Arte moderna
LA BELLEZZA IMPURA, arte e politica nell’Italia del Rinascimento
Premessa
Metafora: l’arte è come una bella donna così poco avara di sé da concedersi
facilmente a chi la corteggia. La sua apparente disponibilità maschera però
un’autonomia, come dimostra il fatto che basta che si faccia avanti un altro
corteggiatore, e la bella è pronta ad abbandonare il primo amore per il nuovo
venuto. Salvo tradire anche quest’ultimo alla prima occasione, ma sempre e
soltanto con il corpo→l’anima infatti rimane inconquistabile, innamorata solo di
sé (come Narciso).
ⓛUn esempio ne è Canova: lo scultore ricevette l’incarico da dei committenti veronesi di
creare un monumento celebrativo di una vittoria conseguita dall’imperatore d’Austria
Per convincere i
sull’esercito francese (rivoluzionario). Il gruppo era Ercole e Lica.
committenti inviò una lettera in cui rievoca un episodio avvenuto poco prima: un
signore francese, in visita al suo atelier, di fronte al modello di Ercole e Lica
aveva esclamato che avrebbe avuto una perfetta collocazione a Parigi in quanto
poteva essere l’allegoria dell’Ercole francese che getta al vento la Monarchia.
Dopo aver dichiarato che mai, neppure per “tutto l’oro del mondo”, avrebbe
adottato una tale soluzione, propone di invertire l’allegoria del francese: Ercole
restauratore che getta al vento la libertà dei giacobini. Per evitare ogni dubbio
sul significato politico, bastava aggiungere un bassorilievo con uno
stemma→dimostrazione della reversibilità dell’arte che poteva incarnare due
concetti politici opposti. Basta solo aggiungere o togliere un’iscrizione o uno
stemma.
Alla fine non se ne fece niente, e venne tradotto in marmo solo dopo la comparsa del
banchiere Torlonia che comprò il gruppo per fine autocelebrativo (in quanto acquistare quel
capolavoro del massimo scultore vivente, lo avrebbe reso un grande mecenate), senza
caricare l’Ercole di nessuna interpretazione politica.
②Un altro esempio è conquistatore romano della Grecia che
Lucio Emilio Paolo,
sconfisse Perseo. Arrivato a Delfi (in Grecia), vide un grande basamento in
marmo su cui Perseo intendeva far innalzare una statua d’oro in proprio onore. Il
console fece completare il pilastro e diede l’ordine che fosse collocata la sua
statua. Nonostante Roma fosse la vincitrice, il console ebbe grande ammirazione
per la civiltà greca, tant’è che portò con sé a Roma, per farne il precettore dei
propri figli, un pittore greco→la Grecia, conquistata, conquistò a sua volta il rozzo
vincitore.
Il console romano che si impadronisce del monumento del vinto + ma è
soggiogato dalla sua bellezza→metafora dell’arte, che pur sottomettendosi al
potere di turno, finisce per trionfare.
Molto spesso non c’è nemmeno il bisogno di modificare qualche dettaglio
iconografico, ma basta collocare l’opera d’arte in un determinato luogo per
indirizzare l’interpretazione verso questo o quello scopo politico→ per esempio i
monumenti bronzei del la loro
David o della Giuditta (simboli antitirannici) di Donatello:
interpretazione variava a seconda che fossero sistemati all’interno della
residenza dei Medici, o che fossero requisiti dalle autorità repubblicane e portati
a Palazzo Vecchio→originaria valenza politica dei 2 monumenti deriva dalla
strategia di Cosimo il Vecchio che s'impadronì dei simboli della libertà
repubblicana, facendosi portavoce dell’ideologia antitirannica così radicata in
Firenze, per allontanare da sé il sospetto di una sua aspirazione alla tirannide,
proprio mentre stava imponendo il suo primato assoluto.
momentanea, transitoria;
Distinzione tra politica e ideologia: politica→è ideologia→è
più stabile e di lunga durata. Le opzioni politiche di un’artista sono solo un
aspetto del suo sfondo ideologico (sia se gli vengano imposte da un
committente, sia che le attui in piena autonomia), in cui confluiscono anche le
sue convinzioni, idee, credenze, che egli assorbe dal contesto sociale in cui vive.
Ci sono anche tanti casi però di disarmonia tra le opinioni politiche di un artista e
le sue opere→l’architetto francese Ledoux era un monarchico in politica, ma
rivoluzionario nella sua professione, tanto da progettare un edificio di forma sferica.
