Riassunto
EROS E THANATOS di Erasmo Silvio Storace
0.Premessa
Dal greco, eros e thanatos significano amore (in quanto desiderio) e morte.
Sigmund Freud, nel saggio Al di là del principio di piacere (1920), sostiene che l’essere umano disponga di due
pulsioni: la prima è eros, impulso di vita (una propensione alla vita che sperimentiamo quotidianamente), che
non indica soltanto il desiderio di natura erotica e sessuale, bensì anche, in senso lato, ogni forma di pulsione atta
a far accrescere la nostra vita.
L’eros che si manifesta nella forma del rapporto uomo-donna sottende la condizione di possibilità per cui la
specie possa continuarsi. Analogamente, il desiderio del cibo che ci sfamerà consiste nella ricerca di
sostentamento, ovvero il mantenimento della propria condizione di organicità, al fine di mantenersi in vita.
Secondo Freud, però, nel vivente alberga anche un impulso di morte, Todestrieb, un istinto di auto-distruzione,
che può anche sfociare in varianti patologiche.
Si parla quindi di un filo rosso che si dipana dalla notte dei tempi, sino a raggiungere il suo apice nei decenni a
cavallo tra il XIX e il XX secolo.
1.EROS (E THANATOS) - Esiodo e Platone
Siamo abituati a immaginare Eros, nel mondo greco, come una divinità, la quale possiede molti volti e sembianze
spesso apparentemente inconciliabili tra di loro. A questo proposito, il fascino della mitologia greca consiste
anche nelle innumerevoli varianti e variazioni sul tema di ogni mito, passibile di essere raccontato sempre di
nuovo.
Ad esempio, Platone raccontò, per l’ennesima volta, la storia della nascita di Eros in un modo inedito, mostrando
la sua figliolanza da Poros e Penìa, il dio dell’espediente e la dea della penuria e della miseria.
Vi è però un’altra tradizione che vede Eros come una potenza primigenia, una forza cosmica da sempre
presente all’origine dell’universo – tradizione consolidata tre secoli prima di Platone, nell’opera di Esiodo (VIII-VII
secolo a.C.).
Ancor prima, in Omero (vissuto intorno al X secolo a.C.) ricorre già la parola “eros” e pare che il termine
indicherebbe non tanto una divinità personale, quanto un impulso.
Esiodo, uno dei primi poeti della tradizione greca, cui si devono due tesi fondamentali (Le opere e i giorni e la
Teogonia), pare essere il primo a offrire una vera e propria personificazione di Eros.
Nella Teogonia (“theo-gonìa” = “nascita degli dèi”) egli racconta la nascita di tutte le divinità e, dunque, l’origine
stessa del mondo. Eros sarà qui annoverato tra le quattro divinità primigenie che plasmeranno il mondo.
Quest’opera si apre con l’invocazione alle Muse e prosegue con le parole: “Dunque, per primo, fu il Chaos”. Non
siamo più abituati a pensare a una simile origine del mondo perché l’impostazione platonico-aristotelica e,
soprattutto, quella giudaico-cristiana ci hanno portato a pensare che all’origine del mondo vi sia un principio
ordinatore.
Se in Platone si narra del Demiurgo in quanto plasmatore della materia mundi ma non creatore della materia
stessa, e se in Aristotele il primo motore immobile dei cieli, pensiero di pensiero (noesis noeseos), ovvero intriso di
razionalità, si limita a provocarne, per attrazione, il movimento, senza però esserne il creatore, sarà però il mondo
giudaico-cristiano a figurarsi una creatio ex nihilo a opera di un dio costituito non soltanto di amore, ma anche di
ragione.
Da Platone in poi, il pensiero occidentale abbandona l’idea secondo cui l’ordine proverrebbe dal disordine, e
propende sempre più per l’idea che vi sia un ordine originario (→ mitica età dell’oro, demiurgos, dio, logos, ecc.)
che tenderebbe a deteriorarsi e a contaminarsi con la chaoticità insita nella materia.
L’uomo presocratico, al contrario, propendeva per l’idea secondo cui il kosmos derivasse dal chaos, e non
viceversa.
Esiodo continua affermando che le divinità successive a Chaos sono la Terra, il Tartaro nebbioso ed Eros. Le sue
parole risultano infatti fondative per il nostro modo di pensare e di essere. Anzitutto, pone il Chaos in origine: la
fonetica della parola “chaos” indica come pronunciarla, ovvero la bocca e la gola devono essere aperte,
spalancate, come una voragine. Questo Chaos è appunto la trasposizione cosmica di questa gola spalancata,
di questo utero originario da cui il mondo ha origine.
