Riassunto Esame
STORIA DEL TEATRO E DELLO SPETTACOLO
Prof. PAOLETTI, Libro consigliato:
RIPENSARE IL NOVECENTO TEATRALE
PRIMA PARTE
RIPENSARE IL NOVECENTO TEATRALE
1. IL PROCESSO CREATIVO NEL TEATRO CONTEMPORANEO: AVVENTO,
TRASMUTAZIONI, RILANCIO
Premessa
Esiste un consenso abbastanza vasto circa quello che si è affermato, nell'ultimi trent'anni, come
l'oggetto specifico degli studi teatrali: non più il testo scritto ma neppure soltanto lo spettacolo,
bensì il teatro, il fatto teatrale, inteso non come semplice prodotto-risultato ma come il complesso
dei processi produttivi ricettivi che circondano, fondano e costituiscono lo spettacolo. Questa
centralità non implica solo un altro modo di guardare e di indagare gli spettacoli ma sottolinea
la necessità per lo studioso oggi di assumere come oggetto di indagine anche aspetti fino a non
molto tempo fa trascurati, come tutto ciò che sta a monte di uno spettacolo, che viene prima e che
porta al risultato visibile nella sala teatrale (adattamento del testo, lavoro degli attori, prove) che
potremmo chiamare processi di creazione, e tutto ciò che sta a valle di uno spettacolo, ciò che
viene dopo, ossia la ricezione a breve, medio e lungo termine dello spettacolo stesso. Già più
di vent'anni fa Eugenio Barba accusò gli studiosi di teatro di restare spesso prigionieri di quella
particolare forma di "etnocentrismo teatrale" che osserva il teatro dal punto di vista dello spettatore,
cioè del risultato, trascurando in tal modo il punto di vista complementare del processo creativo
degli attori e degli altri professionisti. L'effetto prodotto da questo etnocentrismo non è solo uno
sguardo parziale ma piuttosto una visione deformata e
quindi falsa da un punto di vista storico
(“Non di rado chi scrive storia del teatro si confronta con le testimonianze sopravvissuta senza
avere un'esperienza sufficiente dei processi artigianali dello spettacolo. Rischia, così, di non fare
storia, ma di accumulare deformazioni della memoria"). Oggi si può sostenere che pregiudizi e
sottovalutazione nei confronti del processo creativo siano in via di superamento.
L'avventura delle Prove
Per quanto riguarda il processo creativo, quasi tutto è cambiato nel corso dell'ultimo secolo e la
centralità che esso ha acquisito negli studi non è altro che la conseguenza della centralità che
esso ha assunto per uomini di teatro a partire dall'inizio del XX secolo. Non c'è nessuno che abbia
saputo esprimere meglio di Jerzy Grotowski le ragioni dell'importanza del processo creativo nel
lavoro teatrale contemporaneo. A proposito delle ragioni che lo spinsero al teatro in principio,
“Era
risponde nel 1992 alla regista svedese Marianne Ahrne: il periodo stalinista, la censura era
molto pesante: si censuravano gli spettacoli ma non le prove e le prove sono sempre state per me
la cosa più importante. La accadeva qualcosa fra un essere umano è un altro essere umano, cioè
tra l'attore e me… Lo spettacolo è stato, sempre, meno importante del lavoro delle prove. Lo
spettacolo doveva essere impeccabile, ma tornavo sempre verso le prove anche dopo la prima,
”Nelle
perché le prove sono state la grande avventura”. L'anno seguente dirà poi: performing arts
esiste una catena con numerosi anelli differenti. Nel teatro abbiamo un anello visibile, lo spettacolo,
è un altro quasi invisibile, le prove. Le prove non sono soltanto la preparazione alla prima dello
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spettacolo, sono per l'attore un terreno in cui scoprire se stesso, le sue capacità, le possibilità di
”.
oltrepassare i propri limiti. Le prove sono una grande avventura, se si lavora seriamente Gli spunti
offerti da queste riflessioni sono infiniti, Anche se molto teatro che si fa ancora oggi sembra non
essersi accorto della vera e propria rivoluzione verificatasi a proposito del processo creativo nella
“Ci
scena contemporanea. sono registi apparentemente esperti che, alla fine del periodo stabilito
di quattro settimane, non sanno più che fare… Ecco il problema, manca la cognizione di cosa sia il
lavoro con l'attore e sulla messa in scena".
