Capitolo 1 - Basi teoriche ed empiriche
Introduzione
Possiamo perfettamente dire che la funzione genitoriale è una funzione complessa, che riguarda, nello specifico: accudimento e protezione dall'altro, riconoscendone la soggettività ed interpretandone correttamente i bisogni nelle molteplici situazioni che richiedono la messa in campo di competenze di cura a livello fisico ed affettivo-relazionale. Oltre che complessa, la funzione genitoriale è ampia, perché, nonostante sia biologicamente determinata, non è necessariamente connessa al legame biologico esistente tra gli individui, come vediamo nei casi in cui non è il genitore a prendersi cura del bambino (famiglie affidatarie e/o adottive). Possiamo dire, in questo senso, che la funzione genitoriale trascende (in parte) il legame biologico, focalizzandosi maggiormente sulle componenti affettive della relazione, che consentono ad un individuo di prendersi cura di un altro individuo diverso da sé.
Una caratteristica chiave della funzione genitoriale è quella di essere osservabile principalmente tramite i comportamenti che, quotidianamente, vengono messi in atto dall’adulto durante le azioni ripetute col bambino (sorridere, prendere in braccio, nutrire il piccolo) ma, allo stesso tempo, viene definita da un insieme complesso di emozioni, idee e credenze che l'adulto ha costruito a partire dalle proprie esperienze relazionali, sperimentate durante la propria crescita.
Le interazioni adulto-bambino sono fondamentali soprattutto per il piccolo perché, all'interno di esse, può soddisfare i bisogni primari legati alla sopravvivenza, oltre che acquisire competenze cognitive, sociali e strumentali necessarie allo sviluppo di comportamenti adattivi.
La funzione genitoriale secondo la teoria dell'attaccamento
Un importante contributo alla comprensione dei meccanismi di sviluppo e funzionamento nella funzione genitoriale viene dagli studi di John Bowlby (anni ‘40) con la sua teoria dell’attaccamento: egli studiò, in termini etologici, un insieme di sistemi comportamentali, definendoli come comportamenti che si sono evoluti nel corso del tempo, al fine di promuovere la sopravvivenza della specie. Secondo questa prospettiva, ogni individuo è dotato di una serie di sistemi comportamentali che si coordinano tra loro, con lo scopo di raggiungere determinati obiettivi e funzioni adattive.
Partendo da questo, possiamo vedere che il sistema comportamentale dell'attaccamento, nel bambino, ha come scopo quello di ottenere protezione da parte della figura di attaccamento attraverso il mantenimento della vicinanza in situazioni di stress o di pericolo, sia che questi siano reali o anche solo percepiti. Quando il sistema dell'attaccamento è attivo, il bambino può mettere in atto una serie di comportamenti volti a favorire la prossimità e la vicinanza con la figura di riferimento, tra i quali possiamo trovare comportamenti di segnalazione, come il pianto, il sorriso e i vocalizzi, oppure una ricerca attiva dell'adulto, come il gattonare o il tendere le braccia verso di lui.
Secondo i teorici dell'attaccamento, i sistemi comportamentali sono strettamente connessi l'uno con l'altro, rendendo possibile interpretare la funzione genitoriale come uno specifico sistema comportamentale o sistema di parenting: è simile al sistema di attaccamento, sì, ma il sistema di parenting, a differenza di quello di attaccamento, ha come scopo quello di fornire protezione, portando l'adulto ad attivarsi e ad intervenire a livello comportamentale in tutte quelle situazioni che sono percepite come pericolose o stressanti per il piccolo (separazione, il fatto che il bambino si mette in pericolo, segnali verbali e non che indicano sconforto e/o stress). Una volta attivato il sistema di parenting, il genitore può attingere ad un repertorio di comportamenti, nei confronti del bambino (prendere in braccio, stare vicino fisicamente o chiamare per nome) che hanno come scopo quello di assicurargli protezione.
La presenza di risposte sensibili da parte del genitore permette al bambino di crearsi l'aspettativa che, nel momento in cui si attiva il sistema di attaccamento, le sue richieste e i suoi bisogni verranno compresi ed adeguatamente soddisfatti; l'aspettativa permette al bambino di organizzare e di regolare, di conseguenza, in maniera funzionale, l'attivazione del sistema di attaccamento. Le aspettative relative all'accessibilità del genitore nelle situazioni di pericolo e alla sua disponibilità a rispondere alle segnalazioni di disagio realizzano quello che Bowlby definisce “Internal Working Models” (in italiano, “Modelli operativi interni”), ovvero delle rappresentazioni di sé e dell’altro costituite da idee, informazioni, emozioni e comportamenti adatti per il suo attaccamento.
