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CHE COS’È LA SOCIOLOGIA?

“IL SENSO COMUNE SOCIOLOGICO”

Anche chi non ha mai studiato una disciplina non parte mai da una tabula rasa,

perché possiede già idee ingenue legate all’esperienza quotidiana; questo vale

ancora di più per la sociologia, poiché vivere in mezzo agli altri implica

sviluppare un sapere pratico sul funzionamento dei rapporti sociali. Questo

sapere di senso comune nasce fin dalla nascita, attraverso l’interazione e la

comunicazione dei bisogni, e permette di orientarsi nella vita sociale grazie a

aspettative ragionevoli sul comportamento altrui. Senza tali aspettative, la vita

sociale sarebbe impossibile. Tuttavia, questo sapere è limitato perché dipende

dall’esperienza diretta, dal “sentito dire”, da possibili deformazioni, pregiudizi e

dalla sua dipendenza dal presente, mentre la società ha una dimensione

temporale più ampia. La sociologia come scienza utilizza strumenti teorici e

informazioni raccolte in modo sistematico per superare i limiti del senso

comune, che talvolta conferma, talvolta smentisce o contraddice con risultati

controintuitivi. Essa non offre certezze assolute, ma ragionevoli certezze, più

affidabili del sapere comune, sempre provvisorie e aperte alla critica e alla

revisione.

“QUAL È L’OGGETTO DELA SOCIOLOGIA?”

La sociologia è comunemente definita come lo studio scientifico della società,

ma questa definizione è problematica perché i concetti di scienza e di società

sono ambigui e usati in contesti molto diversi, che vanno dalle società

economiche a quelle storiche, nazionali e persino globali. Nata nell’Ottocento in

relazione allo stato nazionale moderno, la sociologia condivide il suo oggetto

con altre scienze sociali, come economia, scienza politica e antropologia,

rendendo difficile tracciare confini netti. La soluzione gerarchica attribuisce alla

sociologia una posizione culminante nel sistema delle scienze, mentre la

soluzione residuale la definisce come ciò che resta fuori dagli ambiti delle altre

discipline, ma entrambe risultano insoddisfacenti. La soluzione analitica o

formale definisce la sociologia come lo studio delle forme di interazione sociale,

indipendentemente dai contenuti, ma questa distinzione è difficile da applicare

nella ricerca concreta. Ne deriva l’impossibilità di una definizione rigorosa, che

porta ad accettare una definizione tautologica basata sul riconoscimento

istituzionale dei sociologi. I confini tra la sociologia e le altre discipline restano

quindi sfumati e mutevoli, e la sociologia si è sviluppata storicamente per

rispondere a problemi che le altre scienze sociali non riuscivano ad affrontare in

modo soddisfacente.

“LE ORIGINI?”

La sociologia nasce nella cultura europea a metà del XIX secolo in relazione a

tre grandi rivoluzioni: scientifica, industriale e francese. La rivoluzione

scientifica estende il metodo scientifico allo studio dei fatti sociali, affermando

l’idea che anche la società, l’uomo e la cultura possano essere analizzati

attraverso l’osservazione sistematica dei fatti. La rivoluzione industriale

favorisce la nascita delle scienze sociali, a partire dall’economia politica, che

interpreta le trasformazioni della società capitalistica come un sistema di

rapporti di scambio tra classi sociali, governato dal mercato e dalla

concorrenza, ma questa visione suscita anche timori per la dissoluzione dei

legami sociali tradizionali. La sociologia nasce infatti da un atteggiamento

ambivalente verso la modernità, vista sia come progresso ed emancipazione

sia come disgregazione dell’ordine sociale, delle relazioni gerarchiche e dei

legami comunitari, a causa di industrializzazione, migrazioni, urbanizzazione e

rapporti impersonali.

La rivoluzione francese segna il passaggio da un ordine politico fondato sul

potere dinastico e assoluto a uno basato sulla sovranità popolare e sul

consenso.

La società diventa oggetto di studio quando i suoi assetti non sono più stabili e

dati per scontati, e la sociologia si afferma tra XIX e XX secolo con le opere dei

suoi padri fondatori, tra cui Spencer, Durkheim, Tönnies, Weber, Simmel e

Pareto.

“TEMI E DILEMMI TEORICI: ORDINE, MUTAMENTO,

CONFLITTO, AZIONE E STRUTTURA”

Nelle scienze sociali l’uomo comune resta spesso sconcertato dal disaccordo

tra gli esperti, che partono da presupposti diversi e giungono a conclusioni

anche molto discordanti, una situazione che esiste anche nelle scienze naturali

e nella matematica ma che in questi ambiti tende più facilmente a ricomporsi

in un consenso almeno temporaneo su assunti, teorie, metodi e interpretazioni.

Thomas S. Kuhn ha definito paradigmi scientifici gli insiemi di presupposti

teorici e metodologici condivisi da una comunità scientifica in una determinata

fase storica, parlando di scienza normale quando vi è consenso e di rivoluzioni

scientifiche quando un nuovo paradigma sostituisce il precedente. Questo

modello risulta difficilmente applicabile alle scienze sociali, che sono

caratterizzate da una pluralità permanente di paradigmi in competizione, con

egemonie sempre parziali e temporanee. Tale situazione è ancora più evidente

nella sociologia rispetto ad altre scienze sociali più consolidate come

l’economia politica.

