Cinque lezioni leggere sull'emozione di apprendere
Daniela Lucangeli mette al centro della sua ricerca il benessere di studenti e docenti e il rispetto della mente che apprende attraverso la lettura, la scrittura e la matematica. Ha deciso di dedicarsi a una scienza servizievole dopo l'incontro con Anselmo, un bambino asperger, così da aiutare i bambini che a scuola non ce la fanno.
Lezione 1: La scuola dell'abbraccio – Un cambio di direzione
Se si è capaci di aiutare il bambino che si ha davanti allora quello che si è studiato è sufficiente, se non lo si sa aiutare, allora quello che si è studiato non basta più.
«Mi togli che mi fanno male?» La Lucangeli, lavorando con un bambino di 9 anni che faceva molti errori di scrittura, lettura e calcolo, riesce ad aiutarlo a non fare più errori, tuttavia Andrea (il bambino) le chiede di togliere gli errori perché gli facevano male, facendo interrogare la scrittrice su dove lavorava: errori o sofferenza? E sul perché provasse ancora sofferenza.
Noi siamo una sinfonia
Decide di indagare sul rapporto tra emisfero destro e emisfero sinistro. Fino ad allora molti avevano dato una visione parziale della scienza, facendo pensare che – nel nostro organismo – se succede una cosa non potesse succederne un’altra in contemporanea, scoprendo che non è così, ma – anzi – che tutto si può attivare contemporaneamente, ma con intensità diverse a seconda dello scopo.
Gli atti della vita psichica sono specifici, ma non solitari. Nessun atto della nostra vita cognitiva è slegato dalle emozioni che si provano.
Le emozioni scrivono la nostra memoria
Ultimamente si è sviluppato un filone di ricerca incentrato sullo studio del rapporto tra cognizione ed emozioni, il warm cognition (cognizione calda) che ha fatto emergere che non si possono interpretare le funzioni di ciascuno emisfero come se fossero separati: gli studi di neuroimmagine, che permettono di avere una rappresentazione del funzionamento del sistema nervoso, mostrano flussi contemporanei tra loro in zone diverse del cervello, quindi ad ogni attività corrisponde un tracciato emozionale.
Il meccanismo della ricerca
Il cervello è un ribollitore che genera e utilizza energia biochimica, correlata a flussi neuroelettrici (quando dormiamo sono bassi, quando siamo svegli sono alti circa 9 hertz). Le emozioni sono improvvise variazioni di flusso (picchi hertziali), sono corrente neuroelettrica che lascia traccia, scrivendo nella nostra memoria. Quando proviamo emozioni positive, queste sono intense, per spingerci a continuare a ricercare le cose che ci fanno sentire bene. Questo innesca il meccanismo di ricerca. Invece, le emozioni dolorose producono reazioni che rimangono più a lungo nel circuito per ricordarci cosa evitare e diventano memoria dell’alert.
La memoria della paura
Siamo strutturati in maniera tale che il nostro organismo abbia una memoria che è capace di riconoscere il dolore, perché esso va ricordato per poterlo evitare (esempio: pizzicotto). Siamo organizzati per avviare alert ed emozioni per riconoscere ed evitare ciò che ci nuoce o ci mette in pericolo. La memoria della paura attraversa generazioni, tanto da essere trasmessa ai nostri figli affinché possano difendersi (esempio: nipoti e figli di sopravvissuti di Auschwitz).
Le paure a livello neurologico si originano dalla storia delle persone, intesa come storia della propria specie. Le memorie che entrano in gioco sono di diverso tipo: personale, ontogenetica (recupero la paura degli elementi e delle situazioni che riconosco come negativi nella mia vita), filogenetica (conservo le paure dei miei antenati). Il circuito della paura è regolato dal cervello limbico, strutture del cervello molto antiche che regolano reazioni che abbiamo da milioni di anni; presiede all’istinto di autoconservazione e sopravvivenza, è un decisore della mente.
