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giovedì 29 maggio 2025 09:50

Dal sintomo alla persona

Premessa: è possibile ed è necessario mettere un medico di base e uno psicologo fianco a fianco.

Questo perché l'integrazione tra questi due professionisti permette di comprendere in modo più

approfondito la stretta e fondamentale relazione tra mente e corpo.

Spesso molte persone che vanno dai medici di medicina generale esprimono un disagio di tipo psico-

sociale che però si manifesta a livello somatico.

Di conseguenza avere due professionisti complementari permette di vedere i problemi portati dai

pazienti non solo in termini strettamente medici e organici ma anche inquadrato nel contesto

relazionale e nel ciclo di vita del paziente.

Da solo il medico potrebbe offrire a un problema psico-sociale solamente un tipo di soluzione di tipo

medico (es somministrazione di farmaci e vari tipi di analisi) questo perché soprattutto la medicina

occidentale si allontanata da un approccio olistico della persona per concentrarsi su aspetti organici

e generici della malattia e della salute.

(Balint ha aperto un nuovo approccio dove insieme a dei medici di medicina generale faceva incontri

di supervisione dove venivano discussi i casi clinici che i medici ritenevano maggiormente meritevoli

di attenzione per le loro implicazioni relazionali.)

Spesso le risposte dei medici sono:

a)Il medico mostra di considerare il sintomo come possibile segnale di una malattia organica,

inviando quindi il paziente a una serie di analisi di laboratorio o radiologiche, o a visite specialistiche.

A questo punto i possibili esiti sono:

1)viene effettivamente riscontrata una qualche alterazione organica,

2)caso più frequente: non si riscontra nulla.

B)Il medico dice subito al paziente che “non ha niente”, che deve trattarsi di “nervi” o di un

“problema psicologico”, di “stress”. In genere a questa affermazione non segue alcuna proposta di

intervento. In alternativa il paziente potrà ritenere di non essere stato preso sufficientemente sul

serio e cercare un altro medico. Un aspetto da sottolineare in entrambe le situazioni è che rimane

del tutto insoddisfatto il desiderio del paziente di conoscere la causa dei propri disturbi, desiderio

fondamentale.

C)Il medico si rende conto che non c è alcuna problematica organica, ma nonostante ciò da diagnosi

e un trattamento fittizi. Ciò ha il vantaggi di andare incontro al desiderio del paziente di dare un

nome al proprio disagio; sfrutta al massimo l’effetto placebo, evitando la prescrizione di farmaci

potenzialmente nocivi e/o induttori di dipendenza (psicofarmaci):il rapporto medico-paziente viene

salvaguardato.

D)risposta più auspicabile: (Balint e il suo gruppo arrivano alla conclusione che) la risposta migliore

potrebbe essere quella di assegnare ai problemi psicologici e relazionali la stessa dignità di quelli

somatici; per cui se un medico ha motivo di ritenere che l’aspetto più probabile in causa sia quello

psicologico ,cominci a lavorare anzitutto su quello, e non su indagini di tipo organico.

È necessario quindi che il destinatario della richiesta oltre ad osservare gli aspetti organici possa:

-cogliere il significato comunicativo dei sintomi “offerti” dal paziente,

-cogliere i nessi di questi con le dinamiche relazionali/sociali/trans generazionali del paziente,

-cogliere i nessi con il momento del ciclo di vita del paziente

La psicologia, dal suo versante, vede invece la patologia anche somatica secondo una modalità più

olistica, che possiamo trovare sintetizzata nel modello bio-psico-sociale. In questo modello la salute

e la malattia vengono viste come connesse a :

1)il rapporto tra il soggetto e il suo contesto ambientale

2)il rapporto tra il soggetto e il momento del suo ciclo di vita

3)le specifiche risorse del soggetto, come le life skills, gli stili di coping, i livelli di benessere e in

particolare la capacità di identificare, elaborare e regolare le emozioni relative alle vicissitudini della

vita.

In medicina il sintomo è sempre indicatore di malattia che deve essere curato per tornare

all'omeostasi, mentre in psicologia il sintomo è trasformativo, quindi può assumere un valore

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all'omeostasi, mentre in psicologia il sintomo è trasformativo, quindi può assumere un valore

adattivo e progressivo.

Premessa importante: malattia viene vista come un qualcosa di normale, mentre il disagio psichico è

legato a un forte stigma, di conseguenza le persone spesso non cercano aiuto.

