GRECO
Plutarco (de liberis educandi “educazione delle bambine” / anche riconducibile con la paideia/ )
L’educazione del bambino e dell’adolescente per i greci
Plutarco definisce l’educazione impartita ai bambini e agli adolescenti come un tassello
estremamente importante per la definizione della loro persona in età adulta. Tuttavia pone delle
premesse particolari, perché afferma che prima ancora di occuparci di tutti gli aspetti pedagogici,
bisogna innanzitutto definire l’ereditarietà dei caratteri assunti dal nascituro. Si riteneva infatti che
una colpa assunta dal padre o dalla madre potesse ricadere sul bambino, soprattutto in quanto a
impatto di cattiva sorte e di bassa reputazione. Plutarco amplia di molto il concetto per cui chi ha
dei genitori illustri avrà una vita altrettanto illustre: nel momento in cui si fa parte di una città greca
nella quale ogni singolo cittadino gode di questo carattere di orgoglio, esso si esplica in un sentore
pubblico e comune, in cui si riscontrano collegamenti di carattere volitivo o comportamentale tra il
politico ateniese più insigne e il più comune tra i cittadini. Conseguentemente, Plutarco, nella sua
opera De liberis educandis, spiega i tre fattori principali che definiscono l’educazione del fanciullo:
la predisposizione naturale, l’istruzione (e, più ampliamente, il logos) e i comportamenti assunti in
seguito alla simulazione dell’ambiente che circonda il ragazzo. Sono fattori chiaramente
fondamentali e che devono essere totalmente soddisfatti, al fine di una corretta educazione, ed
includono sia gli esercizi mentali che ginnici. Questa varietà di componenti pedagogici era anche
stata asserita da Platone, il quale determinava la paideia come l’acquisizione di più discipline di
vario carattere. Tra l’altro Plutarco afferma che è proprio questa particolarità ad aver plasmato le
figure geniali di filosofi come lo stesso Platone, tuttavia l’autore dei Moralia possiede anche un
atteggiamento più realista nei confronti di chi non può soddisfare interamente quei fattori: infatti
sono l’impegno e la fatica a poterne sostituire uno per la corretta educazione, fin quando non si
raggiunge un livello più elevato rispetto a chi è nato con quella determinata predisposizione. Non
bisogna, di conseguenza, celebrare le doti innate come un qualcosa di irraggiungibile, e non è
nemmeno lecito basarsi unicamente su quelle, nel momento in cui si ha la fortuna di possederle: non
sono infatti queste a determinare la perfezione, quanto la dedizione dietro ad essa. Inoltre, le azioni
che si decide di proseguire sono sempre precedute da un’educazione: quanto più sarà accurata e
corretta quest’ultima, tanto più si avranno modelli di vita corretti. Per quanto riguarda questi ultimi,
bisogna insegnare i valori del giusto e del bene alle menti più suggestionabili dei bambini, in quanto
più in procinto di assimilare ed apprendere, e questo, secondo Plutarco, deve avvenire soprattutto
attraverso un’adesione alla naturalità: deve essere la madre ad allevare il proprio figlio, o, se
impossibilitata, ad attuare una cernita e scegliere la migliore tra le nutrici. Deve essere ferrea anche
la scelta del pedagogo: Plutarco afferma che c’è chi preferisce far istruire i propri figli da un
maestro a buon mercato oppure da uno scelto da conoscenti, quando, in questi casi, il pedagogo in
questione non educherà il bambino nel modo corretto, e soltanto quando egli sarà cresciuto, i
genitori si renderanno conto di aver commesso un errore nel non spendere denaro e impegno nella
scelta della corretta istruzione, quella che insegna appieno il bene come diceva Platone, ma anche la
temperanza, l’attitudine verso il sublime, la clemenza, la forza e la mitezza come diceva Luciano di
Samosata. Plutarco, esattamente come Platone, elogia la filosofia e chi la pratica: per il primo, il
filosofo è il perfetto maestro, per il secondo invece non è solo il pedagogo per eccellenza, ma, in
quanto tale, presiede al governo della Repubblica, la vera e principale responsabile della corretta
educazione dei bambini, futuri attivi cittadini. Altro elemento fondamentale è il riconoscimento
della virtù, della ricerca della felicità e dell’intelletto come valori superiori rispetto alla materialità
caratterizzata dalla volubilità e caducità: il filosofo è colui che padroneggia questo concetto, e, in
particolar modo, secondo Platone e Isocrate, compie le proprie gesta attraverso la dialettica.
ὁ ἀνηβᾷ, ὁ ἄλλα
Μόνος γὰρ νοῦς παλαιούµενος καὶ χρόνος τὰ πάντ’ἀφαιρῶν τῷ γήρᾳ
ἐπιστήµην.
προστίθησι τὴν
Ὅ γε µὴν πόλεµος χειµάρρου δίκην πάντα σύρων καὶ πάντα φέρων µόνην οὐ δύναται παιδείαν
παρελέσθαι.
sogno paideia e donna
sogno’ rappresentava, almeno in apparenza, il concreto resoconto dell’attività psichica svolta
durante il sonno, o meglio, secondo la concezione greca, una visione notturna3.
