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Corso di Pedagogia dell’infanzia e diritti dei bambini

Scienze della formazione primaria – primo anno, primo semestre

Il lavoro socioeducativo

nei contesti mafiosi

Faustino Rizzo

1 - RESISTERE EDUCANDO: LA SFIDA DELLA CURA NEI CONTESTI

MAFIOSI

Nei contesti mafiosi prevale la cultura mafiosa su quella democratica. La mafia è un fenomeno

presente e diffuso in tutta Italia e va intesa come un fenomeno umano, che coinvolge le persone

in tutte le fasi della vita, compresi i bambini.

Un elemento centrale del contesto mafioso è la famiglia, intesa come luogo chiuso in cui si eredita

un’identità. La famiglia non è isolata, ma inserita in un ambiente più ampio che contribuisce a

orientare comportamenti, valori e scelte.

Secondo il MODELLO BIOECOLOGICO DELLO SVILUPPO UMANO (1979), lo sviluppo

della persona nasce dall’interazione tra individuo e contesto. In alcuni ambienti questo sviluppo

risulta impoverito: si parla di povertà educativa, intesa come privazione di opportunità dovuta a

un’offerta educativa e culturale ridotta o assente e alla mancanza di spazi fondamentali per la crescita,

l’immaginazione e l’autonomia.

Il problema centrale è la mancanza di condizioni favorevoli allo sviluppo della persona. Per questo

sono necessarie presenze educative capaci di riconoscere, accogliere e accompagnare. L’obiettivo

è investire nell’infanzia per spezzare il circolo dello svantaggio sociale.

È fondamentale sviluppare uno sguardo educativo capace di riconoscere l’altro come persona e di

collocarsi all’interno di una realtà complessa e resistente come quella mafiosa. Da qui nasce un

percorso di graduale presa di coscienza e di contaminazione culturale, che conduce alla

costruzione di un comune sentire antimafioso, fornendo volto, linguaggio e strumenti per rendere

visibile ciò che prima restava chiuso all’interno dell’associazione mafiosa.

Nel 1982 lo Stato riconosce ufficialmente il fenomeno mafioso con l’introduzione dell’articolo 416

bis del codice penale, che fornisce strumenti giuridici specifici per contrastarlo.

Oggi la mafia è spesso rappresentata attraverso immagini e racconti ad alto impatto mediatico;

tuttavia, risulta più difficile riconoscerne i volti invisibili. Per questo la mafia non va considerata solo

come un’emergenza, ma come un fenomeno strutturale, radicato nel tempo e nelle dinamiche

sociali.

Non è sufficiente combattere la mafia solo sul piano repressivo: è necessario disinnescare il bisogno.

Gesualdo Bufalino sottolinea l’importanza dell’intervento educativo, in particolare del ruolo dei

maestri elementari.

La mafia sfrutta ciò che viene definito ANALFABETISMO MORALE, cioè situazioni di povertà

educativa, marginalità sociale e assenza di opportunità. Il fenomeno mafioso è infatti il prodotto di

un contesto sociale fragile, caratterizzato da condizioni diffuse di vulnerabilità, intesa come una

condizione dinamica: nel corso della vita, ogni persona può attraversare momenti di vulnerabilità.

Nei contesti mafiosi si riscontra spesso una marginalità economica e sociale, segnata dalla

mancanza di riconoscimento, di orizzonti futuri e di reali possibilità di scelta. In queste aree la

popolazione sopravvive grazie a:

1 - welfare della camorra 2 - welfare dello Stato 3 - usurai

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In tali situazioni la mafia propone un ordine apparente, che sembra rispondere al bisogno di

sicurezza e stabilità. Si presenta come una presenza concreta, capace di agire e organizzare il

territorio. Dove lo Stato è percepito come distante o assente, la mafia diventa un punto di riferimento.

Il sistema mafioso non emancipa, ma vincola: alimenta dipendenza, subordinazione e sudditanza. Si

propone come protettore di chi viene dimenticato, offrendo un falso spirito comunitario. In questo

modo diventa il riferimento principale per chi nasce in contesti deprivati, creando un vero e proprio

dominio criminale e un sistema di dipendenze.

I contesti di cui si parla sono quelli in cui l’infanzia diventa invisibile, la crescita viene piegata alle

esigenze dell’organizzazione criminale e il futuro appare già segnato. Per spezzare questo circolo

vizioso è necessario intervenire sui diversi fattori ambientali attraverso cui i bambini costruiscono

il loro mondo, in particolare sul contesto familiare. In alcune famiglie, infatti, i bisogni di crescita

restano insoddisfatti e i diritti risultano difficili da esigere.

