Lavoro e lavori
Strumenti per comprendere il cambiamento
Il lavoro ormai è sottoposto a pressioni. Stiamo vivendo l'epoca della de-standardizzazione, frammentazione del lavoro, dove dare continuità ai percorsi lavorativi diventa difficile. La frammentazione del lavoro rende difficile anche la vita delle persone. Per lungo tempo il lavoro ha sostenuto i progetti di sviluppo sociale, ha attribuito identità a persone e luoghi, è stato posto fondamento dei diritti della persona. Invece oggi siamo pienamente entrati nella società dei lavori, in cui è necessario riflettere sul ruolo, significato, contenuto e qualità del lavoro per le persone.
Introduzione (Gosetti)
Cinque traiettorie per definire il rapporto delle persone con il lavoro.
La prima traiettoria è quella della definizione del lavoro. È importante definire il lavoro perché solo in questo modo è possibile individuarne le specificità, e questo a maggior ragione in una fase in cui sembra diluirsi nella vita delle persone e, viceversa, la stessa vita delle persone si va diluendo dentro il lavoro.
La seconda traiettoria riguarda il cambiamento negli spazi organizzativi, micro e macro, come il cambiamento del mercato del lavoro e dei modelli organizzativi.
La terza traiettoria è quella che riguarda il rapporto tra lavoro e la vita (work-life balance), in particolare il mutamento dei tempi e dei luoghi che un tempo caratterizzavano il lavoro.
La quarta traiettoria riguarda la nascita di diverse condizioni di lavoro (de-standardizzazione), condizioni che si possono spiegare guardando ai processi di individualizzazione del lavoro, al perpetuarsi di difficoltà di accesso al lavoro, alla polarizzazione fra lavori molto qualificati e lavori scarsamente qualificati, alla difficoltà di mobilità sociale attraverso il lavoro ecc…
La quinta traiettoria è quella del rapporto tra lavoro e politica, intesa come capacità di progettare una società dei lavori dentro la quale ciascuno possa trovare un proprio posto, il riconoscimento delle proprie aspirazioni, la soddisfazione per aver realizzato il proprio progetto di vita. È necessario chiamare in causa la politica per soddisfare le necessità di un progetto sociale che riconosca la dignità del lavoro come un valore fondante.
Il lavoro oggi: merce o valore (Gallino)
Il lavoro, dice Gallino, è al tempo stesso due cose diverse. Il lavoro è innanzitutto un mezzo per produrre la vita, per produrre mezzi di sostentamento finalizzati a riprodurre l'esistenza, individuale, familiare e collettiva. Da questo punto di vista, il lavoro è considerato come onere, come fatica. Allo stesso modo, il lavoro è anche un modo per trasformare il mondo, per renderlo più confacente ai nostri bisogni e alle nostre esigenze (lavoro come arte).
La maggior parte delle persone ha sempre visto e vede tuttora il lavoro come fatica. In molti tipi di lavoro i due aspetti fra loro sono combinati, ad esempio il lavoro operaio: la fatica sopportata per ricavare un reddito che consente la sopravvivenza, da un lato, e dall'altro orgoglio di esprimersi, di aver creato qualcosa che proviene dalle proprie mani, dalla propria testa, dal proprio impegno.
Per riflettere sui cambiamenti intervenuti è necessario fare una distinzione tra la situazione dell'Europa occidentale e quella dei paesi emergenti. Nei paesi emergenti assistiamo alla crescita di milioni di persone che vedono il lavoro come mezzo di sopravvivenza, ma comunque un mezzo di sopravvivenza meno brutale del lavoro agricolo. La situazione è diversa nei cosiddetti paesi sviluppati, dove assistiamo ad un notevole regresso delle condizioni complessive di lavoro, soprattutto per quanto riguarda i diritti del lavoro e le condizioni ad esso collegate.
Il periodo successivo alla guerra ha cercato di togliere al lavoro il carattere di merce, poiché la figura del lavoratore era divenuta quella del lavoro che ha un orario, uno stipendio, un salario predefinito. Anche l'attività sindacale e l'attività politica hanno operato per togliere al lavoro il carattere di merce. Proprio grazie al diritto i braccianti sono riusciti a rivendicare i propri diritti.
