1. Le rivoluzioni del 1848
1.1 Una rivoluzione europea
Nel 1848 l’Europa fu attraversata da una vasta e rapida ondata rivoluzionaria. Le rivoluzioni coinvolsero gran parte
dell’Europa continentale – Francia, Italia, Impero asburgico, area tedesca – mentre ne rimasero fuori solo Russia (per
arretratezza e repressione) e Gran Bretagna (per la maggiore flessibilità del sistema politico ad accogliere le proposte
popolari).
Le cause comuni dei moti furono:
La grave crisi (prima agricola, poi commerciale e industriale) economica del 1846-47, che generò carestie,
• miseria, malessere e tensioni sociali;
L’azione dei democratici e degli intellettuali, depositari della tradizione rivoluzionaria francese e convinti della
• necessità di un nuovo impulso all’emancipazione politica e nazionale.
Tensioni nazionali lasciate irrisolte dal Congresso di Vienna
•
Le rivoluzioni del 1848 si collegano a quelle del 1820-21 e del 1830, condividendo obiettivi come:
Libertà politiche e democrazia,
• Rivendicazioni nazionali (in Italia, Germania e Impero asburgico).
• Dinamica dei moti, cioè lo schema delle “giornate rivoluzionarie”: cominciarono con grandi dimostrazioni
• popolari nelle capitali che sfociavano poi in scontri armati.
Il 1848 chiude l’epoca delle grandi sommosse urbane e delle rivoluzioni legate all’iniziativa della borghesia ma apre
quella caratterizzata dall’intervento dei ceti popolari urbani, in particolare artigiani e operai, che ebbero un ruolo
principale nelle sommosse e che in alcune città – come Parigi – agirono con proprie rivendicazioni autonome.
Nel gennaio 1848 uscì anche il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, evento che contribuì a far
considerare il 1848 come l’anno di nascita del movimento operaio e una possibile data simbolica di passaggio dall’età
moderna all’età contemporanea.
1.2 La rivoluzione di febbraio in Francia
Nel 1848 la rivoluzione partì nuovamente dalla Francia, dove la monarchia liberale di Luigi Filippo d’Orleans era ormai
percepita come troppo oligarchica e moderata rispetto alla maturazione civile ed economica del Paese. Si formò così un
ampio fronte di opposizione – liberali progressisti, democratici, socialisti, bonapartisti e alcuni cattolici – unito nella
richiesta centrale del suffragio universale maschile.
Per superare il blocco parlamentare, i democratici organizzarono la campagna dei banchetti (riunioni politiche
mascherate). Quando il governo vietò un banchetto previsto per il 22 febbraio 1848, scoppiò la rivolta: lavoratori e
studenti scesero in piazza e la Guardia nazionale, invece di reprimere, si unì ai manifestanti. Dopo due giorni di scontri e
barricate, Luigi Filippo abdicò e il 24 febbraio fu proclamato un governo provvisorio repubblicano.
Nacque così la Seconda Repubblica, che includeva anche due socialisti (Louis Blanc e Albert), segno del ruolo decisivo
del popolo parigino. I primi provvedimenti furono moderati: libertà di riunione, abolizione della pena di morte per reati
politici, rifiuto della bandiera rossa e impegno a non esportare la rivoluzione. Tuttavia, la componente radicale chiedeva
riforme più profonde e sostegno ai moti europei.
Il governo introdusse riforme sociali come la giornata lavorativa di 11 ore e il diritto al lavoro, istituendo gli ateliers
nationaux (letteralmente “opifici”), cantieri pubblici per i disoccupati. Ma l’esperimento era costoso e divisivo, e i
moderati lo consideravano contrario ai principi liberisti.
Le elezioni del 23 aprile 1848, le prime a suffragio universale, premiarono l’elettorato rurale e conservatore: vinsero i
repubblicani moderati; i socialisti furono sconfitti ed esclusi dal governo. Il popolo parigino tentò di reagire con
manifestazioni, ma il 15 maggio la protesta fu repressa. A giugno, la decisione di chiudere gli ateliers scatenò una
grande insurrezione operaia: le giornate del 23-26 giugno furono duramente represse dal generale Cavaignac, con
migliaia di morti. Questo evento segnò il primo vero scontro di classe moderno e provocò un forte riflusso conservatore
in tutta la società francese. Nonostante ciò, i moderati mantennero il controllo e a novembre fu approvata una nuova
costituzione democratica che prevedeva un presidente eletto dal popolo. Alle elezioni del 10 dicembre 1848, i
repubblicani si presentarono divisi mentre i conservatori, compatti, appoggiarono Luigi Napoleone Bonaparte, che
vinse con un risultato travolgente grazie al prestigio del nome e al sostegno popolare. Con questa vittoria si concluse la
fase democratica della Seconda Repubblica e la Francia cessò di essere il centro della rivoluzione europea.