I bisogni rappresentano una spinta fondamentale per la crescita e permettono di diventare adulti

autonomi. È quindi essenziale che i bisogni dei bambini trovino risposte adeguate all’interno della

relazione educativa. Centrale è il ruolo della responsività genitoriale: la qualità della relazione

consente lo sviluppo di competenze cognitive, emotive e relazionali.

Le relazioni stabili e responsive sono fondamentali per lo sviluppo di capacità di base. Il mancato

riconoscimento di questi bisogni genera vuoti di senso, di appartenenza e di fiducia, che la mafia è

pronta a colmare.

La mafia assume forme e volti diversi a seconda dei contesti, ma lo scopo educativo resta lo stesso:

trovare modalità efficaci per avvicinarsi all’infanzia nei territori attraversati dalla presenza

mafiosa. 3

2 – L’INFANZIA CONTESA: TRA EDUCAZIONE MAFIOSA E DIRITTO

ALLA CRESCITA

L’espressione «Qualis pater, talis filius» alimenta un pregiudizio: non si tratta di una questione

ereditaria, ma di opportunità e di contesti che possono sostenere, oppure ostacolare, il diritto di ogni

bambino a crescere libero.

In questo processo sono fondamentali la famiglia, le relazioni e l’ambiente che accompagnano il

bambino nei primi anni di vita. In particolare, la qualità delle relazioni familiari incide profondamente

sullo sviluppo: si tratta di condizioni relazionali che possono favorire o limitare la piena espressione

del potenziale umano.

L’infanzia va intesa come un’opportunità di nuovo inizio. È da qui che si può immaginare una

società diversa, in cui ogni bambino venga riconosciuto come SOGGETTO ATTIVO, capace e

competente, protagonista della propria crescita e non semplicemente “figlio di”. Il bambino deve

essere riconosciuto come una persona capace di relazione e di attribuire significato all’esperienza,

che richiede una strategia educativa e comunicativa capace di andare oltre gli stereotipi, aprendo

spazi e possibilità.

L’identità personale si costruisce attraverso la relazione con gli altri: mafiosi non si nasce, si

diventa. Ogni persona cresce dentro le relazioni, attraverso ciò che riceve dall’ambiente e dagli adulti

di riferimento. È su questo terreno che si colloca l’agire educativo, come ricorda Danilo Dolci:

«Ciascuno cresce solo se sognato».

Nelle zone ad alta densità mafiosa, la criminalità organizzata diventa una vera e propria cornice di

senso che struttura la quotidianità, offrendo protezione, sostegno economico e opportunità lavorative.

In questi contesti, l’arruolamento dei bambini avviene in modo graduale e spesso impercettibile: la

presenza mafiosa si consolida senza un’intenzionalità esplicita, dando origine a un paradosso della

normalità, che nel tempo diventa strutturale.

Piero Bertolini definisce il concetto di “RAGAZZO DIFFICILE” riferendosi a bambini e

adolescenti che, in determinate circostanze e in relazione a modelli storicamente e culturalmente

variabili, vengono percepiti come problematici. Questa definizione ha lo scopo di mettere in luce le

fratture educative e le condizioni sfavorevoli che ostacolano il loro sviluppo, piuttosto che attribuire

la responsabilità esclusivamente al singolo.

Diventa quindi necessario adottare uno sguardo educativo capace di andare oltre il

comportamento manifesto, per interrogarsi sul senso delle azioni, sulla posizione del soggetto e sul

contesto in cui tali comportamenti si radicano. I bambini non scelgono l’illegalità come forma di

espressione personale, ma la apprendono come stile di vita, inscritto in un modello di realtà

condiviso.

Il coinvolgimento di bambini e ragazzi nella criminalità organizzata varia in base al contesto

territoriale e alla struttura delle diverse mafie. Non riguarda solo chi eredita o assume un ruolo

formale all’interno dell’organizzazione, ma anche quei bambini e ragazzi che crescono a contatto con

la cultura mafiosa senza farne ufficialmente parte. Si tratta dei cosiddetti “RAGAZZI ALONE”,

che vivono in una cornice in cui la criminalità organizzata detta codici, linguaggi e regole non scritte.

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La criminalità non entra nelle loro vite solo attraverso la forza o la coercizione, ma anche facendo

leva sul desiderio di essere visti, riconosciuti e di appartenere a qualcosa che dia forma, senso e

valore alla propria identità.

