STORIA ECONOMICA (Luca Marullo)
Prof. Cosma Orsi
LA STORIA ECONOMICA E L’ECONOMIA GLOBALE – Capitolo 1
La questione dello sviluppo economico diseguale tra le nazioni ha radici profonde e complesse. A partire dal XVIII secolo,
l’Europa ha intrapreso un percorso di crescita economica che ha segnato una netta divergenza rispetto al resto del mondo. Dopo la
Seconda guerra mondiale, e in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, la diffusione del capitalismo ha spinto
molti paesi, soprattutto quelli dell’Europa orientale, a cercare di raggiungere la prosperità dell’Occidente. Sebbene siano stati
compiuti progressi nel ridurre il divario tra paesi ricchi e poveri, la crisi finanziaria del 2007-2008 ha rallentato la crescita nei
paesi sviluppati, mentre alcune economie emergenti hanno continuato a crescere, affrontando nuove sfide come l’inquinamento, la
perdita delle culture tradizionali e l’aumento delle disuguaglianze. Altri paesi, come quelli dell’Africa subsahariana, non hanno
ancora beneficiato della crescita economica. I tentativi di imitare le politiche dei paesi ricchi spesso falliscono per errori di analisi
e mancanza di comprensione delle condizioni che hanno favorito il successo. Le agenzie internazionali hanno progressivamente
ampliato la loro visione di sviluppo, includendo indicatori di benessere umano e istituzionale. La globalizzazione ha avuto una
svolta nel 1971 con la fine del sistema di Bretton Woods e ha accelerato dopo il 1989, spingendo molti paesi ad aderire a
istituzioni come FMI e Banca Mondiale per accedere a capitali esteri e imitare modelli di successo come l’Unione Europea. Si è
sviluppato un confronto tra il Washington Consensus, che promuoveva privatizzazione, liberalizzazione e stabilizzazione, e i
criteri di Copenaghen, che puntavano sulla creazione di istituzioni solide. Nel tempo, FMI e Banca Mondiale hanno integrato
nuovi strumenti di valutazione, come l’Ease of Doing Business Index, e hanno rivalutato persino i controlli sui capitali. Gli storici
dell’economia hanno arricchito i modelli di crescita con elementi istituzionali, superando l’idea che bastasse aumentare capitale e
forza lavoro. Si è riconosciuto il ruolo dell’istruzione, della ricerca scientifica e di altri fattori come gli investimenti nella
manifattura, la riduzione della natalità e l’aumento delle esportazioni. Tuttavia, il crollo dell’economia sovietica ha dimostrato che
servono modelli più sofisticati. I modelli più recenti includono incentivi, amministrazioni competenti e accesso a finanziamenti
esterni, anche se non esiste ancora una teoria unificata che integri efficacemente tutti questi elementi. L’approccio storico è
fondamentale per comprendere le cause profonde delle disuguaglianze economiche, distinguendo tra sintomi e cause dei problemi.
La storia non offre soluzioni immediate, ma fornisce strumenti per pensare con lucidità. L’analisi storica permette di isolare gli
elementi fondamentali dello sviluppo economico, evitando di farsi distrarre da politiche specifiche. Ignorare il passato è un errore
che compromette la comprensione dei fenomeni attuali. Per affrontare efficacemente il problema dello sviluppo economico, è
necessario integrare la prospettiva storica con altri metodi di analisi, ponendo domande mirate e selezionando consapevolmente i
dati rilevanti. Prima di procedere con la narrazione storica, è utile definire concetti e termini fondamentali che guideranno
l’analisi.
1. SVILUPPO E SOTTOSVILUPPO
La disparità economica tra le nazioni resta marcata nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni. Nel 2001, il reddito
annuo pro capite negli Stati Uniti era di circa 50.000 dollari, mentre in Norvegia superava i 61.500. La media della zona euro si
attestava a oltre 35.000 dollari, mentre nella Repubblica Democratica del Congo era di soli 340 dollari, ben al di sotto del livello
minimo di sussistenza. Queste differenze si riflettono anche nella distribuzione globale del reddito: i paesi a basso reddito, che
ospitano il 12% della popolazione mondiale, producono solo l’1% del reddito globale; quelli a reddito medio-basso rappresentano
il 36% della popolazione ma generano solo il 12% del reddito; i paesi a reddito medio-alto, anch’essi con il 36% della
popolazione, detengono il 33% del reddito; infine, i paesi ad alto reddito, con solo il 16% della popolazione, producono oltre il
54% del reddito mondiale. Queste disparità si riflettono anche nella qualità della vita: la speranza di vita supera gli 80 anni nei
paesi ricchi, scende a circa 70 nei paesi a medio reddito e si ferma sotto i 50 nei paesi più poveri. I tassi di natalità sono
inversamente proporzionali al reddito, e la partecipazione femminile al lavoro formale è significativamente più alta nei paesi
ricchi. Un fattore chiave per lo sviluppo è la possibilità di registrare proprietà, che nei paesi più avanzati è garantita in tempi brevi
e con tutela giuridica. Nonostante la crisi del 2008, nel 2011 si è raggiunto un nuovo massimo storico di popolazione e reddito
medio globale, ma la fiducia nelle politiche di crescita è stata scossa, rendendo evidente la necessità di rivedere le teorie
economiche tradizionali. La moderna teoria della crescita ha ripreso l’analisi delle strutture politiche che favoriscono l’espansione
economica, riconoscendo il ruolo delle istituzioni nel creare incentivi e diritti necessari per superare la trappola malthusiana.