Comunque di norma le committenze si orientano verso un artista il cui stile appare
ideologicamente compatibile…
…il caso di Jacques-Louis David è più unico che raro: è un pittore francese che non si limitò
ad eseguire opere la cui interpretazione politica era imposta dal committente, ma partecipò
in prima persona alla Rivoluzione francese, intrecciando convinzioni politiche e pratica
artistica. L’impegno politico e quello professionale si fondono inscindibilmente, tanto che in
lui riflessione ideologica-politica e riflessione estetica procedettero di pari passo,
alimentandosi a vicenda. Perfino negli ultimi anni di vita, quando la restaurazione
monarchica lo esiliò, David si dedicò ad un’arte vaga e consolatoria, esprimendo un
messaggio ideologico nato da una riflessione politica (più precisamente nata dal disincanto e
dalla nausea nei confronti della politica) che espresse in un grande dipinto Marte disarmato
da Venere e dalle Grazie, rappresentativo del desiderio di fuga dalla realtà e di pace che
circolava nell’Europa della Restaurazione, esausta dai decenni precedenti.
David realizzò anche opere che rappresentano veri e propri messaggi politici elaborati in
proprio, tanto da far a meno addirittura della committenza, ma affidandosi a mostre a
pagamento rivolte al pubblico, ovvero il “popolo francese”.
Egli è anche il solo che agisce contemporaneamente sia sul piano dell’iconografia che su
che il pittore scontò mesi di carcere per aver fatto parte del
quello dello stile→dopo
clan robespierriano e dopo aver avallato le sue azioni repressive, realizza la tela
della raffigura un episodio che accadde 3 anni dopo il ratto, quando il
Sabine:
capo dei Sabini e Romolo si scontrano, in quanto il primo voleva vendicare
l’oltraggio subito, ma i duellanti vengono separati dalla moglie di Romolo, e dalle
altre Sabine, che mostrando i figli ancora in fasce, nati dai Romani, riescono a
convincere padri, fratelli e mariti a deporre le armi e formare un unico popolo
(Annibale Carracci, Palazzo Magnani)→ricorrendo alla mediazione di un episodio
della storia antica, gli affidò il compito di diffondere il nuovo ordine nato dalla
profonda revisione politica cui era stato indotto. Il nuovo ordine= appello a tutti i
francesi, compresi quegli “emigres” che erano fuggiti all’estero sotto la violenza
rivoluzionaria dei sanculotti, per far fronte comune contro il nemico esterno→il
soggetto del quadro si adattava perfettamente a tale messaggio politico.
Revisione ideologica=revisione stilistica che lo allontana dalla crudezza, violenza,
verismi anatomici, drammatici conflitti di luce e ombra, e lo porta al “bello
ideale” grecizzante, corpi nudi e idealizzati che, in sintonia con il messaggio
conciliativo del quadro, risulta cromaticamente e illuministicamente unificato.
Guerin decise di affrontare, ma da una sponda opposta, lo stesso tema politico trattato da
David: quest’ultimo lo aveva trattato da giacobino pentito, che non ripudia la Rivoluzione ma
i suoi eccessi; Guerin invece è un controrivoluzionario che si fa interprete del rancore degli
“emigres”. Esso realizza Ritorno di Marco Sesto dall’esilio inflittogli da Silla, e al ritorno trova
la moglie uccisa, la figlia in lacrime e i suoi beni distrutti. Per il pubblico parigino la metafora
era trasparente, in quanto si paragonava la tirannia di Robespierre a quella di Silla. In
questo modo denunciava le devastazioni domestiche ed economiche subite dagli “emigres”
che erano ritornati in patria.
Lo stile dei 2 quadri rivela una differenza: David volta pagina sia politica, sia artistica; Guerin
si dimostra del tutto dipendente da quei modelli che David aveva creato per i suoi dipinti
rivoluzionari del decennio precedente: la tragica maschera di Marco Sesto, con gli occhi
in uno dei capolavori davidiani. Ma non solo: il
persi nel vuoto, rievoca il volto di Bruto
disporsi delle figure in piani scalati, l’alternanza delle zone di luci e quelle di
ombra, lo sconforto della fanciulla, e perfino certi dettagli di ambientazione come
la sedia dallo schienale ricurvo→ambiguità del rapporto arte-politica: per
esprimere sentimenti antirivoluzionari, Guerin si serve di un linguaggio che David
aveva usato per intenzioni opposte.
Capitolo primo: il riposo del guerriero
(allievo di Mantegna), qui notiamo
Affresco di Melozzo da Forlì, bravo nella prospettiva
scorcio dal basso→per rendere le figure più imponenti agli occhi di chi li osserva.
Inizialmente collocato nella Sala Latina (dove erano conservati i codici in latino)
nella biblioteca che papa Sisto IV della Rovere fece realizzare nel Palazzo
Apostolico in Vaticano. Più precisamente il dipinto era sulla parete che
fronteggiava i banchi su cui sedevano i dotti della biblioteca.
Ritratto di gruppo con personaggi muti e assorti, inquadrati tra due pilastri su cui spicca, sul
fondo azzurro, un intreccio di rami di rovere.
