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L’urbanistica oggi di Gabriele Pasqui

Un piccolo lessico critico

Pasqui insegna urbanistica in un dipartimento di Architettura e studi urbani. Vuole fare una riflessione aperta e spietata sui nostri saper dire e saper fare. La ragione di questa scelta è: riflettere sul senso delle forme tecniche e istituzionali dell’azione di regolazione e progettazione della città e dei territori è indispensabile in una fase in cui appaiono opachi il valore sociale e civile di questa azione e la robustezza e chiarezza del suo profilo scientifico. Questa situazione di discredito in cui è caduta l’urbanistica è dovuta al fatto che essa ha avuto troppe visioni che hanno prodotto altrettante delusioni.

Piccolo lessico critico = mossa di apertura per alimentare una discussione paziente e generosa sulle possibilità e limiti del discorso e del fare urbanistica oggi, in Italia e in Europa. La scelta di usare la parola “urbanistica” (al posto di spatial planning, pianificazione territoriale o spaziale, urbanism) è intenzionale. Il termine “urbanistica” nomina in Italia un campo incerto che però, nelle pratiche professionali, istituzionali, di formazione e nell’immaginario collettivo, parla a molti e a diversi.

L’autore pensa alle pagine che seguiranno come delle occasioni di discussione, di verifica di programmi di ricerca, di valutazione critica di esperienze e progetti. Le voci sono scelte in modo tendenzioso e restituiscono il suo percorso di ricerca e di riflessione. Questa discussione non è limitata agli “addetti ai lavori”: Pasqui crede che solo se questi temi di ricerca e di progetto diventano parte di una più ampia discussione pubblica, i saperi di tutti potranno legittimamente aspirare a giocare un ruolo importante in Italia e in Europa.

1. Abitare

Urbanistica come arte dell’abitare? Non è una domanda irragionevole se consideriamo le pratiche dell’abitare come il tratto più caratterizzante della città contemporanea. Abitare da soli, insieme ad altre persone, chiusi in abitazioni protette da recinti e telecamere o per strada, in pubblico, abitare per una vita intera lo stesso alloggio o cambiare case più volte nella vita, abitare in appartamento, ville, case unifamiliari, cascine, baracche, ospizi, carcere, centri di identificazione ed espulsione, in un centro storico o dispersi nello sprawl, in città o in campagna, in proprietà o in affitto.

La questione dell’abitare, della sua salubrità e della sua sicurezza è stata sempre un tema centrale per l’urbanistica dalle sue origini nel XIX secolo secolo scorso alle sue flessioni nel tempo. La società continua a cambiare consegnandoci una gran varietà di forme di vita e di organizzazione sociale; questa varietà è irrapresentabile in un’immagine unitaria (invecchiamento in alcune parti del mondo, fenomeni migratori, rottura tra la famiglia intesa come famiglia nucleare basata sulla coppia e sui figli e la casa).

Ci sono anche relazioni nuove tra tempi di vita e di lavoro (spesso peggiori), le quali mutano anche le pratiche di mobilità che rendono i mezzi di trasporto pubblici e privati e le infrastrutture che li ospitano e supportano come dei luoghi centrali della società. Una delle possibilità che l’urbanistica ha per tornare a giocare un ruolo essenziale è assecondare intelligentemente l’innovazione sociale, promuovendo progetti e piani capaci di ospitare queste forme dell’abitare secondo una flessione sostenibile ambientalmente e socialmente.

L’urbanistica dovrebbe dunque essere in grado di promuovere anche nel nostro paese un’attenzione alla qualità dell’abitare e del lavoro, esito delle nuove esigenze che riguardano sia l’organizzazione dello spazio interno sia il rapporto con l’esterno e con il paesaggio.

2. Casa – Scuola

Case e scuole sono luoghi centrali dell’abitare, in questi luoghi si fanno esperienza nella vita quotidiana. Sono luoghi di produzione e riproduzione di capitale finanziario, sociale, culturale e simbolico. Sono gli ambienti intorno ai quali si è strutturata la città europea nel corso dei secoli. Sono infine il territorio privilegiato di nuove forme di segregazione e autosegregazione, di disuguaglianza e marginalità, ma anche di innovazione e messa al lavoro dell’intelligenza della società.

