LA COMUNICAZIONE GENERATIVA
introduzione
-cos’è la comunicazione? E’ una componente essenziale della nostra condizione umana. E’ una forza immensa che lega
e divide tutti e tutto creando la storia dell’umanità. Ognuno di noi leggendo il testo-mondo agisce, interpreta, e
inevitabilmente finisce per riscriverlo. Occorre capire il linguaggio degli script erroneamente ritenuti neutrali,
ricostruirne la trama e domandarci chi sono gli autori e da quali interessi sono guidati.
- il Sistema che si genera crea di conseguenze una vita che ci appartiene sempre meno, in quanto veniamo giorno
dopo giorno, schiacciati dalla routine, da processi ripetitivi. Quando ci accorgiamo del disagio facciamo l’errore di
rispondere rafforzando le caratteristiche del sistema che lo ha causato.
- Internet, la Rete, progettata nei Settanta per rispondere all’esigenza di un cambiamento epocale, all’urgenza di
destrutturare e ristrutturare tutto. La Rete diventò il linguaggio per eccellenza di questa rivoluzionaria visione della
condizione umana. Purtroppo le cose poi non sono andate come i pionieri della rete avevano pensato e si è persa la
fiducia nella possibilità di mutare la struttura culturale, sociale, economica, politica tradizionale, fiducia che
occorrerebbe recuperare.
-La comunicazione è una generatrice senza sosta, un’energia ininterrotta a cui nessuno può sottrarsi, e sta subendo
un’accelerazione epocale. Il tempo che viviamo è quello degli script, procedure facilitatrici, seduttive, che ci danno
l’impressione di essere creativi. “Il medium non è il messaggio”; è piuttosto la grammatica invisibile, efficacissima, che
influenza e condiziona i nostri testi.
-Ricerca e Conoscenza diventano elementi fondamentali dell’intero problema, e in questo la Comunicazione è
strategica. L’uomo è nella condizione storicamente inedita, di poter utilizzare questa forza immensa che lo travolge;
c’è da domandarsi se ne sia capace e soprattutto se ne sia consapevole.
-L’attuale sistema comunicativo ha rafforzato la dimensione trasmissiva, gerarchica, emulativa. La “comunicazione
generativa” è impegnata ad individuare, intercettare le immense forze in atto che generano senza sosta realtà oltre le
nostre conoscenze e consapevolezze, ad analizzarle e valorizzarle secondo un progetto ben definito. Le comunicazione
generativa è l’ambiente dove far convergere l’energia creatrice che l’uomo ha reso possibile con la sua storia nei
millenni, e che è per lo più fuori controllo (la deriva), per scoprirla, interpretarla, in funzione di un preciso progetto.
(potere maieutico della comunicazione,p.20)
CAP.1 – La società sceneggiata
1.1-autori o lemmings?
Nel testo viene fatta una metafora in cui l’umanità viene paragonata ai lemmings, personaggi di un videogioco creato
da Amiga nel ’91, che si muovono instancabilmente in fila, liberi solo di esercitare quelle poche funzioni possibili
nell’illusione cos’ di dare un senso personale e collettivo alla loro vita.
La società che stiamo (o piuttosto si sta auto-) costruendo è una società inedita, senza modelli a cui fare riferimento.
La scrittura sociale alla quale non ci si può sottrarre e che dunque vede coinvolti tutti, non corrisponde ai meccanismi
di creazione come atto consapevole di generazione di idee, cose o persone, come scelta, atto di volontà e quindi
responsabilità propria. Siamo ormai oltre l’alienazione di cui parlavano nel secolo scorso Marx e Ong: siamo oggetti
attivissimi di literacy comunicativa di cui ignoriamo gran parte della grammatica, della testualità, degli strumenti.
