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Le serie tv

Gianluigi Rossini: l'età classica

Televisione, broadcasting e vita nazionale

La parola televisione è stata coniata per identificare una terminologia, un sistema di trasmissione a distanza di immagini e suoni, via cavo o via etere. Essa indica la tecnologia nel suo complesso e va distinta da televisore, apparecchio tramite il quale immagini e suoni vengono ricevuti e ricodificati in una forma per noi comprensibile. Ma quando parliamo di televisione, in realtà, ci riferiamo a qualcosa di molto più ampio e strutturato che non è riassumibile in una tecnologia, un apparecchio, un dispositivo, un supporto.

Una certa, diffusissima idea di base di televisione corrisponde alla conformazione che essa ha assunto nei paesi occidentali, alla fine di un processo svoltosi in primis negli Stati Uniti e in Gran Bretagna tra la fine degli anni '40 e gli anni '50. In queste due nazioni, prima che nel resto del mondo, il medium esce definitivamente dalla sua fase sperimentale, assume una forma stabile e conquista in pochissimo tempo l'intera società.

Possiamo individuare almeno quattro caratteristiche fondamentali della forma classica del sistema televisivo: centralizzazione, domesticità, scarsità, gratuità.

Non esiste un modo per definire la televisione che possa essere considerato universalmente valido. Tuttavia, è possibile individuare alcune costanti, almeno in tutto il mondo occidentale:

  • La televisione si sviluppa sulla scorta dell'esperienza radiofonica e assume la forma del broadcasting, basata su centralizzazione, scarsità, domesticità e gratuità.

Il broadcasting è una delle invenzioni più importanti del '900, e identifica in modo più preciso radio e tv rispetto a mass media. La caratteristica essenziale del broadcasting è l'invio di un segnale da uno a molti, trasmissione a largo raggio, tipica delle comunicazioni di massa, che puntano a raggiungere con un unico messaggio il maggior numero possibile di persone. Ma la forma concreta che esso ha assunto nella società moderna prevede che il messaggio trasmesso da un'entità centrale venga ricevuto da singoli apparecchi isolati, integrati nell'abitazione. Radio e televisione raggiungono sì vaste platee, ma come sommatoria di miliardi di ricevitori individuali inseriti nell'intimità dello spazio domestico. Domesticità e intimità sono presto diventate caratteristiche essenziali della comunicazione televisiva.

La televisione dei primi anni ha dato una vita privata alla nazione grazie alla sua ubiquità e al basso costo di accesso ai contenuti, i programmi della sera venivano visti più o meno da tutti e diventavano oggetto di conversazione il giorno successivo. Per tutta la seconda metà del '900, la televisione è stata il collegamento chiave tra la vita pubblica della società e la vita privata dei cittadini. Nella tradizione di pensiero che fa a capo a Raymond Williams, il broadcasting è strettamente connesso alla modernizzazione, e in particolare con il processo di privatizzazione mobile.

Storicamente il broadcasting ha assunto due forme fondamentali: quella di servizio pubblico (direttamente gestito dallo Stato e finanziato da tutti i possessori di un apparecchio ricevente tramite una piccola tassa annuale), oppure quella commerciale (dove il servizio è affidato ad aziende private e si finanzia tramite la pubblicità). Da questo punto di vista, il sistema britannico e quello statunitense rappresentano due poli opposti e complementari.

Quando si rintracciano le origini di una forma televisiva è necessario tenere conto di alcune caratteristiche fondamentali del broadcasting in generale. Innanzitutto, la televisione è stata soggetta a controllo e censura in misura maggiore rispetto a qualsiasi altro medium, per la sua presenza all'interno della sfera domestica, per l'identificazione del suo pubblico con la famiglia. La creazione di un testo televisivo è stata, e in parte è ancora, un'operazione non solo collettiva, ma istituzionale, cioè fortemente regolamentata dall'alto.

Nel broadcasting, la distribuzione ha preceduto la produzione. Contrariamente al cinema, radio e televisione sono nate come strumenti di trasmissione e ricezione prima ancora che si sapesse bene cosa avrebbero trasmesso. Il contenuto della televisione è arrivato dopo la televisione stessa. L'elaborazione di forme televisive specifiche, quindi, è avvenuta con un'idea di forma-televisione già ben strutturata. Se si mettono insieme questi fattori diventa chiaro come le strutture istituzionali all'interno delle quali le forme televisive sono nate e cresciute siano state tanto determinanti quanto le caratteristiche tecnologiche del medium, se non di più, e che una comprensione di base di una certa forma televisiva non possa prescindere da una minima conoscenza del sistema che l'ha prodotta.

