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Capitolo 1: Strumenti e metodi interpretativi

Storia economica: disciplina costituitasi in Europa occidentale fra la metà dell'Ottocento e i primi del Novecento come progetto di rinnovamento delle scienze sociali. Si fonda sul principio che l'approccio storico e quello socio-antropologico siano complementari. Perciò i comportamenti economici individuali e collettivi dipendono da un sistema di valori sociali o culturali riconducibili alle tradizioni delle comunità. Ne derivano che non esistono comportamenti economici dettati da una razionalità astratta, esente da condizionamenti.

Cultura = sistema simbolico che sorregge ogni società e che condiziona ogni comportamento economico. Le società del passato esigono approcci che utilizzino paradigmi interpretativi coerenti con mentalità collettive non orientate verso scambi antagonistici. Nell’ambito della storia economica i sociologi distinguono fra:

  • Società tradizionali: immobili
  • Società tecnologiche: in evoluzione e mutamento

I due modelli sono analizzabili sotto tre aspetti:

  • Relazioni economiche
  • Organizzazione sociale
  • Mentalità collettive

Società tradizionali

Relazioni economiche. I componenti sono per la maggior parte dediti ad agricoltura, allevamento, caccia e raccolta di frutti spontanei per soddisfare una scala di bisogni individuali e collettivi producendo da sé i beni di consumo e quelli di investimento (autarchia), indispensabili per continuare i cicli produttivi di animali e piante. Si basa sulla pluriattività senza divisione del lavoro. La terra appartiene all’intero gruppo di abitanti che la sfrutta, secondo ritmi stagionali che impegnano quanti si adoperano per riprodurre ogni anno. Non vi è quasi traccia di diritti individuali di sfruttamento. Le tecnologie applicate al lavoro sono elementari. I criteri che regolano la divisione del lavoro si basano su età e genere.

Il raro capitale privato e la bassa produttività del lavoro, dovuta a ritmi lenti e a ripartizioni elementari dei compiti, fanno sì che la limitata produzione complessiva dipenda dalle mutevoli condizioni meteo-climatiche. I problemi a livello produttivo causano catastrofi demografiche. Relazioni di compravendita sono rare e la moneta assolve il ruolo di misura e riserva di valore piuttosto che di mezzo di scambio. La mancanza di capitale tecnico e la bassa produttività del lavoro hanno effetti sugli stili di vita della popolazione agendo come freni sia sulla crescita della popolazione sia sulla qualità della vita.

Organizzazione sociale. Centrata su tre cardini: parentela, età e genere.

  • La parentela assicura ai vincoli di sangue il primato fra i legami ai matrimoni. Solo come membro di un clan familiare ogni individuo esprime una personalità sociale. La solidarietà parentale mette al sicuro da mancanza di scorte. Ogni aspetto della vita comune è influenzato dai rapporti fra clan familiari. Lévi-Strauss ha dimostrato che con i matrimoni gli scambi di donne tra famiglie impedisce la disgregazione e la frammentazione in piccoli gruppi.
  • Genere e gruppi d’età attraversano orizzontalmente i legami di parentela e affinità. Secondo l’età raggiunta si accede ad un determinato status. Uomini e donne obbediscono a norme non scritte e si uniformano a modelli comportamentali imposti dal clero e dal potere politico.

Di norma, chi infrange una norma riceve un’immediata sanzione di discreto. Il controllo sociale è esercitato in maniera diretta e immediata.

Mentalità collettive. Nelle società tradizionali, dove l’analfabetismo è dominante, si ha un gran numero di cognizioni attorno alla natura in generale, formate empiricamente e ritenute vere, utili e pratiche. Si è restii ad accettare mutamenti ed innovazioni, percepiti come minacce dell’ordine culturale, sociale ed economico. Le attitudini conservative si spiegano come forme di difesa contro chi osi contestare i saldi principi generali. La mitologia concorre così a fondare la tradizione di un ordine fisico e metafisico nel quale sacro, magico e utile si integrano, fornendo all’uomo le necessarie rassicurazioni.

Società tecnologiche

Relazioni economiche. Osserviamo il passaggio da organizzazione a sistema. Rapporto con l’ambiente diverso da quello delle società tradizionali. Sfruttare le risorse naturali ha prodotto una dinamica irrefrenabile. Il lavoro applicato a fonti energetiche inanimate assicura una crescente produttività. Il dominio di transazioni contrattuali, facilitate dal ricorso alla moneta o al credito e alla divisione del lavoro specializzato, favorirono l’affermazione del sistema capitalistico tra 1815 e 1914. Il proposito di intraprendere e produrre per vendere piuttosto che per consumare promosse nuovi valori sociali.

