L’invisibile educativo
Pedagogia, inconscio e fisica quantistica.
Prologo
1. Come un romanzo: Ratio mundi e Io pedagogico
Il “romanzo pedagogico” è il “romanzo” del senso storico e ontologico della pedagogia dalla sua
nascita a quella che forse appare essere una sua estinzione o che potrebbe essere la sua fine. È il
“romanzo” di ciò di cui l’uomo si è dotato intellettualmente e culturalmente per valorizzare la
formatività umana attraverso la pedagogia. L’obiettivo è quello di poter sradicare la pedagogia dalla
dimensione reificata in cui vive, restituirla alla sua naturale compenetrazione con la realtà dei bisogni
formativi e quindi riaffidarla all’intelligenza umana. Come ogni buon romanzo che si rispetti, ove in
sostanza non si fa altro che raccontare di accadimenti, di fenomeni umani che riguardano un Io o una
pluralità di Io, anche noi racconteremo di un Io un po’ particolare: l’Io pedagogico. Esso è costituito da
una struttura psichica intellettualmente organizzata, relativamente stabile e progressiva, che è destinata
alla rappresentazione formale del soggetto e alla relazione con gli altri soggetti sociali e con la realtà
umana e materiale in generale.
struttura concettuale tradizionalmente sovraordinata e non percepibile e
Sé pedagogico:
o comprensibile agli “occhi” intellettuali di chi l’osserva dall’esterno, stando fuori da esso.
Generale pedagogico: narrando il “generale pedagogico”, abbiamo raccontato noi stessi; e
o raccontando il nostro “particolare pedagogico”, pur essendo solo nostro, abbiamo raccontato un
modo di rappresentare il “generale degli altri”, che è espressione delle capacità e della forma del
nostro trascendere che disvela il nascosto e l’invisibile.
La razionalizzazione pedagogica: esprime una ben identificata Ragione educativa, è filiazione diretta
della filosofia Ratio “mater” del nostro mondo, ritenuta primaria e intrinseca all’esistenza umana.
Questa Ratio mundi, considerata ancestrale ed esistenziale, è artificiosamente composta da tante e
precise rationes seminales. Tale Ratio mundi contiene un ordo rationis di riferimento, si avvale
dell’esercizio della sua empirica Ragione intellettuale che nella nostra civiltà ha costituito il cosiddetto
sapere razionale di cui stabilisce i contenuti, l’assetto organico e organizzativo, il suo funzionamento e
le modalità di esprimere e significare sé stesso. È una Ragione che si distingue da altri saperi. Ragione
intellettuale che definisce e “rappresenta” la natura ontologica e la funzione sociale della realtà. Lo fa
attraverso una validazione esclusiva della conoscenza che è sottratta all’evidenza del sensibile che non
sia già stato razionalizzato e che non sia intellettualmente e consapevolmente percepito. Tale “visione
del mondo”, la Ratio mundi, è soltanto una delle tante “visioni del mondo” che l’homo sapiens ha
scelto e che avrebbe potuto anche non scegliere a favore di altre. La Ragione intellettuale, opera per
rendere coerente alla Ratio mundi l’organizzazione dei comportamenti umani, individuali e sociali.
Opera perfezionando e diffondendo una razionalità dominante quale alfabeto gnoseologico, prontuario
epistemologico. Kantianamente, la Ragione intellettuale è cosi posta sul gradino più alto delle facoltà e
delle strumentazioni conoscitive, poiché è essa che regola le procedure di un intelletto umano che non
ha le capacità di conoscere intuitivamente e di esplorare il mondo vario dell’ignoto e
dell’inconoscibilità, se non con la guida razionale della Ratio mundi dominante. E il mondo che la
Ragione intellettuale conosce è quello oggettivo che essa stessa dice di ordinare e regolare. Per
paradosso tautologico, con l’atto di conoscere la realtà oggettiva, razionale, che è quella che essa
stessa rappresenta, finisce per conoscere o riconoscere sé stessa. In tal modo si autovaluta e
autolegittima, si unicizza e diviene onnipotente e infallibile. La Ragione cosi si umanizza e l’uomo si 1
razionalizza. L’uomo non autonomizzandosi e non trovando vie alternative della conoscenza che lo
possano affrancare dal riduzionismo razionale, ha permesso e permette che le procedure fisse della
ragione intellettuale siano diventate naturali norme prescrittive e continuano ad essere, meglio a
passare come leggi naturali. La Ragione intellettuale, la razionalità intellettuale egemone nella
trisecolare era pedagogica è stata quella fondata sugli architravi del pensiero cartesiano e newtoniano.
