Le scienze della comunicazione
Capitolo 1) la comunicazione “indisciplinata”
1.1 l’albero della comunicazione: tante radici e pochi rami
1.1.1 la propedeutica inconsistente: mille “oggetti” in cerca d’autore
Non esiste una scienza unitaria che sappia porre le questioni fondamentali delle discipline comunicative con coerenza. C’è una difficoltà nella definizione del proprio oggetto di
studio, non esiste una sola “idea” di comunicazione, bensì tante idee quante sono le derivazioni scientifiche e culturali in vario modo implicate nell’analisi. La difficoltà di
inquadramento dell’oggetto empirico, compreso entro un arco assai variabile, che spazia dalla “onnicomprensività” del paradigma informazionale e che comprende anche gli scambi tra
macchine, alla “selettività” del paradigma relazionale, che considera pienamente comunicativo soltanto quel processo in cui si raggiunga la formulazione di un’unità sociale a partire
dai singoli individui.
Gli ostacoli al disegno di una “mappa scientifica” della comunicazione sono:
A. L'esasperante eclettismo (combinazione di teorie differenti) degli approcci scientifici, che reclamano i titoli per occuparsi dell’argomento;
B. Le particolari caratteristiche dell’oggetto-comunicazione che condivide tutta intera l’imprevedibilità dell’azione umana e sociale, aggiungendo di suo un’instancabile “esplosione
tecnologica” e un’evoluzione che ne rende i contorni sempre approssimativi, frustrando i tentativi di sintesi teorica;
C. L'idiosincrasie cognitive radicate nell’evoluzione culturale del nostro secolo e portate ad esprimersi, con particolare facilità nel caso della comunicazione, attraverso opposizioni
radicali che pretendono dal ricercatore più fede che verifica scientifica.
La sovrabbondanza di immagini, in qualche modo, rende retorica la domanda su che cosa sia la comunicazione, tutti sappiamo di cosa più o meno si stia parlando e siamo pertanto
in grado di trovare un’etichetta ma il problema risiede nella corretta individuazione e nell’esame del contenuto. Tutti gli angoli visuali restano condizionati dal punto di osservazione
che, generalmente, è esterno all’ambito comunicazionale. Le ragioni del monumentale stallo rispetto alla creazione di una teoria organica, le stesse che consentono ai singoli contributi
l’intersecazione ma che non le amalgama, si annidano nel particolare sistema di relazioni. Nel nostro secolo si producono almeno due eventi fondamentali:
- L’oggetto-comunicazione: cambia la sua natura usuale tanto più radicalmente quanto più si propone con evidenza all’attenzione del mondo della cultura e all’osservazione
scientifica;
- Il dibattito scientifico del ‘900: che sottopone a revisione profonda molti dei punti di riferimento più tradizionali, proprio nel momento in cui inizia ad occuparsi seriamente di
comunicazione, tentando anche di delimitarne l’autonomia “territoriale”.
La competenza comunicativa: è la capacità di produrre e comprendere messaggi nell’interazione comunicativa.
1.2 l’albero della comunicazione: la fatica di crescere
1.2.1 progresso tecnologico e trasformazione dei concetti
Prendiamo in analisi il progresso tecnologico e la trasformazione dei concetti, iniziando dalla trasformazione degli standard comunicativi nel passaggio alla società moderna. L’
establishment culturale ha vissuto il potenziamento di alcune sfere vitali dell’azione sociale come aumento quantitativo delle possibilità umane, da cui doveva discendere l’evoluzione di
una specifica tèkhne e non la fondazione di nuove discipline. Abbiamo avuto diverse evoluzioni macrosociali, come la rivoluzione industriale, la distruzione della struttura sociale, il
progresso scientifico-tecnologico, la nazionalizzazione delle masse e, dal punto di vista storico, le attività comunicative hanno subito un cambiamento, data la molteplicità di condizioni
estrinseche e la pluralità di ambiti che incrinano la possibilità di un inquadramento sistematico generale. I passaggi epocali hanno introdotto importanti modifiche nella fenomenologia
comunicativa, gettando le basi per una progressiva espansione. La produzione letteraria ha percepito fortemente la radicale novità delle moderne condizioni del comunicare ma niente
è paragonabile allo sconvolgimento provocato nella nostra era dall’elettronica e dalla rivoluzione telematica, che hanno rimescolato drasticamente ogni tracciato comunicativo. Si parla
di istantaneità che riflette nella diversa tempestività a cui sono chiamati a reagire gli attori sociali; ogni azione può trasformarsi in notizia che suscita una catena di reazioni e quindi
una contemporaneità di massa a cui si deve aggiungere la possibilità dell’azione a distanza, ciò significa che la tecnologia ha portato una contrazione dei tempi e degli spazi,
scardinando la visione classica di comunicazione come scambio sociale o il “face to face”.