Prerequisito per l’avvio del processo produttivo imperniato sull’economia di mercato fu l’appropriabilità dei terreni da parte di alcuni che si arrogano il diritto di sfruttamento individuale. Sulla terra si fecero investimenti di capitale fisso e circolante. Infine, gli imprenditori ingaggiarono anche la manodopera più fedele e capace ricompensandola in moneta. Combinando terra, lavoro salariato e capitale gli imprenditori svolsero il ruolo di quarto fattore produttivo. Quando il ricavo globale annuo superava l’ammontare di costi fissi e variabili, l’avanzo conseguito era un premio. L’incontro fra offerta e domanda di merci, originando un prezzo d’equilibrio per ogni merce, divenne il luogo ideale e reale dell’incontro fra produttori e mercanti che offrivano i loro prodotti e quanti intendevano acquistarli in quantità di derrate agricole (divenute merci).

Il mercato di libera concorrenza auto-regolò il gioco delle transazioni e degli scambi. I prezzi di mercato divennero il principio per orientare le proprie scelte. Dal XVIII secolo l’avvento di un capitalismo agrario e proto-industriale derivò dallo stanziamento (allocazione) ottimale dei fattori produttivi e dalla distribuzione della ricchezza. Con il tempo gli operatori andarono sempre di più verso relazioni contrattuali paritarie e trasparenti, fondate sull’eguaglianza dei contraenti e la neutralità della buona moneta.

Organizzazione sociale. Oltre ai rapporti di sangue, di genere e di età che conservano i loro ruoli fondanti, nelle società tecnologiche hanno valore anche: classi, ceti, partiti politici, sindacati, gruppi professionali, associazioni. Esiste tuttavia un perno: il binomio produzione-consumo che influenza anche le idee. Diversamente dalle società tradizionali dove lo status individuale si acquista con la nascita (status ascrittivo), nelle società tecnologiche esso dipende dalle funzioni e attività svolte dall’individuo (status acquisitivo). Questo è quindi soggetto con il tempo e miglioramenti o promozioni o a peggioramenti —> declassamento sociale.

Un altro carattere distintivo è la coesistenza di una molteplicità di élite tra loro in contrasto. I ceti dirigenti sono più soggetti ad avvicendamento (sostituti spesso) dove domina il merito.

Mentalità collettive. Nelle società tecnologiche prevalgono conoscenze e opinioni fondate sulla razionalità. L’inclinazione a considerare veritiero solo ciò che è provato dalla ricerca scientifica innesca la ricerca di mezzi sempre più adatti. Un relativismo strutturale permea tutta la società nel perseguimento in ogni nazione dell’efficienza massima. La fiducia illimitata nella scienza, intesa come chiave universale della conoscenza, rappresenta la cifra connotativa. Inoltre, la fiducia nella scienza comporta sempre una maggiore esigenza d’istruzione. Le società tecnologiche sono culle d’idee che mettono in dubbio ogni paradigma e conoscenza, strettamente legate alla libertà di pensiero. Non esistono più valori considerati inconfutabili come nelle società tradizionali.

Dalla reciprocità degli scambi al mercato antagonistico impersonale

Nelle campagne europee tra XV e XIX secolo domina l’attività rurale: sia per il lavoro nelle campagne sia per la produzione di materie prime tessili. Le medie e piccole aziende contadine sfruttavano intensivamente i terreni e prevaleva la fatica fisica mentre nei latifondi si faceva uso di manodopera salariata e animali. Ciascun nucleo familiare puntava a disporre delle scorte indispensabili sia per nutrire le persone sia per investire le sementi nel ciclo agrario futuro. Persino i salari corrisposti agli operai agricoli erano liquidati in generi prima necessità non diventando merce però la maggior parte del raccolto non era scambiato con moneta. Ne conseguiva una gracilità strutturale del mercato, perché chi produce non cerca di scambiare almeno una parte dei beni.

