CAPITOLO PRIMO
1. Europeana Fashion: Discover Europe’s Fashion Heritage
Il testo parte dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, entrato in vigore in Italia con decreto
legge n. 42 il 22 gennaio del 2004, che rappresenta oggi il principale riferimento istituzionale per
leggere la moda come parte della storia e del patrimonio culturale nazionale.
La novità più importante del Codice è l’introduzione del concetto di patrimonio culturale, che unisce
in un’unica definizione beni culturali e beni paesaggistici.
Questo permette di considerare la moda non solo come fenomeno economico o creativo, ma come
espressione culturale e storica di una comunità, fatta di oggetti, valori, regole sociali e simboli
condivisi.
La tutela del patrimonio culturale serve infatti a preservare la memoria collettiva e a promuovere lo
sviluppo della cultura.
Secondo il Codice, sono beni culturali sia oggetti mobili e immobili che abbiano valore artistico,
storico, archeologico o etnoantropologico, sia archivi, biblioteche, collezioni museali, fotografie,
film, manoscritti, oggetti artigianali, ville, spazi urbani, architetture rurali, ecc.
Tutti questi elementi possono riguardare direttamente o indirettamente la moda, che quindi rientra
pienamente nel patrimonio culturale.
Su questa base, il patrimonio storico della moda in Italia risulta molto ampio e comprende:
musei,
collezioni,
archivi,
eventi espositivi,
documentazione storica e industriale.
I musei della moda possono essere suddivisi in varie tipologie:
musei del tessile e dell’abbigliamento con macchine e prodotti,
musei aziendali,
musei con sezioni dedicate al costume,
musei dedicati agli stilisti.
Secondo i dati del SIUSA (
Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze
, in Italia esistono:
Archivistiche)
oltre 70 musei legati alla moda,
centinaia di archivi,
numerosi soggetti produttori e conservatori.
Il testo elenca poi in modo molto dettagliato i principali musei della moda regione per regione,
dimostrando che la presenza del patrimonio della moda è diffusa in tutto il territorio nazionale.
Nel 2004 viene anche proposto un Sistema museale della moda e del costume italiani, con
l’obiettivo di creare una rete coordinata di musei, con istituzioni principali come:
la Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze,
un Museo della moda italiana a Milano,
il Museo nazionale della seta a Como,
altre strutture pubbliche e private.
Le finalità del sistema museale sono:
conservare e restaurare il patrimonio,
promuovere la ricerca,
favorire scambi con musei internazionali,
sostenere giovani stilisti con premi e borse di studio,
diffondere la conoscenza della moda italiana in Italia e all’estero.
A livello europeo, la conservazione del patrimonio culturale è una priorità dell’Unione Europea, che
mira a:
valorizzare le identità nazionali,
rafforzare il senso di appartenenza comune,
promuovere cooperazione culturale tra Stati.
Nel 2011 viene istituito anche il Marchio del Patrimonio Europeo, che riconosce luoghi e progetti di
valore simbolico per la storia europea.
In questo contesto nasce il progetto Europeana Fashion (2012–2015), una rete di 22 partner in 12
Paesi europei che raccoglie e digitalizza oltre 700.000 oggetti legati alla moda, rendendoli
consultabili gratuitamente online.
Il progetto coinvolge importanti musei, archivi e fondazioni, ed è coordinato dall’Italia tramite la
Fondazione Rinascimento Digitale.
L’obiettivo è condividere e valorizzare il patrimonio della moda europea attraverso il digitale,
favorendo l’accesso pubblico e la cooperazione internazionale.
2. Archivi della moda del Novecento
Parallelamente ai musei, in Italia assume grande importanza il progetto “Archivi della moda del
Novecento”, coordinato dall’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI) con il Ministero per
i Beni Culturali.
Il progetto nasce per salvare, valorizzare e rendere accessibile il patrimonio archivistico della moda
italiana del Novecento, considerato fondamentale per la memoria storica e per il futuro del made in
Italy.
Gli archivi della moda comprendono:
archivi cartacei (documenti, corrispondenza, contabilità),
archivi materiali (abiti, accessori, prototipi),
fotografie, video, cataloghi, riviste.
Sono coinvolti:
musei della moda,
fondazioni private,
scuole di moda,
aziende,
associazioni di categoria.