La prima divinità che viene dopo Chaos è Gaia, la Terra, il principio femminile informe (→ chaotico) ma capace
di accogliere e di partorire le forme. In realtà, viene generata insieme a Tartaro, principio sempre terroso, ma più
maschile, nonché sotterraneo e umbratile, legato alla mortalità.
Gaia e Tartaro mostrano dunque i due volti di Chaos:
Tartaro sta a indicare il luogo degli Inferi, la parte più oscura e profonda, dotata della forza e della
• facoltà di uccidere;
Gaia rappresenta la parte luminosa e femminile della terra, pronta a dare e replicare la vita.
•
La quarta delle quattro divinità originarie sarà allora Eros, che incarna la relazione tra il maschile e il femminile
appena determinatisi, ovvero il principio ordinatore all’interno del Chaos, nel quale e grazie al quale la
determinazione viene via via specificandosi (→ sia la Terra che il Tartaro indicano qualcosa di fortemente
indeterminato e chaotico ≠ eros, il cui moto è direzionato).
Solo attraverso l’eros, dal chaos si riuscirà a passare all’ordine, al kosmos (→ in greco indica l’ordine, e in un
secondo momenti il mondo/cosmo → kosmos significa qualcosa che ha preso una bella forma, qualcosa di
ordinato → è, infatti, così il mondo per l’uomo greco).
Per descrivere questo passaggio, Esiodo chiama in causa la divinità primigenia con il nome di eros e pare che si
possa giungere all’ordine solo nel momento in cui Eros incominci la propria azione, indirizzando la Volontà,
ovvero lasciandola accadere e rendendola transitiva in quanto passibile di transitare da un soggetto che
desidera qualcosa verso un soggetto che viene desiderato: solo così la Volontà diviene un valore determinato.
Come ha affermato Esiodo, Eros è colui che “di tutti gli dèi e di tutti gli uomini / doma nel petto l’animo ed i saggi
consigli”.
Già Esiodo pensava a un rapporto di parentela tra Eros e Thanatos: da Chaos nacquero infatti Erebo (→ oscurità)
e la Notte nera. Ancora una volta, un principio maschile e un principio femminile che indicano qualcosa di simile
e che conservano l’indeterminatezza del genitore, Chaos. Vengono quindi generati il Giorno, la Luce e Thanatos.
La differenza tra il modo di pensare del mondo arcaico e il nostro mondo consiste:
In primo luogo, nel fatto che l’uomo greco non pensa l’idea della creatio ex nihilo, poiché ciò gli risulta
• impensabile in quanto vi è sempre qualcosa all’inizio, sia essa la materia informe e ricettacolo di forme
(→ ad es. la chora platonica, la regione che tutto accoglie).
Dunque, per l’uomo greco, l’unica cosa che possono fare le divinità è offrire una nuova forma a ciò che
già esiste, e quindi produrre ed esercitare un passaggio dal chaos al kosmos: creare il kosmos significa
creare l’ordine, non il mondo.
In secondo luogo, la concezione dell’infinito dell’uomo greco è completamente diverso alla nostra: noi
• siamo portati ad attribuire più valore all’eternità che non alla finitudine, e ciò ci proviene da un’idea
fondamentalmente cristiana, in parte già radicata nel platonismo, che poi troverà il suo apice
soprattutto nel Romanticismo ottocentesco; al contrario, per l’uomo greco pre-socratico il cerchio è
perfetto nel momento in cui si chiude: una retta infinita risulterebbe inquietante, poiché, non
chiudendosi, non si compirebbe mai → una cosa finita è una cosa compiuta, un qualcosa che ha
raggiunto la sua perfezione.
L’uomo greco non possiede questa idea dell’aldilà che invece pervade l’uomo contemporaneo, anche se
comunque esistono il Tartaro e l’Ade, ma come luoghi che ospitano le ombre dei viventi.
In Esiodo, Eros viene per la prima volta pensato come una divinità, seppur non ancora così caratterizzata, cosa
che faranno i tragediografi e i poeti delle generazioni successive (ad esempio, Saffo, Ibico). Eros viene pensato
dunque come una divinità invincibile, come dominatore sugli uomini (es. Eschilo e Sofocle). In particolare,
nell’Antigone di Sofocle, che narra la storia travagliata di Antigone, una donna combattuta e piena di dubbi, ma
allo stesso tempo in cammino verso una sorta di proto-emancipazione, e che si trova dilaniata dalla vicenda dei
suoi fratelli (Eteocle e Polinice), che si uccidono tra loro, Eros inizia a divenire una divinità un po’ capricciosa, che
provoca liti tra le genti e ciò segna evidentemente il passaggio verso l’immagine della divinità alata, con l’arco e
le saette, che crea scompiglio e che, infine, degenererà nel puttino paffuto e dispettoso.
