo che conduceva le indagini. Le
donne mafiose si erano imbestialite. Questo spiega perché quello ha detto che le donne non c’entravano.
Per impedire di parlare a Mannoia gli hanno ucciso, la madre la sorella e la figlia.
Il problema è che i mafiosi non hanno inventato nulla ma hanno avuto la capacità di prender parole nostre e
capovolgerle. Come per il termine famiglia, o il termine battesimo (per noi l’ingresso dell’infante che
entrava nella comunità cristiana, per loro l’ingresso del giovanotto che diventa picciotto).
Il mafioso che usa la violenza si vanta di risolvere i problemi senza ricorrere alla violenza. Camillo
Camilleri racconta che aveva incontrato un mafioso italo-americano Nicky Gentile che gli fa una lezione di
mafia. Camilleri fu talmente colpito “voi venite da me con pistola in mano e mi dite di inginocchiarmi, ma il
fatto che voi venire da me non pistola non vi rende mafioso ma uno stronzo con pistola. Se invece tizio va da
caio senza pistola e caio chiede perché e tizio spiega perché è meglio per lo stesso Caio di inginocchiarsi.
I mafiosi giocano sul fatto che anche se non hanno la pistola in mano possono usarla, fanno mira sul fatto
che la persona normale sa chi è il mafioso, la sua caratura. Quindi sai che lui ha la capacità della violenza. I
mafiosi hanno questa ambizione.
È capitato che nei paesi c’è un ragazzo innamorato di una ragazza. Ma a lei ne alla famiglia di lei non piace.
Nell’800 il fatto che la donna diceva di no ma lui insisteva metteva in circolo malelingue sulla donna. Il
padre della donna si rivolgeva al mafioso e questo faceva finire il corteggiamento e le malelingue. Il padre
però sarebbe stato debitore in eterno al mafioso e al contempo aumentava la fama del mafioso.
Noi dobbiamo guardare perché la storia della mafia è una storia di successo.
Venerdì 10 ottobre
Perché un fenomeno come la mafia è durato così a lungo? Secondo la maggior parte degli storici, la mafia
sarebbe nata appena dopo l’Unità d’Italia, quindi nella seconda metà dell’Ottocento (1865). Tuttavia, il
professore non è d’accordo con questa interpretazione. Egli sostiene che forme di organizzazione mafiosa
esistevano già prima, anche se non si usava ancora il termine “mafia”. Tale termine comparve ufficialmente
nel 1863, grazie a una rappresentazione teatrale di Rizzotto e Mosca dal titolo “I mafiosi di la Vicaria”
(ambientata nel carcare palermitano della Vicaria). Da quel momento la parola “mafia” si diffuse e andò a
sostituire un termine più antico, “camorra”, che fino ad allora indicava forme di criminalità organizzata,
soprattutto al Sud. Ma, secondo il professore, non è corretto dire che la mafia “nasce” in quel momento: in
realtà, esisteva già, solo che non aveva ancora un nome preciso. Fa una metafora: come un bambino appena
nato non sa ancora chi è, né come si chiama, così la mafia dei primi anni dell’Ottocento esisteva, ma non
aveva ancora un’identità definita, un nome definito.
Per capire le origini della mafia, dunque, bisogna guardare già ai primi decenni dell’Ottocento, quando
arrivarono in Italia i francesi, che ci rimasero circa dieci anni. Durante la loro presenza fecero molte cose
negative (come saccheggi e ruberie), ma due innovazioni furono fondamentali per il futuro della società
italiana:
1. 2. L’introduzione del Codice penale, che rappresentò una grande novità nel diritto moderno.
L’abolizione della feudalità, che da Nord a Sud ebbe conseguenze economiche e sociali enormi. Con
l’abolizione del feudalesimo, grandi estensioni di terre, che prima erano di proprietà demaniale, diventarono
proprietà private. I nuovi proprietari recintarono i terreni e ne vietarono l’uso pubblico: i contadini e la
popolazione locale non
poterono più accedere a risorse essenziali come legna, acqua o erba per il bestiame. Questo creò un forte
malcontento tra la popolazione, che si trovò improvvisamente privata di ciò che aveva sempre usato per
vivere.