1.2.2. La comunicazione come fenomeno e come rappresentazione
Tra le più importanti modifiche strutturali subite dai flussi comunicativi ci sono:
1. L’incremento straordinario della facilità di accesso all’azione comunicativa, quindi, un aumento della competenza comunicativa e la capacità di produrre e comprendere messaggi
nell’interazione comunicativa;
2. La moltiplicazione dei canali comunicativi e la semplificazione e automazione del loro funzionamento, definendo il processo sociale in termini di scambio di informazioni e
rafforzandone il carattere di neutralità;
3. L'ampiezza del raggio di azione e d’influenza della comunicazione: l’universalità e l’assoluta contemporaneità cui ora possono accedere tutti gli atti comunicativi.
Quel complesso di trasformazioni ha cambiato l’essenza dell’oggetto-comunicazione e contemporaneamente ha disorientando il quadro interpretativo, proprio mentre esso tentava di
produrre una specifica sistemazione teorica ed empirica.
Il termine comunicazione deriva principalmente da verbi greci:
. Koinòo: rendo comune, unisco, notifico, prostituisco;
. Koinonèo: partecipo sono d’accordo;
. Koinè: comunità.
La stessa cifra connotativa la ritroviamo nel latino “communico”: metto in comune, con-divido, rendo, o sono partecipe di qualcosa oppure avere rapporti con qualcuno.
Le azioni comprese in questa cornice terminologica instaurano un complesso di connessioni significative, basato sul presupposto per cui “mettere al corrente” qualcuno di qualcosa
vuole dire anche coinvolgerlo, arrivando all’instaurazione di un impegnativo vincolo comunitario. Il rinnovamento concettuale della comunicazione non consiste solo in un
arricchimento dell’imprinting iniziale ma introduce correzioni di significato, connesse al cambiamento delle condizioni storico-sociali, contrastando i significati originali. Il problema
principale nella comunicazione non è il “collegamento” o l’allargamento della partecipazione ma la sua articolazione e i suoi esiti, soprattutto nel mondo odierno in cui gli scambi
comunicativi appaiono sempre più dominati dalla neutralità e dall’impersonalità.
La struttura della società pre-moderna articolata in ceti e ispirata al principio della gerarchia, disciplinava e controllava i contatti interpersonali (orizzontali) mediante una
formalizzazione ribadita dalla scarsa elasticità dei comportamenti comunicativi pubblici (verticali) regolati da protocolli e etichette. La dimensione fondamentale di tutti gli approcci
scientifici deve essere sempre marcata dalle nozioni di pluralismo e di complessità, entrambe refrattarie alla struttura dialogica. La pluralità irreversibile dei soggetti che vi partecipano,
la complessità e la sistemicità sempre crescente delle attività comunicative, hanno distrutto la struttura binaria del dialogo, dando luogo ad una vasta varietà di forme di
comunicazione che rendono superato il modello “botta e risposta”.
1.2.3. Nuovi contesti nella transizione alla modernità
Un filone di studi sociologici si è costruito attraverso la ricerca dei caratteri della modernità:
A. Tonnies: comunità e società;
B. Durkheim: solidarietà meccanica e solidarietà organica;
C. Weber: agire tradizionale e agire razionale.
Esso ha prodotto un efficace inventario che ha potuto porre in evidenza una lunga serie di fratture: comunicative e tra piani sociali. Molti studiosi hanno evidenziato il rapporto tra i
processi di modernizzazione e quelli comunicativi nelle società contemporanee, valorizzando degli elementi come l’avvento delle masse e lo sviluppo tecnologico, dentro una
prospettiva vicina alla correlazione puramente “strumentale”.
Si è venuta a creare un’idea di modernizzazione “perversa” operata ed operabile come uno strumento di massificazione, di alienazione e impoverimento culturale, è invece mancata
una riflessione completa su:
1. Come e quanto la comunicazione influenzi la qualità e la velocità dei processi di modernizzazione;
2. Come e quanto la modernità abbia trasformato le attività connesse alla comunicazione e le radici stesse della nozione di agire comunicativo.