Dal 1980 in poi, con la diffusione del pensiero neoliberale, vi è stata una inversione di tendenza e si è tornati all'idea e alla pratica del lavoro come merce, un nuovo ciclo di mercificazione del lavoro. Sono state inventate decine di forme di lavoro atipico, diverso da quello a tempo pieno e senza data di scadenza, come il lavoro autonomo ma di fatto dipendente.
Ridurre il lavoro a merce significa pensare di trattarlo con un elemento totalmente separabile dalla persona. Nel corso degli ultimi 10-15 anni è sembrato di assistere alla scomparsa del lavoro, vedendo in porsi una società della conoscenza, la società del lavoro intellettuale. Il nostro paese, come in altri, tuttavia ha ancora parecchi lavoratori manuali. Infatti, dice Gallino, chi crede alla scomparsa di lavori manuali si dimentica che le cose materiali non provengono dal nulla.
Da un lato si è andata sviluppando una sorta di invisibilità del lavoro operaio, che per certi versi ricorda l'invisibilità del lavoratore nero americano, invisibile perché gli altri non lo vedono; dall'altro è un fatto reale che le grandi fabbriche sono scomparse, non perché ci siano meno operai, ma perché sono molto più distribuite sul territorio e hanno trasferito il lavoro in qualche altra parte del mondo. Tuttavia, la crisi degli ultimi anni ha restituito visibilità agli invisibili, i quali si sono dovuti inventare nuovi metodi per rendersi visibili.
La flessibilità di fatto è una grande illusione (ha generato scarsità). L'idea di fondo era che rendendo più agevole il licenziamento questo moltiplicasse i posti di lavoro e favorisse lo sviluppo dell'economia. In realtà le sorti dell'economia sono peggiorate, infatti la flessibilità comporta un costo umano molto rilevante per le persone e per le famiglie, e ormai si parla di una generazione precaria con un lavoro fortemente sottopagato che non consente di accumulare professionalità e non si sa se consentirà di maturare una pensione (working poor con redditi al di sotto della soglia di povertà). Ai lavoratori viene chiesto di essere gli imprenditori di sé stessi.
Ma queste forme di lavoro sono un grande danno anche per le imprese, soprattutto per quelle che producono un qualsiasi tipo di oggetto per le quali la stabilità del lavoratore è una condizione fondamentale per la riuscita dell'impresa, in termini di capacità nel dare più valore alle cose. I contratti di breve durata sviluppano una mancanza di attaccamento del lavoratore all'impresa e in più viene a cadere l'incentivo alla formazione sul luogo di lavoro. L'imprenditore infatti non ha più alcun interesse ad investire sulla formazione in quanto probabilmente, dopo pochi mesi, quel lavoratore si troverà impegnato da un'altra parte.
Il basso livello di formazione della nostra manodopera è uno dei principali problemi a livello nazionale, in quanto comporta una minore attenzione alla sicurezza. La sicurezza sul lavoro infatti ha come componente fondamentale la consapevolezza, l'abitudine, la conoscenza del modo in cui operare. Anche la riproduzione sociale è legata a tale problema: le donne in età fertile non hanno un lavoro stabile e dunque non hanno figli.
Rispetto agli anni Sessanta e Settanta, in cui si parlava di modificare l'organizzazione del lavoro, di arricchimento delle mansioni, di lavoro di gruppo e di superamento del lavoro alienato, e dunque di come rendere migliore la qualità del lavoro, questa prospettiva è venuta meno con gli anni '80 e soprattutto con la delocalizzazione. Oggi si parla di frustrazione del ceto medio in cui i figli laureati hanno difficoltà di accesso ad un'occupazione stabile ma più facilmente ad un percorso precario (condizione peggiore rispetto ai genitori).
Il precariato ha comportato la caduta del senso del lavoro. Secondo Gallino, tutto il mondo occidentale ha perso la grande occasione fornitagli dalla crisi: piuttosto che far ripartire l'economia reale in termini nuovi si è cercato di rilanciare l'economia esattamente nella forma com'era prima della crisi. Quindi il nostro sistema capitalistico iperproduttivo è davanti ad una grossa crisi di realizzazione: se gli operai guadagnano sempre meno e lavorano sempre di più, non riescono a comprare i beni che essi stessi producono. Ford lo aveva capito tanti anni fa quando ridusse l'orario e aumentò la paga, affinché gli operai potessero comprare le macchine che producevano.
