La congiura di Macchia: cultura e conflitto politico a Napoli nel primo Settecento
Introduzione
Il 23 settembre del 1701 esplose a Napoli una rivolta popolare che per due giorni mise a ferro e fuoco la città; a provocarla erano stati alcuni nobili napoletani dopo il fallimento di una congiura da loro organizzata che prese il nome di uno dei congiurati, Gaetano Gambacorta, principe di Macchia, e passò alla storia come “congiura di Macchia”.
I congiurati non accettarono le scelte ereditarie del sovrano spagnolo Carlo II d’Asburgo che morì senza eredi e designò come successore Filippo di Borbone, duca d’Angiò, nipote di Luigi XIV; riconoscevano invece come legittimo erede dell’ultimo sovrano asburgico di Spagna, l’arciduca Carlo d’Asburgo, figlio dell’Imperatore Leopoldo I. Sia Filippo di Borbone che Carlo d’Asburgo erano nipoti di Carlo II: la nonna paterna di Filippo era infatti Maria Teresa, sorella di Carlo II e sposa di Luigi XIV; l’altra sorella di Carlo II, Margherita, era nonna paterna dell’arciduca Carlo e aveva sposato l’imperatore Leopoldo:
| Luigi XIV | Maria Teresa | Carlo II | Margherita | Eleonora |
| (re di Francia) | di Spagna | d’Asburgo | di Spagna | Maddalena di Neuburg |
| Luigi “il Grande” | Maria Anna | Arciduca Carlo | d’Austria | d’Austria |
| (delfino di Francia) | di Baviera | Filippo, duca di Angiò | ||
| Maria Antonietta | (poi Filippo V di Spagna) |
I congiurati avevano tramato di impadronirsi della città occupando prima Castelnuovo e procedendo con la conquista di tutti i castelli di Napoli; si sarebbe così offerto il Regno di Napoli agli Asburgo d’Austria, riconosciuti come legittimi eredi del sovrano spagnolo. La congiura tuttavia fu scoperta, quindi i congiurati tentarono di aizzare la popolazione napoletana contro Luigi della Cerda, viceré e duca di Medinaceli, ma il tentativo fu represso dalle forze governative che riconquistarono la città; però molti dei congiurati riuscirono a fuggire e poterono fare ritorno nel Regno dopo la conquista austriaca di Napoli.
Nonostante il fallimento, la congiura rivelò l’esistenza di un “partito filoasburgico” (o “imperiale”) che aveva dei legami nella corte austriaca e rappresentanti nello Stato pontificio; soprattutto la congiura mostrò il protagonismo politico della nobiltà napoletana. La congiura di Macchia ebbe anche una risonanza internazionale, attraverso giornali, memorie, storie e opere teatrali: anche l’intellettuale Giambattista Vico si interessò all’episodio raccontandolo nella sua opera “La congiura dei principi napoletani 1701”; tuttavia dopo la creazione del borbonico e indipendente Regno di Napoli, l’attenzione degli scrittori per la congiura iniziò a diminuire: solo un secolo dopo la congiura fu reinserita nel quadro storico del Regno di Napoli. Però anche questi ultimi studi avevano interpretazioni ideologiche: infatti, la congiura è stata presentata come un anticipato episodio del Risorgimento italiano, riconoscendo nei protagonisti della congiura degli eroi che lottavano per l’indipendenza della patria dallo straniero.
Invece, Benedetto Croce interpretò la congiura come la lotta di un baronaggio che non voleva perdere i propri privilegi che sentivano protetti più dagli Asburgo d’Austria che dai Borbone di Francia; a questa nobiltà conservatrice si sarebbe contrapposto il ceto togato che rappresentava le innovative correnti culturali europee. Contro questa interpretazione di Croce, altri studiosi hanno individuato nei congiurati dei nobili “moderni” sensibili alle nuove correnti culturali e al conflitto tra baronaggio e ceto togato hanno sostituito la contrapposizione tra nobiltà:
- “Vecchia”, schierata con i Borbone;
- “Nuova”, schierata con gli Asburgo.
Ma queste ricerche si riferiscono perlopiù all’interno della realtà napoletana, quando la dimensione locale e il contesto internazionale erano in realtà strettamente connessi e la congiura si colloca in un generale quadro europeo del conflitto a seguito della morte di Carlo II d’Asburgo: nei mesi in cui la congiura fu ordita iniziava, infatti, la Guerra di Successione spagnola che decretava il fallimento delle diplomazie europee nel trovare una soluzione pacifica sulla morte senza eredi del sovrano spagnolo. Difatti, le politiche matrimoniali delle corone europee e i legami di parentela che univano le dinastie d’Europa, legittimavano le pretese dei contendenti, tra cui Filippo di Borbone e Carlo d’Asburgo.