Questi effetti risultano ormai pienamente leggibili e collegano in maniera diretta l’evoluzione, anche teorica, della comunicazione con le linee di crescita socioculturale delle società
contemporanee.
1.2.4. I paradigmi scientifici tra crisi e rinnovamento
In più di mezzo secolo permangono insicurezze e ambiguità, l'elaborazione di autonomi paradigmi scientifici per la comunicazione ha dovuto scontare contemporaneamente due
circostanze traumatiche:
1. La moltiplicazione generalizzata delle possibilità comunicative;
2. Le cesure culturali del novecento che, tramontate le certezze positiviste, hanno sottoposto a revisione e crisi profonda tutti i paradigmi scientifici.
Da un lato si presenta la necessità di una crescita radicale dei concetti, che hanno accompagnato la storia della comunicazione umana, dall’altro si presenta l’impossibilità di innestare
la scienza nuova su un tronco vecchio e solido. Il tentativo di creare una definizione precisa sulla comunicazione non è, quindi, segnato da una normale successione di paradigmi ma
dalla confluenza di riferimenti epistemologici diversi: stili conoscitivi difformi, opzioni ideologiche varie ed entro un ambito appena scavato, dominato dalla frattura tra impianto
teorico ingessato e quadro fenomenico in espansione.
L'invenzione di peculiari metodologie empiriche e sperimentali e la scoperta di una dimensione disciplinare quasi autosufficiente è venuta così a coincidere con il big-bang dei
referenti epistemologici.
Lo statuto scientifico complessivo che ne è risultato è rimasto diviso tra due opzioni e due diversi atteggiamenti conoscitivi:
1. Mantenimento di solide fondazioni, senza verificare le loro capacità di effettiva reazione al “nuovo mondo” e comunque precludendo all’analisi porzioni importanti della realtà,
non afferrabili con una strumentazione “pesante”;
2. Edificazione di modelli originali, decisi a raccogliere la sfida dei tempi ma in perenne difficoltà rispetto alla solidificazione di una base stabile.
Quest'ultima opzione ha ispirato il settore trainante degli studi sulla comunicazione denominato: communication research.
La communication research si sviluppa negli stati uniti a partire dagli anni ‘20 e sotto questa etichetta si è costruito il più ampio patrimonio di ricerca empirica. È stato strutturato
come un punto d’incontro tra i vari contributi e le più disparate risorse. Non potevano mancare i contrasti tra le varie discipline (sociologia, semiotica, cibernetica, linguistica, ecc...)
Alle formule, alle definizioni e alle demarcazioni, che hanno confermato le incertezze del quadro complessivo; anche gli studi più specifici sulla comunicazione finiscono per rivelare
una multidisciplinarità obbligatoria, che non somiglia all’impegno coordinato verso un obiettivo unico, ma ad una diffidente contesa. Bisogna riconoscere alla communication research
il merito per essere riuscita a stratificare, con il tempo, un settore scientifico con fisionomia propria, sostanzialmente svincolato dall’analisi di tipo linguistico, più circostanziato
rispetto alle generiche formulazioni sociopsicologiche e definitivamente estraneo all’approccio retorico classico.
Uno spazio comunicativo precipuo in passato non è mai esistito e può soltanto essere ricostruito col metodo dell’identikit, attraverso uno slalom tra scienze diverse; i processi
comunicativi sono da sempre parte costitutiva dell’agire dell’uomo, ma nel contesto pre-industriale e pre-moderno, i fenomeni comunicativi non riuscivano a generare una riflessione
in termini specifici e globali, non esisteva un vero metadiscorso, poiché quel che contava era il fine cui era rivolto l’atto comunicativo, cioè lo stabilirsi di un legame di tipo razionale
(criteri di verità) oppure di tipo affettivo (comunione). L'azione comunicativa era imputata di norma alla volontà dell’attore, e questa era commisurabile con un fine estrinseco quindi
come un oggetto di valutazione in se stesso. È la visibilità dei mezzi di comunicazione di massa ad istituire procedure operative e implicazioni sociali sostanzialmente diverse rispetto
al passato, da più parti convergono proposte di chiavi teoriche per interpretare il senso complessivo della società contemporanea: la più interessante è la definizione di “società
dell’informazione”, le cui principali caratteristiche convergono nell’assegnare ad essa il ruolo di risorsa più preziosa e di mezzo di produzione significativo. Lo sviluppo dell’elettronica
ha reso gli aspetti principali della vita nazionale e internazionale sempre più simili a funzioni del trasferimento d’informazione, che diventa così una risorsa sociale e culturale,
sollevando anche enormi problemi legati alla sua diffusione e al controllo sociale.