Sulla dx seduto in trono, papa Sisto IV, in piedi attorno a lui i suoi 4 nipoti e in ginocchio
davanti a lui, il bibliotecario pontificio il Platina. Il papa è autoritario, il seggio addossato a un
pilastro su cui sono rappresentate ghiande dorate prodotte a grandi quantità dai rami di
rovere=numerosa stirpe. Le mani poggiate saldamente sui pomelli, spicca il rosso del
copricapo, delle pantofole e della mantellina. E’ rappresentato di profilo come un imperatore
su una moneta. La bocca sigillata, sguardo dritto davanti a sé.
Dietro il papa, il nipote Pietro: naso aquilino, indossa il grigio saio dei francescani (lo stesso
che aveva indossato lo zio prima di diventare papa). Quando l’affresco venne eseguito, era
già morto lasciando dietro di sé tantissimi debiti. Sisto IV aveva delegato a questo suo nipote
i principali compiti diplomatici e di politica delle alleanze (segretario di Stato) della Chiesa.
Di fronte a Pietro si erge, avvolto maestosamente nel manto cardinalizio, Giuliano Della
Rovere, che più tardi sarebbe diventato Papa Giulio II che si circonderà di artisti e architetti
come Michelangelo, Bramante e Raffaello.
L’affresco è diviso in 2 metà: la parte sacerdotale dove c’è il papa, Pietro e Giuliano della
Rovere; la parte laica ci sono il Platina e i suoi nipoti signori di Imola e Senigallia/Mondavio,
con al collo collane d’oro che sottolineano lo status nobiliare.
Questo affresco è un’esplicita testimonianza del nepotismo sistino e del ruolo centrale che i
papi del Rinascimento davano al sapere umanistico e di come essi contassero su una stretta
alleanza tra umanesimo e arti visive, parole e immagini per propagandarsi come eredi e
continuatori degli antichi Cesari. caratteristica dei frontespizi dei codici miniati e
Melozzo adotta la dedicatio codicis:
dei volumi a stampa, dove era consueto rappresentare l’autore in ginocchio che
offre devotamente il suo libro a un potente che lo accoglie standosene seduto in
trono→in questo caso il Platina non offre al papa un volume ma la lettura di un
epigramma celebrativo in 3 distici (per questo ha la bocca socchiusa!! e l’indice
puntato verso di loro). L’affresco rappresenta perciò il giorno dell’inaugurazione
della nuova Biblioteca e viene reso omaggio a Papa IV come “rinnovatore
dell’urbe”→infatti l’iscrizione latina dice che ha costruito e restaurato strade,
ponti, acquedotti, chiese, palazzi, porti, mura, e la stessa biblioteca. Platina
aveva scritto “la Storia dei Papi”, che inizia con la vita di Cristo e si conclude con
quella di Sisto IV, definito Pontefice Massimo proprio come Cesare e Augusto.
Il portico marmoreo funge da cornice e da sfondo alla scena=immagine riassuntiva
dell’attività edilizia del papa + perfetta centralità della colonna che funge da asse visivo
verso il quale convergono tutte le linee di fuga della composizione: colonna è il simbolo della
fortitudo=solidità della rovere.
RITRATTO DI FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE di TIZIANO
IV duca d’Urbino, figlio del signore di Senigallia/Mondavio, il cui ritratto Melozzo ha inserito
nel suo affresco. Il ritratto oggi è agli Uffizi e Tiziano lo eseguì poco prima che il duca
morisse a 48 anni, con sospetto di avvelenamento. Lo sguardo fiero ed energico,
l’espressione un po 'cupa. Il duca indossa l’armatura di tipo tedesco che Tiziano trattenne a
lungo nel suo studio ad uso del ritratto, nonostante il duca ne avesse chiesto una pronta
restituzione. Alle spalle, su un ripiano coperto di velluto rosso, spiccano l’elmo, coronato da
un dragona d’argento, e 3 insegne di comando: capitano dell’esercito pontificio + capitano
delle truppe fiorentine + capo della dinastia roveresca. Inoltre impugna l’insegna di capitano
della repubblica di Venezia con la mano destra e poggiandola al fianco.
Con l’età il duca aveva imparato a tenere sotto controllo l’impulsività→Tiziano,
bravissimo nella introspezione psicologica, aveva saputo esprimere questo inquieto
impasto di energia pronta a scattare e trattenuta a stento, di cui sono spia l’entusiasmo
febbrile dello sguardo e la ruga che scava un solco profondo tra i due sopraccigli.
Perfetta resa del carattere sanguigno e bellicoso del soggetto→evidenziato dai
lampi rossi che incendiano il panno di velluto e che si riflettono sull’armatura.