La situazione alla corte spagnola
Durante gli ultimi anni di Carlo II la corte aveva assunto un protagonismo politico superiore a quello esercitato con i sovrani precedenti; accanto al re, facilmente manovrabile per le sue cagionevoli condizioni di salute, vi erano gli artefici dell’azione politica, innanzitutto le donne: la regina madre, Maria Anna d’Austria, poi la seconda moglie, Marianna di Neuburgo, sostenitrice di Carlo d’Asburgo, divenne infatti capo politico del “partito austriaco” all’interno della corte.
I personaggi principali della vita politica spagnola furono gli esponenti della nobiltà castigliana che però, a causa della vacillante situazione internazionale con le potenze europee non ancora schierate, mantenevano un atteggiamento prudente. Anche all’interno del partito austriaco stesso vi erano delle profonde divisioni; infatti vi fu uno spostamento della corte, della nobiltà e dei sudditi dall’adesione al partito austriaco al “partito borbonico”, dovuto soprattutto alle capacità politiche della diplomazia francese; tra gli aderenti al partito borbonico vi era il cardinale Portocarreo, sarebbe stato lui a convincere Carlo II a stilare il suo testamento a favore di Filippo d’Angiò, tuttavia, dopo che furono rese note le disposizioni testamentarie dell’ultimo sovrano asburgico di Spagna, circolarono voci diffamatorie sul fatto che il testamento fosse apocrifo e che fosse stato falsificato dallo stesso Portocarreo.
Dopo il fallimento delle trattative diplomatiche, l’unica operazione possibile era la guerra, ma ci fu indecisione da parte delle potenze europee se appoggiare il candidato francese o quello austriaco: innanzitutto i Paesi Bassi e l’Inghilterra che, spinti perlopiù da ragioni economiche e attenti a mantenere un equilibrio politico internazionale, avevano cercato di evitare un conflitto bellico; al dibattito si aggiunsero anche gli Stati italiani.
Influenze internazionali
L’Inghilterra infatti aveva vissuto in quegli anni grandi cambiamenti dinastici che avevano portato sul trono inglese Maria e Guglielmo d’Orange, al posto del “legittimo” sovrano Giacomo Stuart che aveva trovato asilo e protezione nella Francia di Luigi XIV; i sovrani successivi, ossia la regina Anna Stuart seguita da Giorgio I di Hannover, il Parlamento e gli intellettuali inglesi alimentarono un lungo dibattito sull’opportunità di trovare soluzioni diplomatiche o di intraprendere una guerra: si giunse alla scelta di appoggiare l’arciduca Carlo poiché era la scelta più vantaggiosa per le potenze commerciali (Inghilterra, Paesi Bassi e Portogallo), infatti esse temevano la concorrenza, anche sul versante coloniale, di una alleanza franco-iberica.
Anche in Italia ci fu divisione nell’opinione pubblica: ad esempio, la società veneta si trovò divisa al suo interno, di fronte alla neutralità decisa dall’oligarchia veneziana. Ad influenzare le decisioni fu il Ducato di Savoia con il matrimonio della figlia di Vittorio Amedeo II, Maria Luisa di Savoia, con Filippo V il che comportava lo schierarsi del Ducato a sostegno del candidato francese; tuttavia, i successi militari del fronte antiborbonico spinsero Vittorio Amedeo a passare sul fronte filoasburgico, una scelta che lo avrebbe ripagato con il riconoscimento del titolo di re e con le acquisizioni territoriali.
Le contrapposizioni aumentarono anche alla corte dell’imperatore Leopoldo I: si divisero coloro proponevano un impegno militare in Italia dai sostenitori di un attacco diretto alla Francia, ma Leopoldo I temeva di impegnarsi senza un ufficiale appoggio delle potenze marittime come Inghilterra e Paesi Bassi, che in quel momento erano intente a formulare le trattative con Luigi XIV, ipotizzando le spartizioni dell’eredità spagnola. Per l’imperatore era quindi essenziale comprendere quali fossero gli orientamenti degli Stati italiani, soprattutto quelli dipendenti dalla Corona spagnola: la resistenza o l’appoggio dei sudditi italiani poteva facilitare o ostacolare un’eventuale guerra nei territori italiani.