Il sistema televisivo statunitense

Le caratteristiche fondamentali del broadcasting statunitense erano presenti già nella radio degli anni '30. Questa organizzazione era profondamente differente da quella dei sistemi europei, dove la regola era il monopolio pubblico, e risultava in una diversa concezione degli stessi programmi. Possiamo individuare almeno quattro caratteristiche essenziali del broadcasting statunitense, valide tanto per la radio quanto per la televisione:

  1. Il modello commerciale fondato su un problematico intreccio tra diritto al profitto e interesse pubblico: il quid pro quo tra Stato e imprese prevede che i canali commerciali, in cambio dell'uso di determinate frequenze, siano tenuti a servire l'interesse pubblico;
  2. Il modello network/affiliate: il broadcasting è concepito come un servizio essenzialmente locale, legato a una regione che coincide per lo più con un'area metropolitana. Ogni area è servita da un certo numero di canali e la legge impedisce che uno stesso soggetto raccolga licenze sufficienti a coprire una porzione considerevole del territorio nazionale. Ne consegue che non esistono canali nazionali veri e propri, ma dei fornitori di contenuti ai quali i singoli operatori locali possono scegliere di affiliarsi;
  3. La formazione di un oligopolio: i network nazionali sono pochi e hanno una posizione di forza rispetto alle singole stazioni locali, affiliate o indipendenti. In teoria il broadcasting è un mercato aperto, ma nei fatti è un oligopolio integrato verticalmente, difficilissimo da penetrare per un nuovo arrivato. Negli anni '40 c'erano solo 4 network radiofonici e 4 televisivi;
  4. La centralità delle agenzie pubblicitarie: fin verso la fine degli anni '50 la maggior parte dei programmi era finanziata da un unico sponsor; tanto in radio quanto in televisione. L'agenzia pubblicitaria che curava lo sponsor era responsabile anche della produzione; dunque, in molti casi il network si limitava ad affittare una porzione di palinsesto.

La televisione fu modellata a immagine e somiglianza del sistema creato per la radio nel corso degli anni '20 e '30. Al contrario di quanto si dice spesso, l'industria del cinema si interessò immediatamente al nuovo mercato televisivo e provò a partecipare in due direzioni diverse: da un lato in maniera diretta, richiedendo concessioni; dall'altro cercando tecnologie alternative alla televisione gratuita sostenuta dalla pubblicità. Nel frattempo, i grandi studios finanziavano sistemi sperimentali di televisione a pagamento, come il via cavo o al theatre tv.

Dalla diretta al telefilm

Le prime stazioni televisive statunitensi aprirono nel luglio del 1941. Nel dicembre dello stesso anno, l'attacco di Pearl Harbour e la conseguente entrata in guerra congelarono gli entusiasmi e il progresso del sistema nel suo complesso. Ancora nel 1946, in tutto il paese c'erano solo sei stazioni. Ma nel 1948 erano già 30 in 29 città. Il 1948 è anche l'anno in cui i quattro network iniziano a interconnettere regolarmente le affiliate e la televisione esce dalla sua dimensione locale per diventare, nel giro di un decennio, il medium principale dell'intera nazione. Gran parte di ciò che è stato trasmesso in questi anni è andato perduto, perché era in diretta e perché non esistevano ancora pratiche regolari di archiviazione. Il periodo compreso tra il 1948 e la fine degli anni '50 viene ricordato con nostalgia come una Golden Age, una fase in cui il nuovo medium suscitava più entusiasmo e interesse critico che preoccupazione e riprovazione. Tra i programmi di maggior successo c'erano i quiz e soprattutto il varietà-commedia. Per quanto riguarda il racconto di finzione, il live anthology drama o teledramma fu sicuramente una delle realtà più eccitanti dell'epoca. I teledrammi venivano visti come quanto di meglio la televisione potesse offrire: erano innovativi e provocatori, popolari e raffinati. "Il contributo più creativo di tutta la televisione americana" da un lato erano una forma nuova sperimentale che sfruttava la diretta; dall'altro si richiamavano al teatro, cioè a una forma più antica ed elevata, ereditandone il prestigio culturale.

