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Grammatica italiana di base

Suoni e lettere

Fonetica e fonologia

La fonetica e la fonologia si occupano dei suoni di una lingua.

  • La fonetica descrive e classifica i suoni di tutte le lingue del mondo.
  • La fonologia studia i fonemi, ossia quei suoni che in una lingua specifica possiedono valore distintivo e funzionale.

Quando un individuo emette dei suoni, l’aria esce dai polmoni, passa nella trachea e di qui, attraverso la laringe, incontra le corde vocali e poi viene espulsa attraverso il canale orale o quello nasale. A seconda degli ostacoli che l’aria incontra nella fase di espulsione, si hanno le vocali, le consonanti e le semivocali (o semiconsonanti).

  • Le vocali si hanno se l’aria fuoriesce senza incontrare alcun ostacolo.
  • Le consonanti si hanno se il canale orale è chiuso in un certo punto e secondo determinate modalità.
  • Le semivocali o semiconsonanti si producono quando l’aria incontra un ostacolo minore di quello che dà luogo alle consonanti, ma maggiore di quello che dà luogo alle vocali.

Grafemi e fonemi

I fonemi di una lingua sono rappresentati nella scrittura per mezzo dei grafemi: l’insieme dei grafemi di una lingua ne costituisce l’alfabeto. L’alfabeto italiano è piuttosto fedele alla fonetica della lingua, tuttavia non esiste una corrispondenza perfetta tra fonemi e grafemi, per almeno tre motivi:

  • Alcuni grafemi corrispondono a più fonemi: è il caso della e e della o, che possono avere suono aperto o chiuso.
  • Lo stesso fonema può essere rappresentato da più grafemi: per esempio in casa e quadro due grafemi diversi (c e q) rappresentano il medesimo fonema (/k/).
  • In alcuni casi è necessario più di un grafema per rappresentare un fonema: per esempio nei diagrammi gn (/ɲ/) e sc (/ʃ/) e nel trigramma gli (/ʎ/).

I fonemi dell’italiano

L’italiano ha trenta fonemi: sette vocali, ventuno consonanti e due semiconsonanti.

  1. Le vocali prendono il nome dal punto nel palato a cui si avvicina di più la lingua al momento della pronuncia: l’italiano possiede tre vocali anteriori (/ɛ/, /e/, /i/) che si articolano avvicinando la lingua alla parte anteriore del palato, una vocale centrale (/a/), che si pronuncia con la lingua abbassata sul fondo della bocca, tre vocali posteriori (/ɔ/, /o/, /u/) che si articolano avvicinando la lingua al palato molle. Le vocali posteriori si dicono anche “labiali” perché sono pronunciate con le labbra protese in avanti e arrotondate.

  2. Le consonanti sono il risultato del diverso combinarsi di diversi tratti:

    • Modo di articolazione: le consonanti si dicono occlusive se si determina la chiusura completa del canale fonatorio, continue se c’è il passaggio d’aria continuo. A loro volta le consonanti continue si dividono in costrittive, vibranti e laterali. Infine si hanno le affricate, che sono in un certo senso dei suoni composti perché costituiscono il risultato di un’articolazione occlusiva e di una costrittiva in rapidissima successione.
    • Luogo di articolazione: è il punto in cui uno degli organi della fonazione oppone un ostacolo al passaggio dell’aria. La /p/, la /b/ e la /m/ sono dette labiali perché per articolare questi suoni chiudiamo un attimo le labbra, la /t/, la /d/ e la /n/ sono dette dentali perché la lingua batte contro l’attaccatura dei denti, la /k/ e la /g/ sono dette velari perché la base della lingua tocca il cosiddetto “velo palatino”.
    • Sonorità: un suono si dice sonoro se al passaggio dell’aria le corde vocali producono una vibrazione, sordo se tale vibrazione non si produce.
    • Oralità o nasalità: sono chiamate orali le consonanti prodotte dalla fuoriuscita dell’aria attraverso la bocca, nasali quelle prodotte dalla fuoriuscita dell’aria attraverso il naso.
  3. Le semiconsonanti sono caratterizzate dal fatto che nel pronunciarle la lingua si avvicina agli organi fonatori senza però toccarli. L’italiano ha una semiconsonante palatale /j/ e una semiconsonante labiovelare /w/.

Le vocali /ɛ/ e /ɔ/

L’italiano possiede sette vocali toniche (/a/, /ɛ/, /e/, /i/, /ɔ/, /o/, /u/) ma solo cinque vocali atone (/a/, /e/, /i/, /o/, /u/).

