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Riassunto a cura di Giulio Giacobone

L'epoca economica moderna

Lo sviluppo economico moderno nel lungo periodo

  • Indicatori della crescita economica

Dall'inizio del XIX secolo si nota, in occidente, una crescita della produttività in tutti e tre i settori economici, dovuta a una serie di miglioramenti tecnici ed innovazioni. La possiamo notare dagli aumenti dei PIL dei vari paesi, indice che misura il valore aggiunto prodotto dalle economie nazionali su base annua. Le variazioni del PIL pro capite ci forniscono una visione più dettagliata dei mutamenti economici in corso nel paese in relazione alle sue variazioni demografiche.

  • Accelerazione, recupero e convergenza

A inizio ‘800 il PIL pro capite britannico era di gran lunga il primo al mondo. Dalla seconda metà del secolo altre nazioni europee e gli Stati Uniti iniziarono la loro rincorsa, e alla vigilia della prima guerra mondiale questi ultimi avevano già ottenuto la leadership economica mondiale. Il periodo tra il 1950 e il 1970 è l’epoca d’oro per le economie di Germania, Francia, Italia e Giappone, che registrano fortissimi aumenti del reddito medio. Negli ultimi decenni del ‘900 vari paesi asiatici hanno imboccato la via dello sviluppo, alcuni esempi sono Cina, Taiwan e Corea del Sud.

I motori della crescita

  • Il progresso tecnico

Esistono due modi per realizzare il progresso economico: il primo è aumentare l’utilizzo dei fattori produttivi (es. coltivare più terra), il secondo è sviluppare nuove tecnologie e organizzare le risorse. Con il primo avremo rendimenti marginali decrescenti (aumentando gli input gli output saranno meno che proporzionali), perciò l’unico modo per realizzare una crescita di lungo periodo sarà il secondo. I due fattori necessari per conseguire questo tipo di crescita sono il progresso tecnologico e gli investimenti in capitale fisico, detti fattori schumpeteriani. Proprio questi due fattori distinguono la crescita industriale dagli sviluppi antecedenti.

  • Macro e microinvenzioni

Non tutte le invenzioni hanno lo stesso peso, esse vengono quindi divise in macroinvenzioni e microinvenzioni. Un esempio del primo tipo è la macchina a vapore, che ha rivoluzionato un grande numero di settori produttivi, dando vita alla prima rivoluzione industriale. Appartengono al secondo tipo, e sono più comuni, i miglioramenti che vengono apportati a tecnologie già esistenti, necessari per renderle più utilizzabili ed efficienti.

  • L'accumulazione di capitale

Gli investimenti sono il motore dello sviluppo economico, in particolare nelle aziende private. Qui essi si dividono in capitale fisso (macchinari e tutto ciò che rimane per più cicli produttivi) e scorte (materie prime e prodotti che interessano un solo ciclo produttivo). Gli investimenti sono utili a creare innovazioni che si traducano in vantaggi competitivi sugli avversari e, in relazione a questo, quelli in capitale umano e nel settore di ricerca e sviluppo sono centrali. Le più recenti teorie di crescita sostengono che l’aumento del reddito pro capite non può essere spiegato solo con accumulazione di capitale e aumento della forza lavoro, bensì è necessaria una continua innovazione, che riguarda i prodotti e i sistemi di produzione. Vari studi effettuati sulle economie dei maggiori paesi sviluppati confermano queste teorie.

  • Istituzioni e capacità sociali

È importante contestualizzare le varie economie nazionali nei contesti sociali in cui si sviluppano, cioè valutare come le persone reagiscono ai cambiamenti e quanto riescono a sfruttare le nuove opportunità che l’innovazione presenta (capacità sociali). In passato il tasso di scolarizzazione era considerato l’indicatore principale delle capacità sociali di una nazione. L’esperienza ha però smentito queste convinzioni, chiarendo che un elevato livello culturale è una condizione necessaria per lo sviluppo, ma altri fattori, come l’apertura verso le innovazioni o la propensione al rischio, influenzano molto i risultati economici che il paese conseguirà.

