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STORIA ECONOMICA SECONDO PARZIALE

Milano cambia volto (1973-2023)

Nel 1973 avvenne un evento che porta un punto di svolta decisivo che apre un

decennio complicato: Lo shock petrolifero subito dall’economie sviluppate nel

1973. Il tutto deriva dalla guerra del Kippur che impone una fortissima battuta

d’arresto alla crescita post-bellica, ponendo fine al miracolo economico di cui

anche Milano fu protagonista. Capiamo meglio il perché la guerra ha influito:

l’attacco della Siria e dell’Egitto verso Israele per recuperare i territori persi

dopo la sconfitta araba nella guerra dei sei giorni del 1967 ha conseguenze

pesanti sul mercato petrolifero perché 10 giorni dopo l attacco precisamente il

16 ottobre gli stati arabi dell OPEC ( organizzazione dei paesi esportatori di

petrolio) decisero di ridurre gradualmente la produzione di petrolio e di

aumentarne anche il prezzo cosi da impossibilitare l occidente a sostenere

Israele. Il culmine avviene poi il 19 ottobre dove gli arabi decretano l’embargo

del petrolio greggio agli stati uniti esteso da li a poco ai paesi occidentali (in

pratica divieto di esportare il petrolio a quei paesi). Questo comportò

ovviamente un impennata dei prezzi del petrolio che passarono da 2,9 dollari x

barile a circa 12 in pochi mesi.

CAMBIAMENTO DELL ITALIA

Negli anni Settanta l’Italia entra in una fase complessa della sua storia

economica. Le difficoltà nascono da una combinazione di fattori che si

presentano quasi simultaneamente e che mettono in tensione l’intero sistema

produttivo e finanziario del Paese. Il primo elemento di crisi è l’inflazione, che

raggiunge livelli mai visti prima. La dinamica dei prezzi è trainata soprattutto

dall’aumento dei costi energetici importati. Allora come oggi, quando l’energia

diventa più cara, le imprese vedono salire i costi di produzione e trasferiscono

questi aumenti sui prezzi finali, generando una spirale inflattiva difficile da

contenere. Negli anni Settanta e Ottanta i forti rialzi del petrolio, causati prima

dalla guerra dello Yom Kippur nel 1973 e poi dalla rivoluzione iraniana nel

1978, colpiscono profondamente un’economia come quella italiana, molto

dipendente dalle importazioni energetiche. Non a caso, tra il 1973 e il 1984

l’inflazione non scende mai sotto il 10 percento. Parallelamente, si registra un

fortissimo aumento della spesa pubblica(spese dello stato), che rimane per un

lungo periodo fuori controllo. Il risultato più evidente è l’esplosione del debito

pubblico: tra il 1971 e il 1991 il rapporto debito/PIL raddoppia, passando dal 40

al 100 percento. Le cause non stanno solo nell’inflazione, che amplifica

automaticamente alcuni capitoli di spesa, ma anche in scelte politiche poco

sostenibili. Il sistema pensionistico viene ampliato oltre le reali possibilità dello

Stato e la scala mobile(se aumentano i prezzi devono aumentare anche gli

stipendi), meccanismo pensato per difendere i salari dall’aumento dei prezzi,

finisce per alimentare ulteriormente la spirale inflattiva. A una moneta debole

e a un debito sempre più elevato corrisponde la necessità di offrire agli

investitori tassi d’interesse sempre più alti per rendere appetibili i titoli di

Stato. Questo innesca un circolo vizioso: più debito si accumula, più costa

finanziarlo. Negli anni Novanta la spesa per interessi supera il 10 percento del

PIL, diventando il principale freno allo sviluppo economico. Solo con il Trattato

di Maastricht e con i vincoli imposti per l’ingresso nell’euro l’Italia avvia un

percorso più rigoroso di disciplina fiscale. A queste difficoltà macroeconomiche

si aggiunge una trasformazione profonda del sistema produttivo. Nel

dopoguerra, e soprattutto nei decenni del miracolo economico, la grande

impresa era cresciuta rapidamente, trainata dai settori tipici della seconda

rivoluzione industriale: acciaio, elettricità, chimica. Le maggiori concentrazioni

produttive si erano stabilite nel triangolo industriale formato da Genova,

Torino e Milano, attirando centinaia di migliaia di lavoratori dal resto del

Paese.

Tuttavia, dietro questo sviluppo si nascondevano limiti strutturali importanti:

la qualità del capitale umano non era elevatissima, il mercato interno restava

ristretto, la Borsa era poco sviluppata e gli investimenti in ricerca e sviluppo

non erano comparabili con quelli dei principali Paesi industrializzati. Gli anni

Cinquanta e Sessanta rappresentano l’apice, con figure di eccellenza

internazionale come Giulio Natta e l’esperienza innovativa dell’Olivetti, ma da

lì in avanti l’Italia perde progressivamente spazio nella frontiera tecnologica. A

partire dagli anni Settanta, la grande impresa inizia un declino rapido. La

globalizzazione porta una concorrenza crescente da parte dei Paesi emergenti,

mentre le imprese italiane faticano a sostenere gli investimenti necessari per

restare competitive nei settori ad alta intensità di capitale e tecnologia. Nel

1971 la grande impresa impiegava ancora il 35 percento degli addetti

industriali; nel 2001 la quota è scesa al 16. Al suo posto emerge un nuovo

modello di sviluppo basato sulle piccole e medie imprese, più agili e capaci di

adattarsi alle nuove esigenze del mercato. La diffusione dei trasporti su

gomma, l’avvento dell’elettronica, la crescente diversificazione dei consumi e

la necessità di maggiore flessibilità produttiva favoriscono queste realtà.