  • Le vocali e, o

Non esistono regole generali per stabilire quando la e e la o toniche sono aperte o chiuse. Soltanto per alcuni gruppi di parole è possibile dare indicazioni sulla pronuncia della vocale tonica. La e è generalmente aperta:

  • Nelle parole che finiscono in -èllo, -èlla (cancèllo); -èrio, -èria (critèrio); -èstro, -èstra, -èstre (palèstra); -èzio, -èzia (inèzia).
  • Nei gerundi in -èndo, nei participi in -ènte (corrèndo, sapiènte).
  • Quando fa parte del dittongo –iè (fièno, sièpe).

La e è generalmente chiusa:

  • Nelle parole che finiscono in -éccio (caseréccio); -éggio (noléggio); -ése (paése); -ézza (altézza); -ménto (miglioraménto).
  • Negli infiniti in -ére con accento sulla desinenza (bére).
  • Negli avverbi in -ménte (lentaménte).
  • Nei diminutivi in -étto, -étta (librétto).

La o è generalmente aperta:

  • Quando si trova in fine di parola e porta l’accento (però, andò).
  • In molte parole di origine dotta con l’accento sulla terzultima sillaba (termòmetro).
  • Nei suffissi -òlo, -uòlo (figliòlo).
  • Nel suffisso -òtto (ragazzòtto).
  • Quando fa parte del dittongo -uò (fuòco).

La o è generalmente chiusa:

  • Nelle parole che finiscono in -óce (feróce); -ónda (sónda); -ónte (cónte); -óre (amóre); -óso (furióso); -pósto (impósto); -zione (azione).
  • Nel suffisso accrescitivo -óne (scivolóne).

Le consonanti

Quindici delle ventuno consonanti italiane, quando si trovano tra due vocali, possono realizzarsi come tenui o come intense. Poiché in italiano esistono coppie di parole che differiscono soltanto per la durata della consonante (papa/pappa) occorre prestare attenzione a pronunciare correttamente le consonanti tenui e intense.

  • La c e la g

La c e la g rappresentano ciascuna due suoni, uno velare e uno palatale:

  • Corrispondono a un’occlusiva velare (/k/, /g/) davanti alle vocali a, o, u e davanti a consonante: cane /'kane/.
  • Corrispondono a un’affricata palatale (/tʃ/, /dʒ/) davanti alle vocali e, i: cesto /'tʃesto/.
  • La s e la z

Le lettere s e z rappresentano ciascuna due suoni, uno sonoro (come in chiesa /'kjɛza/) e uno sordo (come in cosa /'kɔsa/).

La s si pronuncia sonora (/z/):

  • Quando è seguita dalle consonanti sonore (sbadigliare, sdoganare).
  • Nelle parole di origine dotta che finiscono in -asi, -esi, -isi, -osi: tesi, crisi.
  • Nelle parole in -esmi, -esima: battesimo, cresima.
  • Quando è intervocalica (bisogno), ma le eccezioni sono numerose (spesa, cosa, naso). In alcune parole è possibile la doppia pronuncia.

La s si pronuncia sorda (/s/):

  • Quando è seguita da consonanti sorde: spostare.
  • All’interno della parola, quando è preceduta da un’altra consonante: borsa.
  • All’inizio di parola, quando è seguita da vocale: signora.
  • All’interno di parola, quando è doppia: grosso.

La z si pronuncia sonora (/dz/):

  • Quando è scritta scempia e si trova tra due vocali: azalea.
  • Nei suffissi -izzare, -izzatore, -izzazione: civilizzare.
  • Nelle parole di origine straniera con pronuncia adattata all’italiano: freezer.
  • In principio di parola (zelo, zanzara), ma le eccezioni sono numerose (zanna, zeppa).

La z si pronuncia sorda (/ts/):

  • Davanti ai gruppi vocalici ia, ie, io: grazia. Fanno eccezione azienda, romanziere, ronzio.
  • Dopo l: alzare.
  • Nelle parole che finiscono in -anza, -enza, -ezza, -izia, -ozzo, -ozza, -ziare, -zione: tolleranza, incoscienza.
  • La q

La lettera q rappresenta il suono /k/ e si trova seguita solo dalla u (con valore di semiconsonante /w/) più un’altra vocale: quadro /'kwadro/. Il rafforzamento della q viene da cq, non da qq: acqua.

  • La h

La h non rappresenta in italiano alcun suono. Si usa come segno grafico nei seguenti casi:

  • Per formare i digrammi ch, gh.
  • Nelle forme ho, hai, ha, hanno del verbo avere per evitare equivoci con altre parole omofone.
  • In alcune esclamazioni.

La lettera h è presente (ma non si pronuncia) in parole derivate dal latino e in derivati che hanno per base una parola straniera.

