L’ETÀ DEL REGNUM (754-509 a.C.)
FASE ROMULEA
L’Arco storico che va dalla fondazione di Roma, 753 a.C. al 565 d.C., questo arco temporale può essere diviso
in quattro fasi. Il regnum venne definita una prima fase, durante la quale si succedono sette sovrani
(caratterizzata dunque dalla figura istituzionale del rex). Il regnum, la monarchia dei 7 re durò circa 245 anni,
dato significativo che ci indica che i Romani erano consapevoli dell'inizio della loro civiltà, seppur fittizio. In
realtà essi scrivono storiografie ab urbe condita (da quando la Città è stata fondata) a partire dal 509 a. C.,
nascita fittizia della Repubblica con la fondazione del primo tempio di Giove: il loro sistema di calcolo del tempo
in anni si basava sul piantare annualmente un clavus annalis (un chiodo) presso il tempo di Giove durante una
procedura sacra.
La tradizione colloca, al 21 aprile del 753 a.C. la fondazione da parte di Romolo, il quale avrebbe derivato dal
suo il nome della città.
Romolo, il primo re, non diventa sovrano con un rito spiritico; un episodio mistico fu il conteggio degli uccelli
raccontato dagli storiografi (ovviamente un episodio fittizio), un evento tipicamente romano attraverso il quale
si poteva conoscere la volontà divina: Romolo e Remo contavano il numero degli uccelli visti in uno spazio nel
cielo. Questa pratica era detta aves inspicio (dove si guardano gli auspici, per interpretare la volontà divina),
tramandata negli anni da re in re, fino ad essere operata dai magistrati. Romolo diventa capo della comunità
politica anche per via delle sue qualità carismatiche (capo carismatico: cioè un soggetto che in virtù delle proprie
qualità del suo carisma personale, riesce ad imporsi come capo della comunità politica). Romolo, infatti, diventa
re non istituzionalmente.
FASE LATINO-SABINA
Morto Romolo, che ascende al cielo venendo divinizzato (secondo la leggenda), comincia ora un sistema di
monarchia latino-sabino, poiché ad un re romano si è sempre alternato un monarca sabino (Numa Pompilio,
sabino- Tullio Ostilio, latino- Anco Marzio, sabino). Questa fase tipica della monarchia latino-sabina manifesta
i tratti di una struttura federativa (nell’ambito della quale la monarchia si va istituzionalizzando), la quale
postula che ci sia un foedus, ovvero un consiglio superiore istituzionalizzato a scegliere il prossimo Rex
(monarca) tramite un'investitura sacra, una volta morto quello precedente.
Durante la monarchia, la funzione del Senato (assemblea di anziani) era una consulta composta da 100 paters
gentium, cioè i capi anziani (gentes) più importanti, che divennero di fatto i primi senatori romani. I discendenti
dei patres si sarebbero chiamati patricii: ma a loro era riservata la gestione delle cariche pubbliche, mentre alla
plebe spettavano le attività lavorative e produttive. Il popolo e il Senato poi riconobbero la necessità di eleggere
un unico leader politico il Rex, pertanto, la funzione dei patres si limitò ad assistere il re durante il suo mandato.
Le singole assemblee di questa antica società prendevano il nome di: Comitia Curiata. Per la tradizione le curie
erano suddivisioni gentilizie delle tre tribus, ciascuna tribus possedeva 10 curiae, per un totale di 30. Esse
servivano così a trarre leva per l’esercito, sulla cui base si eseguiva il censimento della popolazione, e
deliberavano votando nelle riunioni assembleari (il popolo formava una vera e propria assemblea che annetteva
la partecipazione dell'esercito alla gestione della vita politica).
FASE ETRUSCA
L’ultimo periodo della monarchia, quella Etrusca, possiede delle caratteristiche che la distinguono dal primo
periodo e per questa ragione, quando gli studiosi del diritto romano si occupano di questa fase più antica, sono
soliti distinguere il regno tra una monarchia latino-sabina, e una monarchia etrusca (Tarquinio Prisco,
Servio Tullio, Tarquinio il Superbo), in cui Roma si fonda come una vera e propria città stato, munendosi di
cinta murarie simili a quelle greche. Questa seconda fase vede affermarsi l’egemonia degli Etruschi a Roma, con
l’ingresso del potere dell’imperium e del potere del Rex da parte di attribuzioni sacrali che prendono il nome
di auspicium (potere che verrà ereditato dai magistrati in età repubblicana).