Il punto centrale del progetto è il portale online “Archivi della moda del Novecento”, inaugurato nel
2011, che ha lo scopo di:
tutelare la memoria della moda italiana,
rendere accessibili le fonti storiche,
diffondere la conoscenza presso un pubblico ampio, soprattutto giovani.
Il portale utilizza standard archivistici internazionali, garantendo rigore scientifico e collegando
sempre ogni oggetto digitale al proprio contesto archivistico, per evitare che venga isolato dal suo
significato storico.
Il portale è parte del Sistema Archivistico Nazionale (SAN), quindi gli archivi della moda sono
riconosciuti come parte integrante del patrimonio archivistico italiano.
Attraverso il portale è possibile consultare:
centinaia di archivi,
soggetti produttori e conservatori,
migliaia di prodotti e oggetti digitali,
biografie di stilisti,
percorsi tematici,
una storia della moda per decenni.
Il sito è organizzato in diverse sezioni:
portale informativo, soggetti aderenti, storia della moda, protagonisti, percorsi tematici, strumenti di
ricerca, multimedia, notizie e motore di ricerca.
Una funzione importante è la scheda prodotto, che permette di seguire tutto il processo creativo:
dal bozzetto all’abito finito, fino alla ricezione da parte della stampa e del pubblico.
In generale, il portale non vuole essere solo un archivio statico, ma uno strumento per trasmettere
la memoria della moda e collegare passato, presente e futuro.
Il testo conclude sottolineando che anche altri portali tematici del SAN (impresa, musica,
architettura, territori, Mediterraneo, antenati) vanno nella stessa direzione:
usare il digitale per rendere il patrimonio culturale accessibile, condiviso e utile alla società,
superando l’idea degli archivi come luoghi riservati solo agli specialisti.
3. Tra Nuova Storia e Post Social History: un nuovo paradigma
Nel contesto attuale, oltre alle opportunità offerte dalle tecnologie del web, esiste un problema
legato all’uso pubblico della storia. Questo problema riguarda sia il rapporto tra storia e politica sia
il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa. La storia contemporanea è infatti strettamente
collegata ai media, che nascono nello stesso periodo degli eventi che raccontano, come il cinema,
la televisione e i nuovi media. Come osserva De Luna, questi mezzi hanno nel loro “DNA” il
cambiamento continuo, la rapidità delle trasformazioni tecnologiche e caratteristiche tipiche dell’età
contemporanea.
In questo contesto diventano molto importanti le nuove fonti storiche, come la fotografia, il cinema,
le fonti orali e audiovisive, le tecnologie informatiche e il web. Queste fonti permettono di studiare
non solo le idee, ma soprattutto le pratiche, le azioni, le credenze, i progetti di vita, le mentalità, le
ideologie e gli immaginari sociali. Esse sono il risultato dell’evoluzione tecnologica degli ultimi due
secoli e allo stesso tempo riflettono i modi di comunicare e di relazionarsi delle società
contemporanee, sul piano politico, sociale, economico e antropologico.
L’uso di queste fonti si colloca tra la Nuova Storia e la Post Social History, due orientamenti
storiografici che cercano di superare i limiti della storiografia tradizionale. In questa prospettiva, Le
Goff e Nora, nel volume Fare storia, individuano tre processi che caratterizzano il rinnovamento
della storiografia:
1. nuovi problemi che mettono in discussione la storia stessa;
2. nuovi approcci che rovesciano settori tradizionali della disciplina;
3. nuove tematiche sul piano epistemologico.
Secondo Le Goff, lo studio delle mentalità permette di andare oltre la storia economica e sociale e
di superare un marxismo considerato riduttivo. La mentalità si colloca nel punto di incontro tra
l’individuo e il collettivo, tra il lungo periodo e la vita quotidiana, tra l’inconscio e l’intenzionalità, tra
le strutture e le contingenze. Essa riguarda ciò che accomuna individui socialmente molto diversi
ed è legata alla dimensione del quotidiano e dell’automatico, cioè a ciò che sfugge alla piena
consapevolezza dei soggetti. La storia delle mentalità non studia i fenomeni in sé, ma le
rappresentazioni dei fenomeni, cioè il modo in cui essi sono stati vissuti, e per questo utilizza i
documenti dell’immaginario.
