La Fenomenologia di Edmund Husserl: Fondamenti, Struttura della Percezione e Dinamiche della Sintesi Passiva
Fondamenti e Progetto della Fenomenologia
La filosofia di Edmund Husserl si sviluppa in un momento in cui la “sua fama in Europa è in auge”. Il percorso formativo di
Husserl parte dalla matematica, poi si innamora della psicologia ed infine della filosofia. Dopodiché concepisce l'idea di
studiare e costruire una fenomenologia, una scienza del modo in cui le cose si manifestano.
Lo scopo di questa scienza è cogliere le strutture logiche nascoste che non sono legate né alla fisiologia né a qualcosa che
sta scritta nella coscienza, ma che hanno a che fare con il piano che si apre quando noi entriamo in contatto con un
fenomeno. L'impresa fenomenologica è riassunta da Giovanni Piana attraverso quattro concetti fondamentali:
intenzionalità, essenza, costituzione e sintesi. Inoltre, “la fenomenologia non è una psicologia: non è una teoria critica di
tipo kantiana secondo cui le cose stanno tutte dentro l’oggetto”.
Intenzionalità: Caratteristica Dinamica della Coscienza
L'intenzionalità è un insieme di motivi che si applica alla tematica della coscienza. Essa deriva dal verbo intendere, che in
tedesco si traduce con il verbo “meinen”, simile a quello "pensare", nell’accezione di opinione (Meinung) o di ‘aver di mira’.
L’intendere ha una struttura dinamica di cose che tendono a trasformarsi. Tutte queste considerazioni possono dunque
essere riportate alle diversità dei modi di intendere qualcosa. L’intendere ha, per questo, anche il senso di un modo di aver
di mira.
L’analisi intenzionale caratterizza atti come il percepire, il ricordare, l’immaginare, il volere, il desiderare, ecc. Si tratta
dunque della “coscienza” stessa. Così la differenza tra percepire ed immaginare sarà da ricercare nel diverso modo in cui
esse si riferiscono al loro oggetto – uno stesso oggetto, ad esempio un cavallo, può essere dato percettivamente o
immaginativamente e la differenza sta unicamente nel modo in cui esso viene “inteso” nell’uno o nell’altro caso.
Secondo Husserl, “non c’è un solo momento della nostra vita in cui la nostra coscienza non abbia a che fare con qualcosa”.
La coscienza è sempre coscienza di qualcosa, e “non è mai un contenitore vuoto”. Noi abbiamo continuamente a che vedere
con dei contenuti: delle intenzioni, un significato, una cosa che vedo o che sento. Ogni atto intenzionale, dunque, mette in
relazione il soggetto con un oggetto o con un senso, e ciò modifica il modo in cui la coscienza stessa si struttura e si dà a sé
stessa.
L'intenzionalità esprime una situazione di dinamismo. Avere un'intenzione significa non proprio decidere ma
orientare/dare una direzione rispetto a qualcosa che ancora non è stato perfettamente deciso; è una dimensione di apertura
verso il futuro ed il futuro è qualcosa che ha a che fare con l’intenzione dinamica. L’intenzione guarda ‘verso qualcosa che
di norma non è stato ancora realizzato; implica che nella situazione presente quella cosa non c’è ancora’. Essa opera la
transizione tra interno ed esterno, tra immanente e trascendente.
Essenza e Struttura Metodologica
La ricerca fenomenologica è rivolta all’essenza (Wesen, Essenz, eidos). Quest’ultima è ciò che permane identico al di là
delle possibili variazioni. Il punto essenziale di una questione è il punto più importante, il punto che non può mancare
senza che la questione perda del tutto di senso.
Per intendere l’essenza nella fenomenologia, bisogna separarla dalla ricerca di una definizione, che è un’operazione di
concettualizzazione. Con la fenomenologia si fa avanti un’istanza descrittiva; ma allora in che senso si può dire che la
ricerca fenomeno-logica è rivolta all’essenza? Lo si può dire in quanto nella ricerca diretta sui fenomeni, nelle descrizioni
che andiamo conducendo ci imbattiamo in circostanze, relazioni, proprietà che non sono accidentali: tutto l’interesse della
nostra ricerca dipende dal reperimento di circostanze che appartengono all’ordine dell’essenza.
