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INCONTRARE JUNG.

Prima parte del libro: INCONTRARE JUNG.

L'interesse principale di Jung riguarda i pazienti schizofrenici, le loro fantasie e le loro manifestazioni

sintomatiche.

Questo lo avvicina sempre di più al nucleo centrale della sua teoria: la scoperta dell'inconscio collettivo e

degli archetipi.

Capitolo 1 DAL TEST DI ASSOCIAZIONE VERBALE AI COMPLESSI.

Jung scoprì una regolarità nelle manifestazioni deliranti dei pazienti schizofrenici e questo lo portò a

sviluppare il test di associazione verbale.

Il test l’ha portato all'ipotesi che nella schizofrenia ci sia un allentamento della tensione associativa, cosa

che produrrebbe un accostamento sconnesso di comunicazioni diverse.

Durante l'elaborazione del test, l'interesse principale si è spostato sulla correlazione tra le parole legate a

contenuti spiacevoli e sui fenomeni disturbanti contenuti nella risposta.

Questi tradivano regolarmente problematiche di fondo, ossia complessi che agivano nell'inconscio.

L'individuazione di questi complessi è diventata infine lo scopo principale del test.

Alle persone testate venivano presentate 100 parole-stimolo, alle quali bisognava rispondere velocemente

con la prima parola associata che venisse in mente.

Si registravano i tempi di reazione e altri fenomeni di disturbo, come fattori di attivazione fisiologica.

La vera utilità scientifica del test sta nel fatto di procurare una dimostrazione sperimentale delle ipotesi

freudiane.

Col test si potevano captare i segnali inconsci che raggiungevano la coscienza attraverso la barriera della

rimozione, corroborando così l'ipotesi di un sistema dinamico tra la coscienza e l'inconscio.

Il test di associazione verbale è anche un paradigma sperimentale della ricerca psicoanalitica perché

venivano sondate anche reazioni fisiologiche, come la reazione cutanea e la funzione polmonare.

Capitolo 2 LA SCOPERTA DEI COMPLESSI.

Per Jung la funzione più importante del test di associazione verbale sta nella dimostrazione e nell'analisi dei

complessi inconsci.

Con il termine complessi Jung si riferisce ai centri energetici presenti nell'inconscio (nuclei di significato di

tonalità affettiva che si costituiscono tra l'individuo e il suo ambiente).

I complessi attirano e assumono su di loro esperienze con un nucleo tematico affine, diventando anche

luoghi della psiche sensibile ai disturbi.

Ogni volta che il soggetto si trova in quel tipo di esperienza emotivamente gravosa, infatti, i complessi si

attivano e attivano una reazione complessuale dell'individuo.

I complessi più riconosciuti sono: il complesso di Edipo, il complesso di inferiorità, il complesso materno e il

complesso paterno.

In base allo sviluppo psicosessuale di Freud i complessi possono essere divisi in orali, anali e genitali-edipici.

In considerazione delle loro radici archetipiche, bisogna poi citare i complessi originali legati a sentimenti

fondamentali di paura, di colpa, di gelosia e di rivalità.

Nella terminologia freudiana il complesso junghiano equivale un trauma irrisolto, ossia inconscio.

Per Jung invece il complesso rappresenta l'elemento strutturale naturale dell'inconscio, alla cui base vi sono

sempre esperienze sovrapersonali e che ha un nucleo archetipico.

Capitolo 3 DALLA DEMENTIA PRAECOX ALLA SCHIZOFRENIA

Lo studio di Jung sui pazienti schizofrenici lo portò a elaborare un’ipotesi secondo la quale il neonato porta

con sé nel mondo una conoscenza, presente nell'inconscio collettivo, degli antichi conflitti umani.

In seguito l'esperienza individuale si formerebbe fondandosi su questo materiale fondamentale.

Il complesso di Edipo individuale non sarebbe perciò una nuova acquisizione psichica, ma la ripresa

dell'originaria esperienza collettiva che innumerevoli generazioni di persone hanno vissuto con le proprie

madri e i propri padri.

Questa tesi diverrà un'importante occasione di scontro tra Jung e Freud, secondo cui la storia individuale e i

conflitti a essa legati costituiscono il materiale da cui si forma la nevrosi.

Di conseguenza Freud nell'inconscio collettivo vede solo una complicazione inammissibile e inessenziale del

sistema psichico.

Il lavoro scientifico con i pazienti schizofrenici costituisce per Jung un passo importante verso la teoria

dell'inconscio collettivo e degli archetipi oltre a rafforzare la sua posizione sulla teoria dei complessi.