Diventa quindi necessario collegare la storia delle mentalità alla storia dei sistemi culturali, delle
credenze, dei valori e dei contesti sociali in cui le mentalità si formano. Tuttavia, secondo Le Goff,
questo ambito rimane una “storia ambigua”, perché non è ancora completamente definito dal punto
di vista metodologico.
In questo quadro si sviluppa la Post Social History, un orientamento storiografico di origine
anglosassone, che cerca di superare l’ambiguità della storia delle mentalità attraverso l’uso
combinato di fonti istituzionali e nuove fonti. Essa nasce anche dall’esigenza di andare oltre le
contrapposizioni tra materialismo e idealismo, oggettivismo e soggettivismo, proponendo una
nuova interpretazione della società.
La storiografia tradizionale parte dalle strutture socio-economiche per spiegare le pratiche culturali.
Il nuovo paradigma, invece, sostiene che la realtà sociale è sempre mediata dalle categorie
concettuali attraverso cui gli individui la comprendono. Queste categorie non sono né un semplice
riflesso né una semplice espressione della realtà, ma appartengono a un ambito sociale con una
propria logica storica. Esse formano una rete di relazioni che contribuisce attivamente alla
costruzione dei significati.
Per questo motivo, il punto di partenza dell’analisi non sono più le strutture, ma le pratiche, intese
come lo spazio in cui si incontrano i vincoli sociali e l’iniziativa individuale. L’azione viene spiegata
attraverso i significati che gli individui attribuiscono al contesto in cui agiscono.
Questo nuovo paradigma utilizza il concetto di immaginario sociale, elaborato da Charles Taylor,
che indica il modo in cui le persone comuni immaginano la loro esistenza sociale e i loro rapporti
con gli altri. Questo avviene più spesso attraverso immagini, storie e narrazioni che non attraverso
teorie esplicite. L’immaginario sociale è condiviso da ampi gruppi sociali e rende possibili pratiche
comuni e forme di legittimità collettiva. Esso costituisce uno sfondo non completamente strutturato,
che orienta il senso delle pratiche e della vita sociale.
All’incrocio tra Nuova Storia e Post Social History emerge quindi una prospettiva che supera le
opposizioni tradizionali, come pubblico e privato, soggettivo e oggettivo, materiale e ideale, visibile
e invisibile. Questa prospettiva si interroga su che cosa sia realmente il sociale nella storia sociale.
In questo quadro, le categorie concettuali non derivano da semplici rappresentazioni, ma da
processi genealogici, cioè da trasformazioni storiche di categorie precedenti.
Il nuovo paradigma è inoltre collegato al concetto di sistema sociale elaborato da Luhmann, che
può riferirsi alle interazioni, alle organizzazioni o alle intere società. Nell’immaginario sociale, il
rapporto tra visibile e invisibile è di tipo “chiasmico”, cioè ciò che è visibile rimanda sempre a ciò
che resta nascosto, e viceversa. Questo rende legittimo l’uso delle nuove fonti come strumenti
fondamentali per studiare gli immaginari sociali tra pubblico e privato. La fotografia, e
successivamente il cinema, la televisione e il video, introducono nuove pratiche sociali che
permettono di osservare e rappresentare la vita quotidiana, la moda, lo sport, la scienza e molti
altri ambiti.
4. Digital Archives for Social History of Fashion and Costume
Alla luce di questo nuovo paradigma storiografico nasce il progetto “Patrimonio culturale a Rimini e
in Romagna: Archivi del Fashion e della Moda tra Ottocento e Novecento”, promosso
dall’Università di Bologna (Campus di Rimini) in collaborazione con istituzioni archivistiche e con la
Cattedra Unesco Unitwin, in linea con le politiche culturali dell’Unione Europea.
Il progetto parte dall’idea che la produzione sartoriale e di moda costituisca una componente
fondamentale del Patrimonio culturale e del Patrimonio sociale delle comunità. I principali ambiti di
ricerca riguardano:
a) il rapporto tra archivi e moda;
b) la storia del fashion e il patrimonio sociale, con attenzione alle città e agli archivi della moda e
alle relazioni tra creatività e sviluppo locale;
c) la proposta di modelli di Fashion Archive e Costume Archive per la promozione territoriale;
d) la promozione del brand attraverso strumenti pubblicitari;
e) l’analisi del tessuto socio-economico a partire dall’Ottocento.
