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ARISTOTELE

appunti ETICA NICOMACHEA LIBRO I

CAPITOLO 1.1

l’etica come scienza pratica

i primi 3 libri sono dedicati a definire quale sia l'oggetto della ricerca morale che è il bene

dell'uomo, inteso non astrattamente, ma come il massimo dei beni che si può acquisire e

realizzare attraverso l'azione. Per Aristotele l'etica è una scienza eminentemente pratica e in

essa il sapere deve essere finalizzato all'agire→ critica rivolta a Platone, che considera

ontologicamente il bene come Idea suprema e, come tale, intangibile dall'uomo. il sommo bene a

cui ogni individuo tende (il telos umano) è la felicità. Ciascuno, però, l'intende a suo modo: chi la

ripone nel piacere e nel godimento; chi nella ricchezza; chi nell'onore, chi, invece, nella vita

contemplativa. Ma il vero bene, e con esso la vera felicità è qualcosa di perfetto, termine ultimo a

cui si richiamano tutte le determinazioni particolari:

"Ciò che è sufficiente in se stesso è ciò che, pur essendo da solo, rende la vita sceglibile e

non bisognosa di nulla; ora, una cosa di questo genere noi riteniamo che è la felicità", la quale

consiste in "un'attività dell'anima razionale secondo virtù e, se le virtù sono molteplici, secondo

la più eccellente e la perfetta"

(ex.I desideri sono dipendenti da un ultimo desiderio che è autosufficiente: affinché la catena dei

desideri abbia senso bisogna che ci sia un desiderio che sia fine a se stesso e quel desiderio è

la felicità analogamente la scienza suprema è la politica)

l'oggetto della scienza politica è il bene supremo dell'uomo

Il primo capitolo del primo libro introduce all'oggetto della morale, che Aristotele chiama bene

supremo. Posto che tutte le azioni tendono ad un fine, che i fini sono molteplici e che possono

essere classificati architettonicamente in gerarchia, il bene ultimo sarà quell'attività che occupa il

primo posto nella gerarchia e il fine di questa attività sarà il fine ultimo a cui tutto tende.gerarchia

delle scienze:La scienza architettonica(che comanda ed è autosufficiente in quanto non dipende

da altro) contiene il fine più alto/fine supremo che comprende in sé tutti gli altri fini e tutte le

scienze a loro corrispondenti,per tale ragione vi dipendono e sono subordinate. se il fine

universale dell’uomo è il bene “il bene è ciò a cui tutto tende”,ed il bene della città coincide con

quello del singolo e lo contiene, allora la scienza architettonica che ha come fine il bene supremo

dell’uomo (e degli uomini) è la scienza politica, perché essa presiede a tutte. difatti è la politica a

determinare quali scienze e capacità sono richieste o necessarie alla società. l’oggetto a

determinare il grado di conoscenza della scienza che lo indaga:quando facciamo ricerca in etica

non possiamo aspettarci che preveda la stessa esattezza della matematica. L'etica usa delle

generalizzazioni che sono vere non in modo universale ma tendenziale. non siano cose giuste

per natura ma per convenzione .per platone la virtù è universale,può riguardare tutti mentre per

aristotele la virtù è legata alla tradizione ,alla storia e al contesto dialettica endossale

CAPITOLO 1.2

Nel secondo capitolo inizia ad esaminare le opinioni su quale sia il bene ultimo, inizia alludendo

a Platone: "Alcuni pensano che al di là di questi beni molteplici di quaggiù ne esista un altro, per

se stesso, il quale anche per tutti questi è causa del loro essere beni". alla prospettiva platonica

di un bene unico , Aristotele contrappone la visione di un bene molteplice

CAPITOLO 1.3

la felicità

il terzo capitolo passa ad esaminare le opinioni più diffuse in merito a quale sia il mezzo per

raggiungere la felicità ( il bene supremo deve essere qualcosa che ci appartiene ed è

autosufficiente def 1)si distinguono 3 tipologie di vita:

1. la felicità edonistica:(identificazione della felicità con il piacere)Per Aristotele il piacere

non può essere il fine ultimo in quanto esso è comune tanto alle bestie quanto agli

uomini e chi sceglie una vita dedita al piacere vive come uno schiavo delle passioni