L’urgenza di Conoscere e diventare autori consapevoli è resa ancora più forte dal fatto che il mondo delle
sceneggiature, a causa della sua complessità, è fortemente condizionato dall’uso delle macchine, di computer,
calcolatori, cioè di meccanismi auto generativi i cui processi straordinariamente automatici sono sempre e comunque
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espressione di scelte etiche, politiche economiche (e non del progresso) tanto precise quanto oscure alla maggior
parte delle persone. Questi meccanismi, queste grammatiche, sono nascoste talmente bene dietro gli algoritmi
quotidiani, che gli è garantito potere assoluto, soprattutto grazie all’uso pervasivo che la nostra società fa di tali
automatismi: urge allora iniziare a chiedersi per quali organizzazioni sociali lavorino le interfacce a cui affidiamo il
nostro agire quotidiano e su cui si basano le nostre routine (visto che cosi facendo concorriamo a rafforzare le loro
grammatiche). Bisogna chiedersi “a cosa ci aiutano questi sistemi facilitatori?” In queste tecnologie è facile
riconoscere caratteristiche tipiche della catene di montaggio; basti pensare al rapporto che c’è tra l’investimento
richiesto nel nostro fare quotidiano, nei gesti ossessivamente ripetitivi, seriali, meccanici, e il ritorno in qualità nella
nostra vita.
Un’intelligenza collettiva e connettiva come la nostra è veramente libera? Durante tutto il Novecento si è cercato di
dimostrare prima e di studiare poi, l’esistenza di queste forze. Abbiamo ora l’occasione di costruire un rapporto con la
realtà che solo pochi decenni fa non riuscivamo nemmeno a immaginare; il problema è che manca la cultura e la
capacità di governo per fare di tale energia, una energia “buona”.
E’ necessario abbandonare una prospettiva in cui si alternano, contrapponendosi, un atteggiamento da una parte di
delega/affidamento al sistema, e dall’altra di opposizione/contrapposizione al sistema stesso, in favore di un uso non
tanto programmato ma strategico della comunicazione e delle macchine (Morin). Occorre assumere una prospettiva
generativa, una cultura di progetto, che pone al centro il principio naturale dell’inarrestabile produzione di realtà,
fisica e simbolica, abbandonando una visione della realtà conservativa. Ciò è difficile in quanto considerata pericolosa
per l’establishment, poco rassicurante, e dunque si continua con questo sistema dove non si genera conoscenza, ma si
conserva, si rafforza e si ripete oltre la noia il già noto.
La tecnologia, da grandissima opportunità per tutti noi, può trasformarsi in un potente manganello cognitivo, come
una livella per la nostra umanità. Nell’uso dominante e diffuso lo è già.
1.2- Invisibili script
Le sceneggiature sono il terreno in cui si giocano gli equilibri di potere, perché in esso il sistema si propone con
pratiche quotidiane in una forma ritenuta necessaria, economica, che delegittima ogni possibile alternativa. Gli script
concorrono a definire gli ambienti in cui si sviluppa la costruzione sociale della realtà, rispecchiando una progettualità
che varia, negli obiettivi e nelle forme, in base alle epoche e ai contesti economico-politici. Non stupisce quindi che
l’azione di queste scritture/letture, deboli nella riconoscibilità ma fortissime negli effetti, sia oggetto di indagine
interdisciplinare (semiotica, psicologia, antropologia, filosofia, ecc..), o meglio transdisciplinare, di cooperazione “de-
generativa” nel senso di superamento dei generi e di creazione di generi nuovi fra scienziati dei territori più differenti.
Così la comunicazione, sempre più contaminata da processi conoscitivi e di ricerca, sta gradualmente rivelando
potenzialità divergenti dalle grammatiche dominanti e destabilizzanti, forte da sconvolgere l’attuale sistema e gettare
le basi di uno nuovo. Questo tipo di comunicazione nuova è la sola portatrice di speranza per un futuro possibile,
sostenibile.
Il problema sta nel fatto che il sistema attuale garantisce si alternanze, ma nella continuità (ad esempio il
conformismo nella gestione del potere politico-nella condivisione che non si debba cambiare nulla a livello di strutture
profonde), non è interessato cioè a sviluppare discontinuità, competizioni vere che vadano verso un salto di sistema
rispetto al passato, da indurre gli stessi attori a trasformarsi profondamente e radicalmente e a favorire la nascita di
soggetti nuovi. Oggi è come se si continuasse a rileggere e interpretare il libro della realtà sempre uguale a se stesso,
come se fosse stato scritto una volta e per sempre.
Nel frattempo la realtà continua a svilupparsi da sola, priva di progetto, instancabile costruttrice di persone e cose.
