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Homo communicans – Una specie di/in evoluzione

Capitolo 1: Modernità e/e comunicazione

1.1 Il legame invisibile

Esiste una connessione profonda, un legame che non è possibile recidere, tra la comunicazione e la modernità. Il primo uomo che, intuendo come utilizzare e addomesticare il fuoco, condivide la sua conoscenza con gli altri appartenenti al suo clan, i disegni rudimentali che vengono incisi sulle pareti delle caverne per ricordare le scene di caccia, rendendo trasmissibili alle generazioni successive le migliori tecniche, sono i primi archivi del sapere. Quella specie ha dovuto sviluppare modalità elaborate di convivenza, di scambio, di cooperazione, di colonizzazione, di sopravvivenza, un’evoluzione altalenante che, attraverso l’arricchimento della dimensione naturale dell’uomo con una artificiale, conduce dagli albori del tempo sino alla nostra epoca, in cui è possibile contattare qualsiasi altro individuo a prescindere dal punto che occupiamo nel mondo; acquisire informazioni, leggere senza sfogliare pagine di carta, oppure ascoltare o vedere ciò che vogliamo senza aspettare che sia una radio o un canale televisivo a mandare in onda dei contenuti.

La comunicazione va considerata come una predisposizione innata, indispensabile all’avvio dei processi di modernizzazione, un percorso millenario durante cui, insieme alla cultura, alla scienza e alla tecnologia, la comunicazione ha rappresentato metaforicamente la colonna sonora della modernità.

L’esigenza innata dell’essere umano di entrare in relazione con gli altri, ha fatto sì che da un lato aumentassero gli sforzi scientifici e tecnologici per potenziare le sue capacità comunicative, dall’altro che gli strumenti e i significati prodotti influenzassero il suo modo di vivere. Differenti correnti di studio e di ricerca hanno cercato di comprendere le diverse traiettorie dei cambiamenti innescati e riferibili contemporaneamente alla modernità e alla comunicazione. Isolando la tecnologia come variabile principale nell’attivare processi di evoluzione, sono stati i dispositivi e gli strumenti comunicativi a modificare l’essenza della modernità: la comunicazione come fattore influente della modernità. Riconducibile a un presunto determinismo tecnologico, altri hanno ipotizzato che siano stati i bisogni e le nuove forme dell’agire sociale a generare la scintilla: la modernità come fattore influente sulla comunicazione.

Oggi è finalmente possibile superare la perdurante opposizione di questi due approcci teorici, attraverso un’opportuna integrazione, tale da consentire, a seconda dei casi, l’adozione di entrambi i punti di vista. Il termine “modernità” ha acquisito la valenza di novità ma può averne svariate:

  • Un percorso di sviluppo storico;
  • Uno scenario sociale e culturale;
  • L’insieme dei cambiamenti che possono avere luogo sul piano collettivo e su quello individuale;
  • Il complesso delle innovazioni scientifiche o tecnologiche che sono avvenute nel corso dei secoli.

Una sola parola in grado di indicare sia lo stato delle cose, sia il processo attraverso cui questo si concretizza: un singolo frame che cattura il paesaggio sociale in cui viviamo e la sequenza di passaggi che da un punto indeterminato ha condotto alla definizione di quella stessa immagine. Il fatto che, almeno nel linguaggio corrente, tenda a prevalere una valenza riconducibile all’idea di nuovo costituisce una sorta di effetto distorsivo e illusorio.

Ogni epoca storica, nel suo svolgersi, infatti, si percepisce come moderna (Benjamin, 1927/1940) e a suo modo lo è, ma non per sempre; ciò nonostante, l’emersione di nuovi fenomeni, influenti su differenti strutture della vita sociale e culturale, produce invariabilmente inedite forme di modernità e assetti sociali e culturali che appaiono come avanzati.

Quest'idea di modernità basata sulla convinzione di un costante processo di miglioramento è tipicamente occidentale e ha una precisa origine: è alla fine del ‘700 che la modernità si trasforma, anche in virtù della diffusione di una nuova sensibilità illuminista, in un sinonimo di progetto e progresso, ostinatamente perseguiti attraverso la scienza e la tecnologia.

Una fase storica caratterizzata da precise prerogative:

  • L’industrializzazione;
  • L’urbanizzazione;
  • La divisione del lavoro;
  • La burocratizzazione;
  • L’accumulazione della conoscenza;
  • La secolarizzazione.