Infant research e funzione genitoriale
Un altro importante approccio utile per la comprensione della funzione genitoriale è quello dell’Infant Research, un movimento teorico e di ricerca nato negli anni ‘60 che si rifà alla psicoanalisi e alla psicologia dello sviluppo. All'interno di questo modello, si sono condotti numerosi studi che si sono concentrati sull'esperienza infantile, frutto degli scambi interattivi che il bambino presenta nei primi mesi di vita. I teorici di questo modello pongono una forte enfasi sulla comunicazione affettiva che c'è tra il genitore e il bambino, sottolineando il contributo attivo di quest'ultimo nello strutturarsi della relazione e l'importante influenza delle esperienze interattive. Sia il genitore che il bambino sono considerati come parte di un sistema bidirezionale di comunicazione affettiva il cui funzionamento più o meno ottimale andrà ad influenzare gli esiti di sviluppo del bambino, determinando se e in che modo questo potrà raggiungere i propri obiettivi evolutivi e la qualità delle emozioni che sperimenterà nel corso delle interazioni con le proprie figure di riferimento.
Queste dinamiche sono caratterizzate da una grande quantità di aspetti come, ad esempio, la qualità degli affetti, la corrispondenza dell'espressione affettiva dei due partner, la prossimità e il movimento nello spazio, il ritmo e il tempo cui ciascuno dei due partner regola e mette in atto il proprio comportamento.
Un famosissimo esempio di ricerca col modello Infant Research è quello che Tronick fece nel 1989, chiamato “Still Face Experiment” (ti metto il link per il video dell’esperimento su Youtube, magari così è un po' più chiaro: Still Face Experiment: Dr. Edward Tronick - YouTube): mentre, in un contesto positivo tra una madre e il suo bambino, ci aspetteremmo che entrambi sperimentino piacere nello stare insieme e mostrino, quindi, affetti positivi, potrebbe, invece, succedere che ci siano situazioni di difficoltà da parte di uno dei due oppure di entrambi i partner: sperimentare situazioni di piacere condiviso (mancata corrispondenza negli stati affettivi), una posizione nello spazio meno favorevole per lo scambio (vicinanza o distanza eccessiva), difficoltà nel coordinare, a livello temporale, i propri comportamenti (interventi troppo frequenti e/o sostenuti soltanto da parte di uno dei due oppure, al contrario, assenza prolungata o totale di azioni).
I teorici dell’Infant Research sostengono come, già nella primissima infanzia, i bambini intervengano, in quanto agenti attivi, nel modulare ed influenzare l'andamento degli scambi interattivi con l'adulto, il quale, allo stesso tempo, svolge un ruolo importantissimo, cogliendo i segnali comunicativi del bambino e rispondendo in maniera adeguata. Possiamo, quindi, parlare di un vero e proprio sistema bidirezionale, dal momento che è la comunicazione affettiva di ciascuno dei due partner che influenza e modifica l'esperienza affettiva dell'altro.
Dobbiamo comunque tenere in considerazione che questa regolazione sarà determinata, in parte, da aspetti individuali e, dall'altra, da aspetti relativi all'interazione con l'altro in corso: da una parte, infatti, ciascun membro della diade sarà dotato di una serie di competenze auto regolatorie che gli consentiranno di regolare il proprio stato affettivo e il livello di attivazione sperimentato nell'interazione con l'altro (in questo caso, si parla di autoregolazione); dall'altra, la risposta di ciascun partner, caratterizzata da determinate caratteristiche emotive, spaziali e temporali, andrà, a sua volta, ad influenzare la possibilità del partner di regolare il proprio stato interno (in questo caso, si parla di regolazione interattiva).
