IL CINQUECENTO
Le fonti per la storia dell’arte
Capitolo 1: La figura dell’artista
Come per molti aspetti legati alla teoria dell’arte, gli scritti di Leon Battista
Alberti costituiscono un punto di partenza dell’evoluzione della figura
dell’artista.
Di impatto fondamentale anche le fonti antiche: Plinio, Vitruvio.
Diffuse grazie al fiorente settore dell’editoria.
Anche durante il Medioevo gli artisti godettero sempre di privilegi e furono
spesso collocati all’apice della struttura gerarchica dei mestieri.
La loro vera forza stava nel riuscire a rimettere in questione il confine tra
finzione e realtà in modo da suscitare meraviglia e stupore.
“tiene in sé la pittura forza divina”
Leon Battista Alberti =
Durante il Rinascimento: concetto di miracolo legato all’opera d’arte,
prerogativa del culto delle icone, subì una sorta di traslazione associato al
suo creatore.
Il culto dell’icona miracolosa tende a evolvere in un topos letterario
Cinquecento
Che nel sono principalmente 3:
• L’icona miracolosa= Nel Rinascimento, appunto, l’opera eccellente è
considerata un miracolo e all’artista è conferita un’aurea divina come si
Parmigianino,
evince dal racconto di Vasari sul quando l’artista, durante il
sacco di Roma, fu risparmiato dai lanzichenecchi rapiti dalla sua arte. Il
messaggio di questo aneddoto è quello della superiorità dell’arte rispetto
alla guerra e della libertà dell’artista rispetto al potere.
• Tema della creazione= Sansovino
Aneddoto su che si ispira evidentemente
a Pigmalione. Il modello Pippo mentre posa per il Bacco vorrebbe essere
una statua. Sansovino risucchia la forza vitale dal modello per trasferirla alla
“miracolosissima”.
scultura definita
• Tema della resurrezione= Cellini
Aneddoto del sulla fusione del Perseo,
fusione salvata in extremis dall’artefice. Dietro a questa messa in scena si
cela un chiaro riferimento al mito di Prometeo con la presenza della saetta
che infiamma il forno, alludendo al fuoco celeste che dà vita al tutto. E poi
“morto”
viene raccontato l’aneddoto sul blocco di marmo utilizzato da
Michelangelo per la realizzazione del David.
Da questi temi appare chiaro come l’artista sia accostato alla divinità, si parla
infatti, di culto dell’artista.
• Leonardo da Vinci ci lascia delle osservazioni che attestano la clamorosa
artifex alter deus
evoluzione di una figura che da si trasforma in : si afferma
dio-artista artista-creatore
un’analogia tra e .
Per Leonardo l’arte è figlia della natura e nipote di Dio e l’artista è signore e
creatore di tutto ciò che può essere immaginato.
• Erasmo da Rotterdam Albrecht
Nella stessa ottica per elogiare l’arte di
Dürer e dimostrare la superiorità su Apelle, fornì un elenco di elementi o
stati d’animo tradotti dal bulino del Tedesco : dal fuoco alle sensazioni, dal
suono fin quasi alla voce umana.
• Pomponio Guarico
Mentre per lo scultore è al pari di un poeta o di un
oratore, ma non ha natura divina. “divino”
• Vasari Raffaello e Michelangelo
Invece il attribuisce il termine a
nelle Vite. “divino”
• Francisco Holanda
Per l’appellativo restava accessibile a pochi.
1.2. Il pittore nobile.
Il cambiamento della figura dell’artista in questi anni passa anche per il
termine utilizzato per indicarli.
- “Non
artista
Fra i primi, Michelangelo utilizza la parola nel famoso sonetto
ha l’ottimo artista alcun concetto” , rifacendosi all’auctoritas dantesca per
infondere alla parola una dimensione nuova, nobile, intellettualizzata e la
artefice,
utilizza al posto di usata fino ad allora. Non si tratta solo di una
modifica del termine ma di un distacco dall’immagine dell’artista-artigiano.
- La riscoperta dell’arte classica portò ad una rivalutazione dell’artista, che
nelle descrizioni di Paolo Pino il personaggio che ne emerge è quello del
perfetto cortigiano.