1.2.5. La dimensione di massa come elemento problematico
Il ruolo svolto dallo sviluppo delle comunicazioni di massa è molteplice e non si limita ad evidenziare un insieme di macrofenomeni.
L'esplosione del sistema comunicativo ha contribuito quindi a creare uno spazio scientifico nuovo ma anche a perpetuare i vizi della communication research:
1. Lo sbilanciamento dell’attenzione verso i grandi apparati comunicativi: fenomeni macro-comunicativi;
2. L'incapacità di separare la chiave specifica degli studi sulla comunicazione dalla sua dimensione di evento di massa.
L'evidente consonanza tra la formazione di un contesto specifico di ricerca e l’attenzione prevalente per le grandi comunicazioni ha favorito l’idea che la comunicazione
contemporanea coincida con la comunicazione di massa.
Si evidenzia come da questa opzione fondamentale siano derivati sostanzialmente due ordini di problemi:
1. Una sorta di prolungato sbandamento ideologico: che porta ad interpretare la liberalizzazione dei flussi comunicativi e la potenzialità universale dei sistemi mass mediali, in
chiave di presenza sociale invasiva e massiccia;
2. La radicalizzazione della discriminante tra micro e macro-comunicazione, che copre le contraddizioni analitiche anziché contribuire a risolverle.
Per quanto concerne il primo ambito problematico, un ruolo importante spetta alle conseguenze che l’irruzione delle masse sulla scena storica, sociale e politica ha prodotto entro la
sfera culturale. Si è trattato di uno shock pesante, che ha trovato espressione anche nelle definizioni correnti di società di massa e cultura di massa.
La crescita del sistema della comunicazione di massa, soprattutto di quelle audio visive, in una forma centralizzata e politicamente controllata ha messo in risalto l’uso prevalentemente
propagandistico che ne è stato fatto ai regimi dittatoriali tra le due guerre fredde e da quelli “democratici” nel clima della “guerra fredda”. Questo ed altri fattori hanno condotto ad
una connotazione della comunicazione come processo essenzialmente strumentale e volontario.
La strumentalità dell’atto comunicativo non può produrre una visione dell’intero processo, segnata dalla prevalenza di bullet theories, di attenzione distorta verso aspetti particolari che
esaltano la realtà, quali pubblicità, la propaganda elettorale, etc...; Anche il requisito della volontarietà è stato insistentemente ed esclusivamente riferito al comunicatore. Una
superficiale garanzia che, sotto nome di selettività, avrebbe reso il pubblico refrattario ai messaggi retorici: l’esposizione, l’interpretazione e la memorizzazione “selettive” sono state le
principali scoperte dell’approccio empirico-sperimentale che ha orientato la ricerca sulle comunicazioni negli USA intorno agli anni ‘40 e ‘50. Si tratta di qualità relative al
comportamento dell’audience che la rendono abbastanza impermeabile alle imboscate propagandistiche. Spiega klapper che “i membri del pubblico non si presentano alla radio o alla
televisione o al giornale in uno stato di nudità psicologica; essi sono, invece, rivestiti e protetti da predisposizioni esistenti, da processi selettivi e da altri fattori. Allora è chiaro che la
comunicazione di massa molto probabilmente non nè cambierà il punto di vista. È di gran lunga molto più probabile anziché essa rafforzerà le opinioni persistenti”.
La polarizzazione “ideologica” tra apocalittici e integrati non può essere stata priva di conseguenze nella sopravvivenza di atteggiamenti pregiudiziali come la sistematica
sopravvalutazione dell’influenza “individuale” dei mass media e la corrispondente sottovalutazione della loro influenza sociale.
Suscita sconcerto che in un’area di studi più definita come quella della sociologia delle comunicazioni i paradigmi esibiscano:
A. La effect theory, che ha un potere decisivo dei media sul comportamento dei
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