Al primo appartengono le cognizioni relative a: “res cogitans e res extensa”; principio di causa ed
effetto; fondamento generale del sapere; regola dell’evidenza, chiarezza e distinzione; l’atto intuitivo
come atto della ragione; dall’analisi alla sintesi; sapere dell’esperienza sensibile e sapere razionale;
inscindibilità di pensiero e coscienza; dubbio metodico e verifica razionale; “penso, dunque sono”; la
volontà determina la conoscenza; il mondo è una macchina; mondo quantificato e matematizzato;
l’anima è pensiero razionale; la ragione fondamento della morale. Al secondo appartengono le
cognizioni relative a: rifiuto delle congetture metafisiche e di ciò che non è oggettivamente verificabile
e sperimentabile; semplicità e uniformità della natura; il principio di reciproca gravitazione; la legge di
gravitazione quale paradigma epistemologico per conoscere e descrivere i fenomeni della realtà
vivente e fisica; le leggi del moto, inerzia, cambiamento direzionale, uguaglianza della forza di
reazione alla forza dell’azione; concetto di spazio e di tempo. Con tale attrezzatura teoretica, la
“visione del mondo” si fa e ordina la sua “visione pedagogica” che è tratta dal concepimento
dell’uomo generale e dalla visione, cioè dalla immagine visiva che l’uomo ha di sé stesso e del mondo
che lo circonda. Come ci ha ricordato Cesare Rivoltella, la pedagogia è costituita da un pensiero che si
fonda su ciò che primariamente il nostro “cervello visivo” vede, elabora e lavora e che pone sul
piedistallo della conoscenza dell’uomo. Tutte le restanti operazioni cerebrali per le altre percezioni
sensoriali sono quasi a corredo di quella primaria, la visiva. Vedere diventa e significa sapere. Il sapere
si fonda su ciò che si vede. Ma non è un sapere automaticamente riflesso. È un sapere si vede
oggettivamente mediato da quanto necessario per renderlo coerente e integrato alle presunte migliori
proprietà e facoltà dell’uomo. Il percetto visivo, attraverso i canoni della razionalità, è sottoposto ad
un’individuazione e valutazione ontologica che tende ad adeguarlo al progetto pedagogico che è volto
a realizzare l’uomo ideale della “visione del mondo” egemone e dominante. L’oggettività percepita
viene ridotta ad indossare gli abiti della virtuosità umana concepita dalla Ratio mundi e dalla “visione”
culturale dell’uomo e della sua pedagogia, che è sempre antropologia pedagogica. La percezione
elaborata si fa modello teorico e viene restituita al fare concreto dell’educazione, così, educare
significherà insegnare a vedere e a riprodurre l’ornamento e i contenuti della visione, sviluppare
l’adattività del luogo e della relazione educativa, quindi l’adattabilità umana alla teleologia
pedagogica. In conclusione, la visione, il visto, il percepito visivo dà l’oggettività, l’esperienza del
reale. Il “cervello visivo”, che elabora e fa diventare mentale e poi culturale il percetto, offre alla prassi
pedagogica la teoria.
2. Coscienza e pulsione creativa
Innovative conoscenze attorno al fenomeno dell’educazione aprono impensate e impreviste frontiere
ontologiche ed epistemologiche. Adesso, ci sovviene incontro la giusta coscienza del nostro tempo
storico, che ci ha imposto di varcare il personale Rubicone, unico passo per farci vivificare da nuove e
“alimentari” conoscenze e abbandonare il rimuginino formale e convenzionale della pedagogia della
Ragione. Infatti, abbiamo rivelato a noi stessi la coscienza di possedere quel coraggio intellettuale per
dissentire e per formulare un pensiero divergente e forse anche degno di un pizzico di originale
interesse. Ad aiutarci è stato William James con ciò che scriveva intorno alle aspre e polemiche dispute
fra coloro che sostenevano “posizioni mistiche”, innovative e senza un cospicuo corredo di supporto
documentario, e fra coloro che rappresentavano “posizioni scientifiche”, accreditate e verificate. Cosi,
abbiamo deciso di cercare qualcosa che sta fuori dal perimetro della nostra scienza pedagogica e che
risulta a tanti scienziati credibile e reale, sempre descrivibile e dimostrabile. Ci siamo anche imposti,
come fanno tutti, di adottare il solo comandamento scientifico che garantisce il successo, il quale
impone di vedere e osservare solo quello che cerchiamo e allo stesso tempo di averne coscienza. Ciò 2
perché, se non “osserviamo” e non “analizziamo” il nostro oggetto di ricerca e aspettiamo che esso
venga a noi, non avremo mai una conoscenza. Cioè ci siamo messi a cercare i loro congegni reali per
darci nuove “credenze”, nuove idee sulla realtà a cui prestar fede, oltre le orbite tematiche della
tradizionale conoscenza pedagogica.