Occorre andare verso un nuovo paradigma culturale, dove il continuo passaggio dal particolare al generale, dall’ordine
al caos e viceversa, è reso possibile dalla presenza di un terzo elemento che gioca un ruolo importante in queste
incessanti interazioni; un processo generativo basato non più su una diade, ma su una triade: se in ogni processo 2
comunicativo non si possono dare ambienti grammaticali senza ambienti testuali, la loro interazione costituisce un
ambiente autonomo.(una dimensione in cui si materializzano le convergenze, territorio delle convergenze) Una terza
componente, oggetto di ricerca di molti studiosi negli ultimi anni. Questa è la dimensione in cui si esprime tutta la
complessità del nostro presente, dovuta all’inedita possibilità di unire e dividere. Questo territorio delle convergenze
ci sta obbligando a ripensare l’intero processo comunicativo.
La dimensione progettuale assume una posizione centrale nel nostro tempo, per progettare avendo chiaro il legame
esistente tra progettazione e azione sull’esistente, perché il risultato finale si basa su un’interazione che non è lineare
ma generativa, è una realtà al tempo stesso risultato e origine, generata e generativa.
La metafora della “deriva” da cui siamo travolti, aiuta a capire la sensazione diffusa che abbiamo circa l’impossibilità e
l’inopportunità di sottrarsi alle dinamiche di questa forza incessantemente generativa. Intorno alla metafora c’è però
un po’ di confusione: la deriva può essere infatti interpretata in due modi opposti,con due diversi tipi di relazione nei
confronti della metafora della deriva:una forza talmente immensa da impedirci di indirizzarla e induce in
rassegnazione (spinge verso una nostalgica e improbabile restaurazione del passato) oppure come la scoperta di una
nuova immensa forma di energia, impressionante, che può permettere all’umanità di dare inizio a una inedita fase
storica(immensa eenergia di un sistema che sta collassando e che va trasformata in un sistema nuovo).
Strategie conservazione/innovazione = automatismo/libertà→ l’uomo deve uscire da una logica esecutiva di un
programma per assumersi la responsabilità di trasformarlo.
E’ la stessa natura, la vita, che ci ha fornito un incredibile feedback naturale, perché ogni creatura che nasce è
chiamata a un ripensamento critico della realtà che è stata scritta dalle generazioni precedenti; la storia sottopone a
verifica le proprie grammatiche, sceneggiature e testi sociali. Ciò solo nel caso in cui la comunicazione da trasmissiva si
trasformi in generativa e sta a noi educare e formare i giovani a una cultura del progetto e ciò non è semplice in
quanto implica una durissima rivoluzione e un riassetto mondiale. Educazione e Comunicazione hanno dunque un
forte legame: i docenti non devono essere trasmettitori di grammatiche immutabili, ma favorire lo sviluppo della
capacità critica. La comunicazione formativa deve favorire una conflittualità conoscitiva che riguarda sia gli allievi che i
docenti, una indagine cooperativa tra allievi e docenti, un processo generativo di conoscenza. Il conflitto di visione è il
cuore pulsante di ogni forma di progetto. E’ in questo senso che l’innovazione non fa confusa con la tecnologia.
Norman, parlando di tecnologia, ci ha spiegato che la migliore è quella “invisibile”. Gli script sono comportamenti
tecnologici ormai così comuni, universalmente assimilati, da risultare invisibili. Quello che preoccupa delle
sceneggiature oggi è proprio il fatto che siano difficilmente riconoscibili e questa loro invisibilità serve a nascondere le
grammatiche sociali che le ispirano.
Nel testo si fa l’esempio dell’evoluzione del digitale informatico, di come sia sempre più diventato digitale naturale e
di quanto naturale e artificiale abbiano nel tempo sconvolto i termini della loro relazione storica: l’immaginario cioè
prende a interagire con le cose concrete della nostra esperienza, ponendosi come realtà effettuale, come causa si
immaginata ma i cui effetti sono assolutamente concreti. Se l’immaginario diventa cioè un soggetto agente, se il
pensiero può avvalersi di supporti esterni a se stesso cos’ tanto da indurre a ridiscutere la soglia stessa che divide
esteriorità e interiorità (realtà e finzione), dove finirà la nostra meravigliosa libertà di pensare l’impossibile? L’uomo
oggi ha bisogno come mai di essere autore di finito e infinito: su questa “coincidenza” poggiano le colonne della nuova
umanità. Da sempre l’umanità mescola realtà e finzione, non doveva certo arrivare il digitale perché questo
accadesse, ma la potenzialità di elaborazione autonoma una volta avviato l’algoritmo, è un dato nuovo e difficilissimo
da elaborare. Un testo digitale collocato nel campo di relazioni della Rete ad esempio, viene rielaborato e trasformato
in un testo diverso da quello del suo autore, i testi vengono fisicamente riscritti, è un sistema generativo di significati e
significanti. In futuro sarà sempre più difficile distinguere tra digitale e non digitale.
