Pedagogia generale e sociale: educare nelle periferie
Introduzione
Valido per il secondo parziale in data 10/12/2022
Descrivere: vite di periferia
Roma
Ragionare sulle condizioni delle periferie significa attraversare la storia di una nazione, per comprendere come i grandi eventi e gli stravolgimenti politici, economici, culturali e sociali hanno mano a mano determinato, costruito e distrutto interi panorami urbani ed esistenziali. Già a partire dall'ultimo ventennio del diciannovesimo secolo, si assiste nella Capitale a un processo di diversificazione spaziale e residenziale in funzione del ceto sociale e del grado di inserimento nel tessuto produttivo.
Dal 1930 al 1937 vengono edificate nell'Agro Romano, ancora più lontane dal centro e al di fuori del Piano regolatore, le cosiddette borgate ufficiali, insediamenti di edilizia popolare di scarsa qualità pianificati dal Governatorato di Roma e dall'allora Istituto Fascista Autonomo Case Popolari. Accanto agli sgombrati dal centro, confluiscono nelle borgate gli immigrati meridionali, accomunati dalla misera condizione e da una sorta di pessimistico fatalismo che ne amplifica il disagio. Le case popolari sono baracche in muratura costituite da una sola stanza per famiglia, prive di cucina, acqua, luce e gabinetti, mentre le strade non sono asfaltate e non dispongono di fognature e illuminazione pubblica.
Nelle periferie di metà anni Settanta, Pier Paolo Pasolini riesce a cogliere i segni di quel profondo disagio che, con manifestazioni uguali e diverse, caratterizzerà l'esistenza anche delle generazioni successive, sino ai giorni nostri. L'asservimento al consumismo, il semplificatorio individualismo che impone il conseguimento del successo a tutti i costi, lo stigma percepito e sofferto, la violenza, l'aggressività, un nichilismo, deprivato della dimensione della complessità, che preclude orizzonti di progettualità e razionale utopia, la legge del branco, talvolta quella del gruppo, l'isolamento, le ristrettezze economiche, l'ignoranza, la sfiducia nei confronti della politica, la criminalità.
Napoli
Marcello D'Orta decide di iniziare un progetto di denuncia a Napoli, prendendo in esame pagine e pagine di temi svolti in classe dai bambini. Dai temi dei bambini e dei ragazzini della periferia napoletana trapela il nesso che lega il degrado di tipo architettonico a quello urbano, che si impone spaventoso attraverso le forme minacciose e tristi dei grandi palazzoni, gli insopportabili odori dei rifiuti organici malamente gestiti, la mancanza di qualsivoglia accenno alla dimensione del bello nell'arredo del quartiere, con le conseguenti implicazioni di tipo sociale, relazionale e comunitario.
I bambini denunciano che in siffatti quartieri «quando si arriva, non si sa che fare»; in assenza di giardinetti, piazzette, luoghi preposti all'incontro e alla sana socialità, non si sa come passare il tempo, come allietare giornate lunghe e vuote. Addirittura, può succedere che pure mettersi al sicuro possa risultare complicato, a meno che non si scelga di rimanere chiusi in casa: “Il mio quartiere è facilissimo a descriverlo: non c'è niente. È il deserto totale, perché uno, se si affaccia per vedere qualcosa, è capace che ti acchiappi una pallottola in fronte, oppure vedi uno che spaccia”.
In certi contesti sociali e familiari, fatica a farsi largo la concezione dell'imprescindibile valore educativo, formativo ed emancipatorio della frequenza scolastica. La scuola viene considerata una sorta di parcheggio per figli che non si sanno dove collocare, oppure una noia, un obbligo imposto per legge che sottrae risorse all'economia domestica, uno «stare a spasso» che non porta risultati e non s'addice a chi, ancora in tenera età, sarebbe già tenuto a essere un uomo.
Emerge dai temi dei bambini e dei preadolescenti raccolti e selezionati dal maestro D'Orta una sorta di rassegnata e fatalistica assuefazione alla violenza e alla criminalità. La camorra, la droga, la delinquenza, le uccisioni, le prevaricazioni sono percepite come elementi costitutivi del paesaggio antropologico delle periferie napoletane; disavventure in cui si è incorsi in prima persona e racconti recepiti in modo indiretto da parenti, amici e conoscenti portano a normalizzare l'eventualità che “a Napoli si può morire pure parlando sotto a un portone”.