“Ciò che ora è provato un tempo fu soltanto immaginato”, diceva William Blake. È questo l’assunto
fenomenologico e romantico che muove la nostra audacia a “credere”, senza fideismo alcuno, in tante
scienze e non in una scienza che abbia una teoria precipua, segnatamente la nostra, la quale con
un’aggiunta vocazionale di tipo computazionale elabora un suo algoritmo pedagogico che diventa una
mera astrazione matematica senza una realtà ad essa coerente.
L’immaginazione precede ogni ricerca scientifica. Ed è un’immaginazione fortemente soggettiva, si
carica di personali vissuti intellettuali e scientifici, ma contemporaneamente radicata nel nostro humus
storico, culturale e umano in generale, quello a cui noi apparteniamo.
3. Piedi per terra ed essere nel mondo
Abbiamo bisogno di solcare campi nuovi, di seguire sentieri sconosciuti, di camminare per mondi
sconosciuti. Dobbiamo farlo abbandonando il perbenismo e il conformismo intellettuale senza temere
che in quello, che riteniamo oggi inconoscibile, ci si possa soltanto infangare. Quelle che sembrano,
senza conoscerle, melmose paludi educative o desertiche sabbie educative, regni dell’errore e del falso,
potrebbero essere altro, regni sedimentati di esistenze fatte di altre realtà, di miniere in cui poter
scavare e trovare, per attingere a piene mani alla conoscenza di ignote modalità di vita della natura
umana.
Liberata la nostra vita dai filtri schermati del nostro sottile e discreto, spesso inconfessabile
“ideologismo” razionalistico, potremmo invece felicemente sprofondare nella dimensione educativa
che vive appieno l’esperienza umana. Quanto finora espresso costituisce finalmente una produzione
che non tradisce i canoni riconoscitivi della ricerca più consolidata, sofisticata e accreditata, nel senso
che mostra coerenza metodologica. Tale operazione non è fondata sulla verifica dell’incidenza della
realtà educativa, ma sul grado di coerenza dell’applicazione delle norme valoriali. Essa non riesce a
produrre nella realtà educativa segnali d’innovazione coerenti ai bisogni reali. Di conseguenza non si
realizza la necessaria coerenza fra essa e la realtà educativa.
4. La pedagogia come enunciazione e realizzazione contemplativa di se stessa
La rappresentazione della pedagogia appare non globalmente reale. In tal modo sembra che essa sia
diventata una scienza delle “enunciazioni su se stessa” e non sulla realtà educativa. Questo è un
fenomeno che si lega all’emergere spontaneo e plurale dei bisogni educativi espressi dalle realtà
emergenti, dovute alla trasformazione delle forme di vita e a volta anche all’insorgenza di fenomeni
reali finora invisibili, che chiedono di essere sottoposto a pedagogizzazione per ottimare gli esiti. La
risposta che viene data si limita alla riproposizione del verbo consunto del riduzionismo
epistemologico, cioè quello di ricondurre sotto un unico ombrello teorico l’interpretazione prima e la
prassi pedagogica dopo. La pedagogia rischia un suo probabile fallimento perché è a corto di
conoscenza della realtà educativa che si palesa nella dimensione macroscopica. Non si rende conto che
l’educazione passa in maniera invisibile attraverso eventi e fenomeni reali che non sono percepibili
con le nostre facoltà sensoriali.
5. La pedagogia che rincorre la storia
Con il titolo dato al nostro libro, l’invisibile educativo, vogliamo sottolineare i gravi errori e i profondi
misconoscimenti in cui la pedagogia della ragione è inesorabilmente caduta e da cui non sembra potere
3
e volere prendere le distanze. La funzione metateorica assunta dalla pedagogia nell’organizzazione
della ricerca educativa è degenerata i una egemonizzazione pedagogica iper-teorica.