Husserl sostiene che l’ambito delle verità essenziali è da estendere dal campo delle scienze matematico–formali al campo
dell’esperienza, quindi anche al campo dei fenomeni, proponendosi di realizzare una vera e propria geometria
dell’esperienza in cui viene meno l’aspetto deduttivo.
Il termine essenza può essere sostituito da struttura o strutturale, perché il riferimento alla struttura implica che i rapporti
strutturali in questione abbiano un carattere di necessità.
Percezione, Prospettivismo e Costituzione del Senso 1
Il mondo della sensazione, il modo in cui le cose si offrono a noi: è un campo. Il primo a parlare del mondo della sensazione
fu David Hume. Husserl, tuttavia, ha il “terrore” della parola sensazione e parla di percezione senza parlare di sensazioni.
Il prospettivismo della percezione è una circostanza che caratterizza l'essenza stessa dell'atto percettivo. Husserl vuole
avere una conoscenza sostanziale dell’oggetto, dall’insieme dei punti di vista attraverso cui noi guardiamo l’oggetto. Egli
aspira ad arrivare ad una conoscenza completa delle cose, ma è in grado di vedere le cose solo un profilo per volta: può
cogliere le cose solo un lato per volta.
Un oggetto del mondo (ad esempio, un cubo) non ci è mai dato tutto in una volta. Ne vediamo sempre solo un lato, una
prospettiva parziale. Ma noi comprendiamo comunque che quell'oggetto ha altri lati, anche se non li percepiamo in quel
momento. Quindi: ogni atto percettivo dà un profilo dell'oggetto; l'oggetto stesso è trascendente rispetto a ogni singolo
atto percettivo; la totalità dell'oggetto è costituita nella coscienza come sintesi di molte prospettive.
La percezione ci promette sempre di più di quello che in realtà riesce a fare, e non riusciamo a vedere tutto subito, vediamo
una cosa alla volta come, ad esempio, le prospettive nel corpo, vediamo prima la parte frontale, laterale ecc... . Ogni volta
vediamo una cosa diversa. L'idea che la percezione mira ad avere la totalità delle cose (la percezione vuole tutto ma non
può, è come bloccata in una condizione strutturale dell’esperienza), si collega alla vita.
La percezione ha un limite strutturale e si muove per aspetti. «La percezione esterna è una continua pretesa di fare qualcosa
che, per sua stessa essenza, non è in grado di fare. In un certo senso inerisce quindi alla sua essenza una contraddizione». Per
di più, in via di principio, la percezione di uno stesso oggetto è inesauribile sia come totalità, sia addirittura nei singoli
aspetti, ciascuno preso di per sé stesso. Vi è dunque una unilateralità di principio della percezione: «È necessario
innanzitutto richiamare l’attenzione sul fatto che l’aspetto, l’adombramento prospettico in cui ogni oggetto spaziale
inevitabilmente si manifesta, porta a manifestazione quest’ultimo [l’oggetto spaziale stesso] solo unilateralmente]».
Le cose si danno attraverso adombramenti prospettici. Esemplificativamente: «Se vediamo il tavolo lo vediamo da un lato
qualunque e questo è ciò che è visto propriamente: il tavolo, tuttavia, ha ancora altri lati. Ha un lato posteriore e un suo
interno che non sono visibili, ma che sono titoli che stanno per vari lati, per vari complessi che possono diventare visibili... Al
senso proprio di ogni percezione inerisce infatti, come suo senso oggettuale, l’oggetto percepito, quindi questa cosa: il tavolo
che vedo. Questa cosa non è però il lato che è ora propriamente visto, ma è la cosa nella sua interezza, che ha ancora altri lati
che potrebbero essere propriamente percepiti, non in questa ma in altre percezioni».
La prima distinzione che deve essere proposta è dunque tra quello che viene percepito propriamente (direttamente) e ciò
che non viene percepito propriamente, che è oggetto solo di una visione impropria (indiretta). I termini come proprio,
improprio; propriamente, impropriamente hanno una precisa valenza significativa e si ricollegano al tedesco eigentlich. Si
tratta di ciò che viene colto autenticamente, e quindi che viene effettivamente visto, di ciò che è dato immediatamente e
direttamente, e non solo per indicazioni, per allusioni, attraverso rimandi attraverso la mediazione di qualcosa d’altro.
