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Pedagogia generale e sociale

Sin dalla storia il pedagogo era una figura che gestiva il bambino. Non era un educatore colto, piuttosto uno schiavo che svolgeva prettamente le funzioni maschili in sostituzione del padre che spesso era lontano da casa. Nell'ultimo secolo la pedagogia è diventata una scienza che si occupa del bambino, ma anche dell'adolescente e di tutte le tappe della vita.

Antonio Banfi e il concetto di antidogmatismo

Antonio Banfi (un importante filosofo milanese del 1900) rimette in discussione l'intero pensiero metafisico che era stato sostenuto da tutta la filosofia fino a quel momento e sostiene il concetto di antidogmatismo.

Maria Grazia Contini e il problematicismo pedagogico

Maria Grazia Contini è stata l'ultima e la più stretta lavoratrice di Bertin. “Costruire l'esistenza”. Ha ampliato l'identità del problematicismo pedagogico. Interpretazione interpersonale. Ha anticipato studi sulla resilienza e la ricerca sulla pedagogia delle emozioni. Dopo la pensione ha iniziato ad ideare documentari come “Non più piccoli, non ancora grandi” e “Novemesi dopo”.

Filosofia dell'educazione

Filosofia dell'educazione: fenomenologia dell'esperienza educativa vista nel momento della sua universalità (ossia c'è un continuo ampliamento del campo di indagine). Per Banfi, così come lo era stato per Kant, il fenomeno non è ciò che appare, ma un'espressione dell'idea, della teoria, del pensiero critico. La nostra conoscenza non si limita a vedere la realtà perché è inconoscibile, ma abbiamo una mente attiva che interpreta il mondo o si trova a conoscerlo. Essendo il noumeno (la realtà) non conoscibile, la conoscenza è sempre un atto di interpretazione. Conoscere è modificare.

Noi non possiamo ignorare la realtà (come molti sostengono) visto che questa dunque non si può conoscere oggettivamente perché in verità questa esiste e noi dobbiamo farne esperienza per conoscere sempre di più anche se mai potremmo trovare una verità assoluta. L'esistenza del Noumeno è il fondamento della libertà perché consente alla conoscenza dell'uomo di non esaurirsi mai. Dunque la filosofia dell'educazione studia le realtà che cambiano a seconda dei contesti.

La pedagogia come fenomenologia dell'espressione educativa

La pedagogia è una fenomenologia dell'espressione educativa vista nei singoli contesti dell'educazione. Il pedagogo differisce dal filosofo dell'educazione solo perché il primo agisce in una realtà più circoscritta. Banfi ci dice anche che in tutto è necessario essere antidogmatici e dunque pensare ad una realtà ambivalente perché tutto ha due facce. L'ambivalenza è il principio base dell'antidogmatismo e del senso critico. L'esperienza è problematica, nel senso che ci pone sempre davanti a dei problemi che dobbiamo non per forza affrontare ma sicuramente considerare.

L'importanza del gioco ludico

Il gioco ludico è importante per lo sviluppo di attività cognitive di un bambino? Tenderemmo a pensare di sì e può essere anche corretto, ma non possiamo prescindere dall'esistenza di giochi che possono essere anche pericolosi come i videogames. L'istituto per la Clinica dei Legami ha suggerito delle modalità per aiutare i ragazzi dipendenti dal gioco che si basano principalmente sulle relazioni al fine di sganciare i giovani dai monitor e renderli capaci di essere individui sociali. Capiamo dunque come per alcuni questi tipi di giochi possano creare forti disagi, ma non possiamo non ammettere che ci sono solo lati negativi perché nascondono sicuramente anche delle potenzialità.

Analizzare la realtà e lo sviluppo

Analizzare la realtà vuol dire anche cogliere lo sviluppo.

  • I bambini devono dormire da soli?

Da una parte è impossibile non considerare la visione del genitore occidentale che tende a voler da subito “indipendizzare il figlio” o anche banalmente della fatica dei genitori nel star dietro ai pianti del figlio che li tiene svegli quando l'unico loro desiderio è quello di dormire. Ma dall'altra non possiamo nemmeno pretendere che un neonato sia in grado di fare tutto subito. Non possiamo scordarci che il bambino ha appena subito il trauma del parto che lo ha buttato dentro ad un mondo enorme che non conosce minimamente. In più adesso si trova distaccato dal corpo materno in cui ha vissuto per nove mesi. Adesso non capisce perché a volte gli è vicino e altre volte non c'è.