La pedagogia non percepisce, non domina l’universo educativo ma, gestisce quel poco che è in grado
di padroneggiare all’interno dei perimetri istituzionali. La pedagogia cosi come è oggi è debole e lo è
principalmente perche non conosce la realtà profonda dei fenomeni e dei bisogni educativi.
6. La pedagogia fra paradossi e ossimori
La pedagogia deve invertire la rotta e duplicare l’impegno diversificando il suo alimento conoscitivo.
Solo così potrà determinare futuro. La prima attività per riprendere il percorso scientifico è quella di
ridisegnare e rappresentare diversamente la realtà educativa. Senza conoscere il mare magnum
dell’invisibile educativo non si potrà mai muovere verso il futuro pedagogico fatto di coerenza e
simultaneità fenomenica, condizione indispensabile per pensare ad una pedagogia ispirata a realtà
educativa.
La pedagogia non riesce a precedere l’educazione: arriva sempre dopo perche le risposte pedagogiche
che elabora risultano incoerenti e superati perché la realtà educativa è già cambiata. Quindi la
pedagogia con la sua attuale strumentazione non può determinare l’educazione. Essa vive un
paradosso costante: è una scienza molto singolare, quasi strana. È una scienza pensata da pochi ma
praticata da tutti.
Inoltre, è un ossimoro costante: vive e opera producendo criticità e negatività che alimentano il
fatalismo distruttivo da un lato e dall’altro l’ottimismo educativo di cui non si può far a meno per
affrontare il futuro.
Capitolo primo
La pedagogia dalla nascita al declino
1. A declinare è l’educazione o è la pedagogia?
La pedagogia sta scivolando su un crinale pericoloso che mette a rischio la sua stessa esistenza,
rischiando proprio di scomparire, di divenire socialmente inutile.
L’educazione non soffre di esaurimento, ma attraversa una profonda trasformazione. Ha momenti di stasi
e di disfunzione solo quando la pedagogia non governa la stessa educazione coerentemente ai bisogni
reali della società.
Quindi l’educazione ospita e utilizza la pedagogia e la pedagogia si radica nell’educazione. L’una e latra
sembrano costituire un’unica cosa, malgrado esprimono due diverse dimensioni dell’esistenza: la
pedagogia, quale scienza dell’educazione, gestisce gli atti didattici e socialmente utili che sostanziano
educativamente il passaggio da uno stato all’altro della condizione umana, da uno stato di crisi ad un
altro.Per l’umanità quindi la pedagogia è stata ed è organo e fattore di gestione delle crisi esistenziali e
sociali. Ciò è indubitabile. Essa non è più organo e fattore quando essa stessa, come soggetto di
esperienza, come Io pedagogico vive la sua crisi, passa da una crisi ad un’altra ed è impegnata a superare
il succedersi di crisi. 4
L’educazione non è mai nata e non potrà mai finire, sparire, morire perché è connaturata all’essere
umano. È la verbalizzazione culturale ed empirica della fomatività umana che sostanzia la stessa esistenza
umana.
2. La pedagogia, la ricerca dell’identità e del suo canone
Di pedagogia italiana possiamo cominciare a parlare agli albori del diciannovesimo secolo, quando
a una letteratura educativa ha cominciato a far seguito una letteratura di parvenze pedagogiche.
Dopo unità e sino alla fine del secolo, si è entrati nella “fase prescientifica” della pedagogia. Ci
s’impegno a edificare anche la pedagogia per il neonato sistema scolastico. L’obiettivo non fu
raggiunto, ma malgrado ciò, sembrò affermarsi una pedagogia di chiaro stampo positivista. Questa
partiva da una base molteplice fatta di varie teorie e pensieri educativi che nella prima parte del
secolo, afferivano prevalentemente a due filoni storici e strutturali della cultura italiana, uno
cattolico e l’altro idealistico-ideologico.
3. Alle origini “educative” della pedagogia
Il canone pedagogico comincia ad apparire a delinearsi come necessità funzionale quando la pedagogia
muove i primi passi e sorge per finalizzare e realizzare socialmente l’educazione dell’era tardo
moderna e contemporanea. Da allora abbiamo un’idea di pedagogia che va crescendo man mano e
parallelamente allo sviluppo sociale fino a farsi disciplina, fino ad essere pedagogia, quell’insieme di
contributi “scientifici” da cui si ritaglia il canone corrispondente. L’educazione pensata ha potuto
esistere anche senza la pedagogia e con un canone implicito che ha corrisposto i valori umani e sociali.