Del resto, sotto il peso dei cambiamenti indotti dalla prima rivoluzione industriale, fondata sulla divisione del lavoro e fautrice dei processi di migrazione verso le città, l’affermazione della borghesia, capace di modificare gli equilibri tra classi, generazioni, tra tempo di vita e tempo di lavoro, sicurezza e diritti, vengono gettate le basi per la nascita di una nuova struttura sociale e politica: la fede nel progresso non si limita più alla scienza.

Nell’età contemporanea, contestualmente, la comunicazione, dall’inizio dell’ ‘800, s’incorpora in una pluralità di mezzi e di pratiche, acquisendo rilievo oltre che la dimensione della forza materiale, anche in quella della significatività simbolica (Breton 1992). Da quel momento in poi la comunicazione assolve in modo più compiuto una pluralità di funzione: consente il rafforzamento e la definitiva istituzionalizzazione dell’opinione pubblica (Habermas 1962), mantiene il legame sociale tra individui, metaforicamente vicini con i lontani e lontani dai vicini (Cooley 1909), democratizza la cultura (Lévy 1994), offre svago e intrattenimento (Morin 1962). Nel ‘900 si svilupperanno nuovi mezzi elettronici che contribuiscono complessivamente a modificare gli assetti sociali, incidendo sulla vita dei singoli individui, sulla loro percezione del tempo e dello spazio. Numero effetti non previsti modificano le intenzioni inziali, conducendo l’umanità su sponde completamente diverse da quelle immaginate dagli illuministi.

Messa in discussione questa ideologia del nuovo, secondo una concezione che qualifica “ciò che viene dopo” come necessariamente migliore di “ciò che c’era prima”, alla fine riveleranno il loro lato più oscuro.

1.2 C’era una volta...

Molti secoli prima che un complesso insieme di trasformazioni strumentale modificassero profondamente la realtà, l’organizzazione dei rapporti tra gli individui era regolata da un insieme di norme non scritte, distanti anni luce dalla pacificata visione del diritto e dello Stato di nazione.

La radice etimologica del termine comunicazione chiama in causa due modelli di azione che tendono a contrapporsi: da un lato la pratica dello scambio di doni (Mauss 1923-24), che invece ne mette in evidenza il carattere gratuito, dall’altro l’idea di condivisione di doveri e responsabilità civiche, che ne accentua il carattere strumentale e pubblico. La coesistenza di questi significati antitetici rivela il bisogno umano di utilizzare la comunicazione per costruire ambiti di condivisione collettiva e politica e il desiderio di impiegare le capacità espressive ed emozionali, al fine di stabilire legami affettivi.

Riferendoci ad una fase premoderna, si possono individuare altri tratti tipici delle forme di comunicazione, possiamo considerare almeno tre aspetti fondamentali:

  • La natura circoscritta dei flussi e delle relazioni;
  • Il loro carattere meccanico;
  • La prevalenza della fonte sul ricevente.

Il primo elemento attiene all’evidente ristrettezza dei circuiti di scambio, in quanto, oltre all’oggettiva povertà delle tecnologie disponibili, le fonti comunicative ritenute autorevoli sono ancora esigue. In un'organizzazione sociale rudimentale, fortemente gerarchica e cetuale, non è ancora possibile neppure presupporre il concetto di opinione pubblica: il potere risulta concentrato nelle mani dei sovrani, dei sacerdoti e di una cerchia ridotta di professionisti della scienza. In questo tipo di struttura, le pratiche comunicative rivestono un carattere essenzialmente automatico, privilegiando i processi di tipo lineare: una diffusione di messaggi dall’alto, che non contempla feedback o momenti di verifica, assumendo, un carattere di prescrittività a cui risulta impensabile sottrarsi. I messaggi vengono costruiti all’esterno e poi diffusi nell’ambiente circostante. In sostanza, la comunicazione non acquista una propria legittimazione nel corso del processo, bensì a priori: nel momento in cui il messaggio viene formulato ed emanato, in completa assenza di forme di scambio e interpretazione del senso. Le società premoderne non contemplano una dimensione di massa, né mezzi che assicurino questo tipo di comunicazione. Le uniche forme di aggregazione possono essere considerate le riunioni che si svolgono nei mercati oppure davanti ai totem religiosi. Nelle culture antiche precedenti all’affermazione del monoteismo, l’accesso alla costruzione della realtà passa per la mitologia: gli uomini si trovano ad abitare un universo magico-mitico, dotato di una religiosità diffusa che pervade le cose. In questa comunità, dove la religione costituisce un’importante forma di collante sociale, la comunicazione assume anzitutto un valore rituale; in questa figurazione sociale, organizzata sulla base di una struttura di tipo comunitario, i significati scambiati e condivisi tra i partecipanti al processo comunicativo sono circoscritti a un contesto situato in uno spazio e in un tempo ben determinati: non è possibile trasportarli al di fuori di quelle coordinate e usufruirne non facendo parte di quella comunità. Induce a definire il soggetto in questa fase come un Homo Aequalis: un individuo che è legato a gruppo di appartenenza attraverso una spiccata idea del noi, ma ancora incapace di sviluppare, nella percezione di sé, quel senso di Io.