- In quegli anni l’arte della pittura era, infatti, praticata dai nobili e vietata ai
Andrea Gilio,
servi. Per molti, tra cui la decadenza dell’arte era da
“gente povera e ignorante”.
ricondurre al fatto che fosse lasciata in mano di
Paleotti
Segue la stessa linea il cardinale ma con una variabile di non poco
“nobiltà accidentale dell’arte” intrinseca
conto quando distingue la da quella
o assoluta ut pictura poesis.
stabilita con l’argomentazione dell’ “opinione
Accidentale che n’hanno i
è quella nobiltà che dipende dall’
popoli”. Con ciò Paleotti sembra voler prendere una distanza a posteriori dal
concetto di nobiltà dell’arte.
Romano Alberti si avvalse della doppia accezione di nobiltà :
1. Nobiltà dovuta all’appartenenza alla categoria sociale.
2. Nobiltà dovuta all’eccellenza e all’elevatezza morale.
Proponeva di considerare il guadagno in senso meno stretto.
In alcuni casi gli artisti raggiunsero davvero il titolo nobiliare, come:
Tiziano Baccio Bandinelli,
o anche se quest’ultimo non godette mai
dell’ammirazione dei contemporanei, già critici verso le sue opere.
Chi più di tutti fu consapevole dello statuto sociale raggiunto fu
Michelangelo il quale in una lettera al nipote svela la sua
preoccupazione in merito al rango sociale della famiglia.
In particolare, preme perché il nipote compri a Firenze una residenza
degna della loro discendenza ed evidenzia la volontà di distinguersi
“chi ne fa bottega”
dagli artigiani di bottega , chiedendo che la
corrispondenza fosse indirizzata a Michelangelo Buonarroti e non
“Michelangelo lo scultore”. “artefice”
Per molto tempo comunque continuò a prevalere il termine mentre
“artista” si andò affermando solo alla fine del Settecento, in parallelo alla
nascita
della nozione di belle arti.
1.3 Professione e formazione.
Cinquecento:
Cambia sia figura dell’artista che il rapporto tra quest’ultimo e la bottega.
Romano Alberti à
Per arte doveva essere liberale uomo libero.
Benvenuto Cellini
In questo caso è emblematico è il racconto di che a Roma
decide liberamente di cambiare bottega, studiare autonomamente le antichità
in quanto uomo libero, lavorante libero e non appartenente a nessuno.
Il racconto di Cellini, fatto anni dopo l’avvenimento (aveva 58 anni), pone
l’attenzione su un tema dibattuto in quegli anni ovvero quello sulla libertà
dalle corporazioni. Papa Paolo III motu proprio
Argomento trattato anche da nel in cui
“i diletti Figli nostri”
svincolava alcuni artisti suoi protetti dalle corporazioni.
FORMAZIONE= Il fenomeno più rilevante nel Cinquecento è la nascita delle
“Leonardo
accademie d’arte, tra le principali ricordiamo l’accademia da
Ludovico Sforza.
Vinci” nella Milano di Luca Pacioli divina
Su quest’accademia abbiamo delle testimonianze di (“De
proporzione”), Bernardino Corio di Milano”) Enrico Boscano
di (“Storia e di
beata”) à
(“Isola racconta che era diventata il luogo di incontro di artisti,
Leonardo, Bramante e Caradosso.
musicisti, poeti ecc. tra cui
“accademia”
Il termine subisce un profondo cambiamento di significato tra
Quattrocento e Seicento.
La problematica sollevata era quella di valutare in quali misure le accademie
avessero una funzione formativa, uno scopo educativo.
• Sicuramente erano chiamate con questo appellativo anche le riunioni
informali tra artisti che dialogavano su arte, letteratura e scienze.
• Tra le prime accademie di questo tipo e che contano anche degli
apprendisti al loro interno ricordiamo le iniziative di Baccio Bandinelli prima
a Roma e poi a Firenze.
• Si è soliti considerare quale precursore delle accademie d’arte il giardino di
Michelangelo.
sculture di San Marco, legato alla giovinezza di Questa
scuola diventò un elemento di notevole rilievo per i fondatori dell’Accademia
del Disegno.
• 1563 Nasce a Firenze la prima accademia d’arte. Membro fondatore fu il
Vite.
Vasari, il quale ne parla nelle L’iniziativa si concretizzò per volontà del
Giovanni Angelo Montorsoli
frate e scultore con concessione della
Cappella del convento della Santissima Annunziata.
• L’accademia era, quindi, come una ristretta cerchia, un’élite di artisti sotto la
protezione del duca. Questa istituzione permetteva di distinguersi, di
“nobiltà
acquisire un titolo di culturale”.