Secondo Douglass North, le istituzioni – formali e informali – determinano la performance economica e l’evoluzione delle
economie. Oltre alle istituzioni, anche le organizzazioni e la cultura influenzano la crescita. La riallocazione delle risorse è
essenziale per sostenere lo sviluppo, e le fonti di finanziamento, guidate o meno dai segnali di mercato, giocano un ruolo cruciale.
Le ricerche più recenti adottano una prospettiva storica ampia, partendo dal Paleolitico e includendo indicatori di sussistenza e
qualità della vita per comparare i risultati economici nel tempo e nello spazio. L’attenzione si è estesa oltre l’Europa e le sue
colonie, includendo Asia, Africa e America Latina, con un focus crescente sugli scambi economici regionali e globali.
2. CRESCITA, SVILUPPO E PROGRESSO
Crescita, sviluppo e progresso sono spesso usati come sinonimi nel linguaggio comune, ma in ambito scientifico è importante
distinguerli. La crescita economica si riferisce all’aumento sostenuto del volume totale di beni e servizi prodotti da una società,
misurato generalmente tramite il PIL. Può derivare dall’impiego di maggiori quantità di fattori produttivi oppure da un uso più
efficiente degli stessi. Tuttavia, è significativa solo se valutata in termini di prodotto pro capite, poiché un aumento della
popolazione può mascherare una diminuzione del benessere individuale. Il confronto tra economie diverse o tra epoche distanti è
complicato da variazioni nei valori monetari e nella composizione dei beni prodotti, ma rimane comunque utile per l’analisi. Lo
sviluppo economico implica, oltre alla crescita, un cambiamento strutturale o organizzativo, come il passaggio da un’economia di
sussistenza a una basata sul commercio o sull’industria. Questo cambiamento può essere causa o conseguenza della crescita,
oppure derivare da fattori esterni. Sia la crescita che lo sviluppo sono processi reversibili e possono essere seguiti da regressioni.
A differenza di questi, il progresso economico ha una connotazione etica e non può essere misurato in modo neutro. Un aumento
del reddito non implica necessariamente progresso, soprattutto se accompagnato da disuguaglianze o da effetti negativi
sull’ambiente e sulla società. La distribuzione del reddito è una questione normativa che l’economia descrive ma non giudica. Per
questo motivo, nella trattazione analitica si preferisce descrivere crescita e sviluppo senza associarli automaticamente al concetto
di progresso.
3. DETERMINANTI DELLO SVILUPPO ECONOMICO
L’economia classica identifica tre fattori fondamentali della produzione: terra, lavoro e capitale, con l’aggiunta talvolta dello
spirito imprenditoriale. La produzione totale di un’economia dipende dalla quantità di questi fattori impiegati, ma questa
classificazione risulta limitata per analizzare lo sviluppo economico, poiché non considera variabili come gusti, tecnologia e
istituzioni sociali, che nella realtà storica influenzano profondamente il processo produttivo. Questi elementi, lungi dall’essere
costanti, cambiano nel tempo e sono fonti dinamiche di trasformazione economica. Quando si analizzano periodi storici più
lunghi, è necessario considerare come popolazione, risorse, tecnologia e istituzioni si evolvano. La popolazione attiva varia in
base all’età, al genere, all’istruzione e alla salute, e può essere influenzata da eventi storici come guerre, epidemie o politiche
demografiche. Le risorse includono sia quelle naturali sia quelle modificate dall’uomo, come infrastrutture e conoscenze trasmesse
nel tempo, che costituiscono capitale umano. La tecnologia ha avuto un impatto decisivo sulla crescita economica, soprattutto
negli ultimi due secoli, permettendo un costante miglioramento del tenore di vita. Le istituzioni determinano come le risorse
vengono sfruttate e come la società si organizza, influenzate da fattori sociali, politici e culturali. Esse possono fornire stabilità,
ma anche ostacolare lo sviluppo se vincolano il lavoro o impediscono l’innovazione. Tuttavia, l’innovazione istituzionale può
avere effetti simili a quella tecnologica, migliorando l’efficienza economica. Esempi storici includono la creazione di mercati
organizzati, moneta, brevetti, assicurazioni e società per azioni. Questi elementi saranno approfonditi nei capitoli successivi.