1.3 La rivoluzione nell’europa centrale
A differenza della Francia, negli altri paesi la dimensione sociale fu marginale: lo scontro principale oppose la borghesia
liberale alle strutture dell’assolutismo.
La rivoluzione nell’impero asburgico
Il 13 marzo Vienna insorse: studenti e lavoratori furono repressi, ma dopo due giorni Metternich, simbolo della
Restaurazione, fu costretto a fuggire. La rivolta si estese a Budapest, Venezia, Milano, Berlino e Praga, facendo vacillare
l’Impero. L’imperatore Ferdinando I promise un Reichstag eletto a suffragio universale. Una nuova insurrezione a
Vienna (ottobre 1848) fu duramente repressa: Vienna fu assediata e cadde dopo sanguinosi scontri. La rivoluzione
asburgica era ormai sconfitta. Ferdinando I abdicò e salì al trono Francesco Giuseppe, che nel 1849 impose una
costituzione moderata, centralista e a suffragio ristretto.
L’Ungheria
Sotto la guida di Lajos Kossuth, i patrioti ungheresi sfruttarono la crisi per creare un governo autonomo, abolire i
rapporti feudali, varare un parlamento e organizzare un esercito nazionale: la meta era l’indipendenza.
I cechi e il Congresso slavo
A Praga nacque un governo provvisorio e si riunì un Congresso slavo che chiedeva autonomie. Ma nel giugno 1848
l’esercito imperiale assediò e bombardò la città, sciogliendo con la forza il congresso e segnando l’inizio della ripresa
del potere imperiale. Durante l’estate l’esercito riprese il controllo: Radetzky sconfisse i piemontesi, l’imperatore tornò
a Vienna e il governo affrontò i separatisti ungheresi sfruttando le rivalità etniche tra magiari e popolazioni slave. I
croati, guidati da Jelacic, appoggiarono l’Impero e invasero l’Ungheria.
La rivoluzione nella Confederazione germanica
Anche in Germania le notizie da Vienna provocarono grandi manifestazioni: il re di Prussia Federico Guglielmo IV
concesse libertà di stampa e il Landtag. Le rivolte negli altri Stati portarono alla richiesta di una Assemblea costituente
tedesca, che si riunì a Francoforte nel maggio 1848, ma che non aveva reali poteri e le sue sorti dipendevano dalla
Prussia, dove il movimento liberale declinò rapidamente anche per paura delle agitazioni sociali. In dicembre il re
sciolse il Parlamento e impose una costituzione poco liberale.
L’Assemblea di Francoforte fu poi dominata dalla disputa tra:
Grandi tedeschi, favorevoli a uno Stato comprendente anche l’Austria;
• Piccoli tedeschi, favorevoli a un’unificazione guidata dalla Prussia.
•
Prevalse la linea “piccolo-tedesca”. Nel 1849 la corona imperiale fu offerta al re di Prussia, che la rifiutò, perché
proveniva da un’assemblea rivoluzionaria. Fu il colpo definitivo al progetto: la Prussia ritirò i suoi delegati, i moderati
abbandonarono l’Assemblea, rimasta solo con i democratici. Trasferita a Stoccarda, fu sciolta con la forza il 18 giugno
1849. La rivoluzione del 1848 nell’impero asburgico e in Germania si concluse quindi con una netta restaurazione del
potere assolutista, nonostante le ambizioni nazionali e liberali iniziali.
1.4 La rivoluzione in Italia e la prima guerra d’indipendenza
La rivoluzione del 1848 in Italia ebbe inizialmente uno sviluppo autonomo rispetto al resto d’Europa. All’inizio dell’anno
tutti gli Stati italiani erano attraversati da un forte fermento politico, unito alla richiesta comune di ottenere costituzioni
fondate sul sistema rappresentativo. La rivolta di Palermo del 12 gennaio, legata soprattutto alle rivendicazioni
autonomistiche siciliane, spinse Ferdinando II a concedere il 29 gennaio una costituzione nel Regno delle Due Sicilie.
Questo non placò il movimento siciliano e, anzi, rafforzò l’agitazione costituzionale nel resto della penisola. Sotto la
pressione della piazza, concessero la costituzione anche Carlo Alberto di Savoia, Leopoldo II di Toscana e infine Pio IX.
Le costituzioni del 1848, tutte di tipo moderato e ispirate al modello francese del 1830, prevedevano un sistema
rappresentativo molto ristretto: lo Statuto concesso da Carlo Alberto, destinato a diventare la futura legge
fondamentale del Regno d’Italia, istituiva una Camera elettiva limitata dal censo, un Senato di nomina regia e un
governo subordinato al sovrano.
