Appunti storia della pedagogia
Introduzione
L'ammonimento è aristotelico: le stesse “cose” della realtà naturale e umana, guardate da punti di vista differenti, diventano oggetto di studio di scienze differenti, indagate con metodi e concettualità differenti. L'epistemologia non ha smentito questo generale orientamento della metafisica classica. La verità è sempre una verità all'interno di una teoria. Oggi, ammaestrati dai riduzionismi del passato, quando era stato a volta a volta teorizzato che l'unica “scienza” possibile fosse, a seconda dei tempi, quella che doveva riportare ogni aspetto di studio ad essere colto e predicato secondo i metodi e i linguaggi esclusivi ora della filosofia (Socrate e Platone), ora della retorica (Isocrate), ora della geometria, della filologia (umanesimo), della matematica (Cartesio), della poesia (romanticismo), della fisica (neopositivismo), sappiamo bene invece due cose.
- La certezza e l'affidabilità scientifiche di un sapere relativo a qualsiasi oggetto di studio non dipendono né dallo stesso linguaggio né dagli stessi metodi.
- Nessuna legge scientifica potrà mai rivendicare una assolutezza incondizionata.
Analogia e verità scientifiche
Si deve ad Aristotele la più organica sistemazione teorica del principio secondo il quale un conto sono la certezza e l'affidabilità scientifiche garantite dal logo teoretico, un altro da quello tecnico e un altro da quello pratico. Se dal logo teoretico si passa al logo tecnico (che cosa si può fare per trasformare le cose, e come si può concretamente procedere a questa trasformazione con precisione, efficienza ed efficacia), diceva già Platone, un conto sono il grado e la natura della certezza e affidabilità conoscitive garantite dal metodo di lavoro tecnico di tipo matematico-calcolativo e un altro conto sono il grado e la natura della certezza e dell'affidabilità scientifiche garantite da metodi tecnici di tipo indeterministico-probabilistico come capita ad esempio con la clinica medica, l'agricoltura o la cucina.
Stesso discorso per la razionalità pratica (logo pratico): il suo fine è certamente scegliere ciò che è bene e stabilire anche come agire per realizzarlo nel contesto dato, assumendosi le responsabilità che conseguono eventualmente dallo sbagliare. Sarebbe vano questo suo sforzo etico, se, nell'eseguirlo, prescindesse dalle certe e affidabili consapevolezze che la razionalità teorica offre sullo “stato delle cose, e perché” e che la razionalità tecnica garantisce su “ciò che si potrebbe fare, e come, per trasformare queste cose” in vista del fine del “dover essere” pratico.
Una domanda preliminare
Se la riposta fosse positiva, bisognerebbe essere preliminarmente d'accordo sul suo specifico oggetto di studio. Pratico o tutti e tre insieme. Né si può risolvere la questione sostenendo che le scienze non hanno oggetti di studio perché semplicemente studiano problemi da risolvere. Pur con tutti i limiti strutturali, è dunque appropriato interrogarsi, in via preliminare, sull'oggetto di studio che sarebbe specifico del punto di vista pedagogico.
L'oggetto di studio della pedagogia: un problema aperto
A prima vista si potrebbe rispondere che la pedagogia guarderebbe e selezionerebbe nelle “cose” e nei “problemi” unitari del mondo e della vita delle persone le proprietà riconducibili all'educazione. Ossia vedere il mondo e le cose dal punto di vista dell'educazione. Ma che cos'è questo oggetto chiamato educazione? Ma c'è di più: siamo sicuri che la pedagogia voglia proprio studiare le proprietà che contraddistinguono l'oggetto di studio chiamato “educazione” e non quelle nominabili col termine “formazione”? Questo oggetto e quali differenze abbia con l'educazione. Se l'oggetto di studio della pedagogia fosse l'educazione e/o la formazione, infatti, non si potrebbe che concludere immediatamente che essa, con difficoltà, potrebbe rivendicare le qualità di una “scienza”. E ciò perché gli stessi pedagogisti, ovvero coloro che dovrebbero essere riconosciuti come gli scienziati di questi oggetti di studio offrono risposte tra loro conoscitivamente molto diverse agli interrogativi prima elencati.
I vantaggi delle “scienze dell'educazione e della formazione”
E tutti coloro che possono studiare, dai loro rispettivi punti di vista, l'oggetto pedagogicamente ancora equivoco, nominato “educazione e/o formazione” senza dover rispondere con nettezza e in via preliminare agli interrogativi menzionati paragrafo precedente. Questi studiosi infatti hanno due rilevanti vantaggi rispetto ai colleghi pedagogisti:
- La dominanza della razionalità teoretica e del suo metodo moderno: essi, senza temere l'accusa del riduzionismo o dell'approssimazione, possono proclamare nello studio dell'oggetto “educazione” e “formazione” le virtù di una scienza perlopiù improntata alla razionalità teoretica e, all'interno di questo logo, soprattutto al metodo ipotetico deduttivo empirico-sperimentale di matrice galileiana.
Classici passi euristici:
- Identificare una serie di proprietà empiricamente verificabili da chiunque che, dal loro specifico punto di vista, sono inerenti rispettivamente al concetto ancora pedagogicamente impregiudicato di “educazione” e “formazione”.
- Esplicitare, con chiarezza e con adeguati rimandi, il quadro teorico di partenza assunto come ipotesi, senza pretendere che sia o che possa anche essere perfino condiviso né all'interno del proprio settore disciplinare né fuori di esso.
- Procedere alla verifica delle proprietà dell'oggetto “educazione” e “formazione” assunte per ipotesi attraverso i metodi di ricerca empirica/sperimentale delle diverse scienze.
- Trarre coerenti conclusioni dalle indagini condotte, da organizzare in teorie via via più formalizzate che si mettono a disposizione della comunità scientifica al fine di discuterle, correggerle, falsificarle, svilupparle, approfondirle.
Sarà la stessa comunità scientifica di ogni disciplina a rivedere criticamente le tappe di questo percorso e a farlo mano a mano evolvere, in un processo di continua perfettibilità. La scienza, del resto, è per definizione questa continua trasformazione che cambia a volte anche in maniera radicale il paradigma di riferimento. Conoscibili, osservabili e predicabili nelle loro proprietà empiriche. Si interessano, al contrario della pedagogia, dell'educazione o della formazione fermata nel tempo e nello spazio (già accaduta), nei casi singoli o sociali, per spiegarne o comprenderne le ragioni. A qualunque scienza ci si voglia rivolgere (biologia, antropologia, psicologia, sociologia, genetica, economia...) esse hanno bisogno di cristallizzare l'esperienza dell'educazione o della formazione che si è già realizzata nella storia individuale o sociale, ossia restringendola al suo passato o, alla latina, al suo perfetto. L'esperienza educativa o formativa da indagare, al di là del fatto che lo sia davvero, basta che sia stata ritenuta tale; proprio perché del tutto compiuta non si muoverà più e non potrà più modificarsi. Lo sguardo delle scienze dell'educazione e della formazione, come tutte le altre scienze, per dare risultati conoscitivi certi e affidabili, è chiamato, per forza di cose, ad indagare il reale già compiuto, ciò che non ha più movimento. Questo sguardo è sempre retro-spettivo perché intende accertare ciò che è già successo così come è successo. Lo sguardo delle scienze dell'educazione e della formazione, tuttavia, è anche pro-spettivo in quanto parte dal presupposto che l'esperienza educativa o formativa che sta per avvenire possa essere spiegata e compresa con le teorie ricavate dalla mediazione esercitata dal logo dell'esperienza educativa e formativa perfetta.
Il passaggio a nord ovest della pedagogia
Proprio il contributo delle “scienze dell'educazione e/o della formazione” a matrice in parte neopositivistica (il carattere pro-spettico delle leggi generali ricavate dall'analisi dell'esperienza perfetta è possibile), in parte ermeneutica e fenomenologica (si riduce a teorie valide in generale la singolarità irriducibile e complessa dell'educazione e della formazione che ci sono state e al massimo queste teorie pro-spettiche producono consapevolezza che permette di capire meglio l'esperienza imperfetta e futura quando si concretizzerà il singolo caso) aiuta a individuare la differenza tra i loro oggetti di studio, i loro metodi e linguaggi e quelli peculiari della pedagogia. Quindi il termine significa far uscire qualcuno da uno stato inferiore facendogli esprimere potenzialità manifeste o inespresse verso uno stato superiore. Il vocabolo allude quindi ad una disciplina nella quale è centrale non solo lo studio, ma soprattutto l'esercizio di relazioni sempre migliori tra soggetti “dell'educazione e/o formazione”, nel mondo naturale e storico-sociale. Queste relazioni sono di per sé asimmetriche. Non c'è nulla di vincolante quindi nel termine pedagogia; il vocabolo allude senza lasciare dubbi che è una disciplina nella quale è centrale non solo lo studio, ma soprattutto l'esercizio di relazioni sempre migliori tra soggetti dell'educazione e/o formazione, nel mondo naturale e storico/sociale. Relazioni che sono possibili se e solo se sono asimmetriche. Il problema di questo approccio è duplice:
- Non calcificare in una sola direzione gerarchica i poli di questa asimmetria strutturale, ma lasciarli aperti alle circostanze, oltre che alla bi-direzionalità.
Armonia, nel caso della pedagogia, significa rispettare il patto di muoversi insieme, stretti l'uno all'altro, ma sincroni, senza pestare i piedi altrui, trovando un'andatura ordinata e che leghi bene i protagonisti delle relazioni pedagogiche asimmetriche al massimo possibile. Trovare questo il significato dell'armonia sul piano pedagogico, un legame che non sostituisca alla comprensione delle ragioni, delle scelte e delle azioni altrui, allo spesso tortuoso dialogo necessario per trovare una condivisione nel movimento del crescere e del trasformarsi insieme verso un reciproco e condiviso “meglio”. Bastano questi pochi cenni etimologici a dimostrare quanto la pedagogia differisca dalle “scienze dell'educazione” e quanto la scientificità della pedagogia non possa essere semplicemente assimilata ad una variante di quella coltivata dalla scienze dell'educazione e/o formazione.
Un “soggetto di studio” diverso
La prima e più importante differenza della pedagogia rispetto alle scienze dell'educazione e formazione riguarda l'oggetto di studio. A rigore, quello della pedagogia non è l'educazione e/o la formazione. La pedagogia non può quindi trascurare il ricco e affidabile contributo conoscitivo che le viene fornito dalle scienze dell'educazione e della formazione. Le scienze dell'educazione e della formazione possono prendere ad oggetto di indagine, ciascuna dal proprio punto di vista, solo ciò che nell'esperienza perfetta è stato riconosciuto, con la mediazione formale del logo teoretico, storico empiricamente “educazione” e/o “formazione”; la pedagogia non può fare altrettanto, pena tradire la sua stessa etimologia.
Il programma pedagogico è chiaro su un punto: l'oggetto di studio non può essere un qualsiasi oggetto concettuale con minori o maggiori referenze empiriche che dipendono dall'evolversi della ricerca scientifica nel tempo storico e nello spazio, bensì sempre, come unità minima, due persone che mantengono tra loro e come, dove, quando e perché una relazione da loro stessi riconosciuta più o meno educativa o formativa all'interno di una serie di relazioni interpersonali altrettanto riconosciute da chi le vive più o meno educative o formative. La pedagogia quindi non studia come proprio oggetto l'educazione e/o la formazione teorizzate e in futuro teorizzabili dalle diverse scienze. La pedagogia, al suo livello di unità minima, non può che avere come proprio oggetto di studio almeno due “soggetti dell'educazione e/o formazione” tra loro in costante relazione esistenziale, nel tempo e nello spazio.
Pretendere di poter catturare l'unica irrepetibilità di ogni “soggetto dell'educazione e della formazione” e delle sue relazioni, solo mediante teorie scientifiche precise ed estese quanto si vuole, significa capovolgere l'ordine logico e la natura ontologica delle cose, e condannarsi fin dalla partenza all'insuccesso. Per sua natura epistemologica, comunque si intenda l'io, il pensiero delle scienze dell'educazione e della formazione non può che ignorare il singolare, il concreto, l'esistenza, il soggetto, l'affettività, le sofferenze, le gioie, i desideri e le finalità di ciascun unitario, mai finito e unico soggetto dell'educazione e della formazione. Non si può far luce sulla soggettività propria sia di quella altrui se non, appunto, attraverso una qualche mediazione della relazione sia essa logica o storico-esistenziale. Finito: in-finito. Non è autorizzata né a ridurli a singole parti né alla somma delle loro parti illuminate e contabilizzate da tutte le scienze dell'educazione e della formazione possibili. La pedagogia può essere accreditata come scienza, da un lato, se non pretende lo scettro dell'unificazione delle scienze che studiano l'educazione e la formazione, e dall'altro lato, se rivendica una scientificità molto diversa da quella adottata dalle scienze dell'educazione e della formazione. In questo senso, essa è chiamata a raccogliere, con tutte le conseguenze anche metodologiche del caso, la sfida epistemologica di confrontarsi sempre con il particolare problema del “tutto”, dell'integralità, dell'unità inesauribile di ciascun soggetto dell'educazione e della formazione in un tempo storico e in uno spazio determinati e non col problema della parte o dell'insieme delle parti della “cosa” educazione e formazione. In secondo luogo, considerando che ogni soggetto vivente non solo è sempre un tutto unico e irripetibile, ma ha un'unica, unitaria e irripetibile vita a disposizione: la sua. Qui il danno, soprattutto se irreparabile, non riguarda una media, un qualcosa di astratto o concettuale, o una sola qualsiasi parte del soggetto, bensì quanto più concreto, unitario e insostituibile per ciascuno: sé stesso, la propria unica e irripetibile vita che tutti desiderano per sé buona e “migliore” per il tempo e lo spazio che le appartiene.
L'av-ventura dell'imperfetto e del futuro
Il logo teoretico media l'esperienza e le esistenze che sono già state, nel senso che non può che collocare il particolare irriducibile e irripetibile di cui sono composte dentro l'universale trasmissibile e ripetibile del concetto, che poi sistematizza via via in modo sempre più formale e rigoroso. Da un lato infatti la inesauribilità e complessità del particolare, dall'altro lato, l'esperienza e l'esistenza personali non ancora avvenute. La circostanza spiega perché la pedagogia, se intende rivendicare una scientificità certa ed affidabile sul suo particolare oggetto di studio, ancorché scientificità diversa da quella caratteristica delle scienze dell'educazione e della formazione, da un lato, non possa ignorare l'esperienza perfetta, quindi il contributo di analisi retrospettiva e predittiva che le è offerto da queste scienze per affrontare l'imperfetto e il futuro. Esso infatti è sempre valido nel generale teorico e mai nel particolare di ogni contenuto di esperienza, e a maggior ragione per il caso singolo umano, ossia quell'unica e irriducibile esperienza/esistenza vissuta da ogni soggetto umano in una relazione educativa e formativa come minimo con un altro. Per l'altro verso ogni esperienza e ogni esistenza personali non si potranno mai esaurire solo nel passato. Per restare esperienza ed esistenza personali hanno bisogno di 2 condizioni:
- Il banale “avvento” di nuove esperienze di nuovi contenuti di esistenza: questa l'av-ventura umana. Non potrebbero più esistere né esperienza né esistenza personali se non fossero ambedue alimentate dall'imperfetto (il divenire), ovvero ciò che sta a loro av-venendo. Senza avvento dell'imperfetto, esperienza ed esistenza umane si chiuderebbero, dunque, in quanto tali e non esisterebbe vita.
Il problema cruciale della pedagogia, perciò, non è quello etiologico.
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