***
L’età più antica e più ancestrale si conclude con l’avvento del pensiero socratico e platonico; si sviluppa una
concezione nuova di eros, sulla quale si fonderà la nostra tradizione di pensiero (inaugurata da Platone).
Il dialogo in cui Platone parla di Eros è il Simposio, un racconto di racconti in cui vi sono una serie di personaggi
che si incontrano e riportano narrazioni e discorsi fatti da altri personaggi.
Il termine “simposio” o “convivio” (che significa “banchetto” o “cena”) ci rimanda a un modo molto frequente
per l’uomo greco di ritrovarsi per discutere di arte, politica o di qualsiasi altra cosa.
Nel simposio narrato da Platone, a cui prende parte l’intellighenzia dell’Atene del V secolo, il tema della serata è
il dio Eros, in onore del quale ogni commensale dovrà tenere un elogio.
Vediamo quindi che Eros, considerato ancora una delle divinità più venerande e venerabili, si tramuti, attraverso
il discorso di Socrate, nel “concetto” moderno di eros: notiamo infatti il delinearsi, attraverso eros, della struttura
del desiderio, ovvero della volontà, che verrà approfondita in tutta la storia del pensiero occidentale.
Uno dei convitati del Simposio, Fedro, parla di Eros citando proprio quel passo di Esiodo in cui afferma che Eros è
la quarta divinità dopo Chaos, Gaia e Tartaro. Di seguito, Fedro inizia a elogiare Eros, in modo analogo a quanto
faranno tutti i convitati – a eccezione di Socrate, che rivoluzionerà tutto.
Fedro afferma che Eros è un dio potentissimo, una tra le divinità che maggiormente debbono essere adorate
dagli uomini: egli sarebbe infatti il più sublime tra gli dèi.
Nel suo discorso vi è anche un collegamento interessante tra “eros” ed “eroe”: Fedro tenta di mostrare che in
ogni atto eroico vi è una sorta di furore erotico, come dirà poi anche Giordano Bruno nel dialogo Gli eroici furori,
dove la parola “eroico” significa “eroico”, in quanto i furori nascono dall’impulso di eros.
Il secondo interlocutore della cena è Pausania, cui si deve il cosiddetto “amore platonico” (→ sorta di amore che
non si concretizza). Ella espone una differenza rispetto al discorso di Fedro, sostenendo che vi sono in realtà
almeno due componenti di Eros, collegate ad Afrodite, divinità doppia a sua volta. Afrodite Urania è la divinità
che, secondo la tradizione, è nata da Urano, il quale, insieme a Gaia, succedeva al Chaos ed era colui che
uccideva di volta in volta i suoi figli.
Per interrompere queste uccisioni, uno dei figli di Urano, Crono, cerca di trovare uno stratagemma per non essere
ucciso: infatti, appena nato, evira suo padre, che non potrà più avere figli, e, una volta privato del potere, sarà
costretto a cedere il suo posto a Crono stesso (→ diventerà re degli dèi fino all’arrivo del figlio Zeus).
Si dice che Crono, dopo l’evirazione di Urano, abbia gettato nel mare i genitali del padre e che dalla schiuma di
questo getto sia nata Afrodite, detta dunque “Urania” e “celeste” (→ Urano è il dio del cielo).
Afrodite Urania evocherà quindi la bellezza dello spirito e, in connessione ad essa, avremo un Eros rivolto solo
all’amore per le anime.
A detta di Pausania, però, vi è anche Afrodite Pandemia: il termine “pandemia” significa “tutto il popolo”
(pandemos); quindi si tratterà di un’Afrodite che fa parte del popolo più volgare, in quanto attiene al volgo. In tal
senso, darà luogo a un’altra immagine di Eros, l’eros per i corpi.
Pausania riterrà preferibile l’amore per le anime rispetto all’amore per i corpi. Da questa dichiarazione nasce una
tradizione di pensiero che poi confluirà nel Cristianesimo, secondo cui l’eros, il desiderio, l’amore carnale saranno
posti a un livello inferiore rispetto all’altra forma d’amore.
