Fonti – Senatore:
Per “fonti” si intendono tutti i resti del passato materiali e immateriali, scritti e
non scritti, prodotti da chi ci ha preceduto. La storia si fa con la critica delle
fonti, che spesso possono risultare ambigue.
1. Historia Longobardorum (fonte narrativa)
I Longobardi invasero la penisola italiana nel 568, evento descritto da un
monaco longobardo più di 200 anni dopo, Paolo Diacono. Egli racconta
che dopo 10 anni senza un re, i capi longobardi elessero Autari, che
ristabilì la monarchia e si arricchì tramite la cessione degli averi da parte
dei sudditi. Il monaco afferma che l’invasione è caratterizzata da
assassini e depredazioni; infatti, racconta che molti nobili romani vennero
uccisi al fine di impadronirsi dei loro beni, mentre altri vennero resi
tributarii, tributo:
ovvero costretti a pagare un
In questi giorni molti nobili romani furono uccisi per cupidigia. Gli altri poi, divisi tra i
longobardi secondo il sistema dell’ospitalità, vengono resi tributari con l’obbligo di
versare la terza parte dei loro raccolti ai longobardi.
Poi torna sulla questione della violenza del popolo longobardo e dei
romani assoggettati:
L’Italia fu per massima parte presa e soggiogata dai longobardi, dopo che questi ebbero
spogliato le chiese, ucciso i sacerdoti, rovinato le città e sterminato le popolazioni che
erano cresciute come messi sui campi.
Invece le popolazioni sottomesse furono suddivise tra gli ospiti longobardi.
Si parla quindi dello sfruttamento dei nobili e del resto della popolazione.
hospites,
Quando si riferisce ai longobardi come Paolo Diacono fa
hospitalitas,
riferimento al concetto di secondo cui ai barbari insediati nei
confini dell’Impero Romano veniva assegnato un terzo delle terre
confiscato ai proprietari romani oppure un terzo dei proventi:
probabilmente PD si riferisce a questo secondo significato, anche se
risulta difficile credere che in quelle condizioni di violenza siano stati
organizzati dei prelievi, anche perché, se la maggior parte dei nobili
romani vennero trucidati, qualcuno doveva pur essere rimasto ancora
vivo e in possesso dei propri beni per poter essere “tassato”. Ovviamente
PD scrive in latino e per ogni parola intende un certo significato, ad
esempio la parola nobili la utilizza anche per riferirsi ai nobili del suo
tempo, i guerrieri franchi o longobardi che controllavano l’organizzazione
pubblica e possedevano terre e contadini. Oggi invece quella parola va
riferita alla classe senatoria romano-italica del VI secolo, che era al
vertice della società e dell’economia, benché spogliata dal controllo
militare che era invece in mano ai barbari. PD a differenza dei Franchi,
che si presentavano come discendenti dei troiani e perciò nobilitati
dall’apparentamento dei romani, non parla di origini mitiche dei
longobardi: a questi bastava sentirsi parte di un popolo che proveniva dal
nord e dunque estraneo al popolo romano. Ogni longobardo si sentiva
parte di una stirpe che ricordava e di cui raccontava la storia e i cui
componenti familiari erano ricordati in successione cronologica. Le fonti
alle quali attinge PD, sono tradizioni orali della storia dei longobardi: fa
riferimento alla Origine dei Longobardi, di cui esistono varie versioni.
L’espressione utilizzata dal monaco riguardo la “popolazione cresciuta
come messi sui campi”, viene ripresa da papa Gregorio Magno,
oppositore delle violenze dei longobardi. Un’altra fonte è data da
Secondo di Trento, un chierico di origine italica morto nel 612 dal quale
PD riprende alcune espressioni. Questi narrò le fasi più difficili della
hospites
conquista, di cui ebbe esperienza diretta. Lo stesso vocabolo
risale proprio a Secondo. Dopo aver citato le popolazioni sottomesse,
Paolo fa un’affermazione:
«C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c'erano violenze, non si
tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non
c'erano furti, non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun
timore.»