In senso del tutto analogo si parla talvolta di originalità come caratteristica della percezione ovvero della percezione come
“coscienza che propone l’originale”. Il termine allude alla differenza tra copia e originale, e intende sottolineare che la
percezione è caratterizzata proprio dal fatto che in essa si ha a che fare con la cosa in quanto è data in sé stessa. Ma, e
questo è il contrasto, o addirittura l’apparente contraddizione, questa coscienza originale [=coscienza dell’originalità] è
comunque caratterizzata nello stesso tempo dal fatto che i lati propriamente visti rimandano sempre ad un possibile
completamento, ad una possibile integrazione. In realtà ci sono degli aspetti non visti che potrei vedere se mi avvicinassi di
più ad esso, se usassi una lente di ingrandimento o addirittura se esaminassi la sua superficie al microscopio:
«Anche per il lato effettivamente visto risuona il grido: avvicinati sempre di più, guardami modificando la tua posizione, cambia la direzione
dello sguardo, ecc.; riceverai da me ancora qualcosa di nuovo da vedere, del legno precedentemente visto in maniera generale e indeterminata
vedrai sempre nuove parziali colorazioni, strutture prima non visibili, ecc.»
Dunque, appartiene quindi all’essenza originaria della correlazione tra percezione esterna e “oggetto” corporeo la
fondamentale distinzione tra ciò che viene percepito propriamente e ciò che non è propriamente percepito.
La percezione è una struttura dinamica abitata dal tempo: la scena che mi sta davanti cambia (adombramento). È come se
ogni volta che faccio qualcosa mi mettessi in attesa di una seria di atti che chiariranno ancora di più ciò che sto vedendo.
Riconoscimento e Senso
L'apprensione percettiva è guidata dal senso. Sul piano della sensazione pura gli stimoli sono esattamente gli stessi, solo
che cambia completamente il senso della configurazione: nel momento in cui “io vi dico che se noi vogliamo cogliere il
senso di una struttura percettiva dobbiamo cogliere in modo nitido il senso di struttura” (ad es. la raffigurazione di
un’immagine).
“Se vi chiedessi cos’è tot oggetto voi mi rispondereste ‘non lo so’, ma se vi dico come potreste intenderlo (come il collo di
una giraffa che passa davanti ad un finestra) la struttura cambierebbe totalmente (siamo davanti ad una struttura percettiva
narrativa dotata di senso che viene colta, così mette anche in movimento il ricordo)”.
Ciò che vedo, lo vedo perché c’è un senso nella figura. Il riconoscimento non è un mero atto mnemonico: se io dovessi dire
che è una giraffa ecc perché “in passato ho visto il collo di una giraffa e poi una finestra” sarebbe un errore logico perché noi
riconosciamo la struttura del collo della giraffa proprio per come è fatta, disegnata, per come passa da una raffigurazione ad
una raffigurazione; viene intesa dal punto di vista fenomenologico proprio per come è fatta adesso… non è qualche cosa che
accade nel passato. Ciò non nega la funzione del ricordo, ma una cosa è dire che il ricordo facilita il riconoscimento di
questa raffigurazione ed un’altra cosa è dire che tutto quanto dipende da un ricordo del passato.
La percezione di figure ambigue mostra questa dinamica: La figura (un cubo) offre due possibilità di lettura una in un
senso, una in un’altra: figure instabili. “Il cubo fa da sfondo a sé stesso” = una cretinata perché si vede ora in un modo, oro
in un’altro.
La Sintesi Percettiva e le Tendenze Sintetiche
Dopo aver caratterizzato l'esperienza come dinamica, si pone la domanda: Cosa significa sintesi percettiva?
L'esperienza non è un materiale da unificare, ma è da subito concepito come un materiale attraversato da tendenze
sintetiche; quindi, da dinamismi che lo prospettano secondo un senso, secondo un orientamento. L'espressione tendenza
sintetica pone l’accento su un dinamismo interno. Le sintesi sono risultati provvisori, che non sono dati una volta per tutte,
e che possono in ogni momento essere messi nuovamente in discussione. Il parlare di sintesi in termini di forze conferisce
al problema una valenza dinamica, piuttosto che statica.
Esempio Visivo (Triangoli) e Strutture di Unità
Nell'esempio del disegno di triangoli: Cerchiamo di dare una possibile descrizione di questo disegno. Esso appare
nettamente suddiviso in due metà: se guardiamo la parte sinistra esso presenta dei triangoli che mantengono un lato
identico mentre gli altri variano, ma variano “regolarmente” secondo una regola: il vertice a destra si va sempre più
approssimando al lato che resta identico e il triangolo di conseguenza si “restringe”. Al di là della linea centrale, la parte
destra del disegno può essere descritta nello stesso modo, ma secondo un ordine inverso.