Il contesto italiano
Le élites italiane (tra queste vi erano soprattutto le classi dirigenti del Regno di Napoli, di Sicilia, di Sardegna e del Ducato di Milano), che da più di un secolo facevano parte del sistema di potere della Monarchia Cattolica, avevano iniziato a preoccuparsi delle vicende politiche internazionali e su cosa sarebbe successo dopo la morte di Carlo II.
Partire dalla metà del XVII secolo i rapporti tra gli Stati italiani dipendenti dalla Spagna e la Monarchia Cattolica avevano iniziato a incrinarsi e la crisi economica compromise la “reputazione” della Spagna che agli inizi del XVII secolo appariva come la più grande potenza europea. Così le maggiori famiglie aristocratiche italiane dipendenti dalla Spagna si erano rivolte alla Francia la quale offriva tutela a quanti avevano iniziato a opporsi alla Corona spagnola, ad esempio i napoletani durante la rivolta di Masaniello (1647-48).
L’Impero d’altra parte iniziò ad acquisire un ruolo politico soprattutto dopo il 1683, quando fu in grado di respingere l'esercito turco che aveva tenuto sotto assedio Vienna e con la Pace di Carlowitz Leopoldo I acquisiva nuovi territori (Ungheria, Transilvania, Croazia…) e si presentava come difensore della cristianità occidentale, si trattava di una rinascita del “mito imperiale”.
Molti feudi nel centro-nord Italia erano di investitura imperiale e di conseguenza venivano chiamati a esprimere la loro fedeltà all’Impero, tuttavia, ci furono nelle élites italiane anche dei modelli politici alternativi alle monarchie assolute, rappresentati da Inghilterra e Paesi Bassi che proponevano forme repubblicane e, nel caso dell’Inghilterra, un nuovo modello di monarchia con un ruolo più importante del Parlamento che aveva “scelto” il proprio re; quindi la Spagna non era più l’unico referente politico-istituzionale d’Europa.
La morte di Carlo II fece precipitare la situazione: non appena si diffuse la notizia del testamento che designava Filippo d’Angiò erede del sovrano spagnolo, Luigi XIV si affrettò a riconoscerlo, mentre Leopoldo I lo respinse e inviò un proprio esercito sotto i comandi del principe Eugenio di Savoia; in più, con l’alleanza di Aja, nel 1702 Olanda e Inghilterra si schieravano con l’Impero contro Francia e Spagna.
Il programma del nuovo re di Spagna
Il programma del nuovo re di Spagna ribadiva la centralità della Francia nelle relazioni politiche con la Spagna e la necessità di allontanare dalla corte i contrari al partito francese; a farne le spese furono: la regina vedova che fuggì, il principe di Assia-Darmstadt (governatore della Catalogna) che fu sostituito dal Portocarreo, e l’Almirante di Castiglia che, condannato a morte, fuggì in Portogallo, divenne poi referente del partito imperiale.
Mentre, ebbero un ruolo centrale nella nuova corte madrilena di Filippo V: il Portocarreo, Emanuele d’Arias e il duca di Harcourt destinato a dirigere il Consiglio di Stato; era quindi evidente la totale dipendenza della Spagna dalle decisioni del re di Francia e ciò provocò il risentimento di ministri e nobili spagnoli che preferirono lasciare gli incarichi pur di non restare alle dipendenze dei francesi.
Il malessere e il disagio spinsero alcuni degli aristocratici a manifestare il proprio dissenso, tra i principali vi furono: il principe di Assia-Darmstadt che fu vicino all’Almirante di Castiglia e fedele al partito imperiale:
- Il principe di Assia-Darmstadt cercò di far sollevare la Catalogna;
- L’Almirante di Castiglia in precedenza prese contatti con gli olandesi per provocare contro i francesi un’insurrezione.
Ed è in questo clima che matura la congiura di Macchia: nel Regno di Napoli l’iniziale filo-francesismo delle élites napoletane cominciò ad assumere nuovi significati ideologici, a ciò influì la rinata potenza imperiale che rappresentò un forte richiamo per i cadetti delle maggiori famiglie del Regno, che si erano arruolati nelle fila dell’esercito austriaco e quelli che tornarono nel Regno mantenevano dei legami con l’Impero e gli esponenti della corte asburgica, finendo per costruire un “partito asburgico”.
