Libro pedagogia
Messaggi di relazione nell’esperienza educativa
L’incontro e il volto dell’altro: individualizzare in direzione di terziarietà
Le attenzioni ricevute sin dalla più tenera infanzia hanno filtrato il nostro sguardo sul mondo e orientato il processo di crescita, sviluppo, formazione e apprendimento che ne è conseguito. Come dimenticare il senso profondo di condivisione e appartenenza a un'unica realtà? E come non rielaborare invece il senso di solitudine che altre relazioni ci hanno lasciato, le tensioni che si portavano dietro? L’uno e l'altro mondo hanno modellato la nostra esperienza e personalità, depositandovi emozioni spesso imperscrutabili: nel bene e nel male sono divenuti parte integrante della nostra storia personale, più intima e segreta e a volte oscura persino a noi stessi. Oscura perché molte di quelle esperienze si perdono e ne tratteniamo solo ricordi sbiaditi.
È difficile educare qualcuno senza rinunciare a qualcun altro o a qualcos'altro. Il buon educatore cerca di condividere la fatica di crescere, assumendo una parte su di sé. Si può condividere la fatica con tutti? Con alcuni siamo troppo coinvolti nel bene o nel male, con altri la molla del coinvolgimento non scatta e in un caso o nell'altro le nostre capacità di riconoscimento risultano divise, se non pregiudicate. Educare significa innanzitutto guardarsi negli occhi e negli occhi dell'altro è possibile perdersi oppure ritrovarti, sentirsi riconosciuti o scoprirsi stranieri a se stessi.
Kierkegaard diceva che il peggior peccato è l'indifferenza, chi non ha assaggiato l'amaro sapore di indifferenza da parte di persone amate e desiderate? A volte purtroppo, da queste persone dipendeva la nostra stessa vita, la cura di bisogni fondamentali quali l'apprendimento, il conseguimento delle autonomie, gli scambi affettivi ed emozionali. L'indifferenza di un educatore, perpetrata per anni nei confronti di un bambino o di un adolescente, può costituire il peccato dei peccati: opporre distanza a chi esprime un bisogno fisiologico di prossimità significa rifiutargli quella cura che gli è dovuta. È possibile garantire a tutti il medesimo livello di prossimità e vicinanza?
L'educazione si declina come gioco di relazioni e identificazioni tra genitori e figli, tra insegnanti e allievi, e mette in gioco dinamiche più sottili e complesse, che individualizzano l'esperienza educativa e la diversificano, a partire dai soggetti coinvolti. Se ci si limita a dare a tutti la stessa cosa, non solo si fallisce, poiché se finisci per dare a ciascuno cose diverse, che confermano disparità iniziali, ma si perde anche la capacità di percepire il volto. Il volto chiama in causa l'unicità, e ciò che rende unici non è quel che si possiede, ma la dinamica di profonda implicazione per cui, all'interno dell'esperienza educativa ciascuno si sente interpellato e chiamato in causa dalle ragioni, stimoli e situazioni differenti.
Tutti gli apprendimenti e le corrispondenti situazioni di vita hanno il medesimo valore per tutti gli allievi. Le dimensioni di unicità della relazione educativa vengono talvolta vissute come disagio, come qualcosa di segreto e di non confessabile, oppure gridate e ostentate, quale segno di un'eccezionalità che premia e valorizza i migliori. Entrambe queste posizioni sono inadeguate: non si tratta di occultare qualcosa che imbarazza né di esibire una presunta eccellenza, bensì di testimoniare la forza di corrispondenze educative che rendono più potenti le relazioni di alcuni insegnanti con alcuni allievi, in virtù delle loro storie personali e punti di sensibilità che hanno sviluppato. È così anche una famiglia, non tutti i figli sono uguali, neppure quando sono figli unici.
Come confermare senza anche rifiutare? Rifiuti “necessari”, rifiuti “elettivi”
Come comunicare adeguatamente nella relazione con figli e allievi, se ci si limita a fare uso del repertorio comunicativo che c'è stato insegnato e che noi stessi abbiamo contribuito a costruire nel corso delle nostre esperienze di vita? Quel repertorio, in alcune situazioni può risultare efficace, incisivo, in altre radicalmente inadeguato: molto dipende dal background dei soggetti che incontriamo, dalle loro precedenti esperienze comunicative e relazionali.