La figura del Rex in questa fase cambia, esso rappresenta il sommo sacerdote e il capo politico-militare dello
stato, con la differenza rispetto alla monarchia precedente che non veniva nominato tramite l'investitura regia
degli altri re. Il potere del Rex (come si registra nelle fonti) è chiamato auspicium imperiumque (auspicium:
potere sacrale di cui sono dotati i re di consultare il volere divino → principio de agere auspicato).
ll
Il potere del comando militare (che le fonti ci ricordano come una caratteristica della dominazione etrusca)
prende il nome di imperium, un potere assoluto da parte del re che esercitava non in patria, ma nelle province
conquistate (fuori da Roma), in forza del quale colui che emetteva ordini nei confronti di un qualsiasi individuo,
esso non poteva sottrarsi poiché in caso contrario sarebbe andato in contro a sanzioni molto gravi. In
particolare, il titolare dell’imperium era sempre in compagnia di littori (ausiliari del Rex) e in età successiva
anche i magistrati presero possesso di una parte del potere dell'imperium, e se ne servivano per le esecuzioni
capitali e per le torture.
Un altro passo avanti che si ha nella fase etrusca è la costituzione delle assemblee, accanto all'antica assemblea
curiata, sotto Servio Tullio, nasce una nuova forma di assemblea: la Comitia Centuriata, cioè l’organizzazione
dei comizi non più in curie ma in centurie, a cui si accedeva in base alla ricchezza. Sulla stessa base Servio avrebbe
riorganizzato l’esercito attraverso l’assemblea: dell'exercitus centuriatus, che risponde a determinate esigenze
militari, riunito in una nuova unità chiamata centuria (cioè un gruppo di combattenti di composto da 100 uomini
a centuria); questo esercito diventa un ulteriore forma di assemblea popolare.
I cittadini maschi che erano atti alla guerra furono divisi in 5 classi, in particolare tutti i pater familias insieme
ai loro figli, (la prima classe apparteneva ai più ricchi e così via). Tutti questi soggetti distinti sulla base della
ricchezza concorrevano a formare dei quadri di reclutamento che prendevano il nome di Centurie, il sistema a
sviluppo avvenuto, prevedeva la distribuzione di tutti i cittadini maschi atti alle armi in 193 centurie.
funzionali al reclutamento dell’esercito.
Le 193 centurie erano divise in:
Equites: 18 centurie di cavalieri (cioè di soldati che possedevano un cavallo). Le prime 6 centurie, le più
importanti, erano dette sex suffragia (votavano per prime): Ramnes primi e secundi, Tities primi e
secundi, Luceres primi e secundi. Facevano parte tutti quegli uomini dotati di un patrimonio elevato da
potersi permettere un equipaggiamento per la guerra così importate da avere un cavallo.
Pedites: ripartiti in 5 classi di censo per un totale di 170 centurie di fanti, cioè di soldati a piedi.
Divisione della Fanteria:
I classe: esprime 80 centurie, 40 centurie di juniores (età uomini 17-46 anni) + 40 centurie di seniores
(età uomini 46-70 anni).
II, III, IV classe: esprime 20 centurie, 10 centurie di juniores + 10 centurie seniores.
V classe: esprime 30 centurie, 15 centurie di juniores + 15 centurie di seniores.
Quando l’assemblea veniva riunita votavano per primi le 18 centurie di cavalieri e poi votavano le centurie
appartenenti alla prima classe; una centuria un voto. Una volta che avevano votato le 18 centurie + le 80
centurie della prima classe = si ottenevano 98 voti (maggioranza) che determinavano la volontà dell’intero
populus tanto che non era necessario interpellare le altre centurie delle varie classi, poiché si era già
determinato l’esito.
In altre parole; Livio ricorda che raramente veniva chiamata a votare la seconda classe di fanti, perché la
cavalleria e la prima classe di fanti raggiungevano quasi sempre la maggioranza.
Inermes: 5 centurie non armate, di cui 2 centurie di fabri e di coloro che lavoravano il legno o il
bronzo, 2 centurie di suonatori di corno e trombettieri e 1 centuria di capite censi ovvero coloro
che non possedevano nulla e per cui erano censiti sulla base del loro semplice caput (i nullatenenti).
Questa costruzione era tale per cui quando si doveva votare, si procedeva secondo un meccanismo fondato su
un principio che noi moderni possiamo chiamare: principio timocratico e gerontocratico. Poiché una
centuria era un voto, le centurie dei seniores (cioè gli anziani) erano certamente di un numero inferiore alla
classe dei iuniores (cioè i giovani) e ciò comportava un peso politico minore, ragion per cui il voto degli
iuniores prevaleva sul voto dei seniores.