  • L’espansione del commercio

Un altro fattore da considerare, necessario per la crescita di un’economia, è l’allargamento dei mercati, reso possibile dalla divisione del lavoro e dall’aumento degli scambi, detti fattori smithiani. Questa visione si basa sul fatto che l’aumento della domanda stimoli le imprese a produrre in quantità, generando economie di scala, cioè una diminuzione del costo medio di produzione all’aumentare dei pezzi prodotti. L’esperienza degli ultimi due secoli insegna, però, che il commercio accompagna la crescita ma non ne è il motore, questo si nota, ad esempio, nello sviluppo economico generalizzato durante l’epoca protezionistica del XIX secolo e nel rallentamento dell’economia durante il periodo liberista ad esso antecedente. Tutto ciò fa quindi intendere che sia stata la crescita economica a permettere un ampliamento dei mercati e non il contrario.

Crescita e trasformazioni strutturali

  • Il processo di industrializzazione

Il processo di industrializzazione non consiste in una crescita lineare, bensì è un insieme di mutamenti che interessano tutto il tessuto sociale. Rostow e Gerschenkron sono i due più importanti studiosi dello sviluppo industriale, ed entrambi lo concepiscono come una sequenza di fasi, una delle quali è un periodo critico di forte accelerazione. Per il primo, il passaggio da società arretrata ad industriale era segnato da un “decollo” con un forte aumento di consumi e produzione, per il secondo il processo di sviluppo non si può ripetere uguale in ogni nazione, infatti esso dipende dal livello di arretratezza del paese rispetto alle società industriali, che rende necessario l’intervento di agenti istituzionali, utile per ridurre e colmare il divario esistente con le potenze concorrenti. A questa visione “di rottura” se ne contrappone un’altra, che possiamo definire “continuistica”, sostenuta principalmente da Clapham, recentemente rivalutata.

  • Il mutamento strutturale

Nonostante una generale crescita di tutti i settori dal 1850, il secondario è quello che ha sovraperformato, diventando, nei paesi industrializzati, il traino dell’economia. Tutto ciò fino al 1950, anno dal quale ci fu un’inversione di tendenza con un grande aumento della produttività del settore primario rispetto al secondario. Nonostante il protagonista delle rivoluzioni industriali sia il settore secondario, la crescita del primario fu necessaria per permettere lo sviluppo economico, esso infatti diede tre contributi decisivi: consentì un’elevata crescita demografica, sostenne la domanda di beni industriali (es. macchinari e fertilizzanti) e fornì all’industria crescenti quantità di materie prime e forza lavoro. Anche il settore terziario ha subito mutamenti causati dal processo di industrializzazione, spostandosi dai servizi tradizionali a quelli connessi alla distribuzione commerciale e al finanziamento delle attività.

Lo sviluppo economico moderno come rivoluzione

  • Il superamento dei vincoli alla crescita

Lo sviluppo economico ha permesso di rompere i vincoli che l’uomo aveva con la terra dalla prima rivoluzione economica, che vide la nascita dell’agricoltura, attorno all’8500 a.C. Le società tradizionali, pre rivoluzione industriale, erano strettamente legate alle terre, con una grande maggioranza di popolazione appena al di sopra della soglia di sussistenza e una ristretta élite dominante. I consumi erano per lo più riguardanti beni di prima necessità e sottostavano alla legge di Engel, cioè maggiore era il reddito, minore era la quota di esso destinata ai consumi. Nonostante questi parametri generali, le società tradizionali non erano statiche, infatti una serie di innovazioni, dal medioevo all’età moderna, portarono sviluppi in numerosi ambiti, dall’agricoltura ai commerci.