Quindi è più facile andare dal medico di medicina generale piuttosto che da uno psicologo.

Nonostante ciò, le persone, quando si trovano per qualunque motivo di fronte a uno

psicologo ,riescono a parlare di situazioni di cui non sono mai riuscite a parlare prima con alcuno.

Di solito la collaborazione tra medico e psicologo avviene attraverso la consulenza.

in genere promossa dal medico mediante invio del paziente o richiesta di intervento dello psicologo

presso il paziente ricoverato.

Però si hanno in questa dinamica tre principali problemi:

Il primo è che nonostante il modello biopsicosociale venga formalmente accettato permane la

distinzione tra disagio fisico- di competenza del medico- e disagio psicologico, di competenza dello

psicologo.

Il secondo è legato al fatto che la collaborazione dello psicologo viene in genere richiesta quando,

per le caratteristiche del disturbo o l’atteggiamento del paziente ,il medico si trova in difficoltà a

utilizzare i suoi strumenti tradizionali (es malattie terminali) (però si passa sempre prima dal

medico).

È molto raro invece che l’intervento dello psicologo venga richiesto nelle fasi iniziali della malattia

fisica, quando la sua efficacia sul decorso potrebbe essere notevolmente maggiore, e ancor più

raramente quando sono disponibili trattamenti medici efficaci, nonostante la dimostrata utilità di un

intervento combinato in diverse patologie.

Mentre il terzo è legato al fatto che Il medico tende in genere a considerare tale invio sullo stesso

piano di quello a uno specialista medico. Tutto quello che è richiesto al paziente è di aderire a

prestare la propria collaborazione passiva (delega). È necessario molto più di questo, il paziente deve

avere una motivazione.

Progetto di collocare uno psicologo nello studio del medico del base a opera di bertini, per

tirocinanti della scuola di specializzazione in psicologia della salute dell'università di Roma.

Scopi:

-intervenire in una fase del disagio iniziale, in cui non si sono organizzate malattie gravi e croniche

sul piano somatico o organizzazioni intrapsichiche fortemente limitanti una realizzazione ottimale

dell’individuo;

-garantire un accesso diretto a uno psicologo a tutta la popolazione, evitando il filtro della

valutazione medica ed evitare anche il rischio di essere etichettati come disagiati psichici;

-offrire un ascolto che prenda in esame, oltre alla condizione biologica, anche la situazione

relazionale, intrapsichica, di ciclo di vita del paziente;

- eventualmente, in casi molto limitati e specifici, effettuare correttamente degli invii a specialisti

della salute mentale;

-favorire un’integrazione di competenze tra medicina e psicologia, con arricchimento culturale di

entrambe le figure professionali.

Il contratto iniziale: All’inizio di ogni nuova collaborazione abbiamo avuto uno-due incontri tra il

coordinatore dell’iniziativa, lo psicologo specializzando e il medico, all’interno dei quali abbiamo

discusso le finalità del progetto e le modalità di svolgimento.

Nella sala d’attesa dell’ambulatorio medico, è prevista l’affissione di un cartello che avverte dal

mese in questione, è attiva una collaborazione con uno psicologo, i giorni in cui sarà presente e i

relativi orari. I pazienti, qualora lo desiderassero potranno comunque essere ricevuti solo dal

medico.

Lo psicologo specializzando è presente nello studio del medico per un turno di ambulatorio a

settimana, per i 3 anni richiesti dal tirocinio presso la Scuola.

Lo psicologo, appena possibile, dopo la singola visita o in spazi appositamente concordati, chiede al

medico ulteriori notizie disponibili, in considerazione che spesso si tratta di persone note al medico

da diversi anni. In molti casi l’intervento dello psicologo rimane confinato all’interno della

consultazione medica, nelle varie occasioni in cui capita di rivedere il paziente. Nel momento invece,

in cui emerge “ufficialmente” una tematica di chiara competenza psicologica e non più soltanto

fisica, lo psicologo, in accordo con il medico, può proporre al paziente uno o più incontri a due,

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fisica, lo psicologo, in accordo con il medico, può proporre al paziente uno o più incontri a due,

sempre all’interno dell’ambulatorio, in orari diversi dal turno in cui è presente con il medico.

laddove emerga l’indicazione di un trattamento psicologico a lungo termine, il paziente può essere

inviato a uno specialista della salute mentale, presso strutture pubbliche o private riconosciute.