2. la felicità virtuosa:vita politico(identificazione felicità con l’onore) la virtù non (sempre)

coincide con la felicità (come credeva Platone) poiché l’onore è un bene eteronomo ossia

che è scelto in vista di qualcosa di diverso dalla felicità stessa che aristotele identifica

nella gloria (= Onore universalmente riconosciuto e tributato nei confronti di un valore

assolutamente eccezionale bisogno di approvazione e riconoscimento da parte delle

persone giudicate come valorose). Il bene sommo è stabile mentre l'onore è precario in

quanto soggetto ai capricci della sorte. Aristotele non esclude del tutto la virtù ma

chiarisce che lo "stato" non è sufficiente, è necessaria l'attività `` (potenza e atto).

3. la felicità dell’abbondanza: (ricchezza) la vita per la ricchezza, essa è un mezzo per

giungere ad altro scopo e quindi non può essere di per sé un fine.

4. la felicità razionale:aristotele entra in contrasto con all'argomentazione platonica del

bene in sé,consistente nell’osservazione di una morale ascetica,per aristotele il bene

supremo deve essere un bene pratico

CAPITOLO 1.4

dottrina delle categorie

Per Aristotele le categorie sono i gruppi o i generi sommi che raccolgono tutte le proprietà che si

possono predicare dell'essere. Sono i predicamenti dell'essere, che si riferiscono a qualità

primarie (le essenze immutabili degli oggetti), o secondarie (gli accidenti che possono cambiare).

esse hanno un valore oggettivo, perché si riferiscono a degli enti concreti. I nostri giudizi le

adoperano non soltanto secondo un rapporto puramente logico tipico del sillogismo, ma riunendo

grazie alla capacità intuitiva di cogliere le relazioni effettivamente esistenti tra gli oggetti reali.

La dottrina aristotelica si propone di mostrare che l'essere è determinato in una molteplicità di

attributi, e quindi è multilaterale pur nella sua unità. Contro Platone poi, che riconduceva i

fondamenti dell'essere a delle forme logiche ideali, Aristotele afferma la necessità di distinguere i

concetti logici dagli empirici.

critica all’essenzialismo platonico

Il quarto capitolo è dedicato alla confutazione della teoria platonica dell'idea del bene.

1° obiezione: secondo Platone non esistono le idee delle serie, ad esempio l’idea di numero ma

un’idea distinta per ogni numero, quindi non vi può essere un’idea singola per i due tipi di bene

(per sé e per altro) dato che anch’essi sono posti in serie derivando i secondi dai primi in

rapporto di successione (e quindi l’idea dei beni per sè sarebbe come l’idea di numero (esclusa

dai platonici)che essendo antecedente anche al primo membro della serie contiene tutti gli altri)

2° obiezione:”siccome il bene si dice negli stessi modi (categorie) con cui si dice l’essere [...]

allora è chiaro che il bene non potrà esse qualcosa di unico,universale e quindi comune.

altrimenti non lo si direbbe in tutte le categorie ma in una soltanto” Aristotele contesta che l'idea

del bene si possa predicare di tutto, cioè dell'essere in generale ,pertanto non esisterebbe un

solo bene in sé ma tanti beni quante sono le categorie che partecipano dell'idea. la sostanza

individuale (l’essere) non può essere un genere perché quest’ultimo include nel suo dominio

tutto l’esistente ignorando le differenze , mentre la sostanza individuale si predica delle

differenze che trovano espressione in tutte le categorie. inoltre se l’idea platonica è considerata

come una delle categorie esistenti (non come prima tra le categorie, ma come una tra le

categorie )si perderebbe la concezione di serie (?) in quanto la sostanza è antecedente a tutte le

altre.secondo Aristotele non vi è nulla di più universale delle categorie stesse(generi che non

permettono di essere ulteriormente astratti o generalizzati), non esiste dunque alcun principio

unificante. ne deduce che non vi è un concetto unico di bene (una categoria) che comprende in

sé tutti i tipi di bene esistenti, ma vi sono concetti di bene molteplici che si esprimono secondo le

diverse categorie

3° obiezione:a partire dall’idea platonica che ad ogni idea.oggetto corrisponde una sola scienza,