Palermo
Nella prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso, Brancaccio è stato epicentro della mattanza scatenata dalla nuova strategia mafiosa di snidare i nemici attraverso le vendette trasversali, le uccisioni di amici e parenti, ma anche gli incendi nelle fabbriche e le bombe collocate presso luoghi dall'indubitabile significato simbolico, come può esserlo un commissariato di polizia nel giorno della sua inaugurazione. Placatasi l'infuriata tempesta, tra i palazzoni di squallida edilizia popolare, affollati da un'umanità povera, in molti casi sfrattata dai pericolanti catoi del centro storico, ma comunque priva dell'ardore necessario per opporsi a tutta quella soffocante bruttezza, sono rimasti spavento e omertà, assieme all'ossessione che a ogni latitudine caratterizza i marginali: «far soldi, con ogni mezzo, arraffare, accumulare, scialare».
Don Giuseppe Puglisi era nato in quel quartiere, nel 1937, e lì era cresciuto, salvo poi esercitare la missione del parroco in altre zone della città e della provincia. A Brancaccio l'ambiente è disomogeneo e la presenza della mafia è soltanto uno dei problemi. Certo non il minore, ma per molti la vera preoccupazione è riuscire a mangiare ogni giorno.
È una terra di nessuno: i bambini vivono in strada. E dalla strada imparano solo le lezioni della delinquenza: scippi, furti... Ma anche la microcriminalità a Brancaccio deve rispettare certe regole. Tutto deve essere fatto “con il permesso di...”.
Qui la povertà è anche culturale: molti non hanno conseguito neppure la licenza elementare. Come parrocchia abbiamo cercato di fare dei corsi per questi analfabeti, ma certo il nostro sforzo non è sufficiente. C'è inoltre povertà anche dal punto di vista morale. In molte famiglie non ci sono principi etici stabili, ma tutto viene valutato sul momento, in base alla necessità.
Parigi, Marsiglia e altri sobborghi
La parola banlieue viene introdotta nel secondo Dopoguerra per indicare le aree periferiche che circondano le città, nelle quali, a partire dal 1969, durante la presidenza di Georges Pompidou, vengono edificate abitazioni ad affitto moderato destinate non solo alla classe operaia, ma anche al ceto medio, con l'intento di perseguire un progetto di gestione dello spazio urbano che si voleva funzionale all'agio di individui, famiglie e comunità; tuttavia, quello stesso termine, se interpretato partendo dall'eccezione di "ban" come "bando", assume il sinistro e profetico significato di "luogo del bando", in cui vengono ammassati gli individui più poveri, marginali e pericolosi.
Dalla metà degli anni Settanta, i cittadini piccolo borghesi progressivamente cominciano ad abbandonare queste aree, sempre più popolate da soggetti in condizioni di marginalità economica e sociale e da famiglie di immigrati provenienti dai centri storici in degrado e da bidonville ancora più periferiche. In quegli stessi anni, cominciano a comparire sulla scena pubblica, assumendo in breve tempo forte visibilità, i figli degli immigrati provenienti dalle ex colonie, le seconde generazioni nate in Francia e lì cresciute, perseguendo prospettive e rivendicazioni ben diverse da quelle dei genitori.
I ragazzi delle banlieue sentono lontane e disinteressate le istituzioni e la società civile; forte è per loro il rischio di rifugiarsi in chiusure, condotte devianti ed estremizzate mitizzazioni identitarie, talvolta a sfondo religioso, ricollegabili a come si immaginano le realtà dei paesi di provenienza dei padri, in aperto contrasto con la Francia e l'Occidente. Sommosse e rivolte nelle periferie francesi hanno punteggiato il fluire dei decenni, dai primi episodi accaduti nei sobborghi di Lione nel 1979 fino ai giorni nostri, accompagnate da un processo di progressiva esacerbazione di attriti, rivendicazioni, xenofobia e razzismo che ha sancito la sostanziale sconfitta della politica nazionale nell’affrontare le problematiche delle banlieue.
Glasgow
Glasgow è una città che sorride e trasmette energia, nel suo centro pullulante di vita, dove la modernità si compenetra con il sapore antico delle tradizioni mai ripudiate. Eppure, nei quartieri periferici, suggestioni, emozioni e panorami cambiano radicalmente. Il sorriso di Glasgow si fa crudamente beffardo, mentre l'effetto che suscita il trovarsi in quei luoghi si capovolge.
Il Glasgow smile e il Glasgow effect costituiscono fenomeni affrontati da numerosi studiosi, secondo approcci disciplinari e metodologici eterogenei, che ancora non hanno esaurito l'enigmatico fascino intrinseco alla loro sostanziale impossibilità di essere risolti e compresi appieno. Sono fenomeni all'apparenza separati, indipendenti l'uno dall'altro, ma riconducibili ad alcune uniche radici. Lo smile qui considerato non sortisce e non è prodotto dall'effect che ora ci apprestiamo a indagare, eppure vi sono dinamiche che in entrambi fluiscono in modo più o meno sommerso, e che riguardano in prima istanza cosa...
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