Il paradigma dell’ordine

Il paradigma dell’ordine ruota intorno alla domanda su che cosa unisca o divida

la società e su che cosa fondi l’ordine o il disordine sociale. Prima delle

rivoluzioni moderne l’ordine era garantito da entità trascendenti o dal diritto

naturale, ma con la crisi della tradizione il suo fondamento viene cercato

all’interno della società stessa: Hobbes lo individua nello Stato e nella

coercizione, Smith nel mercato e nella mano invisibile degli scambi. I primi

sociologi ritengono però insufficienti queste risposte e propongono modelli

organicistici, in cui la società è vista come un organismo composto da parti

interdipendenti, in equilibrio dinamico ed evolutivo, influenzato dalle teorie

dell’evoluzione e caratterizzato da processi di differenziazione e divisione del

lavoro. La divisione del lavoro diventa così centrale: per Simmel essa produce

differenziazione sociale e individualizzazione, ma al tempo stesso rafforza le

interdipendenze, facendo sì che l’ordine sociale emerga spontaneamente

dall’interno della rete di relazioni. Durkheim collega la divisione del lavoro alle

forme di solidarietà sociale, distinguendo tra solidarietà meccanica, tipica delle

società tradizionali fondate su credenze comuni e scarsa differenziazione, e

solidarietà organica, propria delle società moderne, basata sull’interdipendenza

tra funzioni diverse. Tönnies affronta il mutamento con una prospettiva

dicotomica e più nostalgica, contrapponendo la comunità (Gemeinschaft),

fondata su legami organici di sangue, luogo e spirito, alla società

(Gesellschaft), caratterizzata da rapporti impersonali di scambio,

individualismo, isolamento e da un ordine artificiale basato sul calcolo

dell’interesse e sull’adempimento delle obbligazioni.

Il paradigma del conflitto

Le dicotomie usate per descrivere il mutamento sociale non ne spiegano le

cause, che vengono invece affrontate dalle teorie del conflitto. In Marx i

rapporti sociali fondamentali sono quelli della produzione e della distribuzione,

che definiscono la struttura di classe e si fondano su dominio e sfruttamento,

rendendo il conflitto inevitabile e motore del mutamento storico. Le idee, le

istituzioni giuridiche e politiche sono sovrastrutture ideologiche funzionali alla

stabilizzazione del dominio, e la storia è storia di lotta di classe; ogni modo di

produzione genera le forze destinate a superarlo, fino all’ipotesi di una società

senza classi. In Weber il conflitto non si riduce alla lotta di classe né alla sola

sfera economica, ma si manifesta anche nella politica, nel diritto, nella

religione, nell’onore e nel prestigio, con interessi molteplici e sfere tra loro

connesse ma autonome. I conflitti possono nascere in una sfera e produrre

effetti in altre, come nel caso delle origini religiose dello spirito del capitalismo.

Il conflitto è una condizione normale della società e non patologica: genera

istituzioni che regolano temporaneamente i rapporti di forza, ma ogni assetto è

provvisorio e destinato a essere messo in discussione. In Weber non vi è un

esito finale di armonia, perché il conflitto produce sia ordine sia mutamento,

attraverso la trasformazione continua delle istituzioni, entro cui gli attori sociali

sono chiamati a scegliere, rinviando al dilemma tra struttura e azione.

Il paradigma della struttura

Il paradigma della struttura spiega i comportamenti umani riconducendoli alle

coordinate sociali in cui essi si manifestano, assumendo che ogni individuo

nasca e cresca in un mondo sociale preformato che ne condiziona valori,

credenze, percorsi di vita, ruoli, preferenze e orientamenti politici. La libertà

individuale esiste, ma è limitata dai vincoli della struttura sociale, che definisce

percorsi largamente prevedibili. Le spiegazioni che attribuiscono alla società le

cause dei comportamenti individuali seguono questa prospettiva, come nel

caso della devianza, dove le biografie segnate da condizioni sociali

svantaggiate aumentano la probabilità di comportamenti criminali. Marx e

Durkheim adottano modelli strutturali: per Marx la posizione di classe

determina comportamenti obbligati nei rapporti di sfruttamento, mentre per

Durkheim i fatti sociali spiegano altri fatti sociali e non possono essere

ricondotti a motivazioni individuali, come mostra l’analisi del suicidio basata su

cause sociali e livelli di integrazione. Le spiegazioni strutturali fanno riferimento

a forze che agiscono alle spalle degli individui, influenzando anche scelte

apparentemente personali come quella del partner, che avviene

prevalentemente entro confini sociali condivisi. Anche il funzionalismo adotta

una prospettiva strutturale, spiegando le parti in base alle funzioni che

svolgono per il tutto e interpretando i ruoli come strutture normative legate allo

status, che rendono prevedibile il comportamento. In questa prospettiva è la

società a spiegare gli individui, poiché la struttura sociale seleziona e forma i

soggetti adatti a occupare determinate posizioni, esprimendo una concezione

olistica del sociale.

Il paradigma dell’azione

Il paradigma dell’azione, sviluppato nella tradizione sociologica tedesca e

fondato da Max Weber, sostiene che i fenomeni sociali debbano essere spiegati

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Delfyfefe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e metodologia della ricerca sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Bevilacqua Emiliano.
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