In prospettiva si dovrebbe ricominciare a parlare anche del valore del lavoro. I sindacati oggi fanno il loro mestiere ma si trovano in una situazione debole in quanto non vi è alcun partito di riferimento che prende a cuore il tema del lavoro. Il destino del lavoro è quindi anche legato allo sviluppo di una formazione politica che in qualche modo faccia proprio il discorso sulla globalizzazione, ad esempio disincentivando i processi di delocalizzazione centrati sullo sfruttamento dei lavoratori.
Si dovrebbe valorizzare di più anche la partecipazione dei lavoratori all'interno delle aziende, in modo tale che riescano ad avere un controllo effettivo sulle proprie condizioni di lavoro. Il problema, conclude Gallino, è che molti hanno visto il problema della flessibilità come un processo irreversibile, per cui, non essendoci alternative, è necessario studiare le strade per contenere il rischio piuttosto che riflettere sulle cause e sull'origine della flessibilità.
Lavoro e lavori, diritto e diritti (Gottardi)
Nelle riflessioni sul rapporto fra lavoro e diritto un primo elemento da evidenziare è la definizione di diritto del lavoro. Si può dire che il diritto di lavoro è stato un diritto fondato sul lavoro subordinato, standard. Infatti, quando parliamo di lavoro tipico lo definiamo in maniera negativa, ossia continuare a ragionare pensando che tipico sia il lavoro standard, quello subordinato, tempo pieno, tendenzialmente maschile e relativo alla fabbrica taylorista.
L’articolo 35 della Costituzione, però, sostiene che si deve pensare a una tutela dei lavori in tutte le loro forme e applicazioni. A proposito del processo di plurizzazione di lavori è necessario rivolgere una critica alle ipotesi di estensione delle tutele a tutte le tipologie di lavoro. Infatti, effettuando un'azione di estensione, tende a mettere in pace le coscienze ma non soddisfa la realtà, soprattutto in termini di stabilità del lavoro. Ci troviamo ad aver fatto un'estensione delle garanzie che non sono adattabili a tutti i lavori. E non è quello che chiede la Costituzione.
È necessario quindi rinnovare i paradigmi e le regole, soprattutto perché in questo momento sono altrettanto soggetti a rischio coloro che svolgono il lavoro considerato tipico. Va tenuto presente che comunque il diritto del lavoro non è nato in origine pensando alla stabilità del rapporto. Infatti, vedeva inizialmente la libertà del datore di lavoro di licenziare i lavoratori, e quindi la stabilità del lavoro non è uno dei principi fondanti del diritto del lavoro, ma lo diventerà dal 1966 al 1970 con la prima legge di protezione nei confronti dei licenziamenti individuali e dallo statuto dei diritti dei lavoratori.
Nel 2007 la Commissione Europea aveva diffuso il libro verde con lo scopo di modernizzare il diritto del lavoro per affrontare le sfide del nuovo secolo: per ridurre la frammentazione delle tipologie lavorative. Idealizzò uno scambio, cioè un modo per contenere la flessibilità nell'ingresso al lavoro creando allo stesso tempo una maggiore libertà di poter intervenire sul licenziamento (quindi sull'uscita). In più pensò a come risolvere il problema della riduzione della tutela del posto di lavoro, facendo fronte a un aumento della tutela nel mercato del lavoro. Ottenne tuttavia molte critiche.
Nel nostro paese è stato indicato come percorso da sviluppare quello relativo a una sorta di parificazione di trattamento per tutti, secondo una modalità di acquisizione di tutela in maniera progressiva nel tempo. Cioè più aumenta l’anzianità di servizio, maggiore diventano le tutele, quindi nel primo anno la protezione è molto bassa poi tende progressivamente a crescere, e in questo modo viene meno la necessità di creare tante forme di lavoro precarie. Una tesi questa che però contrasta con la tendenza ad incentivare e promuovere la mobilità del lavoro e del lavoratore. È evidente che se ho impiegato un certo numero di anni per ottenere tutele, tenderò a rimanere nel posto in cui le ho acquisite perché non potrò spenderle se cambio lavoro.
Per affrontare questi problemi le regole giuridiche non possono bastare, ma occorre sicuramente una politica del lavoro. In questo periodo invece è stata attribuita troppo importanza al cambio delle regole giuridiche, il legislatore è spinto ogni volta a rivedere le regole del legislatore precedente. Occorre quindi regolamentare i cambiamenti che si stanno verificando una volta per tutte. Ovviamente bisogna tener presente che cambiando la legislazione del lavoro cambia anche l'assetto delle convenienze per il datore di lavoro. Ad esempio, il decentramento produttivo ha permesso di creare unità produttive con meno di 15 dipendenti, in modo tale che il datore di lavoro potesse non applicare i diritti sindacali stabiliti dallo Statuto dei lavoratori e la tutela di licenziamenti individuali.