La domanda centrale è: quale immagine del bambino orienta lo sguardo pubblico, educativo e

istituzionale? Questa rappresentazione influisce profondamente sul modo in cui interpretiamo i

comportamenti dei bambini e sulle risposte educative e sociali che mettiamo in atto.

Assumere la prospettiva dei diritti dell’infanzia significa superare uno sguardo stereotipato e

semplificante, aprendo a una lettura più complessa e rispettosa dell’esperienza dei bambini. L’infanzia

va collocata all’interno di un sistema di diritti e relazioni che la rende pensabile, trasformabile ed

educabile. Non è possibile immaginare il bambino in astratto: ogni bambino è situato, radicato in una

realtà storica, sociale e culturale precisa.

In questo senso, non si parla di bambini svantaggiati, ma di bambini con bisogni e domande in più,

ovvero BAMBINI CON DIRITTI SPECIALI. “Speciale” è il loro bisogno di essere visti, ascoltati

e accolti, affinché non vengano etichettati come “mafiosi”, ma riconosciuti come soggetti capaci di

futuro.

Lo scopo è dare ascolto e voce non solo ai bambini, ma anche alle famiglie e agli operatori e alle

operatrici che vivono e lavorano quotidianamente nei territori caratterizzati dalla presenza mafiosa.

Un ascolto che parte dal riconoscimento dell’infanzia come punto centrale per la costruzione di una

società più giusta.

La mafia è un sistema relazionale che condiziona profondamente l’esistenza dei bambini che

crescono in questi contesti. Si nutre di legami, relazioni e fedeltà, attraverso cui garantisce la propria

continuità. La riproduzione della cultura mafiosa avviene mediante un processo lento e quotidiano di

selezione e formazione delle nuove leve.

L’ingresso nelle organizzazioni mafiose può avvenire attraverso diverse modalità:

per imitazione

• per assorbimento

• per necessità

Una delle forme più insidiose è quella legata alla nascita, quando il bambino cresce in un ambiente

familiare e sociale in cui la cultura mafiosa è normalizzata. In questi casi è fondamentale riconoscere

l’importanza di sostenere e accompagnare i genitori, anche quando sono responsabili di

associazione mafiosa, perché i bambini vivono una criminalità resa ordinaria.

Emblematico è il racconto di un ragazzo cresciuto in una famiglia legata alla ’ndrangheta, segnato

dalla perdita del padre che aveva scelto la latitanza. Eventi di questo tipo entrano nella quotidianità

del bambino senza essere spiegati, lasciandolo solo nell’elaborazione dell’esperienza.

Il problema nasce dall’idea, errata, che i bambini non siano in grado di comprendere o elaborare

esperienze traumatiche e che debbano essere tenuti lontani dal dolore e dalla frustrazione. In questo

modo crescono senza una piena consapevolezza della realtà che li circonda.

Il risultato è che nessuno chiede e nessuno guarda: l’infanzia resta senza voce. Mancano luoghi e

spazi in cui queste esperienze possano trovare parola, riconoscimento e ascolto.

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La PEDAGOGIA MAFIOSA può essere definita come un sistema educativo informale e diffuso,

capace di orientare in profondità la visione del mondo, il ruolo di ciascun individuo e le relazioni

sociali. Agisce fin dall’infanzia e accompagna l’intero percorso di crescita nei territori in cui lo Stato

è percepito come assente o ostile e l’unica appartenenza riconosciuta è quella all’organizzazione

criminale.

Ad oggi manca una sufficiente attenzione alla dimensione educativa del fenomeno mafioso, in

particolare ai processi di crescita e alle condizioni che potrebbero favorire alternative concrete alla

cultura mafiosa. Diventa quindi necessario sviluppare un agire educativo all’interno dei contesti

familiari in cui la cultura mafiosa orienta modelli educativi e relazionali.

Il potere mafioso agisce sulle coscienze attraverso pratiche di intimidazione, controllo e terrore. Il

bambino cresce immerso in un ordine simbolico che plasma la percezione del mondo e di sé, fino a

dare forma a quella che può essere definita una sorta di personalità mafiosa.

Questo modello richiama il concetto di PEDAGOGIA NERA, intesa come un modello educativo

basato su controllo, manipolazione e sottomissione precoce, finalizzato a formare soggetti obbedienti,

incapaci di opporsi all’autorità e quindi perfettamente integrati in sistemi repressivi. Il soggetto viene

addestrato alla sottomissione, alla lealtà assoluta e al silenzio.