Il medium elettivo è rappresentato dall’oralità: con il linguaggio che lo allontana dalle forme più primitive e rudimentali di perlustrazione dell’ambiente circostante. Le sue capacità comunicative si moltiplicano: può raccontare storie, formulare domande, conversare, creare universi immaginari, la parola assume anche un’importante funzione pubblica: tramandare la memoria della comunità.

Per molti secoli, sebbene si registri un’evoluzione continua e costante della produzione culturale, l’assetto mantiene una sua validità fino quasi alla fine del Medioevo. Il Rinascimento, l’avvento della società di corte (Elias 1939), rivoluzionano costumi e l’equilibrio di potere tra gli individui e le istituzioni nascenti; rappresenta l’emblema di un nuovo sistema sociale basato sulla mobilità tra le classi per mezzo del denaro, sull’acquisizione di posizioni non più garantite per nascita, ma conquistate grazie all’emulazione dei potenti.

Le buone maniere mostrano l’esito esteriore del processo di elaborazione dei codici di comportamento e di tecniche di autodisciplina degli istinti, che trasformano i selvaggi cavalieri medievali in individui per i quali il controllo degli impulsi diventa un imperativo esistenziale.

Si deliano un nuovo idealtipo di individuo definibile come homo clausus: un soggetto che si abitua a mantenere le distanze tra se stesso e gli altri, acquisisce modi più educati nelle forme del vivere quotidiano, finendo per concepire la propria sfera di azione come separata dai suoi simili da un invisibile muro. Le dinamiche della società di corte impongono nuovi principi e richiedono nuove abilità, al fine di comprendere le dinamiche del borsino di azioni di ascesa e disgrazia sociale, su cui adesso si fondano i rapporti e le nuove regole sociali e culturali per la nascita della successiva età moderna.

1.3 C’era una “svolta”...

È solo a partire dal ‘700 che si assiste a una frattura paradigmatica che segna una netta discontinuità con il passato: è in questo periodo che viene avviata una complessiva rivalutazione del ruolo dell’uomo all’interno del mondo.

L’illuminismo assume un valore fondativo per tutte le categorie del moderno, i fondamenti epistemologici della modernità sono in sintonia con le parole d’ordine della Rivoluzione francese, soprattutto la fede nella ragione, cavallo di battaglia degli encyclopédistes, non si esprime semplicemente nel contrasto tra un pensiero logico-astratto e uno oscurantista e mitocentrico, ma evolve rapidamente in un’affermazione della razionalità strumentale (Marcuse 1964).

A divenire il cardine di un nuovo paradigma è un tipo particolare di ragione, in cui l’aspetto funzionale sottolinea la necessità di orientare l’azione sociale verso il raggiungimento di determinati fini; concentrarsi sull’utilità economica e sull’efficacia dei mezzi per raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati.

Per gli illuministi, il metodo razionale è garanzia di oggettività nei processi di conoscenza della realtà e consente all’uomo di porsi al centro di un universo che può essere decifrato e controllato. Le teorie di Cartesio avevano già suggerito di svincolare completamente la fondazione del sapere e dell’ordine sociale dal principio di autorità.