Le semiconsonanti

In pratica, la i e la u perdono la loro caratteristica vocalica per divenire semiconsonanti quando sono seguite da un’altra vocale con cui formano un dittongo.

L’alfabeto italiano

Le lettere dell’alfabeto italiano sono ventuno, e possono essere scritte con caratteri maiuscoli o minuscoli. Alle ventuno lettere occorre aggiungerne altre cinque, che si trovano in grafie del passato o in parole straniere prese in prestito.

  • La i lunga (J, j)

Nell’ortografia italiana antica la i lunga si usava per rendere la i semiconsonante in posizione iniziale e intervocalica (jeri, sajo). Oggi si trova in alcuni cognomi e in nomi propri geografici (Juliano, Ojetti).

  • Il cappa (K, k)

La lettera k si trova in molte parole d’origine straniera (kimono, bunker) e indica un’occlusiva velare sorda /k/. Il k è anche in alcune sigle di origine greca.

  • La doppia vu (W, w)

In parole provenienti dall’inglese si pronuncia /w/ (week-end), in quelle dal tedesco /v/ (walzer). Nei derivati italiani da parole straniere la pronuncia è /v/ (weberiano).

  • La ics (X, x)

È un grafema che indica un nesso di due fonemi: l’occlusiva velare più la costrittiva alveolare /ks/. Si trova in alcuni cognomi italiani (Craxi), in parole di origine greca o latina (xenofobo) e in parole straniere (taxi).

  • La ipsilon (Y, y)

Si trova in parole di origine greca o latina (krypton) e in parole d’origine straniera (spray). È presente in molti derivati italiani da parole straniere (yuppismo). Il suono corrispondente è quello della vocale i.

Digrammi e trigrammi

Si ha un digramma quando due diverse lettere rappresentano un unico suono, un trigramma quando tre diverse lettere rappresentano un unico suono. In italiano esistono sette digrammi (ch, gh, ci, gi, gl, gn, sc) e due trigrammi (gli + vocale e sci + vocale).

  • Gl, gli

Il nesso gl costituisce un digramma solo quando è seguito dalla i: scogli, figli. Se oltre che dalla i è seguito da un’altra vocale, costituisce il trigramma gli (aglio). Davanti alle vocali a, e, o, u il gruppo gl non costituisce un digramma, ma rappresenta due fonemi distinti: gleba, gloria.

  • Gn

Costituisce un digramma davanti a tutte le vocali: sognare. Nella sequenza -gnia, -gnie la i va pronunciata, mentre in altri casi non va pronunciata, per esempio quando fa parte della desinenza verbale –iamo (sogniamo).

  • Sc, sci

Il nesso sc costituisce un digramma quando è seguito dalla e o dalla i: scelta, scimmia. Quando è seguito da a, o, u si pronuncia /sk/: scomodo. Se sc oltre che dalla i è seguito da un’altra vocale, costituisce il trigramma sci: scienza, sciame.

Dittongo e iato

Due vocali vicine formano un dittongo quando la loro unione dà luogo a un’unica sillaba, uno iato quando rimangono separate nella pronuncia, cioè quando ciascuna vocale è il centro di una diversa sillaba. La i e la u, in unione con altre vocali possono formare dei trittonghi suoi, miei, guai.

Lo iato si ha di solito quando:

  • Si incontrano due vocali diverse da i, u: paese, aorta.
  • Una delle due vocali è una i o una u tonica: ortografìa, paùra.
  • Nelle parole composte in cui il primo elemento termina per i o per u: biennio, triangolo.

L’elisione

L’elisione consiste nella caduta della vocale finale non accentata di una parola di fronte alla vocale iniziale di un’altra parola; nella scrittura l’elisione è segnalata dall’apostrofo (’).

L’elisione è obbligatoria con:

  • Gli articoli determinativi lo, la, e le preposizioni articolate formate con essi: l’animale, l’albero.
  • L’articolo indeterminativo una: un’anfora, un’occhiata.
  • Gli aggettivi bello e quello: un bell’albero, quell’immagine. L’elisione è possibile ma non obbligatoria con i femminili bella e quella.
  • Santo e santa: sant’Anselmo, sant’Anna.

L’elisione è prevalente ma non obbligatoria con:

  • La preposizione di: d’improvviso.
  • I pronomi personali atoni lo, la, mi, ti, si, vi, ne: l’incontrai o lo incontrai, l’ospitò o la ospitò.
  • L’aggettivo questo: quest’anno, questo intervento.
  • L’avverbio e congiunzione come seguito dal verbo essere: com’è grande!, com’era cambiato.