La trama ne risulta però rovesciata. Un giovane, pure di condizioni modeste, inizia a lavorare come
scalpellino per poi approdare a una splendida e fortunata carriera letteraria: così nel Sogno, ovvero
la vita di Luciano è narrata in prima persona la genesi di una vocazione.
Un adolescente () è destinato dalla famiglia a una redditizia professione tecnica in alternativa
all’incerto cammino degli studi umanistici, ed è per questo avviato alla bottega dello zio scultore
(§§ 1s.). Ma fin dal primo giorno di lavoro, a causa della propria maldestria, l’apprendista
scalpellino incorre nelle ire (e nelle busse) del mastro di bottega e torna a casa in lacrime; gli
appaiono quindi in sogno due donne, la personificazione di ‘Scultura’ e quella di Cultura () che se
ne contenderanno la vocazione, ciascuna elogiando le proprie doti e i vantaggi in grado di recare a
quanti ne diventeranno discepoli (§§ 15s.). La morale della favola consisterebbe dunque nella scelta
dell’io narrante a favore di Paideia, i cui buoni frutti sarebbero testimoniati dal successo ottenuto e
dalla stessa pubblica conferenza recitata presso la propria città natale, appunto il Sogno, a esempio e
incitamento di quanti altri giovani, anche se di umili condizioni, intendano seguire la medesima, per
quanto ardua, strada (§§ 17s.).
I sogni, le aspirazioni diventano dunque realtà. Ovvero a posteriori la possono descrivere, come
appunto risulterebbe da questo breve scritto lucianeo: racconto morale ed edificante, apologia del
mestiere letterario e della funzione di legittimazione sociale della letteratura rispetto ad altre
banausiche attività. Il contesto autobiografico consisterebbe quindi nella rivendicazione orgogliosa
di un’ascesa sociale da consegnare come modello vincente al proprio pubblico e ai posteri.
Le interpretazioni correnti del Sogno sono sotanzialmente di questo tenore, anche quando non ne
viene riconosciuta l’attendibilità di testimonianza autobiografica. L’identificazione tra l’io narrante
e l’autore sarebbe infatti ovvia e immediata: Luciano torna nella propria città natale – come
parrebbe esplicitamente dichiarato nelle ultime righe dell’opera (§ 18, ) – per ostentare la
propria brillante carriera, inizialmente sollecitata appunto dall’apparizione in sogno di Paideia.
La narrazione del sogno aveva appunto lo scopo (&8& & I ( . W) – scrive Luciano alla
conclusione di questo scritto (§ 18) – di sollecitare i giovani a volgersi al meglio, appunto a seguire
paideia soprattutto per quanti di essi si trovino in cattive condizioni economiche e rischino perciò di
scivolare verso la “via peggiore” e così rovinare la propria nobile natura (-
Ma l’esito proposto (e enfatizzato come un modello da seguire: è appunto il contrasto tra lo slancio
iniziale verso mete alte e nobili e gli esiti di questo ritorno di cui la fittizia prolalia mette in atto una
caricaturale rappresentazione. Alla fine dei conti l’unico risultato raggiunto e posto all’attenzione
del pubblico è il superamento della miseria (penia) a fianco di una fama precaria, nemmeno
enunciata ma solo paragonata, attraverso una litote, a quella degli oscuri scalpellini
(((Quella notte stessa gli apparvero in sogno due donne che se lo contendevano: l’Eloquenza e la
Scultura. Ricordandosi di ciò che era accaduto quel giorno, tra le due Luciano scelse allora la prima,
e divenne sofista, girando il mondo osannato dalle folle.
Questo ci racconta Luciano stesso nella sua opera Sogno.)))
L’originalità di questo autore dallo spirito mordace e scettico che si beffa di tutto e di tutti, degli dei
e degli uomini, dei filosofi e dei letterati, è maggiormente evidente nei “Dialoghi” (Dialoghi degli
Dei, Dialoghi Marini, Dialoghi dei morti, Dialoghi delle cortigiane) nei quali tratta nella forma
seriosa del dialogo filosofico, contenuti dai risvolti comici tipici umoristici tipici della commedia e
della satira. Tra questi vorremmo qui prendere in esame i quindici brevi “Dialoghi delle cortigiane”.
Con uno stile semplice e diretto l’autore ritrae in modo esemplare il mondo equivoco delle
ἑταίραι,
cortigiane (Luciano, che scrive in greco, le definisce etère, ma quelle cui dà voce in questi
dialoghi indicano nella realtà prostitute più o meno raffinate, spesso danzatrici o suonatrici chiamate
ad animare banchetti, non certo le etère mantenute da uomini potenti che godevano di privilegi e di
uno status molto diverso da quello delle semplici prostitute).
A differenza di altri suoi scritti, insieme alla consueta vena pungente troviamo una particolare
delicatezza e sensibilità nella descrizione dei caratteri e dei sentimenti, degli amori, delle gelosie,
delle speranze e aspettative di questo mondo femminile: giovani ragazze o donne più mature, che
suonano il flauto, cantano, danzano, offrono a pagamento il proprio corpo appagando i desideri
degli uomini. Luciano offre un autentico spaccato di vita di questo particolare mondo dell’Atene del
II sec. d.C., in modo da coinvolgere il l
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