21/02
Cap.Antigone. Il mito di Antigone. Le radici del “diritto naturale”
Problema primario è quello delle origini della filosofia del diritto. Un testo classico che viene
spesso menzionato è l’opera Antigone di Sofocle, considerata come una delle possibili
ipotesi d’origine della filosofia del diritto. La tragedia antica era un momento di intensa e
terribile riflessione esistenziale; era un qualcosa di impegnativo e serio. Si parla addirittura
per questa tragedia di Antigoni al plurale, per i vari modi con cui è stata letta. Antigone
ricorrente nella storia (chi contro il diritto dello stato). Quella di Antigone e Creonte (2
distinte ragioni) è un dilemma perché dobbiamo capire che ognuna delle 2 scelte fatte,
comporta un prezzo da pagare.
La trama del dramma: Edipo, non può sfuggire alla maledizione che opprime la sua stirpe,
prendendo in moglie sua madre Giocasta e diventa re di Tebe; svelato l’incesto Giocasta si
uccide e Edipo si acceca. Nasce un problema di successione dinastica, perché Eteocle e
Polinice (figli di Edipo) ambiscono entrambi alla corona. Polinice muove un attacco con il suo
esercito verso Tebe e contro Eteocle (i 2 fratelli si erano accordati per regnare ad anni
alterni, ma Eteocle si rifiuta di rispettare il patto e non cede il trono a Polinice). I 2 fratelli
finiscono per uccidersi, ma l’esercito invasore è sconfitto.
Creonte, fratello di Giocasta, diviene re. Deve subito stabilire chi è amico di Tebe (a
prescindere dai legami famigliari) e chi nemico. Ordina che Eteocle sia seppellito con tutti gli
onori ma vieta la celebrazione di esequie per Polinice. Questo decreto di Creonte impone di
infrangere una norma concernente gli obblighi fondamentali nei confronti dei defunti.
Le 2 sorelle di Eteocle e Polinice, Ismene e Antigone, ritengono che il decreto sia ingiusto e
disumano e Antigone si dichiara pronta a disobbedire per dare sepoltura al fratello. Viene
annunciato a Creonte che il suo ordine è stato disatteso, e dopo uno scontro tra i 2 Antigone
viene condannata a morte.
Mappa concettuale ((Antigone contrapposto a Creonte, ovvero giusnaturalismo contrapposto
a giuspositivismo.
Terza prospettiva è quella del realismo giuridico, ad esempio scandinavo con Alf Ross o
Stati Uniti; ci sono tanti realismi giuridici.))
2°paragrafo. Parola chiave per Antigone e Aristotele, la philia. Essa è diversa dall’amicizia
odierna, ha una valenza fortemente giuridica e politica. Chi schematizza e teorizza questo
concetto (3°capitolo pg.18) è Aristotele, in una dimensione cinica e politica. Concetto già
presente però anche per Antigone. C’è una philia per genitori, fratelli, alleati politici. Il
termine philia ricorre in maniera quasi ossessiva nella tragedia e le 2 sorelle, riprendono il
problema ricalcando la sorte degli amici su quella dei nemici. Critica perché ciò che è
fondamentale è la famiglia (per Antigone la philia è la famiglia), la philia di famiglia e non la
philia di Creonte, che è quella propria dei cittadini di Tebe e quindi Polinice (fratello di
Antigone) ha tradito e rotto la philia con Tebe. Creonte spiega fondamentalmente il
significato del suo decreto:
Chi poi mette l’amico al di sopra della patria costui io dico che non è degno di esistere […]
né amico sarei mai di un uomo nemico della mia patria […]. E se questa nave guideremo per
la giusta rotta, da ogni parte incontro ci verranno gli amici. Tali norme perseguendo, eleverò
la polis (Antigone, 183-191). Occorre avere chiaro stabilire chi sono gli amici e chi i nemici,
chi muove guerra alla comunità (città stato) è un nemico. Questo deve fare Creonte, che
deve tracciare fondamentalmente una linea sulla sabbia e dividere dunque tra nemici e
amici.
Al cospetto di Creonte, Antigone dice che è nata per amare (radice di essere amico) e non
per odiare (radice di nemico). La ratio di Antigone non si basa sull’identificazione di un
nemico politico, ma di un amico sul piano esistenziale.
((Per Creonte invece è la “razza”. Karl Schmitt crede che prima viene il potere sovrano che
la norma, Kelsen dice il contrario. Schmitt riprende la concezione per cui esistono solo amici
e nemici, contrapponendosi così alla concezione base della democrazia.)) Creonte stabilisce
che Polinice non può essere seppellito perchè nemico, ha mosso guerra contro Tebe.
Antigone mette in discussione questo ordine, perchè dice che è suo fratello. Ci sono 2 ordini
concettuali che danno esiti diversi (pg.4). Creonte e Antigone non ascoltano l’altro, non si
capiscono. Antigone sembra avere dalla sua la ragione universale a differenza di Creonte.