si dimostra che non esiste una singola idea del bene, dato che i vari beni sono oggetto di scienze

diverse

4° obiezione: dal punto di vista dell’essenza e della definizione, l’ipostatizzazione (Conferimento

di un significato concreto e autonomo a nozioni astratte appartenenti ad una realtà fenomenica

indistinta, di per sé sussistente) non conduce a nessun nesso con la nostra realtà. in altre parole

la definizione di un bene ideale trascendente non è utile all'uomo, perché essendo inconoscibile

e non indica come bisogna agire

5° obiezione: per i platonici solo dei beni per sè cè una forma, la confutazione di aristotele parte

analizzando il rapporto che vi è tra la forma del bene (in sé) e il bene (per se).se vi è una

distinzione allora la forma è vuota perché non contiene nessun bene per se ( se coincide allora

avrebbero la stessa definizione e sarebbero dunque la stessa cosa i beni in sé comprendono

solo le idee (e quindi la nozione di bene in sé non spiega i beni utili/pratici), oppure i beni in sé

comprendono anche i beni particolari ma in questo caso la forma (il bene in sé) sarebbe vuota. . i

beni in sé e i beni sono designati con lo stesso termine per 3 motivi:

omonimi per caso sono cose designate con lo stesso termine che hanno definizione ed

➢ essenza differente (come l’animale detto “cane” e la costellazione analoga)

omonimi per il fatto di dipendere da un unico significato principale sono oggetti in cui i

➢ vari sensi di un termine dipendono da un’idea prima (ad esempio le varie forme di

amicizia si dicono tali in riferimento all’amicizia perfetta

omonime per analogia sono gli oggetti designati con lo stesso nome per indicare

➢ metaforicamente la funzione assunta in quel termine in contesti differenti (ad esempio i

mattoni sono la materia della casa così come le premesse del sillogismo sono i principi

fondamentali,materia della conclusione)

dunque l’essenza del bene ,se viene inteso come concetto di una realtà indipendente, non

esiste,ma se viene inteso come sostanza della realtà fenomenica è l’insieme degli altri beni

particolari CAPITOLO 1.5

definizione del bene pratico:

→ fine universale in vista di cui ogni azione è compiuta → il fine più perfetto (carattere

comparativo e non assoluto): ciò che è perseguito per se stesso,tale bene è la f

→ autonomo: autosufficiente non vuol dire isolato ma sta indicare una condizione di

completezza,interezza per cui non si necessita di altro: il bene sommo infatti include e partecipa

di tutti gli altri beni ,che essendo parti del suo intero costituiscono la condizione senza la quale

può esserci la felicità e autonomia (es. non ci può essere felicità senza socialità, senza una

minima quota di beni)

→ non è sommabile: se la felicità è completa e perfetta è perché convoglia in sé tutti gli altri beni.

se l’addizione del sommo bene con un altro bene generasse un bene superiore non sarebbe

possibile considerarlo come il bene supremo:ispirato al filebo di Platone in cui dice che i beni

secondari vanno calcolati,aggiunti aritmeticamente mentre i beni intellettuali sussistono di per sé

CAPITOLO 1.6

la natura attiva della felicità e la virtù umana

Il ragionamento parte da una considerazione di carattere teleologico affermando che ogni cosa in

natura avviene secondo un fine perciò anche l'uomo deve avere una funzione sua propria, e tale

risulta essere la ragione. La funzione definisce anche l'essenza della cosa, ad esempio per un

coltello la funzione propria sarà il tagliare e per un occhio il vedere.il bene ultimo sarà per lui

l'attività eccellente della facoltà razionale (pratica e contemplativa), cioè la virtù.Esercitando la

sua natura ed essenza l'uomo attua il bene e quello sarà per lui la felicità per aristotele per

ciascune il bene dell’ente e della persona è compiere l’eccellenza che le è propria (virtù=felicità)