Come abbiamo visto con l'esperimento dello Still Face, anche nelle situazioni ottimali la coordinazione non costituisce una costante nello scambio interattivo; possono verificarsi, infatti, scambi in cui le aspettative vengono in qualche modo violate per una mancata coordinazione o per la variazione improvvisa del tema dell'interazione, avendo così una cosiddetta “rottura interattiva”. Come si risolve la “rottura interattiva”? La si cerca di riparare attraverso il “lavoro di riparazione congiunto”: allora, facciamo un esempio dove lo scambio interattivo si sia protratto per un certo tot di tempo e il bambino abbia cominciato a manifestare segni di stanchezza, mostrandosi irrequieto, lamentandosi e non essendo, di conseguenza, più coinvolto né nel gioco né, tanto meno, nell’interazione. Da qui, abbiamo di fronte due diversi scenari:
- Da una parte, il genitore potrebbe rallentare il ritmo della stimolazione oppure cambiare del tutto il tema del gioco, in modo da mantenere il coinvolgimento del bambino all'interno dello scambio oppure rinnovare comunque il suo interesse.
- Dall'altra, il bambino potrebbe distogliere per un breve intervallo la propria attenzione dallo scambio interattivo e, successivamente, tornare di nuovo ad interagire con l'adulto.
Entrambi gli scenari hanno come risultato il raggiungimento di una regolazione funzionale dello stato effettivo del bambino, con la conseguente possibilità di portare avanti lo scambio interattivo. Se in un caso, però, tale risultato è favorito principalmente dal processo di regolazione interattivo genitore-bambino, nella seconda condizione, un ruolo fondamentale è svolto dalla messa in atto di comportamenti autoregolatori da parte del bambino nel corso dello scambio interattivo. L’autoregolazione e la regolazione si influenzano reciprocamente, visto che l’autoregolazione può funzionare solo se l'adulto, vedendo la stanchezza del piccolo, decide di “prendere una pausa” dall’interazione, modificandola e, di conseguenza, di rallentare la stimolazione o di arrestarla proprio.
Un secondo particolare aspetto che bisognerebbe analizzare è quello del fallimento dell'interazione adulto-bambino: fino ad un certo punto, il bambino, divertito e soddisfatto per come le cose sono andate sino a quel momento, indica un oggetto all'adulto, il quale, però, fraintende l'oggetto richiesto dal bambino e gli passa un altro oggetto. Fin qui tutto ok, no? Ora: a questo punto, il bambino potrebbe mostrarsi contrariato rispetto alla risposta dell'adulto e mettere in atto un nuovo tentativo, indicando di nuovo l'oggetto di interesse, ponendo magari maggiore enfasi. Il genitore, stavolta, potrebbe accorgersi del fraintendimento fatto e porgere l'oggetto di interesse al bambino, che finalmente potrà prenderlo, tornando di nuovo ad esibire un'espressione di compiacimento e soddisfazione.
Nonostante non sembri una buonissima cosa, il fatto che il genitore, attraverso il proprio comportamento, renda possibile al bambino sperimentare frequenti riparazioni interattive, gli consentirà di far fronte ai momenti di stress e di mantenere il proprio coinvolgimento col mondo esterno: a partire da tale esperienza, il bambino costruirà una rappresentazione delle proprie interazioni come positive e riparabili, una seconda rappresentazione di sé come affidabile e una terza come efficace nel contribuire alla riparazione. Nelle situazioni meno funzionali, il bambino sarà esposto agli affetti negativi e ai fallimenti prolungati, a scarse e/o inadeguate riparazioni interattive e ad un numero limitato di occasioni dove sarà effettivamente possibile una trasformazione degli affetti negativi in positivi. In questo caso, l'esperienza di fallimento interattivo, protratta o ripetuta nel tempo, l'assenza di riparazione e i persistenti aspetti negativi potranno avere come risultato quello di determinare, nel bambino, uno stile autodiretto, cioè focalizzato prevalentemente sulla autoregolazione, che avrà come conseguenza quella di limitare il suo coinvolgimento con gli oggetti e le interazioni con gli altri.
Per questo motivo, secondo i teorici dell’Infant Research, è fondamentale, ai fini dello sviluppo e in termini di funzione genitoriale, non tanto l'assenza di effetti negativi e di rotture interattive durante le interazioni quanto, piuttosto, la presenza costante e protratta nel tempo della possibilità di riparare queste rotture e di trasformare gli affetti negativi in affetti positivi.