Negli schizofrenici individua un gran numero di complessi, dei quali riesce a spiegare le manifestazioni che

originariamente sembrano incoerenti.

Sulla base di questa interpretazione psicogenetica Jung elabora un possibile approccio terapeutico che

possa stabilire le cause della schizofrenia e contribuire alla sua guarigione.

Capitolo 4 FUNZIONE DELL'IO E TERAPIA DELLA PSICOSI

Le fantasie dei pazienti psicotici consentono a Jung di avere un'intuizione profonda degli strati inconsci

della psiche umana.

I sintomi dei pazienti schizofrenici non sono riconducibili a esperienze personali depositatesi nell'inconscio

a causa della rimozione, anzi mostrerebbero un’affinità sorprendente con i prodotti della fantasia che si

trovano diffusi in tutte le epoche e culture dell'umanità.

Per Jung i sintomi schizofrenici andrebbero perciò intesi come espressione di una matrice inconscia creativa

della psiche umana, comune a tutti gli uomini.

In tal modo capisce anche che l'emergere dei contenuti collettivi inconsci, e dunque archetipici, di per sé

può non portare a un ampliamento della coscienza.

Dal destino dei suoi pazienti, invasi continuamente dai loro contenuti inconsci, rileva che per un confronto

e un'integrazione costruttivi di quegli aspetti occorrono anche determinate capacità che i pazienti psicotici

non possiedono a sufficienza.

Jung è perciò consapevole del fatto che occorre un Io cosciente forte e capace di integrazione affinché si

possa stabilire un contatto stimolante e proficuo con l'inconscio, presupposto indispensabile lungo il

processo di individuazione.

L'imprescindibile conclusione che Jung trae da queste osservazioni sulla schizofrenia indica che questo

quadro clinico deve avere a che fare in primo luogo con un disturbo delle funzioni dell’Io: lo schizofrenico

non possiede un Io coerente grazie al quale possa distinguere le sue fantasie dalla realtà e rapportarsi ad

esse in modo creativo.

La tesi di un Io non coeso e fragile alla base della schizofrenia appare chiara anche considerando i

meccanismi di difesa, grazie ai quali i contenuti inconsci vengono rimossi e allontanati dalla coscienza.

Secondo Freud la sfera psichica dell'Io è la sede delle funzioni di difesa.

Un indebolimento delle difese ha come conseguenza immediata il fatto che i contenuti rimossi possono

raggiungere la coscienza in modo ampliato.

Ma nell'inconscio possono trovarsi secondo Jung anche dei contenuti che non sono mai stati coscienti

prima d'ora, cosa che vale per l'inconscio collettivo e i suoi contenuti archetipici.

Un Io rigido che mantenga delle solide difese ostacola di conseguenza il processo di presa di coscienza e di

integrazione dei contenuti inconsci perché blocca l'accesso all'inconscio.

In questo caso il lavoro analitico deve concentrarsi sull’analisi delle resistenze praticata dai freudiani.

Con la maturazione di un Io stabile e flessibile ai contenuti inconsci viene permesso di superare le barriere

difensive e di rendersi visibile alla coscienza, questo sarebbe il primo passo verso l'integrazione.

L'Io di una persona sana attua questa flessibilità nel sonno consentendo all'inconscio di manifestarsi grazie

ai sogni.

L' indebolimento dell'Io al di fuori di questa normalità psicologica si presenta in determinate malattie:

delirio febbrile, consumo di alcol, droghe.

In tutte queste occasioni si indebolisce l'Io e la sua capacità di filtrare permettendo ad alcuni contenuti

onirici di raggiungere la coscienza durante la veglia.

Gli psicotici hanno un Io costantemente indebolito e permeabile ai messaggi inconsci.

Secondo questa visione la vita psicotica ha la stessa origine del materiale onirico, quindi non è il contenuto

della psicosi ad essere estraneo ma il modo di rapportarsi ad esso.

Jung comincia a notare delle massicce resistenze nei suoi pazienti, che rafforzano la regressione e si

sottraggono alla realtà cosciente con i suoi conflitti e frustrazioni.

Il fascino dell'inconscio collettivo e dei suoi archetipi in molti casi è insopprimibile e anche per le persone

sane rappresenta un pericolo nel corso dell'individuazione, pericolo che Jung non si stancò mai di

sottolineare.

Secondo Jung lo psicotico è stato sopraffatto dallo strato individuale inconscio della sua psiche e non viene

più tutelato dalla rimozione che è indispensabile per la funzione di realtà.