Il ruolo delle emozioni mentre impariamo
Quando proviamo un’emozione, lo stimolo viene elaborato prima dall’amigdala, provocando una prima reazione neuroendocrina che mette in allerta l’organismo. In questa fase, l’emozione determina diverse modificazioni (ritmo cardiaco, sudorazione). Quando studiamo, se nello stesso momento proviamo paura e inadeguatezza, ogni volta che riapro quel cassetto della memoria evoco entrambe le sensazioni perché esse hanno scritto nella memoria che è una situazione di sofferenza.
La paura dell’errore
Quando gli studenti apprendono e stanno male, si attiva l’alert dello Scappa! Le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni. Se insieme all’informazione, in memoria rimane traccia della paura associata al momento dell’apprendimento, si genera un vero e proprio cortocircuito, come quando si apprende avendo paura degli errori o dell’insegnante: si impara con ansia, paura angoscia e si rimane in costante allerta. Altre emozioni alert sono la vergogna e il senso di colpa; quest’ultimo in particolare si lega al fallimento e alla colpa attribuita dall’insegnante al fallimento del bambino. È un sistema di deresponsabilizzazione (l’insegnante evita di assumersi la responsabilità e la rigetta sull’allievo). Paura e colpa sono alla base del nostro sistema educativo e alla base di un atteggiamento di fuga e rifiuto.
L’insegnante alleato
Per andar contro la paura e la colpa serve il diritto di sbagliare e bimbo e adulto sono alleati contro l’errore, lavorando insieme. Altro grande antagonista è il coraggio, una sensazione che è sostenuta da diversi meccanismi (alleanza, desiderio di vincere) e permette di attivare le risorse per affrontare e superare una difficoltà. Per aiutare un bambino, bisogna infondergli coraggio.
Apprendimento e impotenza appresa
Le esperienze scolastiche negative generano un cortocircuito emozionale che produce un insieme di pensieri ed emozioni capace di inceppare l’apprendimento, lo studente crede di non poter fare niente per cambiare i suoi errori e si blocca, senza riuscire più ad imparare = impotenza appresa. Per evitare tutto questo, serve un’emozione positiva, affinché l’amigdala avvia un meccanismo emotivo che riattiva il sistema.
La benzina dell’apprendimento
La benzina del cervello sono le emozioni positive che riattivano il circuito dell’apprendimento e lasciano libera la funzione cognitiva. Lo stato di allerta attiva il cortisolo, l’ormone dello stress che se aumenta eccessivamente a causa dello stress, può portare a una crescita dei valori glicemici, un abbassamento delle difese immunitarie e un’infiammazione. Bisogna, quindi, incoraggiare le emozioni positive.
Il contatto fisico
Vi sono relazioni anche tra i meccanismi di apprendimento e gli interruttori emozionali.
Gli interruttori emozionali
Per attivare le emozioni ci vogliono degli interruttori.
L’abbraccio
Accende le emozioni positive pro-sociali. Con 30 secondi tra le braccia di qualcuno, il nostro cervello produce ossitocina che aiuta ad abbassare il battito e la pressione. L’ossitocina è l’ormone della relazione: regola le contrazioni durante il travaglio, l’emissione di latte, aiuta il comportamento materno, la creazione di un legame di affetto tra persone e nei rapporti sociali. È collegata anche a sentimenti di fiducia, ridimensiona la paura, l’ansia e lo stress; limitando l’ansia sociale aiuta a costruire relazioni migliori. È il mediatore tra il supporto emozionale e i benefici di questo per la salute, l’interruttore è l’abbraccio, non solo fisico, ma anche psicologico, simbolico (uno sguardo, la voce), aiutando a creare un rapporto di fiducia con l’altro e diminuendo il timore, percependo l’alleanza e il conforto.
La carezza e il tocco
Anche la carezza è un interruttore emozionale simile all’abbraccio. Per il piccolo sono molto importanti, è il gesto più antico dell’accudire. Una carezza comunica, ci fa stare bene e noi ricerchiamo ciò che ci fa stare bene (esempio, cani che cercano carezze); è importante anche il semplice tocco.