La ricerca prevede il censimento, l’ordinamento e la valorizzazione di archivi di imprese, laboratori
sartoriali, fondi fotografici e collezioni private, con attenzione al contesto storico e culturale. Gli
obiettivi principali sono: ricostruire il contesto storico tramite archivi pubblici e privati; creare un sito
web con biografie, censimento delle fonti e collegamenti ai principali archivi; produrre riproduzioni
digitali dei materiali.
Il lavoro si articola in tre fasi:
1. censimento degli archivi pubblici e privati;
2. selezione e digitalizzazione dei materiali;
3. realizzazione del portale per la consultazione remota dei documenti.
Elemento centrale è la creazione di un archivio digitale secondo i criteri delle Historical Information
Sciences (HIS) e delle Digital Humanities, che studiano l’informazione storica tramite strumenti
informatici. In questo quadro, nel 2013 si è svolto a Rimini il primo workshop internazionale
dedicato agli archivi digitali per la storia sociale della moda e del costume.
Il progetto sottolinea che la storia della moda non è solo storia degli oggetti materiali, ma anche
storia degli immaginari sociali, delle pratiche, delle istituzioni, dei mercati, delle leggi, dei consumi,
dell’estetica e delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si trasmettono nel tempo.
Per studiare questi fenomeni è necessaria la consultazione di fonti eterogenee: documenti giuridici,
politici, amministrativi, fondi fotografici, archivi d’impresa, archivi ecclesiastici, camere di
commercio, stampa. In Italia manca ancora un corpus strutturato di dati digitali per la storia sociale
della moda.
Il progetto si inserisce inoltre nelle politiche europee sulle industrie culturali e creative (Libro Verde
UE 2010), che riconoscono il ruolo della creatività nello sviluppo economico. Le industrie culturali
producono beni che veicolano espressioni culturali; le industrie creative usano la cultura come
input, come nel caso del design e della moda. In un’economia sempre più digitale, il valore
immateriale e l’esperienza diventano centrali.
Lo studio della moda come patrimonio si collega quindi alla riflessione sul futuro del passato e sul
ruolo della storia nell’epoca digitale. Studiare la contemporaneità significa analizzare non solo
istituzioni e politica, ma anche percezioni, emozioni, vita quotidiana e comportamenti collettivi.
In questo senso si afferma il concetto di Patrimonio sociale, che comprende sia elementi materiali
sia immateriali, in linea con la Convenzione Unesco sul Patrimonio Culturale Immateriale (2003),
che include pratiche, saperi, tradizioni, espressioni culturali e artigianato. La distinzione tra
patrimonio tangibile e intangibile diventa sempre più artificiosa, perché i valori culturali si
esprimono attraverso oggetti e pratiche insieme.
Il concetto di patrimonio si è progressivamente ampliato: da semplice tutela dei monumenti a
comprensione della memoria sociale, delle tradizioni, del linguaggio, del costume e della moda
come parte dell’identità collettiva. Attraverso lo studio del patrimonio sociale è possibile costruire
un senso storico condiviso, come intreccio tra tradizione vivente e ricerca storica.
CAPITOLO SECONDO
Signore e signori tra pubblico e privato
1. Italie transoceaniche
Nel 1911 l’Italia celebra i cinquant’anni dell’Unità nazionale, proclamata il 17 marzo 1861. Queste
celebrazioni rappresentano una grande festa della nazione e costituiscono un momento
fondamentale per riaffermare il mito nazionale, inteso come principio etico e politico capace di
unire i cittadini dell’Italia unita (Gentile).
L’anniversario diventa anche l’occasione per fare un bilancio del percorso compiuto dall’Italia verso
la modernità. Accanto alle cerimonie patriottiche che ricordano il Risorgimento, vengono
organizzate esposizioni, mostre e congressi per mostrare i progressi economici, sociali e culturali
del Paese. L’obiettivo è dimostrare che la “Grande Italia”, sognata dai patrioti risorgimentali, sta
diventando una realtà concreta. La costruzione dello Stato nazionale è vista come la prima tappa
necessaria per l’ingresso dell’Italia nella civiltà moderna.
Nel 1911 si parla quindi di Italia industriale e di grande potenza emergente. Francesco Saverio
Nitti, ministro dell’Industria, inaugura l’Esposizione universale di Torino sottolineando come, in
cinquant’anni, l’Italia abbia sviluppato una nuova vita industriale e una nuova civiltà, nonostante le
difficolt&agr
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