L'avvento della regia
Per ripercorrere le vicissitudini del processo creativo nel teatro contemporaneo, bisogna partire dal
momento in cui le prove hanno cominciato ad allungarsi e a diventare importanti: questo momento
coincide con la nascita della regia teatrale, tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Uno dei
maggiori specialisti italiani sull'argomento, Mirella Schino, ha scritto che con il termine "regia" ci
si riferisce ad un “nuovo modo di fare e di pensare il teatro, nato nei primi del 900, che implica, da
una parte, una presenza creatrice dominante e maieutica e, dall'altra, unità e coerenza tra le diverse
componenti della messinscena”. La novità radicale introdotta dalla regia sta nel passaggio dello
“contenitore” ad “opera".
spettacolo da Le prove servono a consentire questo passaggio, dallo
spettacolo-contenitore allo spettacolo-opera, garantendo unità e coerenza tra le diverse
componenti della messa in scena.
L'idea lanciata dei primi registi è che lo spettacolo dovesse essere considerato un'opera d'arte in sé,
governata da suoi propri principi e che dovesse raggiungere tale statuto partendo da un testo
drammatico preventivo, cioè ponendosi come messa in scena di questo testo. Questa concezione
testocentrica, sebbene oggi ci appaia limitata, provocò la rottura profonda con costumi comici
plurisecolari, che avevano sempre emarginato il testo come intero dal processo di creazione teatrale,
dopo averlo diviso in parti, che venivano assegnate agli attori in base al sistema gerarchico dei ruoli
vigente nelle compagnie professionali. Grazie alla regia, il processo creativo a teatro comincia
strutturarsi secondo una sequenza che presto diventerà standard e permetterà, nel corso del nuovo
secolo, continua infrazioni e trasformazioni, anche radicali.
1. Scelta del testo drammatico
2. Eventuale adattamento/trattamento
3. Scelta degli attori o assegnazione delle parti e gli attori, secondo criteri indipendenti dai
vecchi mansionari comici
4. Lettura del testo a tavolino
5. Inizio delle prove in piedi
6. Lavoro dell'attore sul personaggio
7. Prove generali
8. Debutto
Ogni tappa di questo processo ha il regista a sovraintendere e trova nel testo intero in quanto tale,
il principale elemento di riferimento. Questo processo creativo, nei primi decenni del 900, può
prevedere durate diverse a seconda del tipo di regista e quindi di regia che si prende in
considerazione.
Il processo creativo fra regia demiurgica e regia maieutica
Con il regista demiurgo (o despota come lo chiamerà Stanislavski) e il regista maieuta (o pedagogo)
siamo di fronte a due modi profondamente diversi di intendere la messa in scena e il processo
creativo. Per capire come queste due visioni della regia abbiano diversamente influito sul
processo creativo, ci si può riferire a Stanislavskij, il quale ha raccontato più volte i profondi
cambiamenti intervenuti nel corso del tempo nel suo modo di concepire e di praticare la messa in
“Nel
scena. Nel 1929, per un contributo alla Encyclopedia Britannica, scrisse: periodo in cui il regista
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era un despota, egli costruiva tutto il progetto dello spettacolo, indicava lo schema generale delle
parti, prendendo in considerazione gli attori che vi partecipavano e mostrava loro tutta la
"faccenda”. Io stesso, fino a pochi anni fa, seguivo questo metodo di allestire i drammi. Ora sono
giunto alla convinzione che il lavoro creativo del regista deve procedere all’unisono con quello degli
attori e non precorrerlo né reprimerlo. Egli deve agevolare la creatività degli attori, sorvegliarla e
integrarla, vigilando che si sviluppi naturalmente e solo dal vero nucleo artistico del dramma". Nel
caso di Brecht, che passo anche lui da una fase demiurgica a una maieutica, ma in molto meno
tempo, la regia demiurgica è legata ai Modellbucher, i libri modello:” Non è difficile a capire perché
nella regia maieutica, cioè in un processo creativo dove il regista rinuncia al suo ruolo di creatore
unico e assoluto e procede invece a costruire lo spettacolo cercando di avvalersi dell'apporto
creativo di tutti collaboratori, in primis degli attori, i tempi di prova rischiano di allungarsi
considerevolmente". Un conto è la durata di un processo in cui si tratta di realizzare, eseguire un
processo registico di ferro; tutto un altro conto è un processo concepito come invenzione continua,
come un comporre la messa in scena giorno dopo giorno sulla base dei contributi creativi del
collettivo coinvolto, a cominciare dagli attori. Anche quando non si condivida l'esigenza
stanislavskijana di un lavoro sui sentimenti e sulla memoria emotiva dell'attore per metterlo in
condizione di creatività, cioè di poter vivere e non soltanto rappresentare il personaggio, il creare
regia insieme agli attori, piuttosto che chiedere a loro di adattarsi a una regia già interamente
progettata, presupponeva inevitabilmente la dilatazione dei tempi.
