Riassunto
LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE di Paolo E. Balboni e Fabio Caon
INTRODUZIONE
Nella letteratura internazionale il tema della comunicazione interculturale (® CI) viene affrontato secondo tre
prospettive:
a. La CI come problema di comunicazione, con un taglio semiotico, attento ai meccanismi della
comunicazione: l’interesse di questi studi è più per la modellizzazione teorica che per le sue ricadute
operative;
b. La CI come problema pragmatico, operativo, di cui interessa l’effetto potenzialmente problematico
nella comunicazione tra persone di culture diverse che usano una lingua ponte; è l’approccio
preferito nelle opere che si occupano della dimensione interculturale nell’economia, nel commercio,
nel turismo, e pone grande enfasi sulla misurazione della competenza interculturale di una persona;
c. La CI come aspetto della “competenza comunicativa”: questa è da decenni l’oggetto
dell’insegnamento delle lingue nonché delle certificazioni linguistiche. La tradizione didattica più
attenta alla forma della lingua produceva una forte competenza linguistica, ma non garantiva che,
appresa la grammatica, si sapesse poi anche comunicare: quest’ultimo obiettivo è stato perseguito
dall’approccio comunicativo sia insegnando a “fare” con la lingua, sia ponendo l’attenzione sul
contesto socio-culturale in cui si usa la lingua.
1. LA COMPETENZA COMUNICATIVA INTERCULTURALE
1.1 COSA SIGNIFICA “COMUNICAZIONE”, IN QUESTO CONTESTO
Esistono molte definizioni di “comunicazione” a seconda del punto da cui si osserva il fenomeno. Comunicare
significa scambiare messaggi efficaci, cioè che raggiungono il nostro scopo. Le parole vanno chiarite.
a. Comunicare
Questo verbo descrive l’atto volontario, programmato, consapevole di scambio di messaggi per perseguire il
proprio fine.
La comunicazione non va confusa con l’informazione, poiché quest’ultima è un fatto costituito da sintomi che
informano l’interlocutore del nostro stato d’animo (® rossore, sudore, tremito).
b. Scambiare
La comunicazione è uno scambio, un mettere in comune.
La maggior parte della comunicazione è dialogica, ma anche quando è monologica, come in una
conferenza, il conferenziere che sa comunicare tiene molto in considerazione il feedback dato dal sorriso e
dallo sguardo degli ascoltatori, dalla loro postura, e così via.
c. Messaggi
Non ci si scambia solo parole: gli interlocutori scambiano messaggi, cioè insiemi complessi di lingua verbale e
di linguaggi no verbali (® gesti, grafici, icone, ecc.).
Tranne che in una conferenza, il messaggio orale viene creato in maniera cooperativa, gli interlocutori
collaborano alla sua creazione, negoziano significati e decidono sull’uso dei linguaggi per giungere ad un
messaggio conclusivo accettato da tutti; nel messaggio scritto questa negoziazione non è possibile per cui lo
sforzo è duplice perché l’autore deve essere chiaro per il lettore implicito che ha in mente, mentre il lettore
deve sforzarsi di entrare nella mente dell’autore e di coglierne gli scopi, prima ancora che i contenuti.