A Servio Tullio si deve la riforma che portò al superamento della distinzione tra le 3 tribù di Ramnes, Tities,
Luceres e la nascita di un importantissimo criterio di distribuzione dei cittadini (sempre uomini) fondato
sulla tribus (tribù). Servio Tullio supera le tre tribù e divide la città di Roma in 4 tribù urbane (denominate
dai quartieri della città in cui erano rispettivamente stanziate) e 17 tribù rustiche alle quali all’inizio dell’età
repubblicana si aggiunsero altre tribù (cioè distretti territoriali) fino ad arrivare all’assetto definitivo composto
da 31 tribù territoriali. Questa distribuzione dei cittadini sulla base delle tribù diede luogo ad un’altra
assemblea che caratterizzò l’esperienza costituzionale della libera res publica (i comitia tributa).
L’assemblea centuriata, in età monarchica, ha la valenza di elegge i consoli, votare le leggi e inoltre, ha
funzione di giudice nei crimini illeciti pubblici (pena capitale o multa). Il senatus consulta (senato con
funzione consultiva) prende vita dall'elezione dell'exercitus centuriatus. Questo organo da adesso in poi è
incaricato del potere dell'auspicium, e in caso di presagi negativi, ogni funzione in corso di svolgimento doveva
essere cessata.
Dionigi di Alicarnasso: Storico e retore greco. Scrive ‘Storia di Roma Antica’. Di molte delle opere dell’antichità
non conosciamo l’intera opera, stessa cosa vale per questa. Solo i primi dieci libri ci sono pervenuti per intero.
Secondo quanto scrive Dionigi:
Romolo, il fondatore della città, figlio del Dio Marte e della Rea Silvia, divise tutta la popolazione in 3 ripartizioni
e a ciascuna assegnò per capo la persona più illustre: Tities (Tito Tazio, correggente di Romolo), Ramnes
(Romolo), Luceres (Lucumori, Lucio Tarquinio, Etruschi, prima proiezione non pensabile visto che arrivarono
dopo). Poi ciascuna delle 3 tribù (tribus) in 10 comizi curiati con al loro interno un capo. Successivamente vi fu
un’ulteriore ripartizione, la quale distribuiva onori e benefici in base al merito. Gli individui eminenti per stirpe,
lodate per la loro virtù e che con figli, li distinse da coloro che possedeva umile contraddizione e dà quelli senza
meriti. I più umili vennero chiamati plebei (demotikoi, appartenenti al popolo), i più meritevoli vennero
chiamati patres, poiché rappresentavano gli anziani, possedeva stirpe, avevano figli, o per lodi particolari ecc.
Organizzata la suddivisione di tutto il popolo, Romolo, decise di nominare dei Senatori con cui trattare gli affari
dello Stato, tra questi scelse 100 senatori tra i patrizi (il numero fisso di senatori è difficile che risponda alla
realtà, si crede sia una tradizione). Organizzate queste cose, Romolo, distinse gli onori e le facoltà che voleva che
avesse ciascuno. Al Rex riservò le seguenti prerogative, innanzitutto di avere la direzione delle cerimonie sacre
e dei sacrifici (per mantenere relazioni buone con le divinità), così pure sarebbe stato suo compito farsi custode
delle leggi e delle patrie consuetudini (mores de maiores).
Il Rex era il custode dei mores maiorum (tradotta letteralmente l’espressione significa costumi dei padri) ovvero
dei comportamenti da parte del nucleo della tradizione romana, parte dei quali già presenti nel periodo
protostorico delle tribù. Erano un codice non scritto (non si trovano ne atti normativi ne elenchi) da cui i romani
derivavano norme sociali che dovevano essere rispettate dall'intera comunità. Questi erano distinti dalle leggi
che venivano registrate per iscritto. I mores maiorum regolavano alcuni aspetti della vita quotidiana in età
romana, costumi tradizionali seguiti soprattutto perché investiti della virtù del auctoritas maiorum (prestigio
o il rispetto degli antenati) dal quale deriva la maggior parte del comportamento dei romani. Essere fedeli al
mores maiorum significava riconoscersi membri di uno stesso popolo, avvertire i vincoli di continuità col
proprio passato e col proprio futuro, sentirsi parte di un tutto. I costumi e le usanze rendevano pienamente cives
il romano che le seguiva con rispetto, ed erano simbolo di integrità morale e fierezza dell’essere cittadino romano.