Se io la interpreto dal punto di vista
temporale come un triangolo che cambia
prospettive: irrompere del tempo e
struttura della ripetizione. Se la
interpreto come più triangoli: non ho più
il tempo ma solo la dimensione spaziale
Il disegno è colto nel suo complesso unitariamente, come un intero, ma anche con la consapevolezza che questo intero ha
una sua articolazione interna. Esso è scomponibile in unità sottostanti, che sono integrate fra loro e nell’intero complessivo
che ne risulta. Le unità sottostanti sono i triangoli stessi. Andrebbe notato che si parla di unità sottostanti, e non ad
esempio anche dai segmenti che costituiscono i lati di cui sono formati i triangoli, o addirittura dei punti di cui sono
formati quei segmenti. Ciò indica che l'elemento di base non è l'elemento ultimo e indivisibile astratto.
L'articolazione in due metà si basa sulla simmetria: Le due metà si trovano chiaramente in rapporto speculare tra loro. E la
specularità delle parti svolge in ogni caso un ruolo rilevante, tanto che la cesura viene a cadere nel mezzo, sulla linea
verticale.
Se un elemento è fuori posto (Fig. 2), l’unità è indebolita, anche se non è andata del tutto distrutta e rimane anzi ancora
una tendenza sintetica. L'esistenza di gradi fa in realtà tutt'uno con l'esistenza di possibili conflitti interni alla figura. In
certo senso il secondo triangolo reagisce alla tendenza sintetica dominante (anche se senza effettivo successo). Possiamo
dunque porre il problema delle sintesi in termini di forze, dando a tutto il problema una valenza dinamica, piuttosto che
statica. Secondo il principio di somiglianza, quest’ultima agisce da forza unificante. I due triangoli sono anche vicini, ed
anche questa vicinanza contribuisce a rafforzare l'unificazione fra essi e l’effetto sintesi.
Se l'elemento fuori posto è riposizionato radicalmente (Fig. 3), l’unità di insieme è drasticamente indebolita, il primo
triangolo sulla sinistra tende ad isolarsi da tutto il resto. In questo caso si forma una nuova formazione unitaria, che è
quella tra il terzultimo e il penultimo triangolo. Notiamo, inoltre, che qui i due pezzi posti insieme, proprio
Notiamo inoltre che qui i due pezzi posti insieme, proprio, tendono a presentarsi come un’unità chiusa e non scivolante via,
come nel caso precedente.
La Logica e la Dinamica della Percezione: Struttura Essenziale
L'obiettivo fondamentale è “creare una struttura logica degli elementi indispensabili” per poter parlare di percezione. La
premessa logica della percezione è: “Io ho percezione se e solo se posso vedere da UN punto di vista”.La percezione non è
statica, ma si inserisce in un quadro di ordine dinamico. Il dinamismo sorge perché quello che la percezione mi dà non mi
basta mai (dal punto di vista statico). Questo si manifesta come “Dinamismo latente”: quest’ultimo implica che tutte le volte
che vedo qualcosa io mi riservo la possibilità di poterla vedere meglio. Il soggetto è un elemento attivo: è animato da forme di
interesse molto forte e vuole vedere com’è fatto l’oggetto. Il termine latino Prospectus vuol dire “aspetto che si sta dando
proprio difronte a me proprio ora”: una costa che io sto vedendo, non una cosa vista.
Quando si osserva un oggetto A, si vede sempre solo un aspetto. Se l'oggetto A si può dare da tanti punti di vista, allora si
configura come una struttura tridimensionale (quindi, è un corpo). L’identità dell’oggetto è legata alla sintesi che faccio dei
punti di vista; nonostante i punti di vista da cui l'oggetto può essere colto siano infiniti, il senso dell’oggetto resta quello.
La percezione è una struttura che opera sintesi all’interno di strutture complesse. Nelle lezioni precedenti abbiamo preso uno
schema e l’abbiamo variato per cominciare a spiegare alcune cose: quando parliamo di una struttura fenomenologica, come
un blocco di triangoli disposti in un determinato ordine, noi non parliamo semplicemente di figura ma di una configurazione
complessa che sta prendendo forma (che si sta assestando); in questa struttura vi sono delle unità organizzate secondo un
criterio che la percezione in qualche modo ricon
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