Il paziente rimane immerso in una profonda dimensione collettiva dell'inconscio dal quale nessun Io forte e

coerente può aiutarlo ad uscire e nella maggior parte dei casi rende impossibile il ritorno alla realtà

nonostante la terapia.

Nella ricerca delle cause biologiche si formulò l'ipotesi secondo la quale la schizofrenia sarebbe collegata

alla produzione di tossine, mentre Jung pensava che i complessi attivati dalla schizofrenia potrebbero

portare successivamente alla produzione di tossine che danneggerebbero il cervello in modo irreversibile,

ma dopo un po' prese le distanze da questi presupposti.

Piccola parentesi aggiuntiva da parte di Roberta: oggi sappiamo che effettivamente i pazienti schizofrenici

vanno incontro a neurotossicità che riduce la quantità di materia cerebrale.

La materia cerebrale torna a ramificarsi solo dopo la terapia.

Capitolo 5 JUNG E FREUD: AMICIZIA, CRISI, SEPARAZIONE

Nel 1906 Freud riceve da Jung la sua opera "psicologia della dementia praecox" nella cui introduzione si

intravedono già i primi segnali delle diversità di opinioni, laddove Jung cerca di relativizzare il significato

della sessualità.

Nel 1907 durante la visita di Jung a Vienna ha luogo il primo incontro personale con Freud.

I due pionieri della psicologia del profondo e dell'inconscio dimostrano grande entusiasmo reciproco sul

piano sia professionale che personale tanto che la discussione si protrae per ore fino a notte.

Le differenze già delineatesi in quel primo contatto sono ancora nascoste.

Con uno sguardo retrospettivo si capisce che Freud premeva di trovare un alleato per la sua giovane e non

ancora affermata scienza: la psicoanalisi, che era molto osteggiata a causa della teoria sulla sessualità.

Il concetto di inconscio significava per l'umanità il fatto di non essere più "padroni a casa propria" della

psiche, così come avrebbe assicurato il dominio di una coscienza razionale.

Nel 1909 quando Jung e Freud sono invitati alla Clark University, durante il viaggio in nave si manifestano le

prime divergenze di opinione.

Jung cerca di svincolarsi dal rapporto allievo-maestro e di ribellarsi all'autorità di Freud.

L'idea che Freud vedesse in lui non solo l'allievo e l'alleato ma anche il successore procura in Jung un

crescente disagio.

Come è facile immaginare è proprio nel campo dell'interpretazione dei sogni che tra Jung e Freud sono

venuti alla luce i disaccordi e i conflitti.

Conflitti che si concretizzarono quando Jung sottopose a Freud l'interpretazione di un proprio sogno e fu

proprio l'interpretazione di questo sogno la causa della rottura in quanto Jung si sentì abbandonato e

incompreso nella sua intuizione di un profondo strato inconscio col quale si era confrontato nel sogno.

Tuttavia questa esperienza lo incoraggiò a seguire le proprie idee su un inconscio che non va ricondotto

unicamente alla rimozione di contenuti personali e di istinti prevalentemente sessuali e aggressivi.

Jung tende piuttosto ad ampliare la sfera dell'inconscio con le esperienze originarie, dalle quali

deriverebbero altre energie creative ed evolutivamente fondanti.

Questo ampliamento funzionale dell'inconscio comporta una funzione prospettico-finalistica oltre a quella

riduttivo-causale accettata fino ad allora.

Il valore dato alla sessualità nell'origine della nevrosi rappresenta un conflitto centrale e perennemente

insormontabile tra Jung e Freud che concorrerà all'imminente rottura.

Capitolo 6 LA SESSUALITÀ SECONDO JUNG

Quando Jung prende in considerazione la sessualità, parte dalla convinzione fondamentale secondo la

quale i moti pulsionali che si riscontrano vanno intesi anche nell'ambito di una funzione simbolica ed

emblematica.

Perciò Jung interpreta il complesso di Edipo come un'immagine archetipica che esprime motivi inerenti al

desiderio di possesso, all'invidia e alla gelosia in quanto tematica originaria dell'uomo.

Il ruolo centrale della sessualità nella concezione teorica di Freud viene dunque abbandonato anche se Jung

non ne disconosce il significato simbolico.

Nel 1909 Freud implorò Jung di non abbandonare mai la teoria della sessualità perché voleva farne un

"dogma contro la marea di fango dell'occultismo".

Questo offese profondamente Jung perché lo vide come un chiaro riferimento al suo interesse per i miti e

le religioni nell'ottica dell'inconscio collettivo.

Nel 1952 Jung pubblica "simboli della trasformazione" in quest'opera riporta un motivo centrale diffuso in

diverse religioni e miti: l'eroe, generalmente di nascita atipica che deve affrontare ogni volta pericoli

particolari e in questi casi vengono in suo soccorso capacità soprannaturali.