Questi generici orientamenti ideologico-culturali portarono a Napoli la diffusione dell’idea della costituzione di un Regno indipendente, che si inserì nel progetto politico dei congiurati che individuarono nell’arciduca Carlo d’Asburgo il loro “legittimo” sovrano, colui che avrebbe posto le basi per una nuova monarchia. La congiura mostrava il protagonismo politico di un’aristocrazia napoletana capace di esprimere la propria opposizione politica non sono tramando nell’ombra, ma organizzando delle azioni coordinative a livello locale, insieme ad illustri esponenti della corte imperiale.
La congiura ebbe inoltre ripercussioni anche sulla politica all’interno della corte madrilena, dove la maggiore nobiltà spagnola si era spaccata nel sostenere i diversi candidati alla successione di Carlo II e che dovettero fare i conti anche con l’ingresso di nuovo personale politico francese che si era spostato in Spagna al seguito di Filippo V. Così il viceré di Napoli, duca di Medinaceli, finì per diventare il capro espiatorio delle vicende napoletane e fu destituito dall’incarico; tornato a Madrid si tenne lontano dalla corte, in disaccordo con la crescente influenza francese nella politica spagnola e in polemica con la nobiltà castigliana capeggiata dal Portocarreo, perciò fu accusato di tradimento e trascorse gli ultimi anni della sua vita in carcere.
Fonti classiche e moderne
Della congiura è rimasta una ricca e variegata documentazione delle carte politiche, ai giornali, alle memorie e racconti storici: si tratta di documenti di grande rilevanza soprattutto perché suggeriscono il modo in cui le congiure erano pensate nella società europea del primo Settecento; ne sono testimonianza le riflessioni di Machiavelli e Guicciardini che, pur criticandole, ne avevano legittimato l’uso.
Nel XVII sec. in Europa si erano moltiplicate le narrazioni di congiure ed era nato un parallelo genere teatrale costituito dal racconto di congiure del passato o contemporanee, che rinviava al locus classicus del genere: come il Bellum Catilinae di Sallustio, ma anche a Tacito, Livio, Cicerone di cui riprendevano il modello stilistico. L’esempio classico veniva tuttavia piegato alle nuove esigenze politiche e sociali, quindi eventi e racconti erano strettamente connessi.
Gli eventi
La congiura dei principi napoletani
Dalla metà del XVII sec. all’interno dei diversi Stati della Monarchia cominciarono a crearsi schieramenti e fazioni a sostegno delle diverse opposizioni; oltre che alla Francia di Luigi XIV e l’impero di Leopoldo I, furono protagonisti anche le potenze europee: Inghilterra, Paesi Bassi, Principati tedeschi, Portogallo, Stato pontificio, Ducato di Savoia e una parte dei diversi signori italiani (Medici, Farnese, Gonzaga).
Con l’aggravarsi delle condizioni di salute di Carlo II e il complicarsi del quadro politico nella corte madrilena, anche nei domini italiani della Spagna andò crescendo il livello di conflittualità tra i diversi “partiti”: nel Regno di Napoli erano iniziate a circolare numerose opere sui presunti diritti alla successione spagnola dei vari contendenti.
Le varie opzioni al problema della Successione di Spagna (dagli iniziali progetti di spartizione, al polarizzarsi dello scontro tra il candidato francese e quello austriaco) alimentarono un intenso dibattito tra i “partiti”, ma con la crisi dinastica degli Asburgo di Spagna radicalizzarono le proprie posizioni, passando dall’essere generici orientamenti ideologico-culturali a connotazioni sempre più politiche.
Trame segrete tra Napoli, Roma e Vienna
La notizia della morte di Carlo II giunse a Napoli il 20 novembre del 1700: il viceré duca di Medinaceli trasmise la notizia al viceré di Sicilia e convocò una seduta straordinaria con il Collaterale e i capi di tutti i tribunali; ma il duca della Castelluccia insieme a Girolamo e Bernardino Acquaviva e Giuseppe Capece, si presentarono dal viceré rivendicando alle Piazze (la nobiltà napoletana) il diritto di assumere il governo della città fino alla definizione del successore di Carlo II; tuttavia tale richiesta venne respinta, così gli aristocratici presero una posizione polemica nei confronti del viceré.
Il 24 novembre arrivò la notizia dell’accettazione da parte di Luigi XIV del testamento di Carlo II, la notizia ovviamente non fu accolta favorevolmente dal sempre più numeroso gruppo di oppositori al partito borbonico. A quel punto Roma divenne il centro organizzativo dell’attività politica e cospirativa di quanti, nel Regno di Napoli, si opponevano all’opzione borbonica e al viceré: infatti, Roma rappresentava il centro della diplomazia internazionale e dell’attività degli ambasciatori che tutti gli Stati inviavano presso la corte pontificia.
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