Rispetto ai secoli passati, questa nuova idea di modernità, crede alla presunta linearità del progresso che conduce verso un futuro necessariamente migliore, senza possibilità di ripensamenti; si diffonde l’opinione che l’accumulazione del sapere metta al riparo dagli errori del passato e sostenga l’esperienza diretta dei fenomeni che possono essere controllati da un individuo infallibile. Come abbiamo visto, a seguito della nascita, tra il ‘400 e il ‘600, l’idealtipo dell’homo clausus, la sua naturale evoluzione antropologica, coincide con il modello dell’homo oeconomicus, che sviluppa il senso del Sé e viene socializzato al metodo scientifico e a un modo razionale di concepire il rapporto con la realtà.

L'individualismo diviene prerogativa della cultura moderna, finalmente libero dalla schiavitù del potere metafisico e religioso (Dumont 1977). Questo nuovo uomo è un individuo che mira a colonizzare, modificare e piegare l’ambiente alla forza della propria volontà e dell’intelletto: oeconomicus nel pensiero, faber nell’azione.

Le critiche all’ illuminismo, sviluppate già a partire dalla metà degli anni ‘40 del ‘900, contesteranno l’incapacità di quell’originario progetto della modernità (Habermas 1985) di mantenere le sue promesse di benessere e progresso, accusandolo di aver fatto precipitare l’umanità in una fase di nuove schiavitù, derivanti, anzitutto, dai modi di lavoro e produzione e da un’eccessiva valorizzazione degli aspetti legati alla tecnica e all’uso delle macchine. Dal punto di vista filosofico possiamo far risalire l’idea di modernità al ‘700, per la definizione del concetto di modernità è quello che porta alla piena realizzazione della società industriale di massa.

Dalla fine dell’800, in primo luogo con la diffusione della stampa e poi del cinematografo, già alla fine, i mass media alimentano un dibattito nei confronti di un elemento di cui si intuisce la portata rivoluzionaria e che lascia intravedere ai suoi detrattori enormi potenzialità di strumentalizzazione. La comunicazione, con i nuovi strumenti e il proliferare di mezzi caratterizza e accelera il passaggio alla modernità, fino ad arrivare a tradire sé stessa e la sua originaria etimologia di comunità, per avallare il definitivo passaggio alla società (Tonnies 1887); la linea retta, che scandisce lo scorrere di un tempo che è anzitutto valore economico, produzione, profitto e, naturalmente, sfruttamento (Popitz 1986). Inedite architetture urbane, tra quartieri dormitorio e dimore residenziali, tra periferie e centro, ad abitarli sono:

  • L’uomo-operaio, pagato a cottimo e padre proletario;
  • L’uomo-impiegato, integrato nel sistema e diligente artefice del futuro suo e dei propri figli;
  • L’uomo-imprenditore, innovatore coraggioso e avido avventuriero della sua epoca.

Mentre Marx analizza il nascente sistema capitalistico, teorizzandone il superamento quindi l’ideale affermazione della classe proletaria e una società senza classi, i lavoratori si riappropriano del frutto del proprio operato: la melanconia del proletario (Abruzzese 1973) viene sublimata dall’euforia del consumatore, partecipa alla concretizzazione di una nuova estetica basata sulla condivisione e sulla multi-sensorialità.

Nel passaggio epocale dalla comunità alla società, i mezzi di comunicazione diventano uno strumento essenziale, le folle anonime inserite in un ambiente ad alta densità morale (Durkheim 1893), grazie alle tecnologie della comunicazione, trovano un senso dell’abitare il nuovo mondo; così nasce la moda che, dopo l’annullamento delle leggi suntuarie, consente ai nuovi ricchi di confondersi con la nobiltà di vecchia data. La dimensione dell’apparire entra con forza nelle dinamiche di civilizzazione, perennemente in bilico tra distinzione e omologazione (Simmel 1895). La fissazione di traguardi, sociali e culturali, verso cui tendere, a prescindere dalla concreta possibilità di raggiungerli (Marcuse 1969), diviene il carburante di un gigantesco motore di cambiamento che, in poco tempo, trasforma irreversibilmente il mondo e i modi della vita. Attraverso la corsa all’industrializzazione e la rincorsa al capitalismo, la borghesia si accinge a divenire la futura classe dominante. Adattandosi ai nuovi ritmi di lavoro, si affermano nuove forme di cultura: a cambiare, anzitutto, la sensibilità culturale, o...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Nafta_shg di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Ciofalo Giovanni.
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