I nuovi proprietari, per difendere le loro terre da furti e invasioni, assunsero dei guardiani, una figura simile
ai “bravi” dei Promessi sposi di Don Rodrigo, cioè uomini che eseguivano gli ordini del padrone e
proteggevano la sua proprietà. Parallelamente, nel Mezzogiorno (ma anche al Nord) si diffusero bande di
banditi, persone escluse dalla società o ricercate per reati di sangue. Il termine “bandito” deriva proprio dai
“bandi” pubblici con cui si affiggevano i nomi dei criminali sulle mura delle città, dichiarandoli fuori legge.
Inizialmente, queste bande non erano organizzate e si limitavano a furti, rapine o violenze. Ma nei primi
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decenni dell’Ottocento avvenne un cambiamento: alcuni gruppi cominciarono a darsi una struttura stabile,
con regole, gerarchie e obiettivi precisi. In altre parole, la criminalità cominciò a organizzarsi e a pensarsi
come qualcosa di duraturo, capace di sopravvivere anche alla morte del proprio capo. Da qui nasce la prima
vera forma di organizzazione mafiosa, con due elementi fondamentali:
• una struttura organizzata;
• la volontà di durare nel tempo, anche oltre la vita del fondatore.
Come prima detto, il termine “mafia” entrò nel linguaggio comune solo dopo il 1863. Tuttavia, il professore
cita una lettera precedente, scritta da un generale genovese che, trovandosi in Sicilia, raccontava al parente
dell’esistenza di un’organizzazione più terribile della Camorra, che lui chiamava “maffia” (con due “f”,
termine dialettale). Questa lettera è molto importante perché dimostra che il fenomeno esisteva già prima
della rappresentazione teatrale. Inoltre, questa testimonianza aiuta anche a chiarire un dibattito linguistico e
culturale sul significato della parola. Un grande etnologo siciliano, Giuseppe Pitrè, sosteneva che “mafia”
fosse un termine positivo, che indicava una persona coraggiosa, orgogliosa, capace di farsi rispettare —
perfino un bel cavallo poteva essere definito “mafioso”. Al contrario, nella lettera del generale del Nord il
termine ha un senso negativo, legato alla violenza e al crimine. Il professore spiega che non si tratta di una
contraddizione: è possibile che in alcune zone della Sicilia il termine fosse positivo, mentre in altre avesse
già
assunto un significato criminale. Dipendeva dal contesto culturale e sociale in cui veniva usato. In sintesi,
non si può dire che la mafia sia nata con l’Unità d’Italia, solo perché allora comparve il termine. Il problema
delle origini della mafia dobbiamo retrodatarlo rispetto a quella che è la convinzione maggioritaria negli
storici
italiani, che altro non è che una semplificazione storica. Le radici della mafia risalgono ai primi decenni
dell’Ottocento, quando nacquero nuove forme di criminalità organizzata legate ai cambiamenti sociali e
all’abolizione del feudalesimo. Secondo il professore, molti storici italiani sono stati “pigri” nel non voler
indagare più a fondo nel periodo precedente l’Unità. Per comodità, hanno fatto coincidere la nascita della
mafia con la nascita del termine. Ma la ricerca storica deve avere il coraggio e l’umiltà di cambiare idea,
quando emergono nuove prove e nuove interpretazioni. Solo così si può davvero comprendere perché un
fenomeno così potente e radicato come la mafia sia riuscito a durare così a lungo.