Dopo le rivoluzioni scoppiate a Vienna e nell’impero asburgico, la situazione cambiò improvvisamente: la questione
nazionale tornò al centro del dibattito e i democratici acquisirono nuovo spazio. A Venezia, il 17 marzo, una grande
manifestazione ottenne la liberazione dei detenuti politici, tra cui Daniele Manin. Pochi giorni dopo gli operai
dell’arsenale, insieme a marinai e ufficiali veneti, costrinsero gli austriaci alla resa e il 23 marzo venne proclamata la
Repubblica veneta. A Milano, il 18 marzo, scoppiò l’insurrezione che durò cinque giorni: borghesi e popolani
combatterono sulle barricate contro le truppe di Radetzky. Gli scontri, guidati soprattutto da operai e artigiani,
provocarono circa quattrocento morti. Il 22 marzo si formò un governo provvisorio e Radetzky, temendo l’intervento del
Piemonte, ritirò le sue truppe nel Quadrilatero. Il 23 marzo il Piemonte dichiarò guerra all’austria. Carlo Alberto fu
spinto a intervenire sia dalla pressione dei liberali e dei democratici, sia dall’occasione di scacciare gli austriaci
dall’italia, sia dal timore che il Lombardo-Veneto diventasse un centro di agitazione repubblicana. Il suo esempio
trascinò anche Ferdinando II, Leopoldo II e Pio IX, che mandarono contingenti regolari insieme a colonne di volontari,
trasformando la guerra piemontese in una guerra nazionale che sembrò unire l’intera penisola. Tuttavia, l’illusione durò
poco: Carlo Alberto condusse le operazioni con indecisione e si preoccupò soprattutto di preparare l’annessione del
Lombardo-Veneto al Piemonte, suscitando malcontento tra democratici e diffidenze tra gli altri sovrani. Pio IX, in
difficoltà per il conflitto contro una potenza cattolica, ritirò le sue truppe il 29 aprile, imitato poco dopo dal granduca di
Toscana e quindi da Ferdinando II, che aveva anche sciolto il Parlamento.
Molti soldati dei contingenti regolari disobbedirono ai sovrani e rimasero a combattere, insieme ai volontari toscani
protagonisti della battaglia di Curtatone e Montanara. Arrivò anche Garibaldi, mettendosi a disposizione del governo
provvisorio lombardo, ma il suo contributo fu poco valorizzato da Carlo Alberto, deciso a mantenere il controllo della
guerra. Dopo alcuni successi iniziali, mentre nei territori liberati si tenevano rapidi plebisciti per l’annessione al
Piemonte, l’esercito austriaco riprese l’iniziativa. Dal 23 al 25 luglio, nella battaglia di Custoza, le truppe piemontesi
subirono una pesante sconfitta e furono costrette a ritirarsi oltre il Ticino. Il 9 agosto venne firmato l’armistizio con
l’Austria, segnando il fallimento della prima guerra d’indipendenza
1.5 Le lotte democratiche e restaurazione conservatrice
Dopo la sconfitta piemontese del 1848, a combattere contro l’Austria rimasero solo i democratici italiani e gli
ungheresi. In Ungheria la lotta divenne una vera guerra nazionale guidata da Kossuth, mentre in Italia i democratici
affrontarono battaglie isolate — a Roma, Venezia, in Toscana e in Sicilia — senza riuscire a coordinarsi e senza il
sostegno delle masse contadine, che rimasero in gran parte estranee o ostili.
Nonostante ciò, alla fine del 1848 la situazione era ancora aperta: la Sicilia era autonoma con un proprio governo,
Venezia aveva restaurato la Repubblica con Manin, la Toscana era passata a un governo democratico e a Roma, dopo
l’assassinio del ministro Rossi e la fuga di Pio IX, i democratici presero il potere. Nel gennaio 1849 si tennero le elezioni
a suffragio universale e, il 9 febbraio, nacque la Repubblica romana, guidata da Mazzini, Saffi e Armellini e caratterizzata
da riforme avanzate: abolizione dei tribunali ecclesiastici, confisca dei beni del clero e un progetto di riforma agraria.
Intanto, in Piemonte, Carlo Alberto — stretto tra le pressioni democratiche e le condizioni durissime poste dall’austria
per la pace — tornò alla guerra, ma subì la grave sconfitta di Novara (23 marzo 1849). Abdicò in favore di Vittorio
Emanuele II, che subito firmò l’armistizio. Una rivolta democratica a Genova fu repressa.
Gli austriaci ripresero così il controllo della penisola: schiacciarono la rivolta di Brescia, posero l’assedio a Venezia
(che resistette fino ad agosto 1849), restaurarono il potere borbonico in Sicilia e quello granducale in Toscana, entrando
anche nelle Legazioni pontificie.