Un altro problema sottovalutato è quello dell'innovazione, della conoscenza e della formazione. L'obiettivo è quindi di non tutelare tanto il lavoratore nel posto di lavoro, quanto piuttosto di garantirgli di trovare un altro posto di lavoro attraverso meccanismi di riqualificazione professionale e di formazione. Questo però può reggere se vi sono occasioni di lavoro, non se il lavoro si riduce o si trasferisce in altre aree del paese. Passare da un posto di lavoro all'altro presuppone che vi sia effettivamente un altro posto di lavoro verso il quale transitare. Per questo non basta la legislazione del lavoro, ma occorrono politiche di formazione, innovazione, sostegno alla ricerca.
Un altro aspetto poco considerato è la cosiddetta retribuzione dei ruoli e conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, da sempre appannaggio delle lavoratrici ma che invece riguarda l'organizzazione del lavoro per intero. Anche piccole modifiche di flessibilità nell'organizzazione del lavoro potrebbero consentire la saldatura tra esigenze del datore di lavoro e le esigenze del lavoratore, consentendo a quest'ultimo di lavorare serenamente e al datore di lavoro di ottenere una prestazione ottimale da parte del lavoratore. La flessibilità garantita a un lavoratore a tempo pieno non viene garantita a chi lavora part-time, che si trova ad avere maggiori vincoli di orario paradossalmente. Alla base vi sono esigenze di rigidità dato che spesso un lavoratore part-time deve conciliare il proprio lavoro con un altro, solitamente quello di cura (figli, genitori).
In questo quadro vediamo definirsi anche la crisi del sindacato che per certi versi è stato incapace di intercettare le nuove esigenze. Il sindacato in particolare non intercetta più giovani, anche quelli che riescono a trovare lavoro ma che non si sentono rappresentati. In questi anni non vi è stato nessun cambiamento reale dell'assetto contrattuale, dei contenuti contrattuali e non ci si interroga su che cosa serva realmente ai lavoratori. Guardando indietro all'esperienza dei contratti di solidarietà, si vede quanto sia importante spiegare e motivare soluzioni di questo tipo, che vanno inserite all'interno di un progetto politico.
Un altro tema è quello dell'accompagnamento verso il pensionamento dei lavoratori anziani. È dal 1996 che abbiamo una disposizione che prevede che gli ultimi anni di vita del lavoratore anziano possono essere svolti a part-time, con l'affiancamento da parte di un lavoratore giovane altrettanto part-time, realizzando quindi una sorta di job sharing generazionale e un momento di formazione tra l'anziano che esce e il giovane che entra. Anche in questo caso però queste forme sono state poco utilizzate perché manca una vera e propria cultura che le valorizzi e le renda operative.
Quel che ci manca, in conclusione, è un diritto del lavoro che permette di connettere la politica con l'organizzazione del lavoro, prendendo in considerazione i cambiamenti attuali. Dovremmo ad esempio riflettere sulla proposta avanzata da Supiot (giurista), che ipotizza di calcolare tutte le attività svolte durante le fasi della vita, come: il lavoro di cura, il lavoro di formazione, il lavoro autonomo e il lavoro subordinato ed incentivare la mobilità da una tipologia all'altra. In questo momento i lavoratori con contratti discontinui non hanno la possibilità di avere una pensione complementare perché non è nemmeno cumulabile, in quanto passano da settori produttivi in cui c'è ad altri in cui non c'è la contrattazione sindacale sulla previdenza complementare. C'è da dire però che nel nostro paese abbiamo anche un problema di riconoscimento del lavoro di cura, una sorta di indennità di maternità che possa essere uguale per tutti.
Il grande problema in conclusione è che non stiamo cambiando.
Lavoro e vita (De Masi)
Uomini e bestie hanno in comune quattro istinti, mentre la creatività è appannaggio esclusivo degli uomini. L'uomo e la sua specie non hanno mai smesso di essere attivi, di valorizzare risorse, di creare organizzazioni. Ad alcune di queste attività hanno dato il nome di “lavoro” e gli hanno fatto cor
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