Roberto Carnero – Pasolini. Morire per le idee
Introduzione
Pier Paolo Pasolini ha con ogni suo lavoro espresso la volontà di lottare, anche da solo, contro quelle istituzioni e quei meccanismi di consenso che privano l’uomo della sua autenticità. La sua opera è un invito a indagare la realtà che ci circonda, a esplorarne lati in ombra, a non accontentarci delle facili certezze di una mentalità conformista. La scrittura di Pasolini può essere definita una “scrittura ideologica”.
In vita Pasolini ha fatto quello che pochi hanno il coraggio di fare: andare controcorrente. Non per una posa mediatica o per una sorta di esibizionismo anticonformistico, bensì sempre per intima convinzione, per affermare, cioè, le proprie idee, essendo pronto a pagarne le conseguenze più pesanti; compresa la più estrema: la perdita della vita.
Per questo la figura di Pasolini è stata ai suoi tempi quella di un grande “inattuale”. Prima, nei confronti della politica, è stato un intellettuale “disorganico”, autonomo e indipendente da qualsiasi ipoteca ideologica; poi, dalla fine degli anni Cinquanta in avanti, in contrasto con la tendenza del momento di intendere l’arte in chiave ludica, si intensifica in Pasolini una tenace volontà di critica alla società dei consumi, ai suoi falsi valori e alla prassi politica di quegli anni.
Paradossalmente però quella che allora poteva essere considerata la sua inattualità si è trasformata dopo la sua morte e sempre più fino ad oggi nella percezione di una sua straordinaria attualità. È quasi come se dopo le censure e gli ostracismi subiti in vita, ora Pasolini, per una sorta di compensazione riparativa, sia divenuto una presenza costante e inconsumabile. L'inattualità di Pasolini ai suoi tempi è anche motivata dalla sua “eresia”, nel senso delle sue scelte provocatorie contro una realtà insoddisfacente, perché incapace di rispondere ai bisogni profondi dell’essere umano.
Da sempre, infatti, la società tende a mettere in riga, con vari strumenti e meccanismi (spesso violenti), gli “eretici”: vale a dire coloro che osano contraddirla nel suo grigio “buon senso”, nel suo conformistico “senso comune”.
Pasolini rifiutava lo status quo e per questo la sua figura è stata a volte accostata a quella di Giordano Bruno, anch’egli vittima del potere, seppur in un’epoca diversa. Un’altra figura a volta accostata a quella di Pasolini è quella di Giacomo Leopardi, di cui la poesia viene considerata in alcuni momenti “impura” perché intrisa di “pensiero” e “filosofia”.
Pasolini viene considerato un autore “impuro” e conseguentemente la sua una letteratura “impura”, giacché gli addentellati con la realtà extra testuale sono sempre assai forti e stretti. Il valore delle sue pagine risiede allora in gran parte non solo nello scritto ma anche in ciò che sta fuori e al di là della pagina. Pasolini è un autore che fa parte integrante dell’opera, mentre il testo è solo il residuo o la traccia di ciò che l’artista ha fatto. L’opera pasoliniana è quindi costituita anche dalla presenza fisica, pubblica e mediatica del suo autore. Si potrebbe anche aggiungere che essa è costituita anche dalla sua stessa morte, “morte sacrificale” a valorizzazione semantica (retroattiva) dell’opera.
Lo scrittore, inoltre, non teme le contaminazioni aborrite dalla tradizione italiana del “bellettrismo”, anzi convivono in lui l’amore per la letteratura ma anche un profondo rifiuto di essa. Per questa tensione sperimentale di Pasolini non si coglie soltanto nella continua volontà di inventare nuovi linguaggi (cambiando anche genere artistico: dalla letteratura al cinema e ritorno, ad esempio), ma anche in un inesauribile confronto con il mondo, in una continua ridefinizione del rapporto tra la vita personale, le scelte culturali, l’orizzonte storico, politico e sociale. Senza che però per questo venga mai negata o anche solo misconosciuta l’importanza di un fecondo rapporto con la tradizione letteraria, sempre presente come elementi di confronto e di ispirazione.