Il telefilm, invece, incontrò all'inizio una certa ostilità prodotto a Hollywood, sospettato di svilire il nuovo medium perché non ne sfruttava la caratteristica più importante: la diretta. Realizzato perlopiù con risorse scarsissime riciclando gli scarti dell'industria cinematografica, sembrava davvero il peggio della televisione. Per un certo periodo i network appoggiarono la retorica anti-Hollywood, anche perché la diffusione del telefilm rappresentava un pericolo: le affiliate avrebbero potuto prendere accordi indipendenti con i produttori e sponsor, liberandosi dalla necessità di rivolgersi ai network per contenuti di qualità finanziati dalle grandi imprese interessate al mercato nazionale. Realizzare i grandi spettacoli in diretta, invece, era economicamente insostenibile senza i network.

Però trovare i produttori di telefilm non era così facile, eppure la domanda era altissima: i palinsesti televisivi consumavano quotidianamente un tale volume di materiale da permettere più o meno qualsiasi esperimento. Un variegato numero di soggetti ai margini dello studio system si buttò con entusiasmo nella produzione telefilmica, vedendovi uno spazio libero e salvifico. I primi telefilm erano per lo più serie, ricalcate dai formati radiofonici o direttamente adattate da programmi radio esistenti con pezzature da 15 o 30 minuti. Le risorse a disposizione erano irrisorie anche rispetto agli standard dei B-Movies. Un primo momento di svolta arrivò con la stagione 1951-52, in cui debuttarono due serie destinate a grande successo e influenza: I love Lucy e Dragnet.

L'industria del telefilm

Tra il 1950 e il 1960 la televisione statunitense subì cambiamenti molto profondi. Innanzitutto, si diffuse con rapidità per tutto il paese. Nel frattempo, mentre le sedi amministrative dei Network restavano ancorate a New York, il comparto produttivo si spostava quasi integralmente sulla costa ovest. La diretta diventò sempre più rara: all'inizio degli anni '60 le antologie in diretta erano praticamente sparite, rimpiazzate dalle serie filmate. Il processo che portò la serie episodica a dominare il prime time dei palinsesti statunitensi coincise con la progressiva integrazione tra due complessi industriali: quello dei network e quello dello studio system. Sappiamo che lo studio system si era consolidato verso la fine degli anni '20 ed era costituito da 5 grandi case di produzione, tre minori e una manciata di indipendenti. Queste producevano gli A-movies in cui figuravano le star, e un certo numero di B-movies che erano delle produzioni a basso budget con interpreti poco noti. La crisi dello studio system causò la scomparsa dei B-movies: progressivamente le major ridussero notevolmente il volume produttivo concentrandosi su pochi titoli ad alto budget. Possiamo dire che la nascente industria dei telefilm andò a sostituire i B-movies: gli studios avevano bisogno di una fonte di reddito regolare e affidabile, i network cercavano fornitori di contenuti in grado di sostenere un grande volume di prodotto di qualità accettabile, era una questione di tempo prima che questi due intenti trovassero modo di convergere.

Il momento della svolta nei rapporti tra Hollywood e i network arrivò nel 1954-55: nel giro di pochi mesi tre figure di spicco di Hollywood esordirono in televisione (anche la Disney in quegli anni produce qualcosa per la tv) e così l'idea che i telefilm fossero prodotti di seconda categoria cominciò ad indebolirsi. La ABC si piazzò in prima fila nella conversione all'industria telefilmica, per almeno due ragioni: era la più piccola delle tre grandi, aveva meno affiliate e meno risorse, e doveva quindi compensare lo svantaggio competitivo con la CBS e la NBC; nel 1953 si fuse con la United Paramount Theatres, la catena di sale cinematografiche separatasi dalla Paramount in virtù della sentenza del 1948. L'operazione stabilizzò finanziariamente il network e lo dotò di un nuovo presidente: Goldenson. In breve tempo Goldenson convinse Jack Warner a produrre una serie per la sua rete: Warner Bros. Presents (1955-56). Warner Bros. fu la prima major a riuscire a rendere profittevole la serie filmata, e in questo senso è interessante ricostruire la storia di Warner Bros. Presents: nella sua prima incarnazione era un formato ombrello, all'interno del quale si alternavano settimanalmente due serie tratte da film di grande successo (Casablanca, Kings Row e Delitti senza castigo) e una tratta da un western meno noto (Cheyenne). A fronte di tanti esperimenti falliti, nel giro di poco tempo la Warner aveva definito le caratteristiche estetiche e narrative del prodotto seriale che funzionava in televisione, e aveva sviluppato una macchina rigorosa ed efficiente che rendeva profittevoli le serie filmate grazie alla sinergia tra produzione televisiva e cinematografica.

