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● DISSENSO PARZIALE E GLOBALE
Un dissenso sociale verso il diritto può essere motivato indifferentemente da scelte di valore o
di mera opportunità, ed assumere varie forme, manifeste o latenti. Ad esempio, in Italia, si
riscontra un sentimento diffuso di sfiducia verso l'amministrazione della giustizia, in relazione
alla cronica incapacità del sistema di rendere tali servizi in tempi ragionevoli; tale sentimento
viene riferito esplicitamente dal pubblico quando si svolgono ricerche sull'argomento, ma è
anche desumibile dai comportamenti sociali, in quanto tale inefficienza induce la cittadinanza a
scegliere altre vie per risolvere i conflitti, optando per la rinuncia alla pretesa, alla ricerca di un
accordo negoziale ecc. in base al tipo di controversia.
Un succedersi di tali comportamenti fa nascere un'istituzione alternativa, un equivalente
funzionale (ad es. il rifiuto di intervento della magistratura in materia di adulterio, norma poi
dichiarata incostituzionale).
Podgorecki ha distinto 3 tipi ideali di legittimazione politica:
1. Tradizionale -> basato sul ripetersi di pratiche istituzionali.
2. Carismatico -> basato sulle doti superiori di un capo.
3. Razionale-legale -> basato sulla gestione del potere attraverso un sistema di regole
che fissano tanto le finalità quanto i mezzi per conseguirle, vincolando, oltre ai
governati, anche i governanti.
Secondo egli, una classe di governo può cercare di acquisire la legittimazione attraverso la
falsa coscienza, ovvero utilizzando massicciamente la menzogna del potere, od introducendo
la convinzione che ogni altra alternativa sarebbe peggiore di quella presente, stanziando una
legittimazione "a vicolo cieco".
Ancora, può incoraggiare un sistema articolato di corruzione e di scambi sotterranei di favori
illeciti, ed anche contare su una legittimazione oppressiva, cioè concetto con cui si intende la
pratica sostanziale da arte dei governati di modi di vita divergenti da quelli ufficiali e fondati sul
diritto intuitivo della gente.
L'impiego o meno di tali strumenti può consentire ad una classe di governo di uscire dalla crisi
o di prolungare la propria sopravvivenza per qualche tempo. In caso contrario, essa può
naufragare e trascinare con sé il sistema politico e tutto l'apparato giuridico che avrebbe dovuto
legittimarlo, situazione definita come "rivoluzione".
Le rivoluzioni, secondo Berman, causano violenti sconvolgimenti, rovesciando i precedenti
sistemi politici, economici, religiosi e culturali mediante un cambiamento rapido, fondamentale,
violento e duraturo del sistema, sociale nel suo complesso, cercando la propria legittimazione
in una norma fondamentale, un passato remoto, un futuro apocalittico.
A tale definizione si criticano i fatti che esse debbano essere violente e rapide, in quanto
possono esservi anche senza l'ausilio di forza e con un processo non repentino.
Secondo egli, ciascuna rivoluzione ha generato un nuovo sistema di diritto, che ha portato
cambiamenti alla tradizione giuridica, ma che alla fine si è collocato all'interno della tradizione
stessa. Ad esempio, la rivoluzione americana non è riuscita a respingere interamente la
common law inglese ed il principio dello stare decisis, pur restringendone la portata.
IPOTESI
Il diritto ha seguito ogni spinta globalistica, differenziandosi a seconda delle epoche e delle
culture.
Negli ultimi decenni si è verificata una de-temporalizzazione ed una de-spazializzazione del
diritto, a causa della rivoluzione informatica, che ha annullato i tempi della comunicazione
simbolica e ridotto al minimo anche quelli di molte produzioni materiali. L'annullamento dei
tempi comporta anche l'annullamento degli spazi, erosi anche dalla fine della terra incognita,
delle aree vergini da scoprire e da sfruttare.
L'annullamento o la riduzione delle dimensioni spazio-temporali influisce sulla vita privata, sulla
cultura e sull'organizzazione sociale: da un lato ne derivano vantaggi, da altri svantaggi. La
sfera personale è divenuta perforabile da messaggi, minacce e controlli invasivi, la cui fonte è
inattingibile.
La sfera culturale tende a conformarsi agli stili, alle espressioni ed alle abitudini che i media più
potenti propagano senza confiniti.
Il fatto che la globalizzazione possa essere democraticamente governata a livello mondiale è
un'illusione. Punto di equilibrio potrebbe essere quello delle grandi organizzazioni territoriali,
che potrebbe esprimere un'organizzazione giuridica interna abbastanza articolata da bilanciare
una moltitudine di istanze diverse e simultaneamente operare all'esterno per la costruzione di
un ordine internazionale negoziato e non imposto.
IL CARCERE
SOCIOLOGIA E CARCERE
Il carcere emerge verso la fine del 700 come principale risposta al fenomeno della criminalità.
La gestione della devianza e della criminalità fu dettata da 4 cambiamenti:
1. Crescita del coinvolgimento dello Stato nel controllo del crimine, con il conseguente
sviluppo di un apparato burocratico e centralizzato per la sua punizione ed il suo
trattamento.
2. Progressiva differenziazione dei devianti in categorie specifiche cui vengono
associate conoscenze scientifiche specializzate monopolizzate da esperti
riconosciuti nel settore.