”poniamo che l’operare proprio dell’uomo sia un certo tipo di vita che consiste in un'attività

razionale [...]e ogni singola cosa raggiunge il bene secondo la virtù che le è propria,di

conseguenza il bene umano risulta essere l’attività dell’anima secondo virtù,e se le virtù sono

più d’una secondo la migliore e la più perfetta.”Inoltre la caratteristica umana non è la staticità, la

virtù non si acquisisce con la filosofia ma con l’abitudine inoltre essa non è autosufficiente

mentre la felicità si CAPITOLO 1.7

l'esattezza di una scienza dipende dall’oggetto di indagine

Il settimo capitolo è dedicato a una riflessione sul metodo della ricerca avvertendo il lettore che la

materia in questione non permette un grado di esattezza paragonabile a quello della geometria,

ma essendo l'etica una scienza pratica potrà dare solo indicazioni di carattere generico. per tale

motivo,al fine di delineare i principi morali, è utile prendere in considerazione,oltre che la propria

esperienza e il proprio ragionamento le opinioni comuni e accreditate

CAPITOLI 1.8-9

Aristotele suddivide i beni secondo una teoria antica accreditata dai filosofi: a)beni esteriori;

b)beni del corpo; c)beni dell’anima.i filosofi condividono il fatto che il bene dev'essere qualcosa di

relativo all'anima e non al corpo di conseguenza tale bene consiste nella virtù.

● la virtù è attività (genere)

“fa molta differenza credere che il sommo bene consista nel possesso o che consista invece

nell’uso, cioè nello stato abituale o nell’attività” aristotele si contrappone ad una credenza

tradizionale e molto diffusa tra filosofi che identifica la felicità in uno stato o in una condizione e

non in un’attività. la teoria portante di tutta l'etica nicomachea consiste nel concepire la virtù

come esercizio,abitudine:non si diventa virtuosi contemplando l’idea di virtù ma mettendola in

pratica.la felicità è attività.perciò è legata alle vicende del mondo esterno,e condizionata in parte

da esso. Aristotele sostiene il primato dell’esercizio sullo stato potenziale (esempio maratona). la

felicità consiste in un'attività, non in uno stato poiché il possedere una data qualità non implica

che essa sia necessariamente agita. è la differenza che intercorre fra potenza e atto, perciò il

vero bene sarà l'attività secondo virtù.

● la felicità come il sommo bene che comprende altri beni (la completezza)

la virtù comprende il piacere

“le azioni secondo virtù verranno ad essere piacevoli in sé e per costoro (che compiono azioni

secondo la propria natura)[...]poichè non può essere considerato virtuoso colui che non si

rallegra per le azioni virtuoso[...]il loro modo di vivere ,non ha affatto bisogno che si aggiunga il

piacere [...]ma ha il piacere in se stesso”

la felicità necessita di beni esteriori

“è evidente che la felicità ha bisogno di beni esteriori[...] è impossibile compiere azioni belle

se si è sprovvisti di risorse,infatti si compiono molte azioni per mezzo di amici, denaro o potere

politico usando i beni come strumenti ,se siamo privati di certe cose come buona

nascita,discendenza, bellezza la nostra beatitudine ne risulta intaccata”Aristotele si tiene in una

posizione intermedia tra chi identifica la felicità nei beni esterni, chi la rende del tutto

indipendente dalla sorte e chi la identifica interamente nella virtù rendendola indipendente dal

fato.la felicità ha bisogno anche di una certa quantità di beni esteriori (ricchezza, salute, buona

sorte), le quali non sempre dipendono da noi ma che pure influenzano la felicità.

tassonomia dei beni

1. indispensabili : in quanto necessari all’azione(come la salute e

2. utili ma non indispensabili (ricchezza,forza fisica

-la felicità in una certa misura è condizionata dai beni e dalle vicende esterne e dalle

predisposizioni genetiche-naturali,economiche.(è frutto di abitudine comportamentale). felice è

colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esterni

favorevoli.Aristotele da un'impronta realistica dell'etica e dell'uomo, in contrapposizione con

l'idealismo Platonico

-la felicità è convenzionalmente associata ad una dimensione di completezza e compimento

della vita. Questa affermazione solleva un’aporia:allora non si potrebbe dichiarare felice nessuno

se non il morto e quindi la felicità consisterebbe nella sorte ,in cause esterne all’individuo. (la

felicità è attività)w

La definizione teoretica di la felicità suprema deve possedere altro fine al di fuori di sé e deve

essere autosufficiente(non corrisponde alla solitudine ma è caratterizzato da una socialità

costitutiva =uomo come essere razionale e a

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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