GOVERNARE L’ITALIA UNITA
Al momento dell’Unità gli italiani erano circa 22 milioni, solo il 10% parlava italiano. Nell’insieme la grande maggioranza degli italiani non
possedeva ancora una lingua comune. Intorno al 1860, l’Italia era uno dei paesi europei con il maggior numero di città: la grande maggioranza
degli italiani viveva nelle campagne e nei piccoli centri rurali e traevi i suoi sostentamenti dall’attività agricola. L’agricoltura occupava il 70% della
popolazione attiva (18% industria, 12% settore terziario). In generale, solo la zona della Pianura padana aveva un’agricoltura sviluppata. Nelle zone di
Umbria, Toscana e nelle Marche (Italia centrale) dominava la mezzadria: il contratto di mezzadria, con la sua rigida ripartizione delle spese, non
favoriva gli investimenti e le innovazioni tecniche in funzione allo sviluppo di un agricoltura moderna, in compenso consentiva un pace sociale e
assicurava un certo grado di tutela del territorio. Nel Sud invece dominava il latifondo: grandi distese di grano lasciate alla pastorizia, e poi culture
destinate all’esportazione (ortaggi, vino, frutta, agrumi, olio).
Divario tra Nord e Sud. I contadini italiani, nella loro grande maggioranza, vivevano ai limiti della sussistenza: si nutrivano di pane e pochi
• legumi, vivevano sopratutto nel Sud, ammucchiati in abitazioni malsane, non di rado capanne o caverne. Il divario Nord-Su segnalava l’emergere
di un problema nazionale che sarebbe stato definito come la questione meridionale.
1. I primi provvedimenti legislativi
Governare l’Italia unita non fu molto agevole, l’improvvisa morte di Cavour (giugno 1861) lasciava prima di guida la classe dirigente moderata.
Il nucleo centrale era costituito dai moderati piemontesi: a essa si era aggiunti gruppi lombardi, emiliani e toscani. Meno numerosa era la
rappresentanza delle regioni del Sud. Diversi per provenienza geografica, questi uomini formavano un gruppo omogeneo. Nel primi
Parlamenti dell’Italia unita, la maggioranza si collocava a Destra. In Italia, la vera destra, quella dei clericali e dei nostalgici dei
vecchi regimi, si erano autoesclusi dalle istituzioni in quanto non riconoscevano la legittimità dello Stato.
La Sinistra. Anche i mazziniani e i repubblicani intransigenti rifiutarono di partecipare alla politica. Sui banchi dell’opposizione in
• Parlamento sedevano gli esponenti della vecchia sinistra piemontese. Rispetto alla Destra, la Sinistra si appoggiava su una base sociale più
ampia e composita, formata dai gruppi borghesi della società. Nei primi anni dell’Unità, la Sinistra fece proprie e portò avanti le
rivendicazioni democratiche risorgimentali: il suffragio universale, il decentramento amministrativo e sopratutto il
completamento dell’Unità, da raggiungere tramite l’iniziativa popolare. Destra e Sinistra erano comunque entrambe espressione
di una classe politica molto ristretta. La vita politica assumeva così un carattere oligarchico e personalistico. Per quanto ristretta la classe
dirigente era tuttavia convinta di rappresentare la parte migliore del paese.
La legge Casati e la legge Rattazzi. L’accentramento era il risultato inevitabile dell’unificazione, ottenuta attraverso l'annessione delle
• varie province del Regno di Sardegna e la conseguente adesione al suo impianto istituzionale e alle sue leggi. Tra il giugno del 1859 e il
gennaio del 1860, grazie ai poteri straordinari conferiti al governo, furono varate leggi senza alcun controllo parlamentare che
riguardavano i settori chiave del paese.
- Legge Casati. Sull’istruzione, creava un sistema scolastico nazionale con l’istruzione elementare obbligatoria.
- Legge Rattazzi. Sull’ordinamento comunale e provinciale, il territorio nazionale era suddiviso in province, poste sotto lo stretto
controllo dei prefetti (rappresentanti del potere esecutivo centrale su tutto il paese).
2. Le rivolte contro l’Unità e il brigantaggio
Nelle province meridionali liberate dal regime borbonico, il malessere delle masse si sommò a una diffusa ostilità verso il nuovo ordine
politico. E a questo si aggiunge la nuova pesante fiscalità e la leva militare obbligatoria. Dall’estate del 1861, in tutte le regioni del
Mezzogiorno si erano formate bande irregolari dove i contadini insorti si mescolavano agli ex militari borbonici: le bande assalivano di
preferenza piccoli centri e li occupavano per giorni, massacrando nobili liberali e gli archivi comunali .
A queste aggressioni il governo reagisce con energia, rafforzando la presenza militare nel Sud. Nel 1863 il Parlamento approva una legge che
istitutiva, nelle province chiamate in stato di brigantaggio, un vero e proprio regime di guerra: tribunali militari per guidare i ribelli e
fucilazione immediata per chi avesse opposto resistenza.
3. L’economia e la politica fiscale
I governi della Destra dovettero affrontare il complesso problema dell’unificazione economica del paese. Molto rapido fu lo sviluppo delle vie
di comunicazione e ferrovie, in particolare della rete ferroviaria che passa da 2 mila km a 6 mila km. Nei primi decenni dopo l’unità il settore
agricolo conobbe un aumento della produttività di cui si avvantaggiarono soprattuto le culture specializzate del Mezzogiorno (principale
zona di esportazione in Italia). I politici italiani non si faceva problemi sull’industria, credevano che la vocazione dell’Italia risiedesse
nell’agricoltura.