Allora è sbagliato lasciare piangere il bambino sperando che smetta e dormire indifferenti, è sbagliato non considerarlo. Il bambino ha una figura di attaccamento primario che di solito è la madre perché con lei crea un legame corporeo, dunque per lui può solo essere traumatizzante essere lasciato da solo di notte. Quello che dobbiamo fare è fissarci un obiettivo (che in questo caso è far dormire il bambino da solo) e accompagnarlo nella realizzazione di esso con pazienza. Il bambino deve creare un contatto con il proprio ambiente, con la sua camera, con ciò che è suo ma non va mai abbandonato prima che abbia acquisito le conoscenze necessarie per farlo.

Un'altra cosa importante è quella di distinguere i gesti necessari che sono funzionali al processo di crescita e quelli disfunzionali e dannosi che spesso rispondono più ad un'esigenza dell'adulto. Come dicevamo prima però la pedagogia è estremamente circoscritta ad un contesto. Infatti in altre culture la crescita del bambino può essere affrontata anche in maniera molto diversa che non necessariamente è sbagliata.

Nel testo “I figli del sogno” Bruno Bettelheim parla dei kibbutz, ossia delle comunità in cui i bambini una volta compiuti di 6 mesi venivano mandati dalle famiglie con un'unica tutrice a sorvegliarli. In questo caso la figura di attaccamento diventava spesso il compagno con cui il bimbo dormiva.

Il ruolo del pedagogo

Il pedagogo deve:

  • Favorire le interazioni tra bambini
  • Filtrare le esperienze anche quelle ludiche sennò non sono educative
  • Autocorrezione: il bambino non deve temere l'errore, anzi deve essere fiero di averlo individuato perché se non c'è errore non c'è apprendimento

Il pedagogista deve tenere di conto del contesto culturale e ambientale in cui insegna. Tenere di conto dei soggetti con cui si sta lavorando e di conseguenza adattarsi alla situazione che si trova di fronte anche a scapito delle sue convinzioni al fine di trovare una mediazione corretta. Essere filosofi dell'educazione significa anche astrarsi dal proprio territorio di riferimento per confrontarsi con situazioni radicalmente differenti ed adattarsi. Significa uscire dal proprio contesto, dalla propria classe sociale ed essere disponibile ad aprire il proprio campo d'indagine. Per farlo devo acquisire 3 competenze di base (comunicative, educative, relazionali).

Competenza comunicativa

Gli studiosi Watzlawick, Beavin, Jackson hanno una formazione scientifica eterogenea ma tutti e tre approdano ad un intervento psichiatrico e psicopatico. Infatti il loro libro necessita di molte revisioni per poterlo adattare anche alla pedagogia. Importanza di osservare i contesti, le comunicazioni, le relazioni perché quando osserviamo rischiamo di essere un po’ spontaneistici. Cioè rimaniamo colpiti da alcuni elementi che ci stimolano maggiormente, che attirano più la nostra attenzione piuttosto che da altri che eppure sono comunque presenti. Questo non è affatto oggettivo. I tre ci offrono il modello della ridondanza (ossia un'informazione che torna più volte, che si ripete anche più del necessario). Secondo questo modello possiamo capire cosa accade in un contesto anche senza comunicazioni verbali, anche senza che nessuno ce lo spieghi a parole.

Esempio della partita a scacchi: due giocatori parlano una lingua, e un osservatore che parla un'altra lingua e non conosce il gioco degli scacchi. Lui può solo osservare concentrandosi molto e cominciando quindi a capire perché secondo il principio alcuni momenti vengono ripetuti all'infinito. Questo è importante perché a parole si può anche mentire o avere diversi punti di vista, noi invece dobbiamo capire le vere ragione di quei comportamenti. Dobbiamo vedere come vengono modulate le relazioni, dobbiamo cercare di vedere il maggior numero di comportamenti ricorrenti in quell'ambiente. Per osservare un contesto dobbiamo poter osservare un insieme di comportamenti che non sono facilmente visibili (bisogna tagliare l'erba di Laurence con gli anatroccoli). Ci sono elementi che necessitano di uno sguardo più attento come ad esempio il fenomeno del bullismo. Ma la ridondanza non è sempre esauriente perché spesso quello che vediamo non è più sufficiente, a volte abbiamo bisogno di andare oltre, di metterci le mani. Possiamo dire che in teoria è sufficiente, ma in pratica è impossibile e lo è anche quando si tratta del passato. Non possiamo risalire ad eventi passati che hanno influenzato quelle persone ad agire in un determinato modo in quel contesto. Allora devo integrare questa tecnica con altre modalità come il dialogo.