In greco esistono più modi per dire “amore” e i principali sono tre: eros, philia (→ l’amore di tipo amicale; philos =
amico) e agape (→ si traduce in latino con caritas e indica l’amore caritatevole, che dona e non chiede niente
in cambio; si tratta dell’amore spirituale).
Dopo Pausania, è la volta di Erissimaco che, in quanto medico, è colui al quale viene affidato il discorso “più
scientifico” su Eros. Egli afferma che eros esista in entità diverse e in tutto ciò che è vivo, una descrizione che
sembra assomigliare a quella di Esiodo, configurandosi come una forza cosmica da cui è mossa tutta la natura.
Anche la filosofia di Schopenhauer sarà perfettamente in linea con il pensiero di Erissimaco, che continua
affermando la sua tesi sulla base di una seconda considerazione, secondo la quale la scienza più importante sia
la medicina. Egli sostiene, infatti, che essa procuri il benessere agli uomini, allungando la vita, e che sia
“conoscenza degli impulsi erotici del corpo a riempimento e svuotamento”.
In questo modo, Erissimaco pensa al vivente come ciò che produce uno scambio di sostanze con l’esterno (→
ingerire qualcosa dall’esterno, che poi verrà espulso).
Nel momento in cui si parlerà di volontà, questo secondo aspetto si eclisserà in tutta la storia della filosofia
successiva, perché da Platone a Schopenhauer, la volontà sarà pensata esclusivamente come il bisogno di
prendere qualcosa di cui si è mancanti, ma mai anche come la necessità di dare e di restituire.
Erissimaco, invece, afferma che la medicina debba tenere conto di entrambe le fasi: di “riempimento” (→
necessità di prendere) e di “svuotamento” (→ necessità di restituire) – cosa, quest’ultima, che la nostra tradizione
ha sempre cercato di mettere al bando, insieme agli aspetti dell’amore carnale, erotico e sessuale, che il
Cristianesimo ha ostracizzato.
Tale discriminazione presuppone la distinzione tra anima e corpo effettuata da Platone, la quale non ha senso
per i Presocratici. Platone si trova costretto a porre questa distinzione tra anima e corpo ponendo l’accento
esclusivamente sull’anima, dal momento che Socrate sosteneva che il corpo non fosse altro che una gabbia per
l’anima immortale che possiede, invece, la vita eterna.
In seguito, la tradizione occidentale tenderà a privilegiare la dimensione spirituale rispetto a quella corporea.
Con l’imporsi della tradizione cristiana, persino la medicina effettuerà enormi passi indietro perché, secondo il
Cristianesimo, gli uomini, creati a immagine e somiglianza di Dio, non possono essere che intoccabili, tanto che
l’idea di sezionare un corpo umano risulterebbe blasfema. Le proibizioni cristiane verso la profanazione del
cadavere ostacolarono anche gli studi sul corpo umano di Leonardo Da Vinci.
Per tollerare pratiche di questo genere bisognerà aspettare Cartesio, che corroborerà la distinzione platonico-
cristiana tra l’anima e il corpo. Egli, infatti, sostiene che la medicina sia la scienza più importante perché porta i
benefici più reali e più concreti per la vita dell’uomo; essa però non potrà mai evolversi fintantoché venga
perpetrato, dalla Chiesa, il divieto allo studio del corpo.
Cartesio riuscirà ad affermare la liceità dello studio del corpo attraverso un espediente filosofico caratterizzato
da una forte valenza pratica, ovvero attraverso sue due teorie:
La res cogitans: è la sostanza pensante; è oggetto di studio della teologia, della religione e della filosofia.
• La res extensa: è la sostanza dotata di estensione spaziale, materiale, che si identifica con il corpo; è
• concerne le scienze, poiché il corpo è, per Cartesio, un meccanismo manovrato dall’anima e funziona,
appunto, come qualcosa di meccanico, con l’unica differenza che il corpo umano ospita l’anima
(all’interno della ghiandola pineale), mentre gli altri corpi fisici non ne sono dotati.
Questa concezione meccanicistica del corpo riguarda anche gli animali, i quali, non disponendo dell’anima,
sarebbero mero corpo; secondo la visione cartesiana, il fatto che l’animale sembri provare dolore se percosso o
ferito sarebbe paragonabile allo stridio del meccanismo di un orologio che cigola perché non è ben oliato.
Cartesio effettua questa distinzione al fine di poter garantire lo sviluppo delle scienze, per far capire alla Chiesa
che ci sono ambiti di cui essa può ancora occuparsi, mentre altri sono esclusivamente di co
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