In molte regioni d’Europa la vendita dei prodotti era casuale. Il comportamento economico dei contadini diretti coltivatori autarchici si risolveva in una domanda di moneta da tesaurizzare. Nelle regioni dei grandi latifondi era normale disporre di eccedenze da vendere e gli scambi svolgevano quindi un ruolo importante nella distribuzione della ricchezza. Nelle zone in cui i fallimenti dei raccolti erano rari le eccedenze erano puntualmente offerte sul mercato in cambio di moneta. In sostanza, l’accesso al mercato dipendeva dalle condizioni climatiche di ogni annata e dalla natura dei terreni. L’effetto sui prezzi della combinazione dei rendimenti medi e delle forti oscillazioni annuali delle quantità raccolte impediva perfino ai latifondisti di prevedere tanto le loro future eccedenze quanto i prezzi. L’imprevedibile prezzo dei cereali e dei legumi riduceva i contadini produttori al ruolo imprevedibile di venditori o compratori. I prezzi così non svolgevano il fondamentale ruolo di orientare i comportamenti di quanti producevano. Il mercato di puro scambio dei cereali impediva ai contadini di produrre per vendere e funzionava ben diversamente da quel mercato antagonistico, impersonale e autoregolato che si sarebbe diffuso a partire da Inghilterra e Olanda.

Interazioni e interdipendenze

Le relazioni economiche fanno parte di un insieme di relazioni sociali e culturali riconducibili a 4 sottoinsiemi interdipendenti:

  • Ambiente. Nel considerare l’interazione tra fattori fisici e antropici, i geografi di fine Ottocento si convinsero che i fattori naturali determinassero sia le forme dello spazio sia i comportamenti umani. Si ricondussero così i diversi gradi di sviluppo delle società al prevalere dei fattori naturali sulle culture degli uomini. Fino alla metà del XIX secolo la grande maggioranza della popolazione europea abitava in villaggi o sulle colline o in montagna. Le città erano rare. Le città svolgevano tre funzioni peculiari: sede di magistrature, luogo di produzione e vendita di manufatti e di erogazione di servizi e infine luogo di incontro per scambi delle derrate eccedenti e di fiere periodiche. Ostacoli naturali e istituzionali intralciavano i movimenti di merci a media e lunga distanza favorendo la crescita economica e urbanistica delle città costiere e di quelle situate sui fiumi o canali.
  • Struttura e dinamica della popolazione. La popolazione è un organismo soggetto a mutamenti dovuti a processi naturali. Dinamica e struttura della popolazione europea cambiarono gradualmente nel lungo periodo tra la seconda metà del XVIII secolo e la fine del XIX. L’avvio di un processo di crescita coincise con l’avvento di migliori condizioni di vita. Dai primi del Novecento un sensibile aumento della durata di vita contribuì ad accrescere la massa della popolazione. La transizione demografica iniziata nel Settecento portò a tassi assai più stabilmente bassi, cominciando con calo della mortalità e in seguito degli altri tassi. Nel contempo si allungava decisamente la vita.
  • Istituzioni politiche e giuridiche. Esse definiscono le forme del potere, del suo esercizio e le regole positive e consuetudinarie che devono essere osservate. Un potere sovrano personale si resse a lungo in Europa sulla concessione di privilegi. I sovrani elargivano benefici in cambio di fedeltà, ignorando il concetto di uguaglianza. Fino a primi dell’Ottocento sui terreni e edifici esistevano stratificazioni di diritti di possesso al vertice delle quali c’era un titolare del “diretto dominio”, un dominus. Nell’Europa dei secoli moderni fu concepito e creato lo stato moderno.

I regimi politici coesistenti nel vecchio continente nei secoli dell’Età moderna sono riconducibili a cinque tipi di cui i primi quattro raccolti in due gruppi:

  • Feudalesimo: organizzazione politica antica, tipica delle società tradizionali rurali. Manca un potere centrale, vi sono molti poteri locali e il sovrano è primo fra pari. Minato dalla nascita del potere personale del sovrano e dalla borghesia.
  • Repubbliche patrizie: città-stato fiorite dal XII secolo e conservatesi. Il potere qui appartiene a una rosa di casate autoctone di matrice alto-borghese. Le repubbliche patrizie prevalsero in tre aree Province Unite olandesi, Tredici cantoni svizzeri, empori marittimi di Venezia e Genova e la Repubblica di Lucca in Toscana.
  • Monarchia assoluta: prevalse a danno del feudalesimo in Europa occidentale in età moderna. Regime contraddistinto dall’unicità del sovrano con un potere senza limiti. Prevalse una concezione teologica che vedeva nella monarchia assoluta l’espressione perfetta dell’autorità delegata da Dio.
  • Dispotismo illuminato: apparve attorno alla metà del Settecento in alcuni stati dell’Europa centrale e orientale. I despoti illuminati si sforzarono di far guadagnare ai loro sudditi il ritardo accumulato rispetto alle monarchie assolute promuovendo riforme e modernizzazioni. Il sovrano illuminato mirava a instaurare un ordine politico razionale. La mancanza di capitali e l’assenza di una borghesia imprenditrice indussero i sovrani a prendere misure dirigistiche anche in campo economico. Tutti i governi si prefiggono riforme istituzionali e che proclamano di volere rendere felici i sudditi e di sviluppare la potenza dello Stato s’ispirano al dispotismo illuminato.
  • Regime britannico: monarchia ereditaria nella quale il potere apparteneva a un’aristocrazia autorevole e rispettata perché non si era mai estraniata dai problemi concreti. Gli aristocratici accedevano ai due rami del Parlamento, oltre a costituire il personale politico del gabinetto. Sistema rappresentativo, elettivo, elitario e liberale.