L’opera pasoliniana va dunque letta come un tutt’uno, in cui le diverse fasi di un lavoro artistico complesso si intersecano e si contaminano a vicenda: una grande opera totale all’interno della quale è difficile scindere i vari generi. Non va negato il valore del Pasolini cineasta per dare valore al poeta, ad esempio.
Ciò è stato forse capito più all’estero che in Italia, dove Pasolini appare un po’ snobbato o magari citato, ma a sproposito. È infatti un’operazione puramente strumentale e anche intellettualmente disonesta il tentativo della destra di annettersi Pasolini o parti del suo pensiero. Infatti, Pasolini è sempre stato un progressista e per quanto la sua complessità consenta sicuramente di leggerlo da diverse angolazioni, in base a differenti sensibilità, non è autorizzabile la forzatura o alla distorsione del suo pensiero.
Si può dire che Pasolini sia stato abbandonato dalla cultura italiana contemporanea, ma in fondo era già ai suoi tempi un corpo estraneo alla nostra cultura nazionale. C’è un vocabolo greco che definisce l’atteggiamento di chi si proponga di parlare apertamente, senza censurare nulla: parresìa (dire tutto, da “pan” cioè tutto e “rhema” cioè discorso). Si tratta di un concetto su cui ha molto insistito Michel Foucault, che lo definiva: “Il libero coraggio attraverso il quale ci si lega a sé stessi nell’atto di dire il vero”. Non c’è dubbio che tali caratteristiche si applichino benissimo a Pasolini soprattutto nell’ultima fase della sua produzione, totalmente priva di (auto)censure.
L’antica figura del parresiasta, secondo Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti, “riesce a cogliere il tipo di rapporto, fondamentalmente etico e non ideologico, assolutamente non strumentale, di Pasolini con la verità. Il parresiasta è colui che dice tutto ciò che si deve dire, semplicemente perché è la verità, anche a costo di essere inopportuno, di esprimere posizione diverse da quelle della maggioranza, o persino di dire verità che potrebbero mettere a rischio la propria vita”.
Questa posizione etica non prevede l’opzione dell’opportunismo, dell’opportunità o della prudenza. Così il parresiasta, citando ancora Foucault, “sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale”.
Come ricordava Oriana Fallaci in una struggente lettera scrittagli all’indomani della sua morte, Pasolini ha insegnato “che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso”.
Vita di Pier Paolo Pasolini
L'infanzia e l'adolescenza: frequenti traslochi e vacanze a Casarsa
Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, primogenito di Carlo Alberto, ufficiale di carriera e appartenente al ramo secondario di una nobile famiglia ravennate e Susanna Colussi, maestra elementare originaria di Casarsa della Delizia, un paese friulano.
Durante la totalità dell’infanzia e dell’adolescenza la famiglia è soggetta a trasferimenti causati dalla carriera del padre. Nello specifico frequenta la prima elementare a Conegliano, ma l’anno dopo si sposta a Casarsa presso la famiglia della madre con lei e il fratello. In quel periodo il padre è agli arresti in caserma per debiti di gioco. Il matrimonio tra i genitori è in crisi a causa dei litigi e tradimenti da parte di Carlo Alberto. Durante i dissidi Pier Paolo si schiererà sempre con la madre, con la quale coltiva un rapporto quasi simbiotico. Terminato il periodo di punizione del padre, comunque, la famiglia si sposta insieme a Sacile dove Pier Paolo si sottopone all’esame di ammissione al ginnasio. Viene rimandato in italiano, perché il suo tema viene giudicato “imparaticcio”. Supera l’esame di riparazione e inizia a frequentare il ginnasio e successivamente il liceo classico. Al ginnasio conosce Luciano Serra, che ritroverà al liceo e diventerà per lui uno dei più cari amici della giovinezza. Si appassiona al gioco del calcio, sport che coltiverà per tutta la vita.
Salta l’ultimo anno di liceo per il brillante profitto e nel 1939 si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna. Per tutto il periodo della giovinezza continuerà a trascorrere le vacanze estive a Casarsa, che diventerà così il punto centrale della geografia interiore e affettiva dello scrittore.