Almeno una volta ogni due settimane si svolge un incontro di supervisione dell’iniziativa coordinato

dall’autore in qualità di docente della Scuola di Specializzazione, della durata di circa 3 ore.

La relazione: All’inizio dell’esperienza sia il medico che lo psicologo erano piuttosto preoccupati di

capire “cosa avrebbero dovuto fare” per non sovrapporsi o contrapporsi.

La mancanza di una conoscenza precedente dei pazienti da parte dello psicologo porta il medico a

formulare domande più specifiche e a ricostruire la storia passata in modo più attento. I pazienti, da

parte loro, si sentono più autorizzati a sedersi a parlare di cose che in precedenza non pensavano

potessero trovare uno spazio nello studio di un medico.

Dal secondo anno si è riusciti a definire la persona in maniera più complessa rispetto alla medicina

tradizionale. cambiamento nella direzione di una diminuzione degli interventi sul piano somatico: in

più di un caso, spesso il medico non ha ritenuto necessari ulteriori accertamenti come Tac, visite

specialistiche ecc, ma insieme (medico-psicologo paziente) hanno riflettuto sul sintomo e lavorato

sulla motivazione al cambiamento.

Al terzo anno lo psicologo è diventato parte del sistema, iniziando a sentirsi uno psicologo di base.

Esempio clinico:

IL CASO DI DINO: Dino è un uomo di mezza età single, che vive ancora con la madre semi-invalida. È

il più piccolo di 4 fratelli tutti sposati e aventi casa propria. Si è lasciato da qualche tempo con la

fidanzata, dopo un rapporto durato più di 12 anni. Va dal medico lamentando vertigini persistenti, in

assenza però di altri sintomi evidenti. Il medico dopo la visita e relativi accertamenti, afferma che

sotto il piano fisico è tutto normale, e gli propone pertanto un colloquio con la psicologa. Dino

accetta ma è piuttosto scettico. Durante il colloquio parla della sua vita, delle responsabilità

lavorativa e soprattutto familiari, causa la madre. La psicologa spiega a Dino il concetto di

somatizzazione e di rifletterci su. Successivamente Dino richiede qualche altro colloquio. Il

cambiamento si mostra quando il medico va in visita a casa di Dino per la madre e quest’ultima

afferma che non riconosce più il figlio, “prima stava sempre a casa, ora esce tutte le sere”. Da li in

poi, dopo qualche tempo, le vertigini sono scomparse.

In questo caso, dopo i primi accertamenti, il medico non avendo riscontrato alcun tipo di anomalia,

suggerisce a Dino di parlare con la psicologa. Questo evita al paziente di fare accertamenti inutili e/o

di aggravare la sua situazione. L’incontro con la psicologa svela rapidamente il cuore del problema, la

somatizzazione. Si limita a far vedere il sintomo al paziente ,non come disturbo ma come un segnale

che il corpo gli invia, che merita di essere preso in considerazione. È probabile che Dino, più o meno

consapevolmente, si sia reso conto di come il segnale avesse a che fare con il rischio di rimanere

intrappolato in un vita poco soddisfacente, piena di doveri e scarsa di realizzazioni. Si lancia quindi in

una vita del tutto diversa, lasciando sbalordita la madre. Quello che è certo è che l’aver dato anche

un minimo di senso alle vertigini di Dino:

-gli ha evitato di entrare in un circuito di indagini fisiche che non avrebbe portato a nulla di buono

per lui, e avrebbe prodotto inutili spese per la collettività;

-gli ha aperto la strada a un modo di pensare totalmente nuovo su se stesso, la sua salute,

i suoi sintomi;

-gli ha mostrato, senza chiedergli a priori alcun impegno né professione di fiducia, cosa significhi

entrare in rapporto con uno psicologo, dissipando chissà quali pregiudizi.

La presenza nell’ambulatorio di medicina generale consente allo psicologo quello che attualmente è

un raro privilegio e cioè di poter cogliere un disagio allo stato nascente, e di poter quindi intervenire

in modo precoce. In queste condizioni è possibile in massimo grado inquadrare il sintomo somatico

(o psichico) non tanto come una patologia da estirpare, quanto come un segnale di un problema di

cui il soggetto non è ancora cosciente, e come attivatore delle risorse del soggetto.