La Repubblica romana fu l’ultimo grande baluardo: divenne un punto di riferimento per i democratici italiani e attuò un
programma coraggioso di rinnovamento politico e sociale. Ma Pio IX, dal suo esilio a Gaeta, chiese aiuto alle potenze
cattoliche. La Francia di Luigi Napoleone inviò un grande corpo di spedizione e dopo un assedio di oltre un mese entrò a
Roma il 4 luglio 1849. L’Assemblea approvò prima di cadere una Costituzione repubblicana destinata a restare un
modello della democrazia italiana dell’ottocento. Garibaldi tentò una disperata ritirata verso Venezia, senza successo.
L’ultimo fronte aperto in Europa era l’Ungheria, che però, attaccata insieme da Austria e Russia, fu costretta alla resa
nell’agosto 1849. Pochi giorni dopo cadde anche Venezia. Con questo si chiuse definitivamente la stagione
rivoluzionaria del ’48-’49.
Il fallimento fu dovuto soprattutto alle divisioni interne tra moderati e democratici e alla mancanza di un vero appoggio
popolare. Tuttavia, il ‘48 lasciò un’eredità profonda: l’idea di partecipazione politica e il principio di nazionalità
entrarono stabilmente nella vita europea e non potevano più essere ignorati
1.6 La Francia dalla Seconda Repubblica al Secondo Impero
Luigi Napoleone Bonaparte, eletto presidente grazie al sostegno di conservatori, cattolici e moderati orleanisti,
inizialmente rispettò gli impegni verso il “partito dell’ordine”. Affidò il governo a Odilon Barrot, nominò un ministro
clericale all’istruzione e, dopo le elezioni del maggio 1849, si trovò a governare con un’assemblea a forte maggioranza
clerico-conservatrice, che spinse per un rapido intervento militare contro la Repubblica romana. I democratici
protestarono con una manifestazione il 13 giugno, che però fallì ed ebbe come conseguenza una dura repressione:
arresti, esili e la fine dell’influenza democratica. Nei mesi successivi furono adottate misure reazionarie: la legge
Falloux (1850) restituì ampio controllo dell’istruzione al clero; vennero aumentate le tasse sulla stampa e fu approvata
una legge elettorale che escluse dal voto circa tre milioni di cittadini poveri.
Gradualmente, però, i rapporti tra Bonaparte e i moderati si deteriorarono. I conservatori temevano la crescita del suo
potere personale e, nel 1851, respinsero la modifica costituzionale che gli avrebbe permesso di essere rieletto.
A questo punto Bonaparte rispose con un colpo di Stato: il 2 dicembre 1851 sciolse con la forza l’Assemblea, arrestò
oltre diecimila oppositori e represse facilmente le rivolte popolari. Un plebiscito del 21 dicembre confermò quasi
all’unanimità la sua azione e gli affidò la scrittura di una nuova costituzione. La carta del gennaio 1852 estendeva il
mandato presidenziale a dieci anni, ripristinava il suffragio universale ma privava la Camera dell’iniziativa legislativa,
concentrando il potere nelle mani del presidente, e istituiva un Senato vitalizio di nomina presidenziale.
La Repubblica, ormai svuotata, fu definitivamente sostituita dall’impero nel dicembre 1852 con un nuovo plebiscito
plebiscitario: Luigi Napoleone assunse il titolo di Napoleone III, con diritto di trasmettere l’impero ai suoi eredi.
Le ideologie conservatrici e reazionarie
Dopo la tempesta della Rivoluzione Francese e dell'epoca napoleonica, il pensiero conservatore si divide in due grandi
correnti: quella che vuole preservare la tradizione pur accettando il cambiamento graduale e quella che vuole un ritorno
radicale al passato (reazionari).
Edmund Burke: considerato il padre del conservatorismo moderno. Nel suo celebre saggio critico sulla
• Rivoluzione Francese, egli sostiene che la società sia un patto tra generazioni (passate, presenti e future). A
differenza dei rivoluzionari che volevano distruggere tutto per ricostruire da zero, Burke crede che la politica
debba basarsi sulla tradizione e sull'esperienza storica. Per lui, i diritti non sono concetti astratti decisi a
tavolino, ma il frutto di un'eredità che va preservata con cura.
Joseph De Maistre: rappresenta l'anima più estrema, quella dell'ultra-conservatorismo della Restaurazione.
• Egli critica ferocemente le nuove forme di governo nate dalla rivoluzione, come le costituzioni e gli organismi
elettivi. Secondo De Maistre, questi sistemi sono negativi perché l'uomo, essendo per natura peccatore, non
può governarsi da solo attraverso la ragione. La sua tesi centrale è che la sovranità non appartenga al popolo,
ma dipenda direttamente da Dio: solo un potere assoluto e religioso può
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