Perché pensarle insieme? Sono luoghi potenziali dell’interazione fertile tra diversi, ma anche in conflitto. Intorno alla casa e dentro la scuola c’è la possibilità del difficile equilibrio tra istanze universalistiche e proliferazione della varietà, il che è secondo l’autore il più grande problema d’Europa. Le scuole e le case sono state tanto parlate nelle strategie dell’urbanistica del XX secolo, esse sono dispositivi sociali fondamentali dell’armatura della città pubblica.

Le politiche per la casa sono da tempo in grande difficoltà, una difficoltà che affonda le radici dentro il collasso generale del welfare. La crisi abitativa è un tema centrale nell’agenda pubblica senza che ci siano strumenti adeguati per il suo trattamento.

La scuola è stata oggetto di interesse da parte dei governi dal punto di vista della ristrutturazione, ammodernamento e rigenerazione del patrimonio materiale degli edifici scolastici, anche se è mancata la riflessione sul nesso tra progetti di adeguamento tecnologico ed energetico, programmi di innovazione didattica e relazione con i contesti nei quali gli edifici scolastici si collocano. Le scuole sono presidi pubblici diffusi e capillari, luoghi della socializzazione e dell’impegno civico, ambiti di incontro spesso difficile tra spazi diversi (case, quartieri e spazi entro cui le scuole si collocano).

Pasqui immagina dei “contratti di scuola” sull’esempio dei “contratti di quartiere”: progetti che prevedono l’efficientamento energetico, la possibilità di finanziare iniziative materiali e non come la sistemazione degli spazi aperti vicini o di quelli interni, manutenzione degli impianti sportivi, iniziative per l’integrazione scolastica di bambini stranieri nelle scuole primarie, prolungamento apertura scuole oltre l’orario scolastico. Queste iniziative dovrebbero essere connesse ad un patto tra dirigenti scolastici, associazione dei genitori e degli studenti, amministrazioni comunali. Essi potrebbero essere attuati anche in forma di bandi competitivi.

Queste iniziative potrebbero rappresentare un’esperienza pilota per la progettazione integrata territoriale sulle risorse e le infrastrutture del welfare materiale, operando inoltre per favorire l’efficacia e la capacità di integrazione delle agenzie formative pubbliche ma anche per la riqualificazione urbana degli ambiti nei quali sono collocati gli edifici scolastici.

3. Città

Possiamo tenerci la parola “città”, anche se esse cambiano in continuazione; questo perché continuiamo a chiamare le città con i nomi vecchi (New York, Roma, Shanghai, Mosca…). Dobbiamo capire di più e meglio la varietà urbana oggi, con una linea di descrizione che tiene insieme le letture fenomenologiche e quelle strutturali, come sono e stanno cambiando le città nel corso degli anni, i loro sviluppi e i problemi che sono sorti nel corso del tempo. L’urbanistica dovrebbe essere un tentativo di affrontare queste nuove tematiche, pur nella conoscenza dei propri limiti e nella consapevolezza che non esistono soluzioni unitarie e precostituite.

4. Conflitto

In tempi di crisi è meglio ricordare che l’urbanistica è un campo di pratiche conflittuali. Essa distribuisce valori economici e simbolici. Come Alessandro Pizzorno descrive, ci sono diversi tipi di conflitti:

  • Conflitti di riconoscimento, nei quali una parte sociale entra in conflitto per imporre una sua identità distinta. Essi sono intrecciati alla presenza di molte popolazioni e pratiche che convivono e competono nel tempo e nello spazio urbano e che domandano forme di riconoscimento (rappresentazione).
  • Conflitti di interesse, nei quali gli attori appartengono allo stesso sistema di relazioni. Definiscono il territorio decisivo entro cui si colloca il nesso con la regolazione. Sono conflitti relativi all’uso dei suoli tra diverse funzioni, tra usi pubblici e privati, tra proprietari e residenti, tra interessi locali e sovralocali.
  • Conflitti ideologici, nei quali una o entrambe le parti si presentano con una presunzione universalistica e la posta in gioco è la verità stessa. Essi sembrano meno presenti rispetto a qualche decennio fa. Conflitti la cui prima posta è la verità: realizzazioni di grandi opere, controllo e limitazione traffico, politiche contro l’inquinamento, scelte energetiche.