Le sue materie preferite all’università sono filologia romanza e storia dell’arte, insegnata dallo storico dell’arte Roberto Longhi, al quale chiederà la tesi. Con la sua profonda dottrina e la sua personalità carismatica, Longhi rappresenta per lo studente una ventata di aria fresca capace di spazzare via il senso di chiuso della conformistica del regime. Grazie a lui sviluppa in quegli anni un gusto figurativo che tornerà nei romanzi e soprattutto nel cinema.
Ancora studente scrive articoli per “Architrave”, rivista del Gruppo universitario fascista (GUF) ed è redattore capo del “Setaccio”, organo della Gioventù italiana del Littorio (GIL). La collaborazione con queste testate però non rappresenta in alcun modo una un’adesione ideologica al fascismo. Tutto il percorso formativo di Pasolini si è svolto durante la dittatura, cioè il pensiero unico. I giovani della sua generazione non avevano quindi altra scelta se non aderire, in molti casi acriticamente, alla sola prospettiva politico – ideologica possibile in quel momento.
Possiamo dunque parlare, a proposito del Pasolini di quegli anni, di un sostanziale “a-fascismo” che diventerà poi netto antifascismo dal 1943. Proprio frequentando il mondo del “fascismo universitario”, Pasolini comincia a sviluppare una certa insofferenza per l’angustia e per le censure del regime. Non caso, a seguito di suoi contrasti con il direttore, il “Setaccio” cessa le pubblicazioni dopo solo sei numeri. Sull’ultimo numero compare, tra l’altro, un articolo di Pasolini, intitolato “Ultimo discorso sugli intellettuali”, fortemente polemico nei confronti della propaganda culturale del regime.
Nel 1942 pubblica “Poesie a Casarsa”, testi scritti nel friulano “della destra del Tagliamento”, lingua che non vantava tradizioni letterarie e che egli in parte inventa per puri scopi artistici. La pubblicazione del libretto cambia la vita dell’autore che da questo momento farà della poesia il suo impegno principale.
Il periodo friulano: la guerra e le prime esperienze didattiche
Il 25 luglio 1943 cade il regime fascista. Pasolini viene chiamato alle armi pochi giorni prima dell’armistizio dell’8 settembre. Quando il suo reparto è fatto prigioniero dai tedeschi riesce a fuggire e a mettersi a riparo a Casarsa, dove intanto la famiglia si era trasferita per attendere più al sicuro che a Bologna la fine della guerra. Nella fuga perde gli appunti della tesi di laurea, episodio che lo convince a cambiare l’oggetto della ricerca: si laureerà nel novembre 1945 con una tesi su Giovanni Pascoli.
Dall’inizio dell’anno scolastico 1943-1944 apre a San Giovanni (frazione di Casarsa) una scuola privata per i ragazzi che a causa dei bombardamenti non riescono a raggiungere le scuole di Udine o Pordenone. È il primo, grande esperimento pedagogico pasoliniano. L’esperienza dura solo pochi mesi perché la scuola viene chiusa per intervento del Provveditorato agli studi di Udine in quanto priva delle autorizzazioni necessarie.
Dalla primavera del 1944 si stabilisce con la madre in una stanza affittata in un casolare a Versuta, una piccola frazione di Casarsa, più sicura, perché la casa di famiglia a Casarsa si trovava vicino la ferrovia ed era dunque a rischio di essere colpita dai bombardamenti aerei alleati. Prima a Casarsa e poi a Versuta, Pasolini dà vita a una seconda esperienza pedagogica per bambini delle elementari e ragazzi delle medie. Questa attività di insegnamento durerà fino al 1947 e sarà considerata da Pasolini quella più appassionante della sua carriera di docente: in quei ragazzi, figli di contadini, trova una purezza incorrotta che li rende ai suoi occhi moralmente superiori ai loro coetanei figli di borghesi.
Il trauma della morte del fratello
Il fratello Guido, che ha diciannove anni e ha da poco terminato il liceo scientifico, si è avvicinato, dall’estate del 1944, alle formazioni partigiane, distinguendosi per il coraggio profuso in azioni molto rischiose. Entra nella brigata Osoppo, composta di aderenti ai vecchi partiti antifascisti: cattolici, liberali, monarchici.