Abbiamo tutti esperienza di comunicazioni facili o difficili, gratificanti o frustranti, perché come dicono gli studiosi della comunicazione, è impossibile non comunicare. È impossibile in quanto anche il silenzio ha un valore comunicativo, così come la decisione di restare o di andarsene, di sottrarsi alle proprie responsabilità o di riconoscerle. Si può aggiungere a questo enunciato della teoria della comunicazione che è impossibile non comunicare anche perché siamo gettati in un universo di relazioni e di comunicazioni tale per cui risulta essere sistemi aperti.
È la comunicazione non verbale che ci consente di inviare messaggi sulla qualità delle relazioni in corso. Il più gratificante è la conferma: "mi piaci, ti stimo, sono felice di averti conosciuto”. Si tratta di parole che abbiamo tutti bisogno di ricevere in varie circostanze della nostra vita, più che mai mentre sperimentiamo la fatica di crescere e di apprendere. Più delle parole però, possono gli sguardi che le accompagnano, i gesti, i toni della voce, le espressioni del viso: a volte il potere comunicativo del non verbale è tale da poter prescindere dalle parole stesse, renderle inutili o ridondanti.
Per confermare è necessario osservare, rilevare e comprendere, saper distinguere tra sé e l'altro, rispettare le differenze che emergono, tollerare anche tratti del comportamento e della personalità che non ci risultano immediatamente congeniali. Si rischia spesso di confondere la conferma con la fascinazione per l'altro, la sua idealizzazione positiva, ma sentirsi attratti da qualcuno o da qualcosa non significa ancora confermarlo. Siamo capaci di esprimere messaggi di conferma, se la nostra autostima non è minacciata e se la relazione con colui che dovremmo confermare non ci fa sentire a nostra volta in pericolo.
Abbiamo tutti bisogno di ricevere conferme importanti e significative ma raramente la conferma è pura e incondizionata. La conferma autentica necessita di una soglia di distanziamento emotivo che non rende eccessivo il coinvolgimento, ma non lo azzeri neppure: bisogna poter cogliere le identità altrui come distinta dalla propria e al tempo stesso poter trovare nei suoi confronti un vissuto di interesse e di curiosità esistenziale che protegga dal rischio dell'indifferenza.
Nelle relazioni tra genitori e figli non è raro che i primi cerchino di modellare i secondi in modo tale da indurre a restituire l'immagine che si desidera avere di se stessi: per alcuni genitori i figli dovranno essere meri replicanti d'identità già circolanti nel contesto familiare, per altri potranno impegnarsi nel miglioramento della storia familiare, consentendole di emanciparsi dai condizionamenti delle generazioni precedenti.
Secondo Heidegger nasciamo gettati in un mondo che non abbiamo scelto e per alcuni quella gettatezza fa riferimento ad una condizione di privilegio e di pieno riconoscimento dei suoi bisogni educativi e di cura, mentre per altre coincide con la sperimentazione di un percorso a ostacoli, lungo il quale crescere è difficile e impegnativo fino a coincidere, in casi estremi, con esperienze prolungate e ripetute di abuso, di privazione, abbandono e manomissione della mente e del corpo.
Non è possibile educare mediante reazioni esclusive di piena accettazione dei comportamenti del bambino: l'esperienza educativa deve poter preparare anche feedback di rifiuto o negazione. Alcuni vengono espressi in funzione di bisogni educativi innegabili, mentre altri rispondono a preferenze arbitrarie di chi educa. Se la conferma si configura come un messaggio di accettazione piena e incondizionata, rifiuto e negazione al contrario evidenziano la presenza di un problema più o meno significativo, in relazione al quale comportamento di figli e allievi non risulta del tutto o affatto adeguato.
Prioritaria è la distinzione tra rifiuti necessari e rifiuti elettivi. Possiamo considerare come pedagogicamente necessari quei rifiuti che rispondono a un preciso dovere di protezione dei soggetti di cui siamo chiamati a prenderci cura. È noto ad esempio come i bambini impiegano anni e sviluppare la percezione adeguata delle situazioni pericolose, non prima dello stadio operatorio concreto e, come anche quando abbiamo imparato a riconoscerle, siamo spesso incapaci di assumere comportamenti in linea con quella consapevolezza che hanno raggiunto: a volte anche lo stadio operatorio formale non fornisce competenze adeguate, poiché coincide con il prossimo ingresso del soggetto nella fase adolescenziale.