Determinanti della genitorialità: il modello Belsky
Come abbiamo detto e ridetto precedentemente, la funzione genitoriale è una funzione complessa, determinata da diversi fattori che non si influenzano reciprocamente. Allo stesso tempo, è una funzione processuale, che si evolve nel corso del tempo, in funzione della storia relazionale, delle dinamiche individuali, relazionali, familiari e contestuali che la caratterizzano.
Diversi autori hanno cercato di realizzare dei modelli teorici e di ricerca volti a spiegare sia le diverse dinamiche che i numerosi fattori che intervengono nel determinare il funzionamento del parenting. Tra questi autori troviamo Janet Belsky (1984), che pensa che la possibilità di prendersi cura di qualcun altro è influenzata da diversi aspetti che hanno a che fare con:
- Le caratteristiche relative al genitore (in particolar modo la sua personalità)
- Le caratteristiche del bambino
- Le caratteristiche relative al contesto sociale in cui è inserita la relazione genitore-bambino
Secondo Belsky, la personalità dei genitori costituisce un ruolo centrale nel determinare le competenze genitoriali: le esperienze di cura ricevute nel corso del proprio sviluppo portano alla persona a creare una serie di idee ed aspettative su che cosa corrisponda un buon parenting. Si ritiene che un genitore particolarmente sintonizzato sui segnali del bambino, sul suo livello evolutivo e sui compiti richiesti da ciascuna specifica fase dello sviluppo sia in grado di promuovere, nel piccolo, una serie di esiti evolutivi molto positivi (sicurezza emotiva, maggiore indipendenza, migliori competenze sociali ed intellettive).
Per quanto riguarda la personalità del genitore, è probabile che comportamenti genitoriali sensibili vengano messi in atto da individui che sono in grado di assumere la prospettiva altrui, quindi di empatizzare con l'altro e di adottare, di conseguenza, un atteggiamento di sostegno verso il bambino. Dalle ricerche, è stato osservato come, in presenza di determinati quadri psicopatologici (ad esempio, la depressione post partum), i caregiver sembrino essere maggiormente propensi a mettere in atto comportamenti di parenting meno ottimali, caratterizzati da una maggior affettività negativa ed a maggiore difficoltà nel cogliere e, di conseguenza, rispondere adeguatamente ai segnali dei propri figli. Questo non vuol dire che ogni genitore neurodivergente abbia competenze di parenting compromesse.
Ogni bambino è diverso l'uno dall'altro a seconda di alcuni elementi, come, ad esempio, l’età, il genere, le condizioni fisiche, l'aspetto, il carattere, le abilità cognitive e tante altre caratteristiche personali. Diversi studi, infatti, hanno evidenziato come la presenza di tratti comportamentali difficili nel bambino risultino maggiormente associati a comportamenti di parenting meno ottimali. È possibile vedere il bambino come un agente che interviene (in modo attivo, ovviamente) nel determinare il proprio sviluppo, influenzando le pratiche di caregiving ed essendone, a sua volta, influenzato.
Un ultimo aspetto della relazione genitoriale che possiamo analizzare nel modello di Belsky è quello riguardante la relazione di coppia, intesa sia come coppia coniugale che come coppia co-genitoriale (prendendo in considerazione le modalità con cui i due genitori condividono e si sostengono nelle pratiche genitoriali dopo la nascita del piccolo). Di tale ipotesi, diversi dati nel campo della ricerca evidenziano come la nascita di un figlio costituisca un evento potenzialmente stressante, che richiede alla coppia di fronteggiare diversi cambiamenti sia a livello individuale che a livello comportamentale, così da soddisfare i bisogni del piccolo: la possibilità, per il partner, di poter beneficiare di un sostegno reciproco comporta l'effetto di moderare gli aspetti conflittuali all'interno della coppia, favorendo una buona stabilità relazionale e sostenendo le competenze genitoriali.
Infine, per avere un'idea più chiara e completa del modello di Belsky, bisogna tenere in considerazione...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, Docente Perrella, Libro consigliato "Psic…
-
Riassunto esame Psicodinamica della vita familiare, prof. Brustia, libro consigliato L'intersoggettività nella fami…
-
Riassunto esame Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, prof. Giani Gallino, libro consigliato Na…
-
Riassunto esame Psicologia dello sviluppo e della genitorialità, Prof. Costantini Alessandro, libro consigliato La …