Perché la mafia ha avuto successo? La mafia non è semplicemente un fenomeno criminale fatto di omicidi,
furti o intimidazioni. Certo, c’è anche questo aspetto, ma non basta a spiegarne la forza e la durata. La mafia
ha avuto una fortuna particolare: ha saputo creare intorno a sé una fascinazione, un potere di attrazione. I
mafiosi non erano solo temuti, ma anche rispettati, in certi casi perfino ammirati. C’erano persone che
volevano imitare il loro modo di comportarsi. Questa “malia”, questa capacità di affascinare, è stata
decisiva: ha permesso alla mafia di costruire consenso sociale, di guadagnarsi il sostegno, o almeno la
tolleranza, di parti della popolazione. I mafiosi sono riusciti ad avere successo non solo perché sapevano
usare la violenza, ma anche perché hanno saputo creare una vera e propria cultura: una cultura nuova, nata
mescolando elementi delle classi alte (le élite, da cui hanno preso modelli di potere, linguaggio,
atteggiamenti) ed elementi delle classi popolari (subalterne), da cui hanno preso modi di vivere, codici e
legami locali. Questa fusione ha generato una cultura autonoma, un immaginario specifico: quello
mafioso.I mafiosi, nel tempo, hanno fatto circolare stereotipi, frasi, luoghi comuni, che hanno contribuito a
costruire l’immagine del mafioso rispettato, virile, coraggioso, leale. Un elemento centrale sono stati i
rituali di affiliazione, veri e propri atti
simbolici. A un certo ci si è chiesti: ma chi ha inventato questi rituali? Bisogna ricordare che nell’Ottocento
e ancora per buona parte del Novecento in Italia il tasso di analfabetismo era altissimo. Eppure i rituali
mafiosi erano scritti. Questo ci dice che non tutti i mafiosi erano ignoranti: qualcuno, dentro quelle
organizzazioni, sapeva leggere e scrivere (se si voleva imparare a leggere o scrivere all’epoca si andava dai
preti). In origine, però, i rituali si imparavano a memoria, per non lasciare tracce scritte. Se la polizia avesse
trovato quei fogli, sarebbe stata una prova diretta di appartenenza all’organizzazione mafiosa. Quando in
seguito questi rituali sono stati scritti, significa che l’organizzazione era ormai solida e strutturata, e che
dentro c’erano persone istruite. Questo aspetto è fondamentale, perché sfata un pregiudizio: non è vero che
la mafia è nata dall’ignoranza, dalle stupidaggini, dal sottosviluppo o dalla miseria. Secondo il professore,
chi ha pensato la struttura mafiosa erano persone intelligenti e colte, purtroppo. Anche nella storia del
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brigantaggio, del resto, ci sono stati baroni e potenti che organizzavano bande di banditi per usarli contro
altri signori (baroni).
Per durare e imporsi nella società, la mafia ha avuto bisogno di regole rigide, come ogni organizzazione
solida:
• La prima regola è il silenzio: nessuno deve parlare.
• La seconda è la fedeltà al capo: c’è un capo, e tutti gli altri gli devono obbedienza.
• La terza è l’identità religiosa: tutti devono essere cattolici.
I rituali servivano anche a dare una forma ideologica e morale alla mafia, una specie di scudo protettivo.
L’aspetto religioso era importante: dava senso di appartenenza. Tutti, nella vita, abbiamo bisogno di sentirci
parte di qualcosa. Per i mafiosi, non poteva bastare l’omicidio o la paura: serviva una dimensione collettiva,
simbolica. I rituali mafiosi, però, spesso non erano nemmeno chiari ai mafiosi stessi. Ma proprio per questo
affascinavano: erano solenni, misteriosi. È un po’ come la messa in latino: anche se non tutti capivano le
parole, il rito affascinava, dava sacralità, unione, forza al gruppo. Un episodio recente lo mostra bene (dieci
anni fa): in Emilia-Romagna, nel processo “Aemilia”, una donna della borghesia
bolognese, dirigente finanziaria, ricevette nel suo ufficio Nicolino Grande Aracri, potente boss calabrese
della ‘ndrangheta. Lei sapeva chi fosse, ma dopo l’incontro, intercettata dalla polizia, disse al marito: “Tu
non sai chi è venuto oggi. È venuto a trovarmi l’assassino, il delinquente. È venuto con la scorta perché lo
vogliono ammazzare. Mi ha fatto un grande onore riceverlo.” Questo episodio, avvenuto pochi anni fa,
dimostra che la fascinazione del mafioso non è solo un fatto antico. Anche oggi persone che non hanno nulla
a che fare con la criminalità possono provare ammirazione o curiosità rispettosa verso il boss. Ed è questo,
secondo il professore, il vero potere della mafia: non solo la violenza, gli omicidi, ma la capacità di costruire
un immaginario di rispetto e di onore.
I miti fondativi della mafia, la sua origine:
- Molti dicono che la mafia derivi dal brigantaggio, ma è una tesi sbagliata. Sono due fenomeni diversi. I
briganti dell’Ottocento erano spesso contadini poveri o disoccupati (componente sociale del brigantaggio),
che in tempi di crisi cercavano di occupare le terre promesse ma mai ottenut
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