La capacità degli educatori di esprimere i messaggi di rifiuto e negazione è essenziale e funzionale a fornire un contenimento e una cornice adeguata all’esperienza educativa. Questa affermazione in realtà pone problemi di non immediata soluzione: primo la difficoltà di far comprendere al bambino o l'adolescente la reale necessità di intervenire in quei termini. Come spiegare ad un bambino che non ha ancora acquisito il senso del pericolo la necessità di impedirgli di attraversare la strada senza affidarsi alla mano protettiva dell'adulto? Per dare senso a quel comportamento di rifiuto e negazione, è possibile tentare di trasmettere informazioni adeguate certo, ma sicuramente sia la mente del bambino che dell'adolescente si prestano a ricezioni solo parziali.
Difficile spiegare al bambino che potrebbe morirne, quando non ha ancora una rappresentazione del fenomeno della morte: si può tutt’al più richiamare alla sua mente la memoria di qualche esperienza dolorosa che abbia già vissuto e che lo aveva in qualche misura segnato. Quando il senso dei messaggi di rifiuti e di negazione non viene adeguatamente compreso, la comunicazione educativa rischia il fraintendimento, e quel messaggio pedagogicamente fondato viene percepito come infondato e arbitrario.
I rifiuti elettivi corrispondono a precise preferenze e opzioni del genitore o dell'insegnante e ai loro stili educativi. Per alcuni genitori è impensabile che i propri figli frequentano dei bambini e famiglie di estrazione sociale, culturale, religiosa differente dalla propria e pretendono di imporre le loro esperienze relazionali attraverso filtri e limitazioni per il bambino difficilmente comprensibili. Gli esempi possibili fanno riferimento alla cronologia potenzialmente infinita di situazioni e comportamenti e coinvolgono ovviamente anche gli orientamenti e gli stili educativi degli insegnanti.
Nella scuola primaria ad esempio, molti insegnanti ritengono l'ordine, la precisione e la misura dimensioni prioritarie dell'apprendimento, non intercambiabili con altri e non si accorgono di altre competenze che l’allievo aveva già acquisito o di potenzialità linguistiche, creative, narrative che egli esprime con agio molto superiore a quello dei suoi compagni. Gli insegnanti non sempre distinguono fra errori accidentali e di distrazione e errori intelligenti, di elaborazione, e gli allievi finiscono per temerlo, come se fosse un deterrente all'apprendimento anziché un suo stimolo.
Grazie all'errore l'allievo personalizza il proprio percorso di crescita e di elaborazione cognitiva, modella la mente in modo meno stereotipato. Il modello di riferimento per formare un insegnante competente è quello scientifico: ogni autentico scienziato infatti rimane a vita un eterno scolaro, si confronta quotidianamente con il rischio e le potenzialità degli errori, permane in una posizione di continua apertura all'apprendimento e alla revisione dei propri punti di vista. Non si diventa scienziati se non rimanendo allievi e rimanere allievi è la condizione per divenire veri insegnanti ed educatori.
Molti rifiuti, al di là del modo con cui vengono comunicati e giustificati, sono provocati dal personale indice di gradimento del docente che così facendo impone il proprio gusto e il proprio stile, rischiando di snaturare quello dello studente. A tali comportamenti se ne aggiungono altri che hanno a che fare con la relazione che quell'insegnante intrattiene con quello studente e con la sua situazione emozionale.
I rifiuti elettivi risultano imposti con la medesima rigidità con cui vengono comunicati quelli necessari, a volte con rigidità persino superiore poiché le preferenze espresse dagli educatori e dal contesto, sia esso scolastico o familiare, esercitano un peso tale da risultare irrinunciabili. Essenziale alla costruzione di un'adeguata competenza comunicativa in ambito educativo è che il rifiuto elettivo sia comunicato in tutti i suoi elementi di fondatezza, ma anche di relatività, consapevoli che esso si porta dietro delle ragioni, che possono essere esplicitate, ma anche torti ed elementi di inadeguatezza, che devono essere esplicitate, man mano che emergono dal dialogo con il figlio o con lo studente.