Nascono così i distretti industriali, che diventeranno uno dei tratti più

caratteristici del made in Italy. Si tratta di concentrazioni territoriali di piccole

imprese specializzate, con forte radicamento nelle tradizioni locali. Qui si

produce soprattutto nei settori ad alta intensità di design, creatività e

competenze artigianali: mobili, calzature, pelli, cuoio, oro, gioielli, moda. Non

sono settori tecnologicamente sofisticati, ma richiedono abilità specifiche,

spesso maturate direttamente sul campo attraverso il learning by doing. L’Italia

finisce quindi per competere più con i Paesi in via di sviluppo, che con i grandi

Paesi industrializzati, posizionandosi su un terreno dove qualità, stile e know-

how locale possono fare la differenza. L’insieme di questi processi produce

un’Italia diversa rispetto a quella del miracolo economico: un Paese con una

struttura produttiva più frammentata, meno orientata alla grande tecnologia e

più legata alle specializzazioni territoriali; con un debito pubblico pesante da

sostenere e con una lunga storia di inflazione elevata e politiche economiche

poco coerenti. Questa trasformazione ha lasciato un’impronta duratura sulla

traiettoria economica del Paese, i cui effetti sono visibili ancora oggi.

A partire dagli anni Settanta l’Italia vive un grande cambiamento. L’economia

non è più quella del boom economico degli anni ’50-’60, basata sulle grandi

fabbriche del Nord-Ovest, come FIAT, Olivetti, Montecatini, Italsider. Quel

modello entra in crisi per vari motivi: concorrenza internazionale, costi

crescenti, poca innovazione tecnologica.

Nasce la “terza Italia” In questo vuoto si affermano nuovi territori più

dinamici, soprattutto:

• Veneto

• Emilia-Romagna

• Marche

Qui si sviluppano i distretti industriali: tante piccole e medie imprese vicine tra

loro, spesso specializzate in produzioni di qualità (scarpe, mobili, tessile,

meccanica di precisione).

Queste aziende lavorano insieme, si scambiano competenze e creano un

sistema molto flessibile. Col tempo alcuni distretti diventano anche innovativi,

soprattutto nel campo delle macchine complesse e delle tecnologie legate alla

produzione.

Declino della grande impresa

Le grandi industrie del Nord-Ovest perdono competitività: investono meno,

fanno meno ricerca e sviluppo, e licenziano molti lavoratori. La struttura

industriale italiana cambia molto rapidamente.

Già nel 2021 si vede che:

• La maggioranza degli occupati è in PMI, non più in grandi imprese.

• Nel manifatturiero solo il 24% lavora in aziende con più di 250

dipendenti.

• Nelle costruzioni, dominate dalla piccola impresa, solo il 4% lavora in

aziende grandi.

Tre fasi della trasformazione

La storia industriale recente dell’Italia si può dividere in tre tappe:

1. Metà anni ’70 – anni ’80: crisi della grande industria e ascesa della “terza

Italia”.

2. 1995–2008: deindustrializzazione molto veloce e crisi anche dei distretti.

3. Dopo il 2008: difficoltà del Nord-Ovest e permanenza della forte

“questione meridionale”.

L’esplosione del debito pubblico

Negli anni ’70 e ’80, mentre l’economia cambia, lo Stato italiano spende

moltissimo e spesso senza controllo. Il risultato?

Il debito pubblico raddoppia: dal 40% al 100% del PIL (1971–1991).

Le cause principali

1. Inflazione altissima

L’aumento dei prezzi fa crescere automaticamente alcune spese, per

esempio stipendi pubblici e pensioni.

2. Decisioni politiche costose

• Le pensioni diventano più generose del sostenibile.

• La scala mobile (meccanismo che adeguava automaticamente i salari

all’inflazione) fa aumentare ancora di più i costi per le imprese e quindi i

prezzi → alimenta l’inflazione invece di fermarla.

3. Moneta debole e debito crescente

Poiché l’Italia ha una moneta fragile (la lira), per convincere gli

investitori a comprare titoli di Stato, deve offrire interessi sempre più

alti.

Questo crea un circolo vizioso: debito → più interessi da pagare

Più interessi → ancora più debito

Negli anni ’90 l’Italia arriva a pagare oltre il 10% del PIL in soli interessi: una

cifra enorme, che toglie risorse a investimenti e servizi.

L’aggiustamento: Solo con il Trattato di Maastricht (1992) e con i requisiti per

entrare nell’euro l’Italia inizia a mettere ordine nei conti pubblici.

La scala mobile

La scala mobile era un meccanismo che aumentava automaticamente i salari

ogni volta che l’inflazione cresceva. L’idea era proteggere il potere d’acquisto

dei lavoratori. Il problema?

Se i salari aumentano automaticamente:

• le imprese aumentano i prezzi per coprire i costi

• i prezzi più alti fanno crescere ancora l’inflazione

• l’inflazione fa scattare nuovi au

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bracamatteo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Mocarelli Luca.
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