Queste frasi sono da ricondursi a PD e non a Secondo, il quale altrimenti
si contraddirebbe. Il monaco sembra evocare i momenti in cui regnavano
pace e giustizia tra i Longobardi. Paolo proveniva da una famiglia
longobarda del Friuli e aveva vissuto alla corte regia di Pavia prima delle
guerre tra longobardi e franchi. Divenne monaco benedettino a
Montecassino e assistette alla fine del regno (774) e alla rovina della sua
famiglia poiché il fratello prese parte a una resistenza antifranca. Visse
poi alla corte di Carlo Magno. PD, essendo cattolico, giudica
negativamente l’arianesimo, gli eccidi dei Romani e il saccheggio delle
chiese, ma allo stesso tempo ritiene importante tramandare la storia del
suo popolo. Cosa accadde ai romani che erano stati sottomessi dai
longobardi? Manzoni provò a rispondere con un saggio storico sul popolo
longobardo del 1822, in cui afferma che l’invasione aveva provocato il
totale asservimento dei romani, ovvero i futuri italiani. Romani e
longobardi non si sarebbero quindi fusi. Il “volgo disperso che nome non
ha” come definisce i romani conquistati prima dai longobardi e poi dai
franchi, nella tragedia Adelchi, corrisponderebbe al popolo italiano che
nel XIX secolo era separato in diversi stati (richiamo ai domini austro-
ungarici). Oggi la teoria manzoniana è considerata scorretta dal
momento che non ci sono prove che tutti i romani fossero stati
schiavizzati, perlopiù risulta anche impossibile per una questione di
numeri: i longobardi erano 120.000 mentre i romani erano circa 6 milioni.
Inoltre, i romani del 568 non sono gli italiani del 1822.
Sicuramente i longobardi presero possesso del territorio e controllo dal
punto di vista sociale ed economico, privando i ceti dirigenti dei loro
poteri. Parlando della restaurazione della monarchia con il re Autari, PD
afferma che venne chiamato Flavius, che in realtà stava a indicare la
stirpe romana del I sec d.C., ma qualcuno ritenne opportuna una
definizione romana per un re longobardo. Dunque, l’integrazione era già
cominciata. La Historia che ci è pervenuta non è l’originale, definita
archetipo, ma è stata tramandata e copiata per anni. Grazie alla filologia,
che si occupa dello studio dei documenti e di risalire il più possibile
all’archetipo, oggi si può capire quali documenti siano validi e quali
invece no. Ad esempio, se in due copie diverse è presente un errore
comune, i due manoscritti sono tra loro collegati e la loro testimonianza
non vale uno ma due.
2. Un coccio e la fine dell’età antica (fonte materiale):
si tratta di un grande piatto di ceramica, prodotto nel VII secolo in Tunisia
e il cui commercio si era diffuso largamente in età imperiale e
tardoantica. Le parti più scure del piatto sono originali, mentre il resto è
stato ricostruito: il piatto era rotto e i frammenti sono stati ritrovati e
crypta Balbi.
riattaccati. In particolare, sono stati ritrovati nei pressi della
L’utilità di questa fonte consiste nella possibilità di datare il terreno in cui
è stato ritrovato e permette di studiare l’economia del passato (il piatto
proviene dall’Africa ed è arrivato a Roma attraverso il commercio). Il
terreno risale alla seconda metà del VII secolo. Gli archeologi utilizzano il
metodo stratigrafico, ovvero studiano gli strati del terreno che
corrispondono a epoche diverse: quello superiore è posteriore a quello
inferiore. Hanno quindi utilizzato questo metodo per studiare l’esedra
della crypta, ricostruendo il suo utilizzo tra l’impianto originario, la
ristrutturazione, l’abbandono, uso come sepoltura e nuovo abbandono
ecc… Si procede quindi con lo studio degli strati di terreno, ognuno dei
quali ha una certa conformazione dovuta anche a interventi dell’uomo o
eventi naturali, inoltre ognuno ha delle testimonianze (reperti organici,
monete, cocci di ceramica, metalli) utili a datare il terreno. L’esedra è
stata studiata a ritroso nella successione storica e in particolare lo strato
n. 5 è quello che risale alla metà del VII secolo. Una volta che oggetti e
strato sono stati datati, si cerca di capire per quale motivo si trovano lì. Il
coccio parrebbe far parte del “butto”, ovvero un immondezzaio che è più
alto nel luogo più vicino al punto di lancio (che sembra essere il
monastero di S Lorenzo in Pallacinis). La presenza di questa sigillata
africana, di unguentari prodotti in Palestina, anfore e lucerne forse
siciliane, ci fa capire come ci fosse una vasta rete commerciale all’interno
della quale la città di Roma era inserita. L’analisi delle ossa consente di
stabilire età, sesso e alimentazione degli individui. Pirenne: riteneva che
il sistema economico mediterraneo fosse terminato non con le invasioni
germaniche del V sec, bensì con l’espansione islamica del VII secolo. Le
conquiste islamiche posero fine ai commerci a lunga distanza, con la
conseguente scomparsa dei mercanti orientali e la moneta d’oro in
Occidente. Oggi la sua teoria viene rifiutata dal momento che i commerci
a lunga distanza erano sostenuti dalla domanda dello stato romano,
inoltre l’Europa carolingia non era priva di commerci né l’uso della
moneta d’argento può essere letto come segno di depressione
economica. Il “butto” della crypta Balbi sembrerebbe dar ragione a
Pirenne, dal momento che gli strati di terra successivi al VII secolo non
contengono elementi orientali come oro o papiro (secondo Pirenne
scomparsi nel VII sec), pertanto il medioevo a Roma sarebbe iniziato
nell’VIII secolo.