Nel contesto mafioso si sostituisce progressivamente il sentire democratico con un sentire mafioso.

In un ambiente permeato da logiche di potere e controllo, la personalità si forma su queste basi.

All’interno dei contesti familiari, l’educazione si configura fin dall’inizio come un modello

totalizzante. Si sviluppa una pedagogia invisibile, fondata su una struttura patriarcale della famiglia.

In questo modo la famiglia diventa il nucleo più solido e originario del potere mafioso,

garantendone la trasmissione e la continuità.

L’HABITUS MAFIOSO è l’insieme di disposizioni interiorizzate che non vengono apprese tramite

ordini espliciti, ma attraverso l’immersione continua in un contesto simbolico e relazionale.

Queste disposizioni orientano lo sguardo sul mondo, regolano i comportamenti quotidiani e plasmano

il modo in cui una persona valuta sé stessa e gli altri. L’habitus mafioso è il risultato di

condizionamenti storici e sociali che si sedimentano nel corpo e nella mente.

Nei contesti mafiosi viene percepito come reale e normale ciò che altrove sarebbe considerato

inaccettabile. Questo mostra come il sistema mafioso riesca a perpetuarsi nel tempo anche senza

un’adesione esplicita e consapevole da parte di chi ne fa parte.

In tali contesti, la violenza attraversa ogni aspetto della vita quotidiana dei bambini, diventando un

codice implicito di relazione e di potere. È un linguaggio attraverso cui si trasmettono messaggi e

si consolidano gerarchie, attraverso:

intimidazione

• minaccia

• controllo psicologico e sociale

Accanto alla violenza esplicita, è presente anche una “violenza dolce”, che agisce tramite la

persuasione e si trasmette attraverso relazioni, affetti e abitudini quotidiane. Questa forma di violenza

opera nella mente e nel cuore, risultando meno visibile ma altrettanto efficace.

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Tra le pratiche diffuse nei contesti di cultura mafiosa vi sono l’elusione e la violazione della legge,

insieme a forme di infiltrazione che permettono alle mafie di manipolare i processi legali e

amministrativi a proprio vantaggio. In questi contesti, le regole dello Stato vengono percepite come

qualcosa da evitare o aggirare, fino a rendere l’elusione della legge un modo normale di vivere.

Progressivamente, il sentire democratico viene schiacciato dal sentire mafioso, che giustifica

l’illegalità, legittima la forza come valore e sostituisce lo Stato con la figura dell’“uomo di rispetto”.

All’interno delle strutture mafiose, la famiglia assume un ruolo centrale. È il luogo in cui si

trasmettono i valori, si definiscono i confini tra appartenenza e tradimento e si gestiscono consenso e

controllo sociale. La famiglia funziona come un vero e proprio sistema organizzativo, capace di

sostenere e rafforzare il potere criminale.

Il concetto di FAMILISMO AMORALE indica una visione della famiglia come unico ambito di

fiducia e solidarietà, in cui l’interesse familiare viene sistematicamente anteposto a quello collettivo.

Nei contesti mafiosi, la famiglia diventa così l’asse portante dell’organizzazione criminale.

Si parla inoltre di FAMILISMO MAFIOSO per indicare uno specifico modo di “fare famiglia”

tipico delle mafie, in cui i legami di sangue coincidono con quelli criminali. Questo rafforza la

coesione interna, il controllo sul territorio e la continuità dell’organizzazione.

Da questo processo nasce un “noi” che inizialmente funge da forma di autoprotezione dall’alterità,

ma che progressivamente si trasforma in un rifiuto dell’altro. Ne deriva una comunità chiusa,

orientata verso una struttura antisociale, che esige dai suoi membri una fedeltà assoluta, alimentando

isolamento e solitudine.

In questo contesto si sviluppa la figura dell’uomo dalla personalità autoritaria: un soggetto

trasformato nel suo nucleo più intimo, incapace di vivere esperienze autentiche e di instaurare

relazioni vitali e spontanee con le persone e con il mondo. Le persone vengono percepite come cose,

e i rapporti umani sono ridotti a pura strumentalità.