Il discorso pedagogico prese vigore e si trasformò in prassi sociale con la parallela affermazione
dell’universalismo educativo. L’istruzione in breve la si volle raffigurare come la grande scala fatta dai
tanti gradini che si devono salire per l’elevazione sociale: il che rappresenterà il punto più alto del
feticismo scolastico, nonché esistenziale.
L’istanza educativa rivoluzionaria, fu possibile realizzarla quanto poterono esplodere la convergente
caratterizzazione e la sinergica funzionalizzazione di tre fenomeni collaterali:
1) con la nascita delle istituzioni educative pubbliche, le scuole per la diffusione dell’istruzione
popolare e la formazione di ruoli e delle classi sciali;
2) l’invenzione tipografica, l’affermazione della stampa e la creazione del libro di testo;
3) l’introduzione e la diffusione nel metodo normale che consentiva simultaneamente ad un numero
indefinito di scolari di ascoltare la medesima lezione e di ricevere simultaneamente la stessa istruzione.
Questi tre elementi permisero la progettualità dell’integrazione sociale e quindi la realizzazione
universale di una socializzazione ideologica e conformistica della soggettività umana.
Le istanze pedagogiche = espressioni energiche per dare funzionalità sociale all’educazione, in
particolare di quella delle classi abbienti e destinate ad essere quelle dirigenti di un mondo che si era
allargato con le scoperte geografiche. Con esse e in ragione delle opportunità economiche, sociali e
interculturali da esse innescate, il mondo, meglio l’essere nel mondo, si era diversificato.
Esperienze pre-pedagogiche= armamentario su cui saranno elaborati e poi edificati i dispositivi
educativi all’interno dei diversificati e nuovi luoghi d’istruzione, le scuole, dei nuovi soggetti utenti e
delle istituzioni pubbliche ove prenderanno a svolgersi i processi di socializzazione educativa,
variamente articolati per età e per censo.
4. Istruzione e integrazione
La pedagogia nasce anche perché si afferma come pensiero dell’inclusione e dell’integrazione.
L’inclusione si potrà realizzare con la prassi progettuale e concreta dell’integrazione etico-culturale, 5
attraverso l’istruire, che soltanto la scuola può garantire. La pedagogia si è fatta scienza
dell’integrazione ed è stata tale per portare a compimento i grandi e strutturali processi d’inclusione
sociale senza i quali non si sarebbe potuta radicare la contemporanea civiltà occidentale.
L’integrazione arricchisce la dimensione culturale dei popoli e dei processi di emancipazione umana e
per realizzare l’integrazione sociale. Essa è parola che s’inscrive nella parola “educazione”, che la
contiene e che le offre l’opportunità di essere essenziale e decisiva per l’affermazione del benessere
civile e della liberazione umana.
5. La pedagogia come scienza del sistema educativo
L’istruzione diviene cosi un bene e un servizio sociale senza i quali il processo di civilizzazione appare
arduo a realizzarsi. Per tale motivo, in Italia, si avvia una storia dell’istruzione educativa a gestione
pedagogica. Essa diviene anche funzione precipua dei meccanismi di riproduzione e di potenziamento
economico della nuova società. Per questo motivo necessità di un luogo suo specifico ove poter
espletare i propri compiti sociali. Il luogo dell’istruzione non può più essere costituito dai tanti luoghi
informi e informali dell’educazione tradizionale, meglio delle tante educazioni, socialmente
caratterizzate, pedagogicamente connotate dai contenuti valoriali delle identità etiche dei rispettivi
strati e ordini sociali di appartenenza. Vale a dire che l’istruzione, mentre avoca o tende ad avocare a
sé tutti i compiti educativi e formativi della società, cerca di comprendere e dominare gli stessi
attraverso un’istituzione specifica, che è appunto la scuola. È la scuola che deve controllare e gestire
l’istruzione e l’educazione, è essa che ne stabilisce i perimetri e i contenuti. Questi, essendo ora non
solo fonti di valori e di assimilazione di modelli di vita, ma anche di nozioni cognitive per pensare e
per fare, impongono che sia la scuola, come organo centrale di intelligenza pedagogica, a organiz
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