Un esempio è costituito da Brecht, alle prese per quasi un anno con le prove del Cerchio di gesso
del Caucaso fra il 1953 e il 1954. Questo allungamento inedito si spiega con il profondo
cambiamento che si produce in quegli anni nel modo di essere regista e di fare regia da parte di
Brecht, il quale abbandona il Modellbucher come strumento di lavoro, accedendo ad una regia
intesa sempre di più come lavoro di gruppo, come un ricercare e sperimentare con l 'attore. Una
straordinaria testimonianza offerta dalle prove dal diario delle prove tenuto da Hans Joachim
Bunge, uno degli assistenti per il Cerchio di gesso, in cui si parla del complicato, lunghissimo
progetto creativo: un fare e disfare continuo, in mezzo a malumori e dissensi che più di una volta
rischiarono di mandare tutto a monte. Al centro, il "poeta regista", che inventa la regia insieme agli
attori.
Il processo creativo nel teatro scenocentrico
Un altro processo che incide su dimensioni, modalità e funzioni del processo creativo nel teatro
contemporaneo è il fenomeno della fuoriuscita di molta parte della messa in scena
dai confini del
testocentrismo, per pensarsi nei termini opposti, scenocentrici, ovvero un processo creativo che
sposta radicalmente il suo baricentro del testo scritto alla scena e ai suoi linguaggi. Il primo a
teorizzare un teatro scenocentrico è stato Artaud.
In occasione del debutto dello spettacolo dell'Odine Teatrer Mythos, Eugenio Barba fa una
“Il
distinzione fra "teatro per il testo" e "teatro con il testo": contesto narrativo di uno spettacolo può
essere dato da un testo prevalentemente scritto e numerosi sono i modi per svilupparlo in teatro. Tutti
possono però essere raccolti in due tendenze: lavorare per il testo e lavorare con il testo. Lavorare
per il testo significa assumere l'opera letteraria come valore principale dello spettacolo:
attori, regia, organizzazione dello spazio, musica e disegno di luci si impegnano a far brillare la
qualità dell'opera, i possibili sottintesi, i suoi legami con il contesto d'origine e quello attuale. Lavorare
con il testo vuol dire scegliere uno o più scritti, non per mettersi al loro servizio, ma per estrarre una
sostanza che alimenti un nuovo organismo: lo spettacolo. Il testo letterario viene usato come una
delle componenti nella vita reale della finzione scenica”. Gran parte del teatro più innovativo degli
anni 60 può essere classificato come "testo col testo”.
Una delle matrici novecentesche del teatro scenocentrico è rappresentato da Stanislavskij, con il
suo metodo delle azioni fisiche. Con esso, il processo creativo muta radicalmente rispetto alla
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prima versione del cosiddetto Sistema, in cui si partiva dai sentimenti, dalla memoria emotiva, dalle
reviviscenze. Qui non si parte più dai sentimenti o dai ricordi ma dalle azioni fisiche; non si parte
più della lettura a tavolino del testo ma dalle improvvisazioni degli attori, spesso mute: per questo
si parla di "sottrazione temporanea del testo" all'attore. Inizialmente, in questo metodo, le parole
non erano vietate, anche se venivano considerate secondarie, ma era assolutamente proibito servirsi
di quelle dell'autore. Agli attori veniva richiesto di ricostruire di loro iniziativa la linea delle azioni
fisiche del personaggio che dovevano interpretare. Solo in fase molto più avanzata del lavoro era
consentito loro di ritornare alla parte scritta, prima imparata a memoria, ma pronunciata solo
interiormente, poi detta ad alta voce.
Due sono le radicali novità in questo metodo delle azioni fisiche e rispetto il cosiddetto Sistema:
La prima è che, verso la fine della sua vita, il vecchio maestro sembra dare completamente ragione
ai suoi prediletti allievi circa l'inaffidabilità delle emozioni come punto di partenza del lavoro
dell'attore. Egli è sempre più convinto che la reviviscenza possa venire attuata automaticamente
dalla giusta azione fisica: "il sentimento verrà da sé come risultato della vostra concentrazione
sull'azione nelle circostanze date". Naturalmente, anche nel metodo delle azioni fisiche, l'interiorità
resta il fulcro del personaggio; ciò che cambia è il modo di propiziare l'approccio con essa: prima,
il punto di partenza erano il testo e le reviviscenze, ora sono le improvvisazioni fisiche (quasi) libere.