Il 12 febbraio del 1945 Guido viene assassinato dai partiti comunisti della brigata Garibaldi che combattono per l’adesione del Friuli alla nascente repubblica jugoslava. Guido viene fatto prigioniero destinato ad essere giustiziato dopo un processo sommario di fronte a “giudici” della brigata Garibaldi. Sembra che a Guido fosse stata offerta la possibilità di salvarsi passando dall’altra parte ma l’offerta fu respinta. Il 12 febbraio Guido venne costretto a scendere nella fossa che era stata preparata per lui e finito a colpi di arma da fuoco. In seguito, trentasei imputati saranno condannati a pene molto severe (fino all’ergastolo).
La notizia ufficiale della morte di Guido raggiunge Casarsa tre mesi più tardi, Pier Paolo apprende la notizia mentre passeggiava ed è lui a dovere informare la madre: uno dei momenti più duri di cui potrà avere memoria. Il colpo è durissimo sul piano affettivo, ma anche politico. Pier Paolo stava infatti maturando un avvicinamento all’ideologia marxista, che lo porterà, alla fine del 1947, a iscriversi al PCI, partecipando poi attivamente alle sue iniziative e assumendo ruoli di responsabilità a livello locale. La sincerità della sua adesione al comunismo si misura proprio in relazione al fatto che Pier Paolo avrebbe avuto tutte le ragioni sul piano personale per essere, anzi, anticomunista, data la morte del fratello per mano dei partigiani “rossi”. Fu invece in grado di scindere l’aspetto personale da quello politico.
La scoperta della politica, l’impegno e i “fatti di Ramuscello”
A Casarsa Pasolini si dedica con passione all’insegnamento: dapprima, durante la guerra, come abbiamo visto, nella piccola scuola privata aperta con la madre, poi dal 1947, con un incarico alla scuola media statale di Valvasone, borgo non lontano da Casarsa. Vivere in paese lo avvicina alla gente e ai suoi problemi sociali: dialetto non è più una lingua per fare poesia, ma un idioma effettivamente parlato. Intanto, finita la guerra, il padre è tornato a Casarsa, la famiglia si è quindi riunita.
Pasolini si appassiona alla politica: dopo avere inizialmente aderito all’associazione autonomista “Patrie tal Friûl” (da cui scaturisce il “Movimento popolare friulano”), nel 1947, decide di iscriversi al Partito comunista italiano, più rispondente ai principi marxisti che nel frattempo ha fatto propri. Pasolini è molto attivo a livello locale, nella sezione del partito di San Giovanni, di cui a un certo momento diventa segretario.
Negli anni che vanno dal 1947 al 1949 l’attivismo politico di Pasolini è notevole: scrive manifesti in italiano e friulano, partecipa a comizi e manifestazioni pubbliche, appoggia le incipienti rivendicazioni contadine. In occasione delle elezioni del 1948 Pasolini espone a San Giovanni dei giornali murali in cui attacca la Democrazia cristiana e la reazione clericale.
Sta però per accadere un fatto che segnerà per sempre la vita di Pasolini. Il 30 settembre 1949 durante una festa di paese nel borgo di Ramuscello, Pier Paolo si apparta con quattro ragazzi minorenni con i quali intercorrono “dei rapporti sessuali molto semplici”. Non si tratta di approvare o giustificare quanto è accaduto, ma l’episodio necessita di essere contestualizzato all’interno di una società contadina in cui l’abitudine alla pratica sessuale era certamente più precoce che nel mondo borghese. Il giorno dopo uno di loro ne parla e qualcuno informa i carabinieri: il 22 ottobre Pasolini viene denunciato per “corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico” e in seguito è rinviato a giudizio.
Il 28 dicembre 1950 il pretore di San Vito al Tagliamento condannerà Pasolini e due dei ragazzi a tre mesi, interamente confinati, per il resto di atti osceni in luogo pubblico, assolvendolo dall’accusa di corruzione, non essendoci stata querela di parte (sebbene fosse stata dai carabinieri insistentemente sollecitata). L’8 aprile 1952 il Tribunale di Pordenone assolverà in appello il poeta e gli altri due coimputati, fatto che a quel punto però conta poco. Subito, nell’ottobre del '49, scoppia lo scandalo: Pasolini viene sospeso dall’insegnamento ed espulso dal PCI (“per indegnità morale”), senza neanche attendere l’esito del procedimento disciplinare a suo carico.
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