La tassa sul macinato. Responsabile principale di questa situazione fu la durissima pressione fiscale legata ai costi dell’unificazione.
• Per far fronte a queste spese, i governi della Destra dovettero ricorrere a una serie di inasprimenti fiscali. Nell’estate del 1868 fu introdotta
una tassa sulla macinazione dei cereali, meglio nota come tassa sul macinato: si tratta di una tassa sul pane, ossia sul consumo per
eccellenza, tanto da scatenare le prime agitazioni sociali su scala nazionale della storia dell’Italia unita. 35
4. La conquista del Veneto e la presa di Roma
Il nodo più difficile da sciogliere era la questione di Roma. La questione romana andava risolta con prudenza perché da un la la Francia
rimaneva l’alleato più sicuro dell’Italia, e poi il paese era cattolico al 99%. Su questa linea si mossero i governi italiani anche in
seguito, registrando però l’impraticabilità di una conciliazione osteggiata da Pio IX.
Il fallimento dei tentativi garibaldini. Nel 1864 fu trovato un accordo con la Francia in base al quale l’Italia si impegnava a garantire il
• rispetto dei confini dello Stato della Chiesa, ottenendo il ritiro delle truppe francesi. A garanzia del suo impegno, il governo decideva di
trasferire la capitale da Torino a Firenze, in quella che sembrava una rinuncia a Roma. Nel 1867 prese avvio una nuova iniziativa
garibaldina, che avrebbe dovuto appoggiarsi a un insurrezione dei patrioti romani. Si sperava in tal mondo di giustificare il colpo di
mano, presentandolo come atto di volontà popolare, ed evitare l’intervento francese. L’insurrezione falliva per scarsa
partecipazione popolare.
La terza guerra d'indipendenza e la conquista del Veneto. Intanto l’Italia era riuscita ad assicurarsi il possesso del Veneto. L’Italia
• era infatti entrata nell’alleanza con la Prussia di Bismark e partecipò alla guerra contro l’Impero asburgico. Dalla successiva pace di
Vienna (ottobre 1866) l’Italia ottenne, con la mediazione della Francia, solo il Veneto e i territori da Friuli a Udine.
Roma capitale. Anche la presa di Roma dipese dalla Prussia. Questa volta fu la Francia ad essere sconfitta, nel settembre 1870 l’Italia invia
• un corpo di spedizione nel Lazio, contemporaneamente cercò un accordo con Pio IX, che respinse ogni proposta. Il 20 settembre le truppe
italiane entravano nella città accolte dalla popolazione, pochi giorni dopo un plebiscito confermava la maggioranza
dell’annessione di Roma e del Lazio. Il 20 settembre 1870 l’Italia ottiene Roma.
Il trasferimento della Capitale e il non expedit. Nel 1871 la capitale fu trasferita da Firenze a Roma, nel frattempo era stata approvata
• la legge delle Guarentigie: al papa venivano riconosciuti prerogative simili a quelle di un capo di Stato, onori sovrani, facoltà di tenere un
corpo di guardie armate, diritto di rappresentanza diplomatica, extra-territorialità per i palazzi del Vaticano, liberà di comunicazioni col
resto del mondo. Non per questo si riduce l’ostilità di Pio IX, formulando il non expedit (non è opportuno): l’acquisto di Roma lascia
aperto un conflitto con la Chiesa che si sarebbe sanato solo nel 1929 con i Patti lateranensi.
5. Il governo della Sinistra
Nel 1876 il governo passa alla Sinistra. Furono comunque le divisioni della Destra ad aprire alla Sinistra la via al governo. Col 1876 si apriva
una nuova fase della storia italiana politica: giungeva al potere un ceto dirigente quasi del tutto nuovo ad esperienze di governo, Agostino
Depretis, fu capo del governo, salvo brevi interruzioni, per 10 anni. Programma politico: ampliamento del suffragio, sostegno all’istruzione
elementare, decentramento amministrativo.
La riforma dell’istruzione elementare. La prima fu quella dell’istruzione: promulga l’obbligo di frequenza scolastica a 9 anni di età,
• tuttavia fino alla fine del secolo la percentuale di analfabeti era molto elevata, pur diminuendo anno dopo anno.
La riforma elettorale del 1882. Legato al problema dell’istruzione era quello del suffragio universale: la nuova legge elettorale
• introduceva infatti requisito l’istruzione, concedendo il diritto di voto a tutti i cittadini i 21 anni e che avessero superato l'esame finale del
corso elementare d’obbligo, o comunque sapessero leggere e scrivere. Grazie alla nuova legge accedeva alla urne anche una frangia non
trascurabile di artigiani e operai del Nord: per questo, la prime elezioni a suffragio allargato (ottobre 1882) videro l’ingresso
alla Camera del primo deputato socialista, Andrea Costa.
Il trasformismo. La riforma elettorale del 1882 segna il coronamento della breve stagione di riforme della Sinistra. Proprio le
• preoccupazioni suscitate dall’allargamento del voto portarono al rafforzamento dell’ala estrema della Sinistra, favorendo l’accordo tra il
leader della Destra Minghetti e Depretis, leader della Sinistra, che prende il nome di trasformismo. La sostanza del trasformismo
stava nel venir meno delle tradizionali distinzioni ideologiche, a un modello bipartitico se ne andava a sostituire un grande Centro che
emargina le ali estreme.
6. La crisi agraria e il protezionismo
In campo economico, la Sinistra allenta la dura politica fiscale fino ad allora praticata: venne contemporaneamente aumentata la spesa
pubblica, questo provocò un crescente deficit nel bilancio statale. I pochi miglioramenti avevano riguardato solo le zone con settori progrediti,
nel resto dell&rsquo
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