4. PRODUZIONE E PRODUTTIVITA
La produzione è il processo che combina i fattori produttivi (terra, lavoro, capitale) per ottenere beni e servizi, misurabili in
quantità fisiche o in valore monetario. La produttività è il rapporto tra output e input, e può essere valutata in termini fisici o di
valore. Essa dipende da caratteristiche naturali, abilità individuali, tecnologia e combinazioni efficienti dei fattori. Il capitale
umano, cioè le competenze acquisite tramite istruzione o esperienza, è fondamentale per aumentare la produttività. Studi mostrano
che nelle economie avanzate la crescita della produzione è dovuta soprattutto all’aumento della produttività, grazie a innovazioni
tecnologiche, miglioramenti organizzativi e investimenti nel capitale umano.
STRUTTURA ECONOMICA E MUTAMENTI STRUTTURALI
5.
Creare valore economico significa rendere disponibili beni e servizi nel luogo, momento e contesto giusto per chi li utilizza. Le
materie prime vengono trasformate e distribuite attraverso tre settori economici: primario (agricoltura, pesca, silvicoltura),
secondario (manifattura, costruzioni) e terziario (servizi). Storicamente, la maggior parte della popolazione lavorava nel settore
primario, ma con l’aumento della produttività agricola, molti si sono spostati verso l’industria e successivamente verso i servizi.
Questo spostamento è un esempio di mutamento strutturale dell’economia.
La legge di Engel spiega che, con l’aumento del reddito, la quota destinata al cibo diminuisce, mentre cresce la domanda di servizi
e tempo libero. I cambiamenti strutturali sono influenzati da tecnologia, gusti e soprattutto dai prezzi relativi e dai salari, che
guidano la riallocazione dei fattori produttivi verso settori più remunerativi. La scarsità relativa e l’interazione tra domanda e
offerta determinano il valore economico e orientano l’evoluzione delle economie nel tempo.
6. LA LOGISTICA DELLA CRESCITA ECONOMICA
La logistica, oltre al significato pratico legato all’organizzazione dei rifornimenti, è anche un concetto matematico che descrive la
crescita con una curva a S: una fase iniziale di accelerazione seguita da rallentamento e stabilizzazione. Questa curva è stata
utilizzata per interpretare l’andamento demografico europeo, evidenziando tre grandi cicli di crescita seguiti da stagnazione o
declino, spesso interrotti da eventi traumatici come guerre o epidemie. Ogni fase di crescita demografica è stata accompagnata da
espansione economica, culturale e territoriale, mentre le fasi di rallentamento hanno coinciso con crisi sociali, impoverimento e
conflitti.
La correlazione tra crescita demografica e crescita economica è sostenuta da dati e osservazioni storiche. L’espansione europea nel
Medioevo, nelle esplorazioni del XVI secolo e nell’imperialismo del XIX secolo coincide con le fasi di crescita. Al contrario, le
fasi di decelerazione hanno visto peggioramento delle condizioni di vita, come nel caso della peste del XIV secolo o della carestia
irlandese dell’Ottocento. Anche la creatività culturale sembra legata a questi cicli: le fasi di crescita hanno prodotto fioriture
artistiche e intellettuali, mentre le crisi hanno stimolato il pensiero critico e innovativo.
La spiegazione di questi cicli si basa sull’interazione tra risorse disponibili, tecnologia e popolazione. In presenza di una
tecnologia data, le risorse pongono un limite alla crescita. Quando la tecnologia migliora, si espande il potenziale produttivo e la
popolazione può crescere. Senza nuove innovazioni, si raggiunge un nuovo limite e si entra in stagnazione. Le “innovazioni
epocali” permettono di superare questi limiti, ma richiedono tempo e riorganizzazione sociale. Ogni ciclo di crescita è
storicamente seguito da una contrazione, e la ripresa avviene solo dopo diverse generazioni. Negli ultimi due secoli, queste
innovazioni sembrano essere diventate più frequenti e potenti, ma non avvengono spontaneamente.