d. Efficaci nel raggiungere lo scopo
La comunicazione è perfetta quando lo scambio fa sì che ciascuno raggiunga il suo scopo. Anche nella
comunicazione (apparentemente) monodirezionale ci deve essere una condivisione di scopi perché l’evento
comunicativo funzioni: il conferenziere ha come primo scopo evitare la noia o le distrazioni degli ascoltatori e
come scopo ultimo quello di convincerli sulla sua visione di un problema; gli spettatori, da parte loro, hanno
come scopo quello di non annoiarsi, di imparare qualcosa, di informarsi: se entrambi realizzano i loro scopi,
l’evento conferenza ha funzionato. 1
Gli eventi hanno luogo in un contesto situazionale. Il concetto sembra intuitivamente semplice, ma “contesto”
e “situazione” vanno chiariti: questi due concetti, studiati fin dagli anni Trenta da antropologi ed
etnometodologi – come Malinowsky, Firth, Fishman, Hymes – si definiscono sulla base di alcuni elementi:
Setting fisico – ad esempio, una scuola, un bar, una strada –: persone che vengono da culture diverse
• interpretano il setting secondo le regole e i valori della loro cultura (® vi si vive, vi si agisce e vi si
comunica in maniera diversa);
Tempo: il tempo pare una costante, ma in realtà è una variabile culturale e crea significativi problemi
• di comunicazione interculturale e organizzativa;
Argomento: si tratta di un fattore di rischio perché gli interlocutori possono ignorare che alcuni
• argomenti sono tabù in culture diverse dalla propria, oppure affrontare un tema di discussione senza
tenere in considerazione che i valori, i software mentali che sottostanno all’argomento di cui parlano,
non sono sempre condivisi nelle varie culture; tali fattori possono provocare incidenti involontari, ma
non per questo meno gravi;
Ruolo dei partecipanti in termini di gerarchia e di relativi segni di rispetto: è uno dei problemi più
• evidenti della comunicazione interculturale – ad esempio, le forme di saluto e di rispetto, verbali e
non;
Scopi dei partecipanti: alcuni non vengono dichiarati perché sono impliciti in una data comunità per
• cui li si presuppone per default; ci sono scopi dichiarati ma non veri in quanto fanno parte solo di
convenzioni sociali, di sistemi di “buona educazione”;
Atteggiamenti psicologici che i partecipanti hanno nei confronti degli interlocutori, della loro cultura,
• della loro azienda, istituzione o università: ad esempio, sarcasmo, ironia, ammirazione emergono,
anche se non vogliamo, nel testo linguistico e soprattutto nei linguaggi non verbali, per cui informano
l’interlocutore su atteggiamenti che certo non si vorrebbero comunicare;
Atti comunicativi, che costituiscono la dimensione tattica, immediata della comunicazione – ad es.,
• salutare, ringraziare, ecc. –, e mosse comunicative che sono di livello strategico superiore – ad es.,
attaccare, difendersi, ecc. –: ciascuna mossa e ciascun atto hanno una serie di parametri valutativi
propri delle singole culture;
Testo linguistico: solo dopo aver considerato tutti gli elementi sovraesposti diventa significativo
• considerare quello che, intuitivamente, pare l’elemento cardine della comunicazione – il testo –
quello che diciamo, scriviamo o trasmettiamo;
Messaggi extralinguistici: nella comunicazione interculturale, che è di solito condotta in inglese,
• l’attenzione e lo sforzo di chi parla si focalizzano sulla lingua verbale per cercare il lessico appropriato,
mentre le norme dei linguaggi non verbali vengono molto spesso trascurati, quasi che i gesti, la
mimica facciale, ecc., fossero dei concetti universali; in realtà, sono spesso fonte di gaffe o di veri e
propri incidenti comunicativi;
Generi comunicativi e norme sociali: ci sono degli eventi ritualizzati che ogni cultura gestisce secondo
• regole proprie, la cui mancata conoscenza può portare a situazioni spiacevoli.
1.2 UN MODELLO DI COMPETENZA COMUNICATIVA INTERCULTURALE
Un modello è una struttura concettuale che:
a. Include tutte le possibili realizzazioni del fenomeno descritto: un modello deve essere in grado di
indicare tutte le possibili aree critiche, le possibili fonti di attrito nella comunicazione tra persone di
diverse culture;
b. È in grado di generare comportamenti: chi applica il modello ne trae una guida per la sua azione
interculturale;
c. Si presenta in maniera gerarchizzata: caratteristiche essenziali di un modello sono la semplicità e
l’economicità, ottenute includendo solo le caratteristiche qualificanti, sostanziali, ed omettendo
quelle accessorie. Tuttavia, spesso c’è bisogno di progressivi approfondimenti, soprattutto nei
fenomeni complessi, per cui “aprendo” una componente del modello si accede ad altri modelli di
rango inferiore – non per sé inferiore, ma in quella struttura particolare.
Il concetto di competenza comunicativa nasce nel 1967, ad opera di Hymes, proprio come model of
interaction, e viene subito ripreso nel cosiddetto “approccio comunicativo” all’insegnamento delle lingue.