3. Lo specchio del principe, 841-43
Si tratta di una sorta di manuale, appartenente al genere dello specchio
del principe, che intende dare una formazione etico-politica ad un futuro
governante. In questo caso a scriverlo è Dhuoda, moglie del duca di
Settimania (regione della Francia meridionale) Bernardo, per il figlio
Guglielmo. È importante dal momento che è una donna a scriverlo in
un’epoca in cui la scrittura spettava solo ai chierici o ai monaci. Il
manuale è composto di undici libri che affrontano caratteri religiosi o
morali: Dio, Trinità, virtù teologali, il rispetto che il figlio deve avere nei
confronti dei sacerdoti, imperatore, padre e la lotta interiore contro i vizi,
esercizio della preghiera. Bernardo fu camerario di Ludovico il Pio e
apparteneva all’aristocrazia imperiale. Si sposò con Dhuoda, anch’essa
appartenente all’aristocrazia imperiale, presso il palazzo di Aquisgrana,
costruito da Carlo Magno. Le date importanti per Dhuoda sono: il
matrimonio, le nascite del primo e poi del secondo figlio. Questi eventi
sono inquadrati nel contesto pubblico con l’esaltazione di Ludovico il Pio
e i conflitti all’interno della sua famiglia, dovuti alla ribellione dei due figli
Lotario e Pipino che avevano accusato la seconda moglie Giuditta di
essere amante di Bernardo, anche se il motivo principale della ribellione
era la spartizione del territorio, alla quale si era aggiunto, ai tre figli di
primo letto, Carlo il Calvo, figlio di secondo matrimonio. Quando il re
morì, il conflitto si riaccese e nell’841 il re Lotario I venne sconfitto da
Ludovico Germanico (re dei franchi orientali) e Carlo il Calvo (re dei
franchi occidentali). Bernardo di Settimania era schierato dalla parte di
Lotario, ma dopo la sconfitta tentò una riconciliazione con Carlo
mandandogli come ostaggio il figlio Guglielmo. Anche il secondo figlio era
stato sottratto alla madre, poiché il marito lo aveva voluto in Aquitania:
scrivere il manuale è un modo per sentirsi più vicina ai figli: “per l’assenza
della vostra presenza, spinta dal desiderio di voi due, mi sono preoccupata di far
trascrivere e spedire a te questo libretto.”
Ma perché Dhuoda scrive questo manuale? Lei stessa afferma più volte di
non esserne all’altezza, dal momento che è una donna e, in quanto tale,
inferiore. Ma allo stesso tempo sa quello che fa ed è sicura di sé perché
sostenuta da Dio, colui, afferma citando un libro del vecchio testamento
Dhuoda vuole
“che apre la bocca dei muti e rende eloquente la lingua degli infanti”.
quindi esercitare il suo ruolo di genitrice e madre attraverso la scrittura
del manuale, che raccomanda al figlio di leggere più volte anche per
ricordarsi di lei. Il manuale prova che nel IX secolo le donne aristocratiche
franche ricevevano un’istruzione religiosa e letteraria: Dhuoda legge e
scrive, cita le sacre scritture. L’autrice in realtà si richiama al genere che
era in voga in quel momento, ovvero lo specchio dei principi, per
sostenere il figlio e indicargli la retta via, spingendolo ad agire attraverso
il manuale. Infatti, la donna afferma che Guglielmo deve fare attenzione
sia alla vita terrena che a quella ultraterrena, in modo da risultare gradito
sia al popolo che a Dio, obbedendo dapprima a Dio, al padre, poi
all’imperatore. Bernardo però rimase dalla parte di Pipino e non si
riconciliò mai con Carlo, infatti venne giustiziato nell’844. Anche
Guglielmo si ribellò e morì. Dhuoda obbedisce al marito rimanendo a
Uzès a controllare i beni, ma non mostra parole d’affetto per lui. Non
mette in discussione il suo ruolo, poiché comprende i meccanismi del
potere, difende gli interessi economici e i valori della famiglia; infatti,
trasmette al figlio l’orgoglio dell’appartenenza alla stirpe paterna, il culto
della memoria familiare e l’attaccamento al patrimonio. Non sappiamo se
i figli abbiano ricevuto il manuale, ma Guglielmo, fondatore del
monastero di Cluny, sarebbe il nipote
di Dhuoda e le sue idee religiose sembrano coincidere con quelle portate
avanti dall’autrice.
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