Si ha l’elisione solo in particolari contesti:

  • Con l’avverbio di luogo ci, che prende l’apostrofo solo davanti al verbo essere (c’è, c’erano).
  • Alcune parole conservano l’apostrofo solo in frasi ormai cristallizzate nell’uso: a quattr’occhi, l’altr’anno, senz’altro, nient’altro.
  • Con la preposizione da, che si elide solo nelle espressioni d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altra parte, d’altronde.

L’elisione non si produce mai:

  • Davanti a i semiconsonantica: lo iato. È possibile invece davanti a u semiconsonantica: l’uomo, l’uovo.
  • Con i pronomi atoni le, li in funzione di complemento oggetto (le ammiravo, li avvertii) e con il pronome atono le in funzione di complemento di termine (le affiancherò un tutore).
  • Con il pronome personale atono ci seguita da vocale diversa da i: ci osservava.

Poiché l’elisione è un fenomeno che riguarda le vocali atone, essa non interessa i monosillabi tonici (con accento grafico o senza): tre amici, là in fondo, qui in basso ecc, né le parole terminanti in vocale accentata: andò al cinema.

Il troncamento

Il troncamento consiste nella caduta della vocale finale o della sillaba finale di una parola.

Si possono avere pertanto due tipi di troncamento:

  • Troncamento vocalico: professore → professor;
  • Troncamento sillabico: grande → gran.

Nel troncamento vocalico la consonante che precede la vocale troncata deve essere l, m, n o r. Il troncamento si può avere anche quando la parola seguente comincia per consonante (un buon anno ma anche un buon vino). La parola seguente può iniziare per vocale o per consonante diversa da z, s preconsonantica, gn, ps, x (un buon padre ma un buono zio).

Il troncamento vocalico è obbligatorio:

  • Con le parole buono, bene: un buon vino, ben arrivato.
  • Con uno, alcuno, nessuno, ciascuno: alcun problema, nessun incidente.
  • Con signore, professore, dottore, ingegnere, cavaliere, suora: il signor Rossi, il dottor Fanti.

Il troncamento vocalico è possibile:

  • Con le parole tale e quale: un tal Mario, qual è il mio posto?.
  • Con gli infiniti verbali. Il troncamento è obbligatorio negli infiniti seguiti da un pronome atono (amare + lo → amarlo).
  • In alcune espressioni cristallizzate: amor proprio, in fin di vita, mal di testa.

Il troncamento sillabico interessa le parole bello, grande, santo, frate, poco e modo.

  • Il troncamento sillabico non si verifica mai davanti a una parola cominciante per vocale: un gran poeta ma non un gran uomo.
  • Il troncamento non è segnalato dall’apostrofo. Fanno eccezione po’ (poco), a mo’ di (a modo di).
  • Non si ha troncamento al plurale e al femminile: il buon parroco ma non *i buon parroci; alcun bisogno ma non *alcun cosa.
  • La a si tronca solo nella parola suora seguita dal nome proprio: suor Paola.
  • Gli aggettivi e gli avverbi si troncano solo quando precedono il nome o il verbo: ben fatto ma non *fatto ben; un bel vestito ma non *un vestito bel.

Il raddoppiamento fonosintattico

Il raddoppiamento fonosintattico avviene quando la consonante iniziale di una parola viene pronunciata come se fosse doppia.

Il raddoppiamento fonosintattico si ha:

  • Dopo tutti i monosillabi con accento grafico (dà, è, lì).
  • Dopo alcuni monosillabi senza accento grafico: do, e, fa, ma, me, sto, tra.
  • Dopo tutte le parole tronche: città, perché.
  • Dopo come (solo in Toscana), dove (solo in Toscana), qualche, sopra.
  • Con alcune lettere dell’alfabeto: tivvù per Tv.

Poiché il raddoppiamento fonosintattico non è rappresentato dalla grafia, occorre fare attenzione a rafforzare le consonanti iniziali quando si trovano nelle condizioni sopra elencate.

L’intonazione

L’andamento melodico di una lingua è dato dall’altezza tonale con cui si pronunciano le sillabe che si susseguono nella catena fonica. L’alternanza di vocali toniche e atone crea l’intonazione della frase. Un certo andamento melodico caratterizza l’intera frase, tuttavia la porzione più sensibile ai mutamenti tonali è quella finale; questa porzione di frase prende il nome di tonìa. Si distinguono tre tonìe fondamentali:

  1. Una tonìa conclusiva, caratterizzata da un andamento discendente.
  2. Una tonìa interrogativa, caratterizzata da un andamento ascendente.
  3. Una tonìa sospensiva, caratterizzata da un andamento ascendente-discendente.

Le tonìe possono essere rappresentate graficamente per mezzo di tonogrammi, speciali diagrammi che consentono di visualizzare la collocazione tonale relativa delle sillabe.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Nadia1996 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Zaggia Massimo.
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