• All’interno di questa erano frequenti le dispute tra i vari artisti sorgevano
in primo luogo, per la coabitazione di specializzazioni differenti, soprattutto
fra pittori e scultori. È nota la disputa sul primato delle arti che avvenne
durante le preparazioni per le esequie di Michelangelo.
• Da dei carteggi tra il duca, i suoi segretari e Borghini, primo luogotenente
dell’accademia, si evince che le elezioni di nuovi membri erano soggette a
contestazioni e che Borghini non sempre era in grado di placare le
discussioni. Egli si ritirò dopo un anno.
• Lo stesso in un documento sottolinea l’importanza di distinguere
l’accademia del disegno di Firenze dalle altre, per la produzione di opere
piuttosto che per le dispute le quali erano caratteristiche delle accademie
un’accademia del fare.
umanistiche. La definisce
• fare
L’importanza del era :
1. Un’idea basilare diffusa nella cerchia degli eruditi
2. Di stampo aristotelico arti fattive Benedetto Varchi
3. Risalente al concetto di esposto da nel
1547.
• 1571: Cosimo I libera i membri dell’accademia dal vincolo delle
corporazioni, quindi non furono più costretti a pagare una tassa per le
vecchie corporazioni.
• Questo portò al distacco dell’architettura, la scultura e la pittura dalle gilde
dove erano affiancate da discipline connesse contribuendo a formare una
gerarchizzazione delle arti: una delle attività artistiche fino ad allora di
“arte minore”
maggior spicco come l’oreficeria diventa creando liti tra pittori
Paggi
e doratori. Ne siamo a conoscenza tramite la testimonianza del che si
1590.
oppone alla parificazione a Genova tra pittori e doratori proposta nel
• Paggi
Il sottolineò anche il fatto che l’insegnamento tradizionale dispensato
in bottega sotto la guida di un solo maestro non poteva dar esito a buoni
risultati
• Le differenze sostanziali tra accademia e bottega sono la durata e la
preparazione offerta. L’insegnamento in accademia era volto ad una
à
formazione migliore, più ampia e più veloce in modo che si ottenessero in
poco tempo dei giovani talenti.
• Zuccari al fine di massimizzare l’insegnamento propose un programma
volto ad introdurre una dimensione più intellettualizzante, ma l’accademia
romana respinse questa proposta ritenuta, secondo Romano Alberti, troppo
distante dalla visione della chiesa.
• L’accademia romana divenne comunque un punto di riferimento per tutti gli
artisti e a questa si ispirarono i Carracci per la loro accademia bolognese.
• Infine, secondo Lomazzo lo studio era vano per chi non nascesse con il
“nato
dono dell’arte, per chi non era Pittore” ma restava indispensabile perchi
“furioso
questo dono lo aveva, il naturale” e poteva canalizzare il talento
nella giusta direzione solo attraverso la frequentazione dell’accademia.
• Mantenere lo stato d’eccellenza raggiunto era, comunque, la principale
preoccupazione e motivazione dei fondatori delle accademie.
1.4 L’artista, la malinconia e il capriccio.
• La figura dell’artista coltivata in accademia era quella del perfetto cortigiano.
Rinascimento
Ma nel si era fatta spazio l’idea di un artista isolato ed
eccentrico, in difficoltà con sé stesso e con gli altri.
• Leonardo consigliava di disegnare in compagnia per stimolare l’emulazione
e l’invidia, ma per lui erano fondamentali i momenti di raccoglimento in
solitudine, poiché propiziatori. Ciò che l’artista, per Leonardo, doveva fare
era trovare un equilibrio tra isolamento ed emarginazione.
• Cinquecento
Nel la malinconia veniva accostata alla follia. Oltre a
Leonardo anche Michelangelo confidò all’amico Sebastiano del Piombo le
sue preoccupazioni quando si era concesso un po’ di tempo libero,
“malinconia”
definendo questo suo isolamento con il termine di
• Romano Alberti
Negli stessi anni si espresse anche sulla malinconia
dicendo che per lui era fondamentale per l’esperienza artistica , per fare
quello sforzo di memoria necessario per imitare la natura, dunque la realtà e
controriforma.
non l’immaginazione. Tesi perfettamente in linea con la
• Vasari inserisce nella sua letteratura alcuni richiami alla malinconia,
celandoli dietro altri tipi di malessere (es. eccessivo caldo). Per lui la
malinconia è simbolo di irresolutezza e la bizzarria, l’eccentricità sono altre
facce della malinconia e quindi da condannare.