Il confronto fondamentale avviene nella lotta con un mostro che bisogna sopraffare e vincere.

In questo modo si apre la strada della conquista di qualcosa di prezioso e di difficile da raggiungere che può

essere un tesoro o una persona amata.

Per Jung questo mito rappresenta la lotta e la liberazione dalla madre (divorante) che può essere

paragonata all'inconscio.

Egli vede in questo mito una raffigurazione della presa di coscienza che ha luogo nella lotta dell'eroe con le

potenze dell'oscurità dalle quali bisogna fuggire.

A questa cosa si ricollega anche un forte desiderio di rinascita spirituale, ovvero il raggiungimento di uno

stadio della coscienza più elevato e maturo.

L'idea principale di Jung indica che l'Io cosciente deve costituirsi dall'elemento originale dell'inconscio.

Per questo occorrono sforzi considerevoli da impiegare contro il potenziale divorante e regressivo

dell’inconscio.

Le isole di coscienza che si formano in questa valutazione della psicologia evolutiva vanno continuamente

custodite e difese e vanno delimitate dal mare dell'inconscio.

Quando Jung pubblica la seconda parte dell'opera "trasformazioni e simboli della libido", la sua concezione

centrale della libido provoca la rottura definitiva con Freud.

Il suo concetto di libido comporta un allontanamento radicale dai pilastri della psicoanalisi freudiana.

Gli consente inoltre di formulare in modo fondato e convincente il suo concetto di inconscio collettivo con

gli aspetti creativi e costruttivi correlati, riguardanti la crescita, la maturazione e l'individuazione.

In sostanza l'idea dell'inconscio collettivo che racchiude un potenziale creativo, e la concezione ampliata

della libido costituiscono le divergenze principali insormontabili tra Jung e Freud.

Capitolo 7 IL CONCETTO DI LIBIDO IN JUNG E FREUD

Freud considera la libido un'energia sessuale che ha un'importanza rilevante nel processo evolutivo perché

anima i desideri pulsionali nella fase orale, anale e genitale.

I conflitti che ne risultano vanno considerati uno scontro degli impulsi sessuali derivanti dall'Es con le

funzioni dell'Io, che possono essere anche valutate come pulsioni di conservazione.

Le difficoltà di questo modello di dualismo pulsionale emergono quando bisogna chiarire i processi che

hanno luogo nella schizofrenia ed è qui che le concezioni di Jung e Freud si dividono in maniera

fondamentale.

La schizofrenia nell'ambito della teoria pulsionale viene ritenuta una regressione della libido.

L'oggetto dei moti pulsionali e delle loro ramificazioni, non è più l'uomo reale il referente del rapporto e lo

schizofrenico si ritira dal mondo delle persone reali di riferimento nel proprio mondo interiore.

Ci si domanda così verso che cosa si orientino le continue funzioni libidiche.

Se la libido viene ritenuta una pura energia sessuale nasce la contraddizione secondo la quale il ritrarsi di

questa energia sessuale non può significare altro che l'investimento dell'Io proprio da parte di queste stesse

pulsioni sessuali.

Infatti nel modello a tre istanze di Freud non si danno ulteriori traguardi verso i quali potrebbero indirizzarsi

le energie sessuali libidiche.

L'Io in questo modello concettuale sarebbe il luogo delle energie pulsionali sessuali rimosse.

Nella sua opera "introduzione al narcisismo", Freud cerca di risolvere la contraddizione prendendo le mosse

dal fatto che il narcisismo sarebbe la realizzazione libidica della pulsione di autoconservazione.

In tale modo viene detto che la componente principale di quelle pulsioni che si uniscono nel caso del

narcisismo, come anche la schizofrenia (manie di grandezza) deriverebbe dalle pulsioni di

autoconservazione, ovvero dalle pulsioni dell'Io, e l'investimento libidico dell'Io avrebbe una funzione

integrativa.

Con il ritirarsi della libido nell'io, Freud chiarisce nella sua prospettiva il fenomeno della mania di grandezza

nella schizofrenia.

Tale fenomeno corrisponde al narcisismo infantile (amore di sé).

Jung invece dal canto suo anche per la schizofrenia e il sintomo della mania di grandezza ha in mente la

concezione dell'inconscio collettivo.

La pulsione di autoconservazione diventerebbe una spinta all'autorealizzazione, l'energia che sta alla base e

attiva questo processo da energia pulsionale s

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher d_cordelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof Perilli Enrico.
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