La vignetta clinica di Dino, mostra come operazioni molto limitate, possano incidere in maniera

estremamente significativa sul percorso di vita di un soggetto quando intervengono al primo

manifestarsi di una sintomatologia e, aggiungiamo, in una fase della vita altamente evolutiva. Il caso

è anche una buona illustrazione di come un sintomo, possa costituire un segnale d’allarme, un

movimento rispetto a una situazione di vita molto insoddisfacente, piena di doveri e scarsa di

realizzazioni, con il rischio concreto di rimanere invischiati in dinamiche disfunzionali.

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realizzazioni, con il rischio concreto di rimanere invischiati in dinamiche disfunzionali.

Spesso, una larga fetta delle domande che giungono ai medici di medicina generale si svolge in

momenti della vita degli utenti che possiamo definire in crisi evolutive ed accidentali (es

adolescenza, vecchiaia, nascita di un figlio, lutto, incidenti…).

L’intervento sulla crisi emerge quindi come un’area in cui la presenza dello psicologo risulta

particolarmente necessaria.

Anche la malattia somatica, al di là del danno organico, si costituisce il più delle volte come

momento di crisi personale.

Una crisi non è per definizione un momento negativo, ma un’occasione che può permettere di

esplorare nuove modalità, di organizzare la propria vita.

-Esempio di crisi evolutiva: pensionamento-vecchiaia

IL CASO DI LUIGIA: Luigia è una donna di 55 anni che da poco ha venduto la sua attività ed è andata

in pensione. Frequentemente va dal medico per lamentare qualche acciacco e richiedere visite

specialistiche. Dopo un po’ la psicologa le propone un incontro. Emerge uno stato di insoddisfazione

e frustrazione, l’essere passati da una vita attiva impegnata dal lavoro e i ritmi, a una vita sedentaria,

a casa e la problematica di stare ingrassando. Insieme alla psicologa trovano dei punti di forza della

situazione, il potersi riappropriare del proprio tempo e il poter vivere con maggiore flessibilità i vari

rapporti familiari. A qualche mese di distanza le visite di Luigia diminuiscono drasticamente, ha

iniziato a fare lunghe passeggiate e a prendere con il marito lezioni di ballo.

-Esempio di crisi accidentale: separazione

IL CASO DI PAOLO: Paolo è un uomo di mezza età, si presenta in ambulatorio lamentano affanno e

alcuni dolori muscolari. La psicologa per approfondire meglio propone un colloquio, Paolo accetta.

Emerge un quadro di grande insoddisfazione personale, Paolo è separato in casa da circa 3 anni, da

quando la moglie ha detto di non amarlo più, crede abbia un altro, dedito al lavoro, non ha nessun

hobby. La psicologa cerca di far comprendere a Paolo quanto un “dolore” possa esprimersi

attraverso il corpo e che forse questo stato di passività, l’accettare la separazione in casa, non sia in

realtà accettato da lui. Il lavoro punta anche sulla rivalutazione delle risorse interne. Dopo qualche

seduta, Paolo avvia le pratiche per la separazione, la moglie è andata via di casa e ha trovato un

hobby. Dice di stare bene ed essere sereno, i problemi fisici sono diminuiti e quelli rimasti facilmente

curati farmacologicamente.

Problema dell'elaborazione del lutto:

La letteratura ci dimostra come individui che non riescono a vivere le perdite significative in modo

sofferto (cioè che non sono in grado di piangere adeguatamente la morte dei loro cari) un aumento

di incidenza di disturbi psichici (soprattutto depressione) e fisici: malattie cardiovascolari (infarto,

ipertensione, ictus),diabete, respiratorie (asma), immunitarie, degenerative, cancro. Di conseguenza

è importante intervenire anche su di essi proprio per i numerosi sintomi fisici correlati attraverso

una rielaborazione corretta del lutto.

In situazioni difficili spesso si hanno crisi accidentali all'interno di una crisi evolutiva, anche in questo

caso lo psicologo di base potrebbe favorire un tipo ti intervento mirato e precoce.

Lo stesso vale sulle coppie coniugali poiché nella stragrande maggioranza dei casi entrambi i partner

sono iscritti presso lo stesso medico.

la co-presenza dello psicologo di base all’interno dello studio di medicina generale rappresenta un

elemento cruciale per una lettura più completa ed equilibrata del processo diagnostico. La

collaborazione diretta con il medico favorisce una riflessione condivisa, evitando una visione

riduttiva del paziente centrata esclusivamente su esami, test o sintomi.