L’urbanistica ha a che vedere con tutti e tre i conflitti. Bisogna prendere sul serio i conflitti per interpretare le asimmetrie di potere. La teoria di trattare i conflitti per via argomentativa e/o negoziale appare talora ingenua, talora manipolativa. La parola ha sempre a che fare con il potere; è collocata in condizioni di asimmetria costitutiva, in una relazione di forze che barano sulla possibilità di dire alcune cose piuttosto che altre. Quindi le pratiche urbanistiche dovrebbero riconoscere i conflitti e proporre una lettura non neutralizzante e non riduzionista. Si avrebbe quindi una nuova responsabilità pubblica e istituzionale che si muove verso il riconoscimento delle pluralità di identità, interessi e valori; e dall’altra parte porta a un modo di intendere il progetto urbanistico come mossa esplorativa, capace di rappresentare i conflitti in una prospettiva politica.

5. Conoscenza

Non c’è alcuna possibilità di dedurre la città come vorremmo che fosse da quella che è. L’urbanistica è un sapere pratico e tecnico, di carattere normativo che mette in pratica forme di ragione pratica. L’attività di progettazione urbana è sempre una messa alla prova di ipotesi; si usa il progetto come ipotesi per identificare delle conseguenze possibili. Inoltre, la conoscenza prodotta attraverso l’esperienza progettuale è una conoscenza contestuale che agisce sugli attori coinvolti (esperti e non) come occasione di ripensamento e revisione progettuale e come dispositivo per la costruzione di condizioni condivise. È quindi un processo di sensemaking e di attivazione. Non si tratta quindi di pensare l’urbanistica come una scienza, un’attività solo conoscitiva; quanto piuttosto come un modo per sorvegliare gli effetti di conoscenza prodotti nell’azione e per l’azione.

6. Crescita – Decrescita

L’urbanistica ha convissuto per anni con la crescita (urbana in primis). Il ruolo principale della pianificazione urbana è sempre stato connesso all’opportunità di sviluppo economico, sociale, di processi, di crescita urbana. Nei paesi occidentali la crescita ha iniziato ad essere un pericolo da quasi mezzo secolo. Ci sono stati fenomeni di crescita del disagio sociale, povertà, riduzione delle opportunità per le nuove generazioni, aumento delle disuguaglianze, aumento differenze tra ricchi e poveri. Parlare di crescita felice è un paradosso.

Il paesaggio dell’urbanistica cambia notevolmente da posto a posto. Non si tratta più solo del passaggio dall’espansione (città crescono, territori agricoli urbanizzati) alla trasformazione (città cambia al suo interno con processi di riuso e sostituzione). Ci sono anche fenomeni di abbandono di parte di territorio, la crescita di rovine, la natura che riconquista spazio. Esistono interi continenti dove la crescita prosegue impetuosa; nascono new town, l’urbanizzazione prosegue incontrollata. In Italia e nel mondo occidentale declinate abbiamo bisogno di un’urbanistica a crescita zero, capace di fare i conti con la disgiunzione tra pianificazione territoriale e crescita; ma anche di una nuova urbanistica della crescita, capace di governare usando criticamente modelli e tradizioni dell’urbanistica europea del XX secolo.

7. Crisi

La crisi finanziaria ed economica che ha invaso i paesi occidentali (prima di tutto europei) e tutte le economie mondiali è stata una crisi di sregolazione: dei mercati finanziari, dei loro prodotti e dei loro operatori. Crisi di credibilità delle istituzioni europee e dei governi nazionali. Crisi di produttività di alcune economie occidentali (tra cui l’Italia). La crisi da cui anche oggi fatichiamo ad uscire affonda una delle sue radici nei processi di finanziarizzazione spinta dal mercato immobiliare, in particolare modo negli Stati Uniti.

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