Sovrani e parlamenti giunsero a svolgere il ruolo di esclusivi produttori di leggi solo nel Settecento quando comparvero i primi codici validi per tutti. I governi dei sovrani e dei loro ministri e funzionari instaurarono con sudditi rapporti sempre più anonimi e impersonali. Il prevalere di relazioni di carattere giuridico/formale e amministrativo avrebbe attenuato il potere del sovrano e accresciuto quello delle camere. Nel XIX secolo l’evoluzione dello Stato avrebbe portato in Europa occidentale la tripartizione dei poteri, il principio di rappresentanza politica o parlamentarismo, il suffragio prima limitato e poi universale. Ogni società presenta delle gerarchie sociali stratificate in ceti endogamici i cui comportamenti condividono interessi, culture e comportamenti. Nelle società tecnologiche e democratiche tende a prevalere il riconoscimento delle capacità individuali espresse in relazione anche al curriculum di studi. In Europa occidentale, dalla metà del Settecento l’istruzione divenne il maggior fattore di promozione sociale.

Nelle società tecnologiche ogni status si situa entro uno spazio ideale delimitato dall’incrocio di due assi: dalle funzioni generiche a quelle specifiche; dal lavoro manuale a quello intellettuale. Le relazioni economiche intrecciate a quelle sopra elencate sono interconnesse. Le diverse interazioni danno esiti differenti. La cultura è il modo in cui gli uomini si rappresentano le relazioni intessute fra i diversi campi. Weber la definì la rete di simboli e significati che dà senso alle azioni degli uomini. Essa esprime i principi d’appartenenza secondo modelli di comportamento collettivi trasmessi nei secoli. In qualche modo è riplasmabile quando viene a contatto con altre culture. La crescente diffusione dell’istruzione ha innescato processi di promozione sociale di medio periodo che hanno riformato le gerarchie sociali. Il tempo del mutamento sociale e culturale nelle società tecnologiche si misura nell’arco di qualche decennio. L’evoluzione politico-istituzionale avviene nell’arco di qualche decennio, legato al mutare delle mentalità collettive. I cambiamenti ambientali prevedono invece secoli o persino millenni.

Capitolo 2: L’eredità medievale (1347-1530)

L’Europa centro settentrionale dal punto di vista agricolo era diviso in due zone dal fiume Elba. I contadini liberi residenti a ovest sfruttavano i suoli detenendone in genere il semplice possesso in cambio di prestazioni in natura di valore simbolico. Molte terre erano date in uso oppure lavorate in forza di contratti parziari come la mezzadria. Nell’Europa settentrionale a est dell’Elba la maggioranza dei contadini erano servi della gleba. Potevano essere donati, affittati e venduti e ogni potere spettava all’aristocrazia. Riunite i villaggi, le famiglie dei servi lavoravano i terreni per coprire il fabbisogno annuo. Impiegavano una parte del tempo sulle terre del signore o nei trasporti o nelle manifatture signorili (corvées). I servi esercitavano semplici diritti d’uso, non utilizzavano lavoro salariato, producevano scorte per il consumo domestico e la loro agricoltura era estensiva e a basso rendimento.

Le mutate condizioni della famiglia nel tempo orientavano il calcolo dell’ottima misura delle giornate lavorative necessarie e sufficienti a ottenere scorte alimentari bastanti per sopravvivere. In casi estremi, erano i magazzini del signore a sopperire alle mancanze. Anche i cont...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher claudia.od99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Rizzo Mario.
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