LO SVILUPPO ECONOMICO DELL’ANTICHITA - Capitolo 2
Determinare le origini dell’uomo e comprenderne l’evoluzione in età preistorica è compito dei paleoantropologi, che uniscono
ricerca sul campo e analisi di laboratorio. Grazie a strumenti moderni come immagini satellitari e analisi genetiche, la conoscenza
del nostro passato è cresciuta notevolmente. È ormai accettato che gli ominidi, originari dell’Africa, esistessero almeno 2 milioni
di anni fa. I nostri antenati, gli ominini, comparvero circa 6 milioni di anni fa, camminavano eretti e avevano mani prensili, ma
cervelli ancora piccoli. Durante il Pleistocene (2,6 milioni – 12.000 anni fa), dovettero affrontare glaciazioni, eruzioni vulcaniche
e mutamenti ambientali, sviluppando capacità di adattamento, mobilità e intelligenza.
Specie come l’Australopithecus, l’Homo habilis e l’Homo erectus si diffusero in Africa e in altre regioni, ma si estinsero. L’Homo
sapiens, comparso circa 190.000 anni fa, si distinse per cervello sviluppato e capacità comunicative. La tecnologia si evolse da
strumenti rudimentali a microliti, lance e frecce. In parallelo, i gruppi umani divennero più numerosi e organizzati, favorendo
cooperazione, divisione dei compiti e trasmissione delle conoscenze. La dieta variata migliorò le condizioni fisiche e cognitive,
favorendo lo sviluppo sociale.
Le migrazioni furono spinte da cambiamenti climatici e ambientali. L’eruzione del vulcano Toba (74.000 anni fa) fu un evento
catastrofico che influenzò le rotte migratorie. Nonostante ciò, alcuni gruppi sopravvissero e si espansero in Asia, Europa, Australia
e Americhe. Le prove archeologiche, come utensili e pitture rupestri, testimoniano la diffusione e la creatività delle prime
comunità. Nel Paleolitico Superiore (50.000–10.000 anni fa), gli esseri umani moderni erano presenti in quasi tutti i continenti,
organizzati in piccoli clan di cacciatori-raccoglitori.
Le interazioni tra gruppi potevano essere pacifiche o violente, con strategie di sopravvivenza basate su alleanze, conflitti e
assimilazione. Alcuni gruppi si univano per cacciare o combattere, altri si scontravano per risorse. La comunicazione, la capacità
di adattamento e l’organizzazione sociale furono fondamentali per la sopravvivenza e la diffusione della specie umana. Alla fine
dell’ultima era glaciale, circa 10.000 anni fa, la popolazione mondiale era stimata in circa 5 milioni di individui, distribuiti in
piccoli gruppi lungo coste, fiumi e steppe, pronti a dare inizio a nuove forme di vita sociale ed economica.
1. POSSIBILE EVOLUZIONE DEL COMPORTAMENTO COOPERATIVO
Gli studiosi di teoria dei giochi hanno analizzato le dinamiche delle interazioni strategiche tra individui e gruppi, evidenziando che
la cooperazione efficace si basa su un approccio iniziale moderato e su offerte eque, accettabili da entrambe le parti. Se la
collaborazione porta benefici reciproci, le interazioni possono continuare nel tempo, rafforzate dalla fiducia che ci saranno nuove
occasioni per cooperare. In caso contrario, se l’offerta viene respinta o si risponde con una minaccia, è legittimo reagire con un
rifiuto o una minaccia equivalente: questo principio è noto come “reciprocità forte”.
Sebbene la teoria dei giochi sia recente, la cooperazione tra individui non legati da vincoli familiari, etnici o religiosi è un
fenomeno ricorrente nella storia, spesso con esiti economici positivi. Tuttavia, anche conflitti, violenze e distruzioni sono stati
frequenti, e le evidenze archeologiche indicano che la violenza era presente già tra gli esseri umani preistorici. La storia
economica, che studia come l’umanità ha vissuto e sopravvissuto, deve quindi considerare sia i momenti di cooperazione e
prosperità, sia quelli di guerra e crisi, che hanno influenzato l’evoluzione delle istituzioni sociali, formali e informali.
2. NASCITA DELL’AGRICOLTURA
Alcuni gruppi umani preistorici iniziarono a migliorare la propria dieta e organizzazione sociale attraverso l’addomesticamento di
animali e la coltivazione di piante. Queste innovazioni portarono a una maggiore disponibilità di proteine e carboidrati, favorendo
la crescita fisica e cerebrale, come dimostrano i resti ossei. La possibilit
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