Tuttavia, nelle società pre industriali, la produzione agricola poteva sostenere la crescita demografica solo aumentando le terre coltivate, questo a causa della stagnazione della produttività. A causa però dei rendimenti marginali decrescenti nel caso di una produzione estensiva (questo perché essendo necessario produrre di più si andava a coltivare anche terreni meno produttivi), pian piano ci si avvicinava al limite oltre il quale l’aumento delle coltivazioni non sarebbe bastato a sostenere un ulteriore aumento della popolazione. In questi casi diventa inevitabile l’arrivo di una crisi (es. carestie, epidemie) che, con diminuzione della natalità e aumento della mortalità, riporta il rapporto tra popolazione e risorse a livelli sostenibili. Questo processo a due fasi, una di crescita e l’altra di crisi, viene detto malthusiano, dal nome dello studioso che per primo teorizzò il legame tra popolazione e risorse.

  • Crescita economica e trasformazioni demografiche

Mentre fino al XVIII secolo la crescita demografica era rimasta molto contenuta, a causa del continuo alternarsi di periodi di benessere e di crisi, da quel momento in poi gli abitanti del vecchio continente cominciarono a crescere a ritmi sostenuti (circa 1% annuo). Scomparvero le catastrofi demografiche, come la peste, tipiche dei periodi precedenti. Il tasso di mortalità, agli inizi della rivoluzione industriale, non ebbe grandi variazioni (le condizioni igieniche non migliorarono ancora per molto), infatti fu quello di natalità a dare il maggior contributo alla crescita. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ci fu un’altra rottura nella dinamica demografica, da qui infatti i tassi di natalità cominciarono a scendere, a causa dei controlli crescenti sulle nascite e all’innalzamento dell’età media di matrimonio, insieme a quella di mortalità, grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e ai progressi della medicina. Questo portò, col tempo e in alcuni paesi, l’arresto della crescita della popolazione. Il periodo che va dal XVIII al XX secolo è detto della rivoluzione demografica.

Le fondamenta dell'eccezionalismo europeo

  • Il progresso scientifico

È ora utile analizzare il motivo per cui l’incredibile progresso iniziato a fine XVIII secolo è avvenuto solo in Europa e in nessun altra area del mondo. Gli studiosi concordano che la causa di ciò sono stati i forti legami creatisi tra tecnica e scienza, quest’ultima motore di un progresso che non rimaneva teorico, ma entrava nella vita di tutti giorni con nuovi macchinari e inedite tecniche produttive. Anche la religione ebbe un ruolo in tutto questo, infatti la visione antropocentrica tipica delle confessioni giudeo-cristiane portò l’uomo a vedere la natura come un bene da sfruttare al massimo per i propri bisogni, mentre i valori contenuti nell’etica protestante, come la ricerca del successo personale quale via di salvezza, resero possibile l’affermazione del capitalismo.

  • Scienza, tecnica e istituzioni

Il legame tra scienza e tecnica si intensificò dal XIX secolo, ma mentre fino alla fine dell’800 le innovazioni scaturivano per lo più dall’ingegno di tecnici non istruiti, da quel momento il lavoro di istituti di ricerca e dei reparti ricerca e sviluppo delle grandi aziende fu più che mai finanziato. La proprietà privata e la capacità di iniziativa furono due aspetti necessari per permettere la crescita in occidente. Un altro importante contributo è stato dato dalla rivoluzione finanziaria tardomedievale, durante la quale nacquero, inizialmente in Italia e poi in Inghilterra e Olanda, le pratiche che hanno reso molto più agevole l’accesso al credito per le imprese.

La "grande divergenza" tra Europa e Asia

  • Le cause della "creatività tecnologica"

A partire dal XVIII secolo le società europee mostrarono uno straordinario dinamismo tecnologico. In quel periodo, infatti, tutti i settori produttivi furono interessati da un celere progresso, le cui cause vengono individuate dagli studiosi nelle ricadute di invenzioni da un settore all’altro. Ad esempio lo sviluppo del settore minerario inglese ha spinto settori complementari come quello idraulico o quello ingegneristico a fornire soluzioni per affrontare i problemi che si presentavano. È però difficile spiegare come mai certi paesi, più velocemente di altri, hanno raggiunto lo sviluppo, seppur partendo da basi simili. Gli studiosi si trovano per lo più concordi con l’idea che...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliogiacobone99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Rizzo Mario.
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