La digitalizzazione della realtà è un processo storico che sta trasformando il mondo; la comparsa del digitale
informatico ne è solo una conseguenza. Purtroppo però il suo successo commerciale, invece di aiutarci a capire di cosa
siamo capaci, ci ha portato a sostenere la natura speciale, quasi “magica” del supporto e quindi a contrapporre 3
digitale e reale. L’occasione non è sfuggita a chi aveva interessi politici ed economici per ghettizzare le persone:
anziché aiutare a immaginare e progettare una società diversa, questo mondo ha dato ai Signori del digitale la
possibilità di controllare e sfruttare l’immaginario Personal. Ma nonostante ciò, il digitale sta diventando un linguaggio
naturale.
La parola vincente oggi nella comunicazione è “personalizzazione”, ma spesso anziché assumere il significato di vivere
a pieno la nostra condizione così da incidere sulla storia fino a cambiarla, è una dittatura mascherata, che si nasconde
dietro l’illusione di dare a ognuno la possibilità di scrivere testi ma è invece contraria ad ogni tipo di sperimentalismo
che porti a visioni nuove, di un mondo radicalmente diverso dal nostro.
E’ importante comprendere come le sceneggiature siano elementi del processo di costruzione sociale oggi in corso che
è ad alto tasso di reificazione, che avviene a due livelli: 1) quello degli script, interpretati come unico modo di fare, di
essere possibile. Fanno dimenticare di essere una possibilità di interazione fra le tante possibili, magari che si sono
affermate in seguito a precise scelte di marketing, diventando percepite come cose preesistenti il pensiero e l’azione
umana. 2) riguarda gli esecutori degli script, coloro che li trasformano in un testo vero e proprio, che vengono
classificati in varie tipologie in base all’uso e alle competenze raggiunte: ad esempio i giovani, poiché riescono a
trovare e memorizzare molto bene gli script con cui interagire con i nuovi media siano detti digital mind in
contrapposizione ai digital immigrant, colore che sarebbero anagraficamente restii al digitale. Come se per pensare
digitale bastasse conoscere il maggior numero di script per usare le tecnologie! Questo errore ha comportato
l’esclusione (o meglio all’auto-esclusione) di importantissimi gruppi del processo di digitalizzazione della realtà. Ad
esempio nella scuola molti docenti hanno visto nelle ITC un linguaggio in via di definizione e sul quale fosse precoce
investire. Ciò perché si è posto al centro dell’innovazione le tecnologie e non i contenuti. Ci si è fermati ad aspetti
puramente esteriori del cambiamento storico in corso! E’ più difficile uscire da vecchie pratiche, conoscenze,
competenze e visioni che comprare le macchine di ultima generazione e imparare pochi script che ti illudono di
saperle usare. C’è una spaventosa assenza di visioni, di obiettivi per i quali avere voglia di conoscere, sapere,
appassionarsi; c’è assenza di futuro sia in senso di speranza che di progettazione.
1.4 – Strategia di comunicazione
Lo sviluppo della tecnologia nel corso del XX secolo, ha fornito alla strategia comunicativa strumentazioni prima
inimmaginabili: è importante capire se ne stiamo facendo buon uso.
L’identità comunicativa (l’insieme cioè dei caratteri fisici e simbolici che caratterizza ogni attore sociale comunicante)
è il risultato di scelte che i vari soggetti esprimono in un determinato ambiente comunicativo che li mette in condizioni
di leggere/scrivere, tramite azioni che si appoggiano a modelli facilitatori -> l’ambiente dello script, lo scriptwere, è
ideato per rispondere appieno ai nostri bisogni ed è l’habitat comunicativo in cui siamo immersi e sono visibilissimi
nell’uso ma invisibilissimi alla conoscenza critica, servitori e disseminatori di grammatiche e di testi sociali a nostra
insaputa. Comprendere la dimensione autoriale di questo habitat vuol dire iniziare a riappropriarsi della scrittura del
progetto con cui le organizzazioni concretizzano le loro mission. La nostra cultura continua a basarsi sulla forza del
potere (che logora chi non ce l’ha) e non sulla Ricerca e la Conoscenza: la Conoscenza per vivere deve accettare il su
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