La seconda novità di questo metodo sta proprio nell'allontanamento dell'attore dal testo, nella
sottrazione momentanea per metterlo nella condizione di creare improvvisando quasi libero,
anche se poi alla fine riconverge sul testo e sul personaggio. In questo modo Stanislavskij apre
una strada di grandi potenzialità che la morte gli impedì di percorrere fino in fondo, come
invece ha cercato di fare Grotowski, che partirà proprio da dove il maestro russo si era fermato.
Grotowski parte dunque dal lavoro del maestro sulle azioni fisiche e cerca di portare fino in fondo
le conseguenze implicite del metodo: una volta sganciato dal personaggio e dalla dimensione
realistico-quotidiana, le azioni fisiche ponevano le premesse tecnica per la completa
autonomizzazione creativa dell'attore. Il suo allievo, erede designato Thomas Richards dirà in
”Vorrei
proposito: sottolineare questa differenza tra il lavoro di Stanislavskji è quello di Grotowski. Il
primo ha centrato la sua ricerca sullo sviluppo di un personaggio all’interno di una storia e nelle
L’attore
circostanze raccontate in un testo teatrale. si domandava: qual è la linea logica di azioni
fisiche che farei se mi trovassi nelle circostanze di questo personaggio? Nel lavoro di Grotowski,
invece, gli attori non cercavano mai i personaggi. I personaggi apparivano sono nella mente dello
spettatore, a causa del montaggio costruito da Grotowski come regista. Nei suoi spettacoli, il
personaggio esisteva più come uno schermo pubblico che proteggeva l’attore. Il personaggio era
costruito dal regista, non dall'attore, e serviva a tenere occupata la mente dello spettatore, in modo
che egli potesse percepire, con una parte di sé più adatta al compito, il processo nascosto
dell’attore”. Se possiamo individuare un episodio inaugurale in questo vero e proprio processo di
liberazione dell'attore contemporaneo dal personaggio, esso è il lavoro di Cieslak, guidato da
“Prima
Grotowski, per il Principe Costante. Grotowski stesso ha scritto: di incontrarsi nel lavoro
sulla parte questo spettacolo, per mesi Cieslak aveva lavorato solo con me. Niente nel suo lavoro
era legato al martirio che nel dramma è il tema del personaggio del Principe costante. Tutto il fiume
della vita dell'attore era legato a un ricordo molto lontano da ogni oscurità, da ogni sofferenza.
I suoi lunghi monologhi erano legati alle azioni che appartenevano a quel ricordo concreto della sua
vita, alle più piccole azioni e agli impulsi fisici e vocali di quel momento rammemorato. Era un
momento della sua vita, qualche decina di minuti, quando era adolescente e ha avuto la prima
grande esperienza amorosa. Sul fiume dei più piccoli impulsi e azioni legati a questo ricordo, l'attore
ha messo i monologhi del Principe costante". Sulla scia di questo episodio, nel nuovo teatro
post bellico, l'affermazione dell'autonomia creativa dell'attore forza definitivamente gli
argini del personaggio: quando resta nel suo orizzonte di lavoro, questo diventa per l'attore soltanto
uno strumento, un mezzo, di cui si serve per innescare e modellare il proprio processo espressivo.
Si effettua un vero rovesciamento dello schema stanislavskijano, in cui, nonostante tutto, il
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personaggio rimaneva il fine, rispetto al quale la verità interiore dell'interprete restava pur sempre
un mezzo. Ora, invece, è la verità interiore dell'attore, con la partitura espressiva che le dà forma,
a diventare il fine rispetto al quale anche il personaggio funge soltanto da mezzo.
L'emancipazione dell'attore dal personaggio nel teatro degli anni 60-70 va di pari passo con la
definitiva fuoriuscita del testocentrismo che il nuovo teatro compie in quello stesso periodo, dando
vita a spettacoli che per la prima volta rinunciano completamente a un testo drammatico di
partenza. La conseguenza è che il processo creativo non deve più rifarsi a un modello unico
ma può essere ogni volta diverso e il ripetibile: un unicum.
Ne sono un esempio gli spettacoli: Mysteries and Smaller Pieces(1964), Paradise Now (1968)
del Living Theatre, Apocalypsis cum flguris (1969) del Teatr Laboratorium di Grotowski, Us (1966)
di Peter Brook, Einstein in the Beatch (1976) di Bob Wilson.
L'ultimo spettacolo d
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