La competenza comunicativa è una realtà mentale che si realizza come esecuzione nel mondo:
Nella mente ci sono 3 nuclei di competenze che costituiscono il sapere la lingua:
• La competenza linguistica, cioè la capacità di comprendere e produrre enunciati ben
- formati dal punto di vista fonologico, morfosintattico, testuale, lessicale-semantico;
Le competenze extralinguistiche, cioè la capacità di comprendere e produrre espressioni e
- gesti del corpo (® competenza cinesica), di valutare l’impatto comunicativo della distanza
interpersonale (® competenza prossemica), di usare e riconoscere il valore comunicativo
degli oggetti e del vestiario;
Il nucleo delle competenze contestuali relative alla lingua in uso: la competenza
- sociolinguistica, quella pragmalinguistica e quella (inter)culturale;
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Le competenze mentali si traducono in azione comunicativa, nel saper fare lingua quando esse
• vengono utilizzate per comprendere, produrre, manipolare testi: si tratta delle abilità linguistiche;
questo meccanismo di attualizzazione della competenza costituisce la “padronanza” di una lingua;
da un lato, le competenze mentali divengono performance nel mondo, dall’altro, dal mondo
arrivano testi e altri input che integrano, perfezionano, modificano, correggono le nostre
“grammatiche” mentali;
I testi orali e scritti prodotti attraverso il meccanismo di padronanza contribuiscono a eventi
• comunicativi, governati da regole sociali, pragmatiche, culturali: è il saper fare con la lingua.
Se riprendiamo questo modello di competenza comunicativa e lo integriamo con quanto serve per poter
comunicare tra persone di cultura diversa, riducendo al minimo i rischi di incomprensione che derivano dalla
differenza culturale e dagli stereotipi, possiamo integrare il modello visto sopra in modo da renderlo adeguato
a descrivere non solo il fenomeno “comunicazione”, ma anche quello “comunicazione interculturale”. Nella
“mente” le tre competenze rimangono le stesse; lo stesso riguarda la parte “mondo”, dove precisiamo che si
tratta di eventi, ciascuno governato da ferree regole sociali. L’integrazione fondamentale, che differenzia la
competenza in una lingua “x” o “y” dalla competenza comunicativa interculturale, è collocata nella casella
che segna il raccordo tra le competenze mentali e ciò che agiamo nel mondo, dove non bastano le abilità
linguistiche, ma servono anche quelle relazionali.
a. Nella mente abbiamo delle competenze, cioè dei sistemi di “regole”, da osservare, per sapere se ci
sono potenziali punti critici interculturali: la lingua, gli altri codici, i valori culturali da un lato; la stessa
osservazione va fatta nel mondo in ordine ai meccanismi che regolano gli eventi comunicativi. Questi
elementi hanno uno scopo descrittivo e possono tradursi in un manuale fai-da-te;
b. Tra mente e mondo troviamo il ponte costituito dalle abilità relazionali, che vanno sviluppate
modificando la propria forma mentis in ordine alla reazione emozionale di fronte ad azioni o cose o
parole di altre culture che riteniamo spiacevoli e sociale di fronte a quelle che percepiamo come
offese o mancanze di attenzione. Alcune abilità processuali, e non più descrittive, sono:
Il saper osservare;
- Il saper relativizzare;
- Il saper sospendere il giudizio, perché questo è spesso gestito dall’emozione più che dalla
- ragione;
Il saper ascoltare attivamente, ascolto da un punto di vista “terzo”;
- Il saper comunicare emotivamente;
- Il saper negoziare i significati, nel caso un atteggiamento ci paia offensivo.
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1.3 UNA “FILOSOFIA” DI COMUNICAZIONE INTERCULTURALE
Costruire una competenza comunicativa per agire in una prospettiva interculturale non significa
abbandonare i propri valori e far propri quelli del luogo in cui si “espatria”, ma significa:
a. Accettare il fatto che i modelli culturali sono diversi e che non vi sia una gerarchia di valore a priori;
b. Sapere che esistono gli stereotipi e i pregiudizi e hanno una loro funzione di economia mentale, ma
che tale funzione è spesso fuorviante in quanto generalizzazioni che creano categorie rigide, mentre
l’incontro con le culture diverse è sempre un incontro con delle persone, quindi uniche e irripetibili;
c. Conoscere gli altri, studiando(li), creandosi un repository di informazioni che si può integrare
continuamente, oltre che con l’esperienza diretta, con il racconto di esperienze di parte di
informazioni;
d. Rispettare le differenze che non ci pongono problemi morali, ma che rimandano solo alle diverse
storie delle varie culture;
e. Accettare il fatto che alcuni modelli degli altri possono essere migliori dei nostri e mettere in
discussione i modelli culturali con cui siamo cresciuti.
Questa sequenza è gerarchica: ogni atteggiamento presuppone quelli precedenti e pone le basi per quelli
seguenti.