3. Sviluppo di meccanismi istituzionali di esclusione e segregazione costruiti al fine di
una modificazione del comportamento dei reclusi (ad es., ospedali psichiatrici,
riformatori ecc.).
4. Emergere di una pena che si indirizza alla mente, invece che al corpo del
condannato, nella convinzione di poterne modificare la personalità.
In Italia, Beccaria si scaglia contro la pena di morte e la tortura, avanzando la necessità di un
sistema giuridico civile che abbandonasse l'arbitrio delle disposizioni precedenti, garantendo
giustizia, libertà ed eguaglianza, trasformando il suddito in cittadino.
Il paradigma funzionalista, assumendo che la legge rifletta la volontà comune del corpo sociale
circa le norme del vivere collettivo, propone una definizione del crimine come risultato
dell'esigenza di difendere gli interessi comuni di una società.
All'interno di tale matrice consensuale spicca Emile Durkheim, il quale si interrogò sulle forme
del castigo e sulla loro adeguatezza rispetto alle trasformazioni sociali.
Durkheim si concentra sugli effetti ed i processi che, di fronte all'infrazione di una norma,
ridefiniscono gli assetti di valore di una data società. Secondo egli, le rappresentazioni
collettive costituiscono gli assi portanti della società, nella misura in cui sono fondamentali per
sostenere la coscienza collettiva, senza la quale la società si dissolverebbe.
Pertanto, il soggetto che infrange le norme, seppur destabilizzante per la società, svolge per
essa una funzione positiva, quella di aumentarne la coesione, rafforzando la linea di
demarcazione tra normale e patologico.
Dunque, la norma è utile alla società per la sua funzione conservativa, per la reazione che
provoca nel corpo sociale, promuovendo nuove narrazioni condivise circa la necessità di
aderire alle norme, avendo dunque la norma funzione preventiva.
Circa la pena detentiva, egli afferma che l'intensità della punizione si presenta come
inversamente proporzionale all'evoluzione della società che la applica. Egli ritiene la forma
della pena legittima, ma imperfetta, da doversi realizzare in condizioni di detenzione più
dignitose e mediante sistemi di trattamento più efficienti.
Un orientamento diverso è espresso dai sociologi della scuola di Francoforte, Rusche e
Kirchheimer, i quali interpretarono, nel testo Punishment and Social Structure, l'evoluzione
della pena nel mondo occidentale come conseguenza all'andamento generale del mercato del
lavoro.
Costoro vogliono mostrare come il mercato del lavoro possa condizionare le pene inflitte,
determinando il valore sociale della vita umana: quando la manodopera è in eccesso rispetto
alle esigenze del mercato, le pene possono permettersi di essere brutali e violente, mentre
quando la forza lavoro è scarsa, la pena deve rispettare maggiormente la vita umana,
sfruttandone la manodopera.
Tra il '600 ed il '700, infatti, nascono le prime carceri, la pratica dei lavori forzati e le galere. Con
la rivoluzione industriale, dettato da eccedenza del lavoro, il carcere assume una mera
funzione di contenimento di masse di diseredati, rimasti esclusi dal nascente ordine
capitalistico.
Michel Foucault, nella sua opera Surveiller et punir, descrive i cambiamenti della penalità in
Europa e negli USA come espressione di nuove forme nell'esercizio del potere all'interno della
società.
L'invenzione della prigione risponderebbe ad una strategia di dominio delle classi dominanti,
interessate a dividere al proprio interno le classi lavoratrici, ad assicurare il rispetto della legge
e della proprietà privata, ad affermare la distinzione tra violenza legale ed illegale, nelle forme
della politica e della criminalità. Dunque, la macchina penitenziaria non mirerebbe ad abbattere
la recidiva, ma a rafforzare l'identità criminale, creando la perpetuazione della devianza
all'interno di un ceto sociale identificato e, pertanto, meglio controllabile.
Gli studi interazionisti, analizzando i processi di stigmatizzazione e di etichettamento,
promuovono una contestazione alle istituzioni repressive, mettendone in discussione le funzioni
dichiarate e portando alla luce i danni provocati dalle pratiche penitenziarie su soggetti e
comunità.
Goffman, nel test Asylums, descrive l'istituzione totale come forma istituzionalizzata di violenza
ed attacco all'identità degli internati. L'istituzione totale viene definita come luogo di residenza e
di lavoro di gruppi di persone che, tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di
tempo, si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un
regime chiuso e formalmente amministrato.
Le "istituzioni totali" sono luoghi in cui tutti gli aspetti della vita dell'individuo ricadono sotto la
medesima autorità, in cui ogni fase delle attività giornaliere viene svolta a contatto con molti
altri individui secondo ritmi stabiliti e regole formali imposti dall'alto e fatti valere da un corpo di
addetti, in cui le varie attività obbligatorie si presentano come parte di un piano razionale
finalizzato al raggiungimento degli scopi ufficiali dell'istituzione.
Sul passaggio all'interiorizzazione dell'etichetta deviante da parte del soggetto stigmatizzato da
processi di degradazione si concentra la teoria dell'etichettamento: una volta etichettato
come criminale, un individuo verrà considerato e trattato come tale, determinando,