Così facendo i messaggi di rifiuto e di negazione si declinano come rispettosi dell'identità dei soggetti ai quali vengono comunicati e svolgono la loro funzione educativa. Il rifiuto altro non è che una variazione sul tema della conferma. Non è possibile educare solo confermando, poiché la conferma necessita anche di messaggi improntati al rifiuto e negazione, che consentano al soggetto di superare i propri limiti e correggere i propri errori, ma tali messaggi non possono prescindere dal riconoscimento e dall'accettazione della sua personalità.
Qual è il modo più evoluto per comunicare in modo adeguato al rifiuto elettivo? Un rifiuto elettivo dovrebbe poter essere comunicato come depositario di una tensione dialettica, che gli consenta di dialogare con il proprio rifiuto contrario. Nel tema dell'errore è importante quello che Maria Montessori proponeva: lei sosteneva che il piacere della autocorrezione prendesse il posto dell'umiliazione dell’eterocorrezione, e che così il quaderno potesse cessare di essere un cimitero di Croci rosse. Nessuna mente realmente intelligente può apprendere senza sbagliare: l'apprendimento per imitazione, quello che più facilmente riduce il numero di errori, è limitato, povero e passivo e produce risultati mediocri.
Le grandi conquiste dell'Arte, della Scienza, della tecnica, della filosofia sono il frutto di conquiste evolutive che non si sarebbero verificate senza l’elaborazione degli errori precedenti. Non è possibile comprendere il senso dei propri apprendimenti se non facendo esperienza diretta anche dei fattori che ostacolano l'apprendimento. Purtroppo la valutazione scolastica nelle sue varie forme crea un clima di profonda diffidenza, quando non di vergogna, nei confronti dell’errore.
Esempio di Ayla
Ayla è un sapiens sapiens. Si è allontanata dalla tenda dove vive la sua famiglia. Un terremoto distrugge la sua casa e la sua famiglia e lei si salva. Aila di 4 anni si trova a sopravvivere da sola. Si nasconde in una caverna da un felino che vuole mangiarla. Quando può uscire, si avvicina al fiume dove passa una tribù di Neanderthal. Il sacerdote e la sorella (esperta in erbe mediche) decidono di prenderla con loro. Inizia un percorso che con gli anni degenera perché la bambina diventa sempre più grande, è brutta e sgraziata. Inoltre non è nemmeno molto intelligente perché non riesce a riprodurre ciò che le viene insegnato a differenza degli altri cuccioli della specie neanderthal.
Gli unici che si relazionano con lei sono il sacerdote e la sorella perché intuiscono che dietro il differente modo di comportarsi ci sono delle capacità che la loro specie non ha, che a differenza dei neanderthal sopravviverà. Quindi continuando a crescere lei impara cose che loro non riescono a fare come ad esempio accendere il fuoco, esplorare l'ambiente circostante, impara a costruirsi strumenti per cacciare meglio dei neanderthal maschi. Questo causa una totale destabilizzazione perché gli uomini neanderthal non possono accettare che una donna sia meglio di loro.
Aila, inoltre, è una ribelle perché quando i maschi si avvicinano a lei, lei non ci sta. Nasce un bambino che è strano perché è un incrocio di due specie differenti. Aila, dopo la morte del sacerdote e della sorella, decide di abbandonare il figlio e va alla ricerca del proprio destino evolutivo. Cerca persone che le assomigliano.
Genitori e insegnanti quando i loro figli e allievi sperimentano le medesime difficoltà di Aila nell'apprendere ciò che viene loro insegnato, hanno spesso reazioni di delusione, sofferenza e ansia, perché lo fanno? Perché l'indeterminazione neurofisiologica accompagna i primi anni di vita, rendendo arduo sedimentare nella memoria le esperienze di quegli anni. Inoltre evolversi non significa svincolarsi integralmente dai condizionamenti che le precedenti fasi dell'evoluzione hanno trasmesso. Anziché stupirsi, deridere e arrabbiarsi genitori e insegnanti dovrebbero sintonizzarsi con la propria ereditarietà filogenetica, riconoscere i tratti caratterizzanti e imparare a comunicare in modo adeguato, ma questo comporta che essi accettino di mettersi in sintonia con quelle parti della propria memoria personale in grado di evocare gli elementi di forza e di fragilità nel processo di crescita, fin dalla primissima infanzia.
Pseudoconferme, pseudorifiuti, disconferme
Si è parlato di conferma e accettazione, rifiuto e negazione: due feedback entrambi necessari al mestiere dell’educatore, sia esso genitore o insegnante.
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