Al contrario, pone al centro la qualità della vita della persona, valorizzando le sue risorse di salute e

promuovendone le capacità di autoregolazione e adattamento, secondo un approccio realmente

integrato alla cura.

La parola ai medici alla fine del progetto:

1)il rapporto con i pazienti è divenuto più sereno. L’inserimento di un terzo, sembra aver permesso

una distanza più modulata rispetto al paziente, con minori rischi di iper-coinvolgimento reciproco.

2)Maggiore possibilità di accogliere e considerare dimensioni psico-sociali: Nelle parole dei medici si

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2)Maggiore possibilità di accogliere e considerare dimensioni psico-sociali: Nelle parole dei medici si

coglie un aspetto formativo dell’esperienza da questo punto di vista, e anche la consapevolezza che

un’apertura anche alla dimensione psico-sociale del paziente debba fare parte della cultura del

sistema sanitario.

La descrizione che il medico si trova a fare dei suoi pazienti non si sofferma tanto sulle patologie, sui

sintomi o sugli accertamenti che quel paziente è solito fare, ma viene spontaneo parlare di lui in altri

termini, riferendosi per esempio alla sua famiglia, ai suoi hobby, al suo lavoro o anche ad aspetti del

suo carattere.

3)Invio ad altri specialisti: Diversi medici hanno testimoniato un aumento nella loro capacità di

individuare i pazienti per i quali poteva essere indicato un invio a un operatore della salute mentale.

Bertini

Parte 1

Psicologia della salute si sviluppa negli anni 70 negli USA.

Se in passato le principali cause di morte erano malattie infettive, con l’avvento di migliori condizioni

igieniche e mediche, l’attenzione si sposta su patologie croniche come malattie cardiovascolari,

tumori, diabete o incidenti. In questo scenario, il comportamento e gli aspetti psicologici delle

persone diventano cruciali per comprendere e affrontare queste condizioni, favorendo così il

coinvolgimento degli psicologi.

La cornice teorica di riferimento è il modello biopsicosociale che considera la salute e la malattia

come il risultato dell'interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali.

Si passa da una concezione biomedica, dove la malattia è un qualcosa di deviante e misurabile, e

dove si separa nettamente mente e corpo a una più integrata dove la malattia non è risultato di una

singola causa ma di molteplici fattori che interagiscono tra di loro, in questo caso quindi si supera la

distinzione tra malattie somatiche, psicosomatiche e psichiatriche.

L’evoluzione riguarda anche il concetto stesso di "salute". Tradizionalmente intesa come semplice

assenza di malattia, la salute oggi è vista come uno stato di benessere fisico, psichico e sociale,

secondo la definizione dell’OMS del 1948.

La psicologia della salute, non si concentra solo sulla diagnosi e sulla cura, ma punta alla promozione

della salute come obiettivo principale. Ciò evidenzia una differenza sostanziale rispetto alla

tradizionale attenzione rivolta esclusivamente alla malattia.

Un’altra distinzione fondamentale è quella tra “normalità” e “normatività”. La normalità viene

spesso interpretata in modo statico e statistico: una persona è considerata sana se rientra all’interno

di parametri predefiniti e standardizzati. La normatività, invece, riguarda la capacità di creare nuove

regole e modalità per affrontare le diverse situazioni della vita, superando la rigida dicotomia tra ciò

che è “normale” e ciò che è “deviante”.

Inoltre, si introduce il concetto di salute come un percorso dinamico, metaforicamente

rappresentato dal “viandante”. La salute non è vista come uno stato fisso o definitivo, ma come un

viaggio che alterna momenti di benessere e malessere, nel quale la speranza e le risorse personali

svolgono un ruolo essenziale.

L’obiettivo di questa prospettiva è quindi chiaro: spostare l’attenzione dalla semplice “terapia delle

malattie” alla promozione della salute. Ciò non significa ignorare la malattia, ma piuttosto integrare

entrambe le dimensioni per un approccio più completo e umano.

Obbiettivo di tale disciplina è:

promuovere e mantenere la salute

prevenire e trattare le malattie

studiare i correlati eziologici e diagnostici della salute

migliorare il sistema sanitario e le politiche sanitarie

Un problema però è a livello epistemologico ossia:

come studiare un sistema complesso mente-corpo mantenendo rigore scientifico?

È importante innanzit

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noonon di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della salute e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Zunino Anna.
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