La superiorità economica della serie filmata rispetto alla diretta fu sancita dalla rapida ascesa di alcune case produttrici indipendenti. Il cementarsi dell'alleanza tra grandi produttori cinematografici e network è alla base della nascita del Classic Network System, il periodo che va all'incirca dalla fine degli anni '50 ai primi anni '80, in cui la televisione esce dalla fase sperimentale e il sistema si stabilizzò intorno al saldo dominio dei tre grandi network.

Trionfo della serie episodica e ghettizzazione del serial

Possiamo definire la serie episodica classica come un racconto che si svolge in episodi discreti, riproponendo sempre gli stessi personaggi e la stessa formula narrativa, ma strutturato in modo che anche chi ne veda una sola istanza sia in grado di seguire e comprendere le vicende. Non c'è continuità narrativa tra un episodio e l'altro, non c'è memoria degli avvenimenti pregressi, se non in minima parte. Gli episodi coprono mezz'ora o un'ora di palinsesto e si articolano in blocchi da 22-26, raggruppati in una stagione che va all'incirca da settembre a maggio. Realizzazione e distribuzione si svolgono in parallelo. La connessione tra queste caratteristiche e le esigenze del sistema televisivo è molto forte. La stagione detta i ritmi anche dal punto di vista narrativo: gli episodi più importanti o forti vengono riservati per determinati periodi dell'anno, così come in altri ci sono dei periodi di pausa e di ripresa.

Il ritmo narrativo del singolo episodio è determinato dalle interruzioni pubblicitarie: le sceneggiature si scrivono intorno ai punti in cui verranno inseriti i blocchi di spot. I quattro atti sono una vera e propria legge della scrittura televisiva: ognuno ha una durata di circa 15 minuti e deve terminare con un colpo di scena, un cliffhanger che invogli lo spettatore a restare sintonizzato per la ripresa dopo la pubblicità. Già negli anni della radio la serialità si divideva nei due generi principali della sitcom e del drama, l'una di argomento comico e l'altro serio. Progressivamente i macro-generi si sono distinti anche per formato: il drama copre un'ora di palinsesto ed è più costoso e pregiato. Contrariamente a sitcom e soap, inoltre, la serie episodica ha sviluppato un ricco ventaglio di sottogeneri, in gran parte derivati da altri media. Si tratta però di generi estremamente fluidi, tanto che si potrebbe dire che le serie televisive costituiscono il luogo in cui il concetto di genere perde di significato.

Si potrebbe osservare che la soap è un genere molto esigente produttivamente, tanto che il suo passaggio dalla radio alla televisione ebbe bisogno di un periodo di rodaggio, la prima serie mai trasmessa fu proprio una soap. Il dominio incontrastato della serie episodica nel prime time è una delle peculiarità storiche della televisione americana. Altrettanto peculiare, però, è stato il trattamento riservato ai serial, cioè a racconti continui come le soap, relegati al meno pregiato daytime, sottofinanziati e sottovalutati almeno fino al successo planetario di Dallas. Eppure, le potenzialità drammatiche del serial sono sempre state enormi. La Gran Bretagna invece ha conosciuto un gran numero di serial trasmessi con successo in prima serata, dalle soap alla miniserie in otto puntate. Negli Stati Uniti la continuità inter-episodica è stata a lungo un tabù. Una delle cause più probabili era la convinzione diffusa nell'industria che il serial comportasse un investimento eccessivo da parte degli spettatori per seguirne la trama complessa.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher erika-roxy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Forme e culture della serialità televisiva e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Galiano Giuseppe.
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