Altro potere del Rex, era quello di occuparsi di ogni aspetto del diritto: ha il potere di giudicare personalmente i
reati gravi (sommo giudice), di svolgere funzione nomofilattica, di convocare il Senato, può convocare il
popolo. I magistrati repubblicani, dotati di imperium (che hanno ereditato dal Rex Etrusco) hanno il diritto di
convocare il Senato→ ius agendi cum patribus e di convocare l’assemblea del popolo→ ius agendi cum populus
(dal verbo alio parlare, convocare le due assemblee).
Al consenso senatoriale attribuì questi onori e poteri: prendere in esame e sottoporre a votazione qualunque
cosa il Re proponesse, ma solo la decisione della maggioranza l’avrebbe promosso. Dionigi delinea un senato
simile a quello da lui conosciuto, una visione poco credibile per il Senato del tempo di Romolo. Il Re, inoltre,
demandò all’assemblea del popolo la scelta dei magistrati (che ai tempi non vi erano, anticipa l’età regia e la
funzione elettorale delle assemblee), la ratifica delle leggi (quando richiesta dal re), e la risoluzione delle
questioni belliche con facoltà assoluta (quando richiesta dal re).
LA FIGURA DEL REX
Il rex è un capo unico della comunità politica e religiosa, che detiene il potere per tutta la durata della sua vita:
viene definito nelle fonti come optimus augur, sommo sacerdote di Roma in grado di interpretare i segni divini
e garante per tutta l’unità cittadina della pax deorum (pace con gli Dei), vigilando i cittadini in modo che
nessuno compia atti che possano violare quest’ultima. Questo aspetto del mantenimento della pax deorum si
manifestava anche in un’altra caratteristica che possedeva il rex, cioè quella di essere un sommo giudice che
amministrava la giustizia non soltanto nelle controversie civili, ma anche nelle primitive repressioni
criminali (i crimina rappresentava gli atti illeciti di carattere pubblico che andavano puniti in quanto
oltraggiavano le divinità; puniti principalmente per aver infranto la pax deorum).
Nella Roma antica l’elezione del rex avveniva mediante un rito, definito come: procedimento di creatio del rex,
che prendeva atto attraverso un iter procedurale che si apriva al momento della morte del re. Esso doveva
essere subordinato alla volontà degli Dei (in particolare dal padre degli Dei, Giove) poiché, essendo il sommo
sacerdote, l’elezione non poteva avvenire da parte del populus. Questo procedimento conosciuto grazie ad
alcune testimonianze letterarie, secondo la tradizione non poteva essere eseguito per il primo re definito Re
Fondatore di Roma, il quale fu tale per le sue doti personali; ragion per cui questo procedimento riguardò
soltanto quei re che appartengono alla fase latino-sabina.
Avviene così un momento importante che indichiamo con Inauguration, fase del rituale che avveniva su un
luogo particolare di Roma ovvero l’acer capitolina (vetta nord-est del campidoglio). Questo rito venne
presieduto da un sacerdote, Laugur, il quale dopo aver compiuto una serie di rituali poneva la mano destra sul
capo del re e rivolgeva a Giove una solenne interrogazione dove chiedeva se fosse conforme alla volontà divina
che egli divenisse Re di Roma. Il Rex declaratus da Giove, in questo modo diveniva inauguratus. A questo
punto, l’ultima fase del procedimento di creazione del rex venne indicata con l’espressione Lex curiata de
imperio, dove il rex inauguratus si presentava di fronte al populus riunito in curie.
In questa fase Arcaica il populus non aveva una funzione elettiva del Rex, che peraltro era già stato
Inauguratus, egli prendeva possesso del proprio populus, il quale non poteva che procedere attraverso
un’acclamazione (ecco perché si parla di suffraggium) e assumeva (di fronte al proprio popolo) tutte le
funzioni attraverso un atto unilaterale di dichiarazione della propria condizione di Rex indicata con la Lex. La
Lex espressa in termini rituali aveva una funzione creativa di situazioni non solo dal punto di vista sacrale ma
anche dal punto di vista giuridico molto rilevanti; è il cosiddetto valore performativo della parola, cioè la
parola espressa in forma rituale ha la capacità di modificare la realtà in senso giuridico.
Si apre così una fase che le fonti ricordano come Interregnum, definito come uno spazium temporis, cioè un
momento spazio-temporale che si ha tra la morte del rex e la creazione del nuovo rex. Secondo alcune
testimonianze, si determinò un fenomeno applicato soltanto nei primi secoli della monarchia romana ma anche
durante l’età repubblicana, definito auspicia ad patres redeunt, secondo cui morto il re, il potere di
interrogare le divinità tornava ai patres, ovvero i rappresentanti di quella assemblea che in termini più
moderni prende il nome di Senato. I patres nominano un interrex, ovvero un magistrato che esercita le sue<
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