Dipinto in pendant con il Ritratto della duchessa Eleonora Gonzaga Della Rovere,
anch’esso conservato agli Uffizi. Anche qui Tiziano riuscì a rendere in pittura l’indole della
moglie del duca, diversa e allo stesso tempo complementare a quella del marito. Armonia
cromatica + controllata compostezza della posa + pacificante e verd’azzurra veduta
paesaggistica che si scorge dalla finestra + vigile riflessività nello sguardo che sembra
esprimere prudenza, equilibrio e padronanza di sé. Figlia degli Estensi (Ferrara) aveva
dimestichezza con gli uomini di cultura e la passione per le arti figurative, e la consuetudine
a trattare con gli artisti. Francesco Maria, benchè fosse immerso in una corte di umanisti, per
vocazione e per scelta, era un uomo d'azione, un militare. Frequentava solo ingegneri e
architetti militari, tra cui Michele Sanmicheli, che collaborò nelle tante opere di fortificazione
terrestre, e Pier Francesco da Viterbo che collaborò nella sostituzione del vecchio e
inadeguato sistema difensivo di Pesaro, con una possente e modernissima cinta muraria
pentagonale, destinata a rimodellare in modo duraturo l’immagine della città e a segnare
una svolta importante nella storia delle fortificazioni urbane x il suo sapiente adattamento al
sito e le innovazioni tecnologiche presenti in esse.
Per questo fu la duchessa a tenere le fila di tutte le principali iniziative edili, tranne quelle di
carattere militare, a predisporre la decorazione con affreschi delle residenze ducali sparse
nel territorio urbinate, ad animare la vita di corte con spettacoli teatrali e feste in costume,
la villa che il signore di Pesaro aveva fatto
ma soprattutto si concentrò sull’Imperiale:
costruire sulle pendici del monte di San Bartolo che si eleva poco fuori dalle mura
di Pesaro. La villa quattrocentesca è modesta, è a pianta quadrata, tutta
costruita in cotto tranne qualche dettaglio in pietra, ha nude facciate di mattoni,
animate solo dai camini aggettanti (alla maniera veneta), la torre è alta e snella
e svetta sopra il bel portone d’ingresso, e aveva un armonioso cortile che dava
luce alle stanze interne distribuite su due piani. Ma il suo pregio maggiore è la
bellezza del sito→maestosi boschi di antiche querce, il prato dinanzi all’ingresso e
gli spettacolari panorami su cui si affaccia: veduta del porto e della città,
amplissima vallata del fiume Foglia, che si inerpica nel colle dove si annida
Urbino, e dietro le vette dell’Appennino.
Imperiale→chiamata così perché l’imperatore Federico II, di passaggio a Pesaro,
aveva partecipato alla cerimonia della posa della prima pietra della villa,
concedendo l’onore di aggiungere al proprio stemma l’aquila imperiale.
Eleonora mise l’Imperiale al centro dell’attività artistica perché→Pesaro era
circondata da fertili pianure + posizione strategica per la comunicazione via terra
+ suo porto che manteneva contatti quotidiani con Venezia e la Dalmazia +
baricentro sia economico che politico (qui si ha la sede elettiva), preferendola ad
Urbino.
Eleonora fece restaurare la villa: ricavò dal 2 piano due appartamenti per lei e il
marito andando a chiudere il chiostro, e lo decorò con un ciclo di affreschi
profani. Inoltre la ampliò→proiettandola più in alto lungo le pendici del monte. La
articolò su terrazzi a livelli diversi, cortili, giardini pensili, grotte, fontane e
amplissime terrazze. Era collegata all’Imperiale attraverso un cavalcavia. La
vecchia villa era adibita ad uso abitativo e domestico, con gli appartamenti, le
cucine, le dispense e le cantine; la nuova villa aveva funzioni di riposo e svago.
Nella vecchia villa il soffitto della Sala Grande esibisce le iniziali dorate FM
(Francesco Maria) e LE (Eleonora), che si alternano a riquadri con emblemi
araldici della coppia: il bucranio + corona che stringe due rami di palma +
arnese per ferrare i buoi. Nella nuova villa viene dichiarato a grandi lettere sia
sulla facciata, sia tutt'intorno al cortile, che essa era un dono di Eleonora al
m
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia dell'Arte Moderna, prof. Pinelli, libro consigliato Storia dell'Arte Moderna: Dal Gotico Int…
-
Riassunto esame Storia dell'arte medievale , Prof. Pala Andrea, libro consigliato Le ragioni della bellezza, Pinell…
-
Riassunto esame Storia dell'arte medievale, Prof. Di Fabio Clario, libro consigliato Le ragioni della bellezza 2, d…
-
Riassunto esame Storia , Prof. Magnani Lauro, libro consigliato La storia dell'arte. Istruzioni per l'uso, Antonio …