Entrare in una logica interculturale è cosa totalmente diversa dal mirare ad un melting pot come quello
effettuato in America da spagnoli, portoghesi e inglesi: secondo tale teoria del melting pot, ogni differenza
culturale si deve stemperare fino a fondersi in una nuova realtà e la fase multiculturale è transitoria, in attesa
dell’omogeneizzazione. Pluribus unum è il motto ufficiale degli Stati Uniti: la parola chiave in America del Nord
e del Sud è multiculturalità, che indica una situazione transitoria e limitata nel tempo, dettata da necessità
contingenti e non da scelte, mentre interculturalità è un atteggiamento costante, che prende atto della
ricchezza intesa nella varietà, che non si propone l’omogeneizzazione e mira solo a permettere l’interazione
più piena e fluida possibile tra le diverse culture.
Questi due punti rappresentano una “filosofia morale”, indicano la prospettiva di comportamento e di valori
cui facciamo riferimento; ci sono poi dei problemi di filosofia della conoscenza, cioè legati ai parametri su cui
far perno per valutare i problemi comunicativi interculturali. Esistono molti parametri elaborati dalle scienze
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della comunicazione e da quelle del linguaggio per valutare di volta in volta la qualità di una mossa o di uno
strumento di comunicazione. Tra questi, i più produttivi nella nostra prospettiva sono:
a. Formale vs. informale
Si tratta di un’opposizione essenziale, se non altro perché nella comunicazione “l’abito fa il monaco”:
un errore sul piano della formalità richiesta in una data situazione può compromettere lo scambio.
Ogni cultura ha il suo modo particolare di identificare formalità ed informalità, non solo nel
linguaggio, ma anche nel modo di comportarsi;
b. Polite vs. unpolite
Questi termini inglesi includono non solo il “ben educato” italiano, ma anche un concetto di
adeguatezza alla situazione, nonché un fattore di gentilezza e di rispetto sociale che va oltre quella
che in italiano definiamo “buona educazione”; negli studi di pragmatica comunicativa esiste una
versione più forte del concetto di politeness, che esprime l’accettazione di un rapporto gerarchico;
c. Forza mascherata vs. esplicita
In una “lotta” quale è la comunicazione la forza non va sempre evidenziata, perché l’interlocutore
potrebbe offendersi e interrompere lo scambio; spesso in una situazione formale la forza delle frasi e
degli atti comunicativi non può essere esplicita, per cui gli imperativi, il verbo dovere, i gesti imperiosi
della mano sono esclusi.
In questo campo, la complessità interculturale è notevole: in inglese un divieto viene raramente
espresso con un esplicito no, you may not go e la sua forza viene piuttosto mascherata con un
delicato I’m afraid you can’t possibly go there, I’m sorry; di converso, ci sono culture che privilegiano
l’espressione diretta del proprio pensiero, in maniere che appaiono brusche a tutti gli occidentali e
che quindi sono destinate a creare problemi nel momento in cui vengono tradotte in inglese, ma
conservando la forza pragmatica della lingua di partenza; il problema si presenta quotidianamente
anche all’interno della cultura americana.
Direttività/implicitezza è una dicotomia fondamentale anche nell’uso degli imperativi: un inglese li usa
per le istruzioni semplici, ma il più delle volte, se deve davvero regolare il comportamento altrui, usa i
cosiddetti whimperatives (® ricorrendo a could, should o would): in realtà sono degli ordini, non delle
richieste. A complicare il problema, l’opposizione esplicito/implicito è regolata anche dal fattore del
genere del parlante: non solo il maschio è in genere più esplicito della donna, ma molte culture non
consentono alla donna di essere esplicita nelle sue richieste o nei suoi ordini;
d. Politicamente corretto vs. scorretto
In base a questo parametro puramente culturale, la scelta lessicale ha valore “politico”: rientrano in
questa sfera il rispetto etnico (® “persona di colore”, in America è considerato da molti come
politically incorrect), il concetto di parità tra uomo e donna (® in italiano, il genere distingue tutti i
nomi, gli articoli, gli aggettivi,…), i riferimenti all’orientamento sessuale, ad alcune professioni, a
situazioni di salute (® in italiano, handicappato è stato sostituito da disabile e poi da diversamente
abile).
In America, la political correctness porta a situazioni impensabili per gli europei: ad esempio, il
concetto di parità tra i sessi può far sì che un uomo,
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