Un altro aspetto importante è quello del giudizio perché finché si giudica non si capisce nulla e diventiamo in parte causa del problema, se si osserva invece conosciamo anche il contesto e rimettiamo anche in discussione i nostri comportamenti. Ricordiamoci che il bambino è un Noumeno, i nostri giudizi sono provvisori, dunque questo non è il nostro compito, piuttosto dobbiamo conoscerlo e sostenerlo. Allora dobbiamo aggiungere altri metodi per colmare i vuoti della ridondanza. Secondo Watzlawick, Beavin, Jackson i nostri comportamenti sono regolati da assiomi (enunciato inconfutabile che non ha bisogno di essere dimostrato, principio di auto-evidenza). Quando parliamo di comunicazioni e relazioni ci sono degli elementi che comprendiamo come assiomi, ma è piuttosto difficile.

Assiomi della comunicazione

  1. “È impossibile non comunicare”, perché anche il silenzio è comunicazione, la scelta di comunicare o meno veicola necessariamente un messaggio. Poi ovviamente il silenzio può avere diversi significati, ma il primo assioma fondamentalmente ci dice che dobbiamo porre attenzione su tutti i sistemi comunicativi perché noi esprimiamo sempre qualcosa anche quando non lo facciamo con intenzione. Noi siamo sistemi aperti perché siamo gettati in un universo di relazioni e di comunicazioni per cui ci è impossibile isolarci e diventare sistemi chiusi.

La comunicazione

La comunicazione umana avviene verbale (parole, numeri, le note musicali, insomma i simboli) e non verbale (gesti, linguaggio del corpo, le espressioni facciali, la postura, lo sguardo, la prossemica ossia la vicinanza, il tono di voce, l'abbigliamento, il contesto). La prima invia un messaggio di contenuto, la seconda un messaggio di relazione.

  1. (Secondo assioma - “Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione”)

La comunicazione non verbale è molto importante, forse più di quella verbale, ma non è facilmente comprensibile, è ambigua perché veniamo tutti da esperienze diverse, dunque non provoca in tutti le stesse reazioni. I messaggi di relazione sono da esplicitare, sono da chiarire, perché per tutti hanno un significato diverso. Quella verbale invece è chiara, è diretta, veicola messaggi precisi. Anche se a volte possiamo dare significati diversi alle stesse parole.

Con la comunicazione non verbale possiamo inviare tre diversi messaggi:

  • Conferma: abbiamo bisogno di conferme per la nostra autostima, per crescere, per sentirci a nostro agio. Ma la conferma è raramente (nelle relazioni quotidiane) pura ed incondizionata. Difatti, per essere tale, la conferma necessita di una soglia di distanziamento emotivo che non renda eccessivo il coinvolgimento (perché non dobbiamo dipendere dalla reazione del nostro interlocutore), ma che non lo azzeri neppure perché non si sfoci nell’indifferenza. Dunque i messaggi di conferma risultano tanto più probabili quanto meno nascono da una posizione di dipendenza disfunzionale della relazione con l’altro e quanto più possono esprimersi liberamente. Ma non necessitiamo di sole conferme.
  • Rifiuto o negazione: non possiamo educare senza esprimere anche dei messaggi di rifiuto o negazione. Il rifiuto non mette in discussione la stima ed il riconoscimento verso l'altro, ma invita l'altro a rimettersi un po' in discussione. Come si insegna ad un bambino se non si esprime anche quello che non si può fare? Il rifiuto va visto come variazione della conferma. Piuttosto quello che dobbiamo distinguere sono:
    • Rifiuti necessari: è accettabile se vengono compresi e a volte farli capire è molto difficile. È difficile far capire ad un bambino piccolo che non ha ancora il senso del pericolo che qualcosa non si fa. Nell'adolescenza invece è proprio il pericolo che spinge il ragazzo ad avere dei comportamenti indecenti. Perché a volte gli educatori ed i genitori sono così tolleranti di fronte a dei comportamenti sbagliati? Spesso vogliono la fiducia del ragazzino, spesso si vergognano, a volte si sentono in difficoltà nell'essere autorevoli perché vengono meno quei momenti di complicità.
    • Rifiuti elettivi invece non sono necessari. Corrispondono a precise scelte che rispecchiano gli stili di vita e le priorità del genitore o educatore ma non sono sempre necessari. È una scelta personale, una preferenza ma dal bambino viene vissuto come necessario. I genitori e gli insegnanti sono così preoccupati dal dover insegnare la loro personalità ed il loro modo di vivere che anche quelli elettivi vengono divulgati con la stessa potenza di quelli necessari. A questo punto all'allievo il rifiuto risulta come un atto di arbitrarietà dell'adulto. Esempio: una maestra decide che è sbagliato correggere gli errori dei bambini in modo da non demotivarli, dunque lei applica questo nelle sue lezioni. Un’altra maestra invece dice che per formare bene un bambino è necessario correggere ogni errore così che non lo compia nuovamente anche se si rischia che viva l’errore in maniera stressante e negativa, dunque lei applicherà ciò. Gli allievi dovranno adeguarsi a questi metodi che sono estremamente personali come se fossero delle regole necessariamente da seguire.
  • Disconferma: (1 ostacolo della comunicazione) messaggio negativo e problematico, disturbato e pericoloso. Tu non esisti. Sei qua ma non meriti di esserci. Disconoscimento della personalità dell'altro. L'ignorare. Se il rifiuto negazione è circoscritto e prevede comunque una base di stima difatti si pone come consiglio costruttivo necessario da esprimere per intervenire positivamente nella formazione, la disconferma al contrario non prevede nulla che susciti stima, simpatia. “Bambini trasparenti”. Non ci sono feedback, interazioni e allora significa “io non sono qua per te”. Allora perché disconfermiamo? Perché una situazione ci mette in difficoltà, ci crea disagio. Quando siamo lontani dalle nostre competenze, dalla nostra formazione. La prima cosa da fare allora è ammettere che in quella situazione non siamo capaci. Confrontarsi con una situazione nuova. Costruzione della professionalità che è sempre in itinere
    1. Ammettere la nostra incapacità, superare la resistenza personale
    2. Ricerca di aiuto di qualcuno che nel contesto ha già avuto esperienze del genere che può sostenermi.

    Spesso in realtà lo neghiamo sia a noi stessi che agli altri, finendo per nascondere la disconferma attraverso:

    • Pseudo conferme (veicoliamo messaggi positivi per rassicurare l'altro anche quando non è fondato finendo quindi per accantonare situazioni che si sarebbero potute risolvere per tempo senza complicazioni. Esempio: dislessia). Le conferme autentiche sono ad personam non ce n'è una che non sia accompagnata dal rifiuto. Quindi la pseudo conferma è una reazione di comodo.
    • Pseudo rifiuti (è un po' meno di comodo e un po' più impegnativo. Il rifiuto diventa pseudo rifiuto quando c'è una reazione che è un po' squalificante che si trasforma poi in comportamento di accanimento perché rimane un problema irrisolto. Comportamento di falsa conferma con rabbia, rancore, pro...)

Il modello di riferimento per formare un insegnante competente secondo Bachelard è quello scientifico: ogni scienziato infatti si confronta quotidianamente con il rischio e le potenzialità dell’errore, permane in una posizione di continua apertura all’apprendimento e alla revisione dei propri punti di vista. Dunque per diventare insegnanti bisogna in qualche modo rimanere allievi. Ovviamente è necessario specificare che nessun insegnante può rimanere completamente neutrale e privo di un proprio orientamento educativo, ma è fondamentale che abbia consapevolezza della relatività dei messaggi di rifiuto che veicola. In questo modo (considerando l’esempio delle due maestre sopra riportato) è possibile che le due insegnanti riconoscano che anche l’altro metodo possa avere una sua validità e questo facilita l’individuazione di pregi e limiti di entrambi gli approcci. Così si abbatte quel dualismo iniziale, creando una sorta di terzo metodo più ampio e complesso dei precedenti. In questo senso la chiave di volta potrebbe essere quella indicata dalla Montessori che dice che il bambino deve autocorreggersi prima di essere corretto. L'adulto deve esserci come stimolo perché è lui che può individuare l'errore. — rileggere il testo con lui e lasciargli capire se il suono corrisponde a ciò che scrive. Il bambino sperimenta la gratificazione di aver riconosciuto l'errore e non lo interpreta più come una sconfitta.

Noi dobbiamo sbagliare per apprendere. L'apprendimento intelligente è quello attivo, quello che fa esperienza dell'errore, così posso ragionare su ciò che non ha funzionato e metto in atto un processo di elaborazione cognitiva.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessiacrocini2 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Fabbri Maurizio.
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