Nonostante ciò, i bambini rappresentano la possibilità concreta di costruire un’alternativa alla

cultura mafiosa, poiché è nell’infanzia che possono essere aperti nuovi orizzonti educativi,

relazionali e di senso. 7

3 – EDUCAZIONE FAMIGLIARE E VULNERABILITÀ MAFIOSA: UNA

PROSPETTIVA PEDAGOGICA

FAMIGLIA ED EDUCAZIONE NEI CONTESTI MAFIOSI

La famiglia è il luogo primario degli affetti e delle appartenenze, nonché lo spazio in cui si

trasmettono e si apprendono valori, visioni del mondo e codici di comportamento. In questo senso,

la questione mafiosa è anche una questione familiare e, inevitabilmente, una questione di

genitorialità.

L’EDUCAZIONE FAMILIARE è una scienza teorico-empirica che studia la famiglia dal punto di

vista educativo. Comprende:

l’insieme delle azioni educative che si realizzano all’interno del gruppo familiare;

• gli interventi sociali volti a preparare, sostenere, aiutare o, se necessario, supplire i genitori

• nei loro compiti educativi.

Il compito principale è creare spazi e comunità capaci di sostenere le diverse figure genitoriali

nell’esercizio positivo e consapevole del loro ruolo. La prospettiva dell’educazione familiare non è

sostitutiva o correttiva, ma si fonda su uno sguardo pedagogico che accompagna, sostiene e valorizza

le risorse educative già presenti nelle famiglie.

La VULNERABILITÀ è una condizione di esposizione, sensibilità e apertura: uno spazio in cui

possono generarsi incontro, relazione e cambiamento. È un termine che descrive possibilità, non

etichette o destini.

Alcune situazioni di vulnerabilità familiare nascono da:

legami che si indeboliscono;

• reti sociali che non si attivano;

• contesti socioeducativi che faticano a sostenere i bisogni di crescita di bambini e bambine.

Quando la vulnerabilità resta nascosta e inascoltata, può trasformarsi in trascuratezza, solitudine e

negligenza.

Teoria ecosistemica della negligenza - la negligenza va letta come il risultato dell’interazione tra

molteplici fattori personali, familiari e ambientali. In particolare:

1. indebolimento del legame tra bambino e famiglia;

2. indebolimento del legame tra famiglia e contesto sociale di appartenenza.

La negligenza segnala la rottura di un sistema di relazioni, risorse e sostegni. Riconoscerla come

espressione di una vulnerabilità sistemica significa spostare l’attenzione dall’errore individuale alla

responsabilità condivisa, un passaggio ancora più urgente nei contesti attraversati dalla presenza

mafiosa. 8

VULNERABILITÀ MAFIOSA

La vulnerabilità mafiosa non è un ossimoro: la mafia è un fenomeno umano e, come tale,

comprensibile e trasformabile. Essa indica una forma specifica di vulnerabilità che agisce nelle

relazioni e nei contesti segnati dalla presenza mafiosa.

Si struttura attraverso:

appartenenze obbligate;

• omertà;

• controllo al posto della cura.

Si trasmette tramite:

famiglia e comunità;

• gesti, silenzi, sguardi e codici culturali.

Comporta una negazione sistemica di:

diritti;

• opportunità educative;

• relazioni generative.

Soggetti coinvolti

Famiglie sottoposte a pratiche mafiose (es. estorsione).

• Bambini e familiari vittime dirette o indirette della violenza mafiosa.

• Minori cresciuti in contesti in cui la mafia rappresenta l’unico orizzonte possibile: coinvolti

• in reati o utilizzati come manodopera criminale. Anche questi minori sono vittime prima che

autori di reato.

Manifestazioni concrete

Normalizzazione del crimine in ambito familiare.

• Coinvolgimento diretto o indiretto in attività illecite.

• Relazioni familiari fragili (es. genitori detenuti).

• Abbandono scolastico.

• Stili di vita non adeguati allo sviluppo dei minori.

• Esperienze traumatiche legate alla violenza.

• Negligenza e maltrattamento connessi alla cultura mafiosa.

• Rigidità e disfunzionalità dei ruoli di genere.

Queste manifestazioni si collocano lungo un continuum che va dall’esposizione alla violenza,

all’interiorizzazione dei modelli mafiosi, fino all’assenza di alternative educative.

Prospettiva educativa

Affrontare la vulnerabilità mafiosa significa entrare in relazione con un’umanità ferita, riconoscendo

che anche in contesti apparentemente immutabili può aprirsi uno spazio di cambiamento. Un

approccio socioeducativo multidisciplinare, integrato e personalizzato consente di cogliere non

solo la sofferenza, ma anche il potenziale trasformativo insito nella vulner

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher spera.giada di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia, dell'adolescenza e diritti del bambino e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Rizzo Faustino.
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