Lo sguardo e il sorriso
Esperienza in Nord Europa, dove non c’è l’usanza di toccarsi, quindi è necessario un altro interruttore emozionale: lo sguardo. Un bambino appena nato non sorride, ha spasmi muscolari. Dopo i due mesi circa, invece fa il suo primo vero sorriso, fermando lo sguardo sul genitore = sorriso sociale prima forma di interazione sociale insieme al pianto, che testimonia la nascita dei circuiti dell’intersoggettività comunicativa (identificazione del sé in rapporto all’altro). Il bambino capisce che sorridere è un modo di comunicare con gli altri, inizia a discriminare i propri sentimenti e ad avere effetti sugli altri che lo circondano. Lo sguardo è l’organizzatore sociale potente della propria individualità. L’io cresce attraverso la joint attention (attenzione condivisa).
La voce
Lo sguardo legato all’incoraggiamento è ancora più potente come interruttore emozionale. La voce è un mezzo di comunicazione paraverbale potente: il tono modifica i significati di ciò che si dice, anche se il contenuto è lo stesso.
L’insegnante allegro
Ridere aiuta ad apprendere con gioia. Ridere aiuta a tutte le età, fa produrre endorfine, gli ormoni della felicità. L’importanza del riso in Occidente parte solo nel 1976 con Cousins che dimostrava che 10 minuti di risata genuina, avevano un effetto analgesico e lo aiutavano a dormire almeno 2 ore senza dolori. Ridere è importante anche a livello relazionale, ci fa sentire più vicini, fa costruire un’identità di gruppo. La risata lavora in profondità e attiva emozioni positive. L’insegnante deve imparare a sorridere e ridere insieme agli studenti.
La lezione in sintesi
Un organismo vivente è fatto di tante funzioni che lavorano insieme, senza contraddizione. Il bambino costruisce memorie differenti, mentre impara, in base alle emozioni che prova. Bisogna evitare al bambino il cortocircuito delle emozioni, così da aprire il bambino all’apprendimento.
Lezione 2: Sbagliando si impara – Si può cancellare un errore?
È importante sapere se l’errore di cui parliamo è un sistema inceppato che non ci può recuperare oppure c’è possibilità di cambiare l’apprendimento con degli interventi idonei.
Il potenziale di Mattia
Mattia, di 8 anni e con quattro DSA (dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia), scrive una poesia con 22 errori ortografici, ma con un QI altissimo. Nel giro di 3 mesi ha ottenuto grandi risultati come se non fosse dislessico e disortografico, imparando a compensare le proprie prestazioni, grazie alla plasticità e adattabilità del nostro cervello, e alla possibilità di risolvere un problema o compensarne gli effetti.
La modificabilità del cervello
Gli errori fatti da un bambino con difficoltà scolastica, se si offre aiuto, si risolvono facilmente (errori scritti a matita).
Non si guarisce, ma si compensa
Nel caso di un DSA, bisogna essere consapevoli che non si guarisce, ma si può compensare per una prestazione che sia la migliore possibile, sempre nel rispetto delle caratteristiche del profilo di funzionamento cognitivo del bambino. Questo è possibile grazie alla neuroplasticità del nostro cervello, ovvero la capacità del cervello di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità grazie a vari fattori intrinseci ed estrinseci. Kandel vinse il Nobel 2000 per aver scoperto che i neuroni, se stimolati, si modificano, confermando che l’esperienza interviene sul cervello, modellandolo incessantemente.
Esempio musicisti: allenano alcune parti del loro corpo (dita, udito, voce) e sviluppano un’area cerebrale dedicata più ampia rispetto alle altre che vengono stimolate poco. Succede anche per l’apprendimento scolastico: quindi è importante allenare, ma bisogna tenere conto anche dell’errore.
L’errore: chiave di lettura del processo di apprendimento
Errori fatti sull’errore, bias in psicologia, le interpretazioni errate possono condizionare lo sviluppo delle capacità cognitive e di apprendimento.
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