• Raffaello,
L’artista modello post tridentino è che è in contrapposizione con
la malinconia. Il primo rappresentante dell’altro ideale di artista, ossia un
gentiluomo virtuoso, socievole e dinamico.
• Giovan Battista Armenini
Alla fine del Cinquecento condannava l’umor
malinconico. Ne deplorò gli eccessi e ne denunciò la mancanza di profitto.
1.5 L’artista e il lavoro. divinitas,
Nonostante l’ideale di libertà e della l’artista cinquecentesco rimane
legato ai rapporti con i committenti e si serve della rete di contatti con gli altri
artisti per trovare nuovi lavori: Sebastiano del Piombo
1. Resta famosa la richiesta di aiuto di all’amico
Michelangelo, pochi giorni dopo la morte di Raffaello, agognando invano i
prestigiosi cantieri dei Palazzi Vaticani.
Lorenzo Lotto
2. Interessante la lettera di in cui si raccomandano al
Jacopo Sansovino
Consorzio della Misericordia di Bergamo due scultori : e
Ammannati).
un giovane non identificabile (forse
• Nelle lettere di raccomandazione viene spesso nominato
Michelangelo come garante o come termine di paragone. In queste
lettere emerge l’identikit dell’artista che viene descritto, nel caso di
Vasari gli aggettivi utilizzati nella lettera di raccomandazione sono
fortemente indicativi della sua personalità.
• I rapporti tra artisti e committenti erano piuttosto complessi: i
committenti stimolavano la competizione tra gli artisti, che diveniva
più aspra in concomitanza dei bandi o concorsi. L’artista doveva
dimostrarsi uno scaltro diplomatico se intendeva ambire agli incarichi
più prestigiosi , nonché un abile gestore dei propri beni se voleva
assicurarsi un’esistenza meno incerta , più serena e stabile.
• Emblematica la rivalità tra Bandinelli e Cellini. Secondo quanto
racconta Vasari, l’unico ambiente privo di questa maligna competizione era il
gruppo di Raffaello. Quest’ultimo divenne un modello vincente di lavoro
collegiale in opposizione all’immagine dei saturnini Michelangelo e Pontormo
che lavoravano in isolamento e con sofferenza, basti pensare ai problemi di
salute derivanti dalle posizioni scomode assunte per le decorazioni.
Capitolo 2. Scrivere d’arte nel Cinquecento.
Le nuove forme di trasmissione e ricezione delle informazioni unite allo
sviluppo dell’economia, portarono al ripensamento della gerarchia dei generi
letterari. La carta stampata , supporto ideale a veicolare e a diffondere gli
scritti e le immagini su ampia scala, nel Cinquecento viene utilizzata come
complemento dell’arte per promuovere l’opera e l’artista.
Sono due i quesiti fondamentali che emergono durante il Cinquecento:
1. Chi scrive d’arte?
2. Come scrivere d’arte?
2.1 Chi scrive d’arte?
La rigida compartimentazione del sapere portò al dilemma:
Lasciare al letterato la trattazione di una materia , cioè l’arte, che non aveva
mai praticato o viceversa lasciare il compito all’artista di esprimersi
utilizzando segni grafici, le lettere, non attinenti alla propria disciplina.
nobiltà dell’arte:
Si aprì quindi un dibattito sulla
Sebbene la figura dell’artista sia stata messa spesso in discussione, spinta a
dover giustificare la sua intrusione nel mondo della scrittura, anche
l’incursione degli uomini di lettere fu considerata invasiva da non pochi artisti.
• Leonardo
Per la pittura non si dimostrava col suo fine nelle parole, ma era
chiaro che il procedimento di nobilitazione dell’arte doveva implicare anche
l’elaborazione di un’articolata teoria, necessitando il ricorso alla scrittura.
“ben “ben
• Cellini
Per il fare” è più importante del dire” quindi sono gli artisti
per lui a dover assumere il compito di teorizzare l’arte.
• Lodovico Dolce
Per i grandi artisti avrebbero eccelso pure con la penna,
se avessero potuto o voluto porvi cura.
• Francesco Albertini, un antiquario e studioso appassionato di arte, si
guardò bene da dare un giudizio scritto sulle opere d’arte, riconoscendo di
non esserne all’altezza.
• Il crescente interesse verso l’arte, soprattutto da parte dei nobili, in quanto
ritenuta mat
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