Antigone è il simbolo di una resistenza ad una legge che per lei è ingiusta, quindi così ritorna
nella storia. I personaggi attorno a questi 2, sono tutti infusi di debolezze e dubbi umani. I 2
invece sono nei loro cuori implacabili, senza tentennamenti o sfumature.
Antigone nel tempo è diventata il simbolo della resistenza alla legge ingiusta, della
disobbedienza civile e dell’obiezione di coscienza. Antigone dice che nonostante
conoscesse il decreto, non riteneva che una norma del genere potesse prevalere su leggi
non scritte e assolute. Emerge qua la concezione diciamo
giusnaturalismo/giuspositivismo: accanto alle norme umane, ci sono norme non scritte e
assolute.
La nozione a cui si allude è quella di diritto naturale, da cui il giusnaturalismo (dottrine che
ammettono l’esistenza di un diritto naturale accanto a uno ordinario). Caratteristica del diritto
naturale è la sua impervietà ai mutamenti storici e geografici. Il diritto ordinario è
caratterizzato invece da una specifica mutabilità su entrambi i versanti.
C’è l’idea che alla base del diritto naturale, sussista una volontà divina. L’elemento
ancestrale è declinato in modo differente nel testo: è ad esempio il richiamo dell’obbligo del
sangue, dei doveri della nostra stirpe. Importante sarà l’idea di un diritto naturale collegato
alla ragione umana in quanto tale: Antigone consulta la sua coscienza. Questa idea di un
diritto che si fa disponibile tramite l’introspezione, costituirà un’importante tradizione della
filosofia del diritto occidentale.
Antigone disobbedisce e articola motivando la sua disobbedienza, pretendendo per la sua
disobbedienza una giustificazione. L’esito di questa posizione è una compressione del
potere del diritto ordinario. Il diritto naturale può anche presentarsi come una categoria
critica, perenne possibilità di mettere in discussione gli assetti normativi invocando una più
alta istanza. Il Giusnaturalismo risulta quindi non essere solo l’idea di norme di altro genere
rispetto al diritto ordinario. Proprio a partire da Antigone, genera anche l’idea della
vulnerabilità del diritto ordinario alla critica, condotta a partire da ordinamenti normativi
alternativi a quello giuridico: religioso, morale ecc… Questa è una nozione critica di diritto
naturale, che permette la messa in discussione delle norme del diritto ordinario.
Il mondo antico, con la polis, condivise più o meno sempre un qualche senso di diritto
naturale. La contrapposizione tra giusnaturalismo e giuspositivismo ha senso se per
giuspositivismo intendiamo una posizione filosofica che ritenga che il diritto fin qui è stato
detto ordinario, quello positivo perché posto in essere da un’autorità, costituisca tutto il
diritto; il diritto naturale, insomma, o non esiste o è giuridicamente irrilevante. E’ sbagliato
dire che Sofocle è giusnaturalista.
La nozione di diritto naturale rimane di grande potenza; è facile far dire al diritto naturale
quelle che sono semplicemente le convinzioni radicate di un’epoca, di un gruppo, di una
persona, di un cittadino.
22/02
Cap. Aristotele. Comunità e amicizia. Aristotele e il governo della legge
Il più importante discepolo di Platone fu Aristotele (384-322 a.C.). Era consapevole dei
problemi sulla giustizia. Nell’affresco di Raffaello, tiene sotto il braccio il suo libro di filosofia
pratica, l’Etica Nicomachea. In questo testo discute delle varie virtù dell’uomo, riservando un
intero libro alla giustizia. Ogni virtù ha delle caratteristiche speciali, quella della giustizia è di
essere una virtù sociale, tale da presupporre una comunità. Si può essere coraggiosi su un
isola deserta, ma non giusti. La giustizia ha la base nella natura dell’uomo e delle cose
perchè la socievolezza umana esiste per natura. Dunque essendo l’uomo un animale
sociale, anche le comunità a cui dà vita esistono per natura e la giustizia diviene un fatto di
natura.
Aristotele offre un racconto delle origini della polis dal principio. Nel secondo capitolo
della Politica di Aristotele, ci sono in principio delle relazioni, quella fra maschio e femmina
per la procreazione e fra padrone e schiavo per la conservazione (la schiavitù al tempo
era un’istituzione universale e non era contestata da alcuna religione o filosofia).
L’unione di queste 2 relazioni, produce lo hoikos, la casa, la famiglia. E’ un potente nucleo
comunitario, che va oltre il sentire in tema di rapporti familiari.
Ci sono necessità che però non riesce a soddisfare, per cui le famiglie si uniscono in una
seconda figura, quella del villaggio. I villaggi, komai, sono strutture più complesse capaci di
prendersi cura di molteplici esigenze, ma non di tutte: come l’autodifesa in armi.
I villaggi si uniscono a loro volta e danno origine alla “città-stato”, alla polis. Quest'ultima è
perfetta perchè è compiuta in se stessa, non ha bisogno di evolversi ulteriormente, è
autosufficiente.
La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire,
il limite dell'autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà
esiste per render possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura
esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine: per esempio
quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua natura, sia
d'un uomo, d'un cavallo, d'una casa. Inoltre, ciò per cui una cosa esiste, il fine, è il meglio e
l'autosufficienza è il fine e il meglio. Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un
prodotto naturale e che l'uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori della
comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all'uomo.
Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l'uomo, solo tra gli animali, ha
la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l'hanno anche gli altri
animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso
e gioioso, e di "indicarselo a vicenda). ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole
e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l'ingiusto: questo è, infatti, proprio dell'uomo
rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e
dell'ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato.
E per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev'essere
necessariamente anteriore alla parte: infatti, soppresso il tutto non ci sarà più né piede né
mano se non per analogia verbale, come se si dicesse una mano di pietra (tale sarà
senz'altro una volta distrutta): ora, tutte le cose sono definite dalla loro funzione e capacità,
sicché, quando non sono più tali, non si deve dire che sono le stesse, bensì che hanno il
medesimo nome. E’ evidente dunque e che lo stato esiste per natura e che è anteriore a
ciascun individuo: difatti, se non è autosufficiente, ogni individuo separato sarà nella stessa
condizione delle altre parti rispetto al tutto, e quindi chi non è in grado di entrare nella
comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di
conseguenza è o bestia o dio (Politica).
Aristotele sapeva che una polis può avere origini diverse da questa, per esempio se sorta
per deduzione di una colonia. Il racconto aristotelico delle origini della polis, ci informa di
come noi dovremmo concepire la città-stato. Gli elementi iniziali del racconto non sono
individui, bensì relazioni. La polis è un holon, un intero organico dove la somma delle parti
non costituisce il tutto, si compone per forza di elementi diversi e di diverso valore.
Gli esseri umani sono dotati di logos (rispetto agli animali che hanno solo la phone), parola
traducibile sia come ratio che come oratio: il logos è la ragione e il discorso. Con il logos si
discute anche di giusto e ingiusto, dunque si discorre di giustizia in tutte le comunità e
ciò si cristallizza in norme e istituti. Le norme e gli istituti rinforzeranno l’idem sentire sul
giusto, per cui una norma che proibisce l’adulterio implementerà la virtù della temperanza.
C’è una specie di percorso in 2 direzioni: quello che noi chiameremmo “comune sentire
morale” influenza norme e istituzioni, che a loro volta implementano e validano quei valori.
E’ uno schema molto diverso da quello delle liberaldemocrazie moderne, che si basano in
genere su una separazione fra diritto e morale. Un’intera visione della vita delle istituzioni
giuridiche e normative, è implicita nell’apparentemente semplice racconto aristotelico a tre
stadi.
E’ interessante confrontare il racconto delle origini di Aristotele con quello di Platone: il punto
di partenza di Platone (la città di porci) è il punto di arrivo di Aristotele: si perviene a una
polis da stadi precedenti. Aristotele, al posto che indicare una città ideale alla quale tendere,
offre qualche definizione relativa al tema della giustizia e del giusto. Entrambi concepiscono
la polis come un holon (un intero organico): non concepiscono diritti soggettivi individuali
(modello platonico-aristotelico). Nella modernità alcuni (Hobbes, Locke) dicono che vengono
prima gli individui e poi la comunità (parte e poi il tutto). Logica di guerra, in epoca di guerra
costituzione obbligatoria, viene prima il tutto che la parte e i cittadini devono combattere per
il proprio stato (es.Hegel). Hobbes è individualista ma per salvaguardare i diritti, è disposto
a cedere tutti gli altri poteri allo stato; Locke dice che nei diritti c’è la libertà (stato liberale e
non assoluto); Rousseau dice che nei diritti c’è la partecipazione politica. Altri autori non
sono riconducibili a un gruppo o a un altro.
Platone ha un’idea di comunità gerarchica (re, guerrieri, artigiani) comunità compatta; in
Aristotele è diverso, è studioso di consuetudini, tradizioni, pensatore plurale. Il filosofo deve
essere a capo della città, perchè conosce il vero, il bello, il giusto (ciò che dà ordine alla
società). Il ragionamento di Platone è presente anche a Roma, c’è un apologo di Menenio
Agrippa che lo spiega benissimo, per capire come funziona logicamente un corpo politico.
Menenio è un corpo umano, ma ci sono pensatori che immaginano il corpo giuridico politico
come un corpo umano. Metafora organicistica, pensare la dimensione politica e
istituzionale, paragonandola a un corpo umano; in genere chi pensa