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Bertagna, Autonomia

«Stato» e «scuola» dalla monarchia alla Repubblica

Stato e scuola nell'Italia liberale: il modello culturale ed istituzionale di riferimento

Origini del sistema scolastico italiano Carlo Linati (1861) inculcare il sentimento di italianità attraverso la pubblica istruzione; Massimo D’Azeglio (1867) “fatta l’Italia, non si sono fatti gli Italiani” importanza del ruolo dello Stato (idee diffuse dalla Rivoluzione francese):

  • In questo periodo, scrive De Tocqueville, “lo Stato non ha solo il compito di comandare alla nazione, ma anche quello di plasmarla [...]; ad esso spetta il compito di formare i cittadini secondo un modello prestabilito” “ispirare a ogni generazione i dovuti sentimenti e darle delle idee”
  • La scuola rappresenta la principale agenzia dello Stato per “l’integrazione sociale, culturale e territoriale” delle diverse tradizioni storiche presenti nel Paese, per la “civilizzazione” e per il “progresso” della nazione. Lo Stato per costruire la società civile doveva sostituire i mezzi di coercizione violenti attraverso i quali aveva esercitato il potere con la scuola
  • Il rapporto tra scuola e Stato è analogo a quello che si instaura tra una persona giuridica e uno mezzo che essa usa per realizzare i propri scopi. La scuola assume la forma di un apparato dello Stato: apparato in senso ideologico (controllato in tutte le sue parti perché espressione di un unico disegno razionale centrale di natura politica, giuridica, amministrativa e organizzativa); apparato in senso tecnico (progettazione e realizzazione di un’organizzazione artificiale, costruita dal ministero statale, secondo i canoni della razionalità tecnica); apparato in senso giuridico-amministrativo (traduzione in una burocrazia dell’apparato concepito in senso tecnico).

La scuola apparato dello Stato si radica nella concezione antropologica tipica della “teoria dei due popoli”: il primo popolo (“l’élite”) è costituito dalle persone “grandi”, “bennate”, “mature”, “migliori”, “illuminate”, esse guidano lo Stato e plasmano tutti gli altri, cioè il secondo popolo, costituito dalla gente “comune”, “malnata”, “inferiore”, “immatura”, che non pensa, vive nell’oscurantismo e nell’obbedienza ottusa.

Funzioni della scuola apparato

  • Serve per “civilizzare” e “cittadinizzare” il “secondo popolo” alla luce dei dettami etici, giuridici e culturali stabiliti dal “primo popolo” (diffusione della scuola elementare come mezzo per la lotta all’analfabetismo e per costruire una nazione unitaria sul piano dei valori, della lingua, della cultura e dei costumi; diffusione delle scuole tecniche e professionali)
  • La scuola-apparato serve per selezionare, formare e riprodurre la classe dirigente, ovvero il “primo popolo” (ginnasio liceo e università)

Stato e scuola nell'Italia fascista: esasperazione di un modello

Con la riforma Gentile (1923), si rafforza la funzione della scuola volta a “civilizzare” e ad educare “alla cittadinanza” il “secondo popolo”. Istituzione della scuola di grado preparatorio (scuola materna), della scuola elementare quinquennale, dell’obbligo di istruzione (formalmente innalzato fino a 14 anni per tutti). Viene, inoltre, rafforzata la funzione elitista e selettiva della scuola, con l’introduzione degli esami di ammissione e di riparazione, nonché quelli di Stato a fine ciclo. La scuola deve essere più severa e rigorosa per identificare i “giovani migliori e meritevoli”, che diventeranno la nuova classe dirigente.

La rivoluzione moderna ha sottratto la nozione di cittadinanza al ruolo preponderante del lignaggio. Il primo a sostenere quest’idea è stato il filosofo inglese Thomas Hobbes, per il quale non esiste alcun ordine di nascita, sociale, culturale o professionale, ma è il singolo individuo che, attraverso un pactum subiectionis, incarica lo Stato (“il Leviatano”) di creare, attraverso l’imposizione di leggi e la minaccia di punizioni agli inadempienti, tale ordine. Da Hobbes in avanti si assiste dunque al progressivo assolutizzarsi dell’individuo rispetto all’ordine politico-sociale-professionale-culturale preesistente e a lui circostante; il presupposto di tale teoria moderna era che tutti gli individui fossero uguali. Democrazia, cioè autogoverno degli uguali, tuttavia questo ordinamento politico andava evitato (per questioni pratiche e teoriche) contromisura trovata nella rappresentanza. Il rappresentante però è superiore ai rappresentati, pur essendo creato da questi. Rappresentante nuova élite, primo popolo, i rappresentanti rimangono il secondo popolo, perciò lo Stato liberale non modificava la teoria dei due popoli e della formazione della classe dirigente.

Per superare le contraddizioni insite nel rapporto individuo - Leviatano e per far sì che lo Stato non sia paternalista o autoritario, Hegel propone che:

  • La realizzazione piena dell’individuo avvenga solo nello Stato persona giuridica o spirito assoluto
  • L’individuo non abbia bisogno, né ammetta, intermediari individuali o collettivi tra le proprie decisioni sovrane e quello dello Stato (intermediari quali per es. il lignaggio, gli ordini, o le appartenenze sociali e professionali)
  • Il “burocrate” statale non sia un mero impiegato esecutivo, ma il “tutore del bene universale” di ciascuno

Queste idee furono riprese in Italia dal filosofo napoletano Bertrando Spaventa, che ha fatto una rilettura della “missione del dotto” (Fichte) applicandola all’Italia scaturita dal Risorgimento; ha, inoltre, riletto il tema hegeliano dello Stato etico (tutore del “bene universale”). Tali teorizzazioni hanno costituito la giustificazione teorica e la nobilitazione culturale delle scelte politiche, amministrative e culturali che sono state prese dalla classe dirigente dell’Italia liberale. Questa linea filosofica e culturale sarà poi ripresa e sviluppata da Gentile con la sua teoria dello “Stato volontà di un popolo che si sente nazione” identificazione tra individuo e Stato, poi divenuto, durante il fascismo, in maniera programmatica, “Stato etico, “Stato educatore”, “Stato imprenditore”, “Stato banchiere”, “Stato sindacato”, “Stato previdenza” esasperazione del modello statalista.

Le conseguenze a livello di sistema scolastico italiano furono: riforma del pubblico impiego De Stefani (1922), che impose il titolo scolastico statale quale criterio per identificare le competenze necessarie per accedere a determinate professioni od ordini professionali (decisiva non la competenza professionale, ma il titolo erogato dai funzionari dello Stato); inoltre negli anni Trenta avvenne la progressiva statalizzazione di tutte quelle scuole di ogni ordine e grado che erano rimaste fino ad allora nelle mani di enti locali o parti sociali non controllati dal Ministero della P.I.

Il fascismo ha storicamente tentato di progettare la “scuola nazionale” come un ingegnere può progettare una casa per farla abitare a qualcuno, che non conosce e di cui non può immaginare le richieste. La scuola-apparato di stampo fascista, attraverso l’insegnamento della cultura idealistica e fascio-imperiale, avrebbe dovuto garantire il processo di sussunzione della crescita individuale di ciascun cittadino in quella sociale, stabilita dallo Stato.

Tuttavia a questa impostazione di “Stato costruzionista” non fu estraneo nemmeno il movimento marxista. Infatti né la teoria né la pratica del comunismo hanno respinto l’idea e l’azione di un centro statale potente e pervasivo, che decida tutto il possibile riguardo la vita dei singoli individui e della nazione, e lo declini sottoforma di un rigido controllo amministrativo (pianificazione). I marxisti non accettavano che a fare questo potesse essere lo Stato quale espressione di una classe dirigente antipopolare e antioperaia, bensì di un partito rivoluzionario e di una classe operaia. Antonio Gramsci ha fatto una rilettura in senso marxista di categorie filosofiche speculari a quelle messe a punto da Spaventa e da Gentile.

In particolare, Gramsci pensa al partito come una sorta di “nuovo principe” e ritiene che il primo strumento della rivoluzione sia la conquista della “egemonia culturale ed ideologica” sul blocco storico-sociale progressista.

I cattolici nella politica nazionale

Il Non expedit (1871) di Pio IX, seguito alla Breccia di Porta Pia (1870), spinge i cattolici ad una forte presenza nelle iniziative sociali (banche, mutue, cooperative, servizi sociali, leghe sindacali, giornali e periodici, scuole, “asili infantili”, ecc.) e negli enti locali (in particolare i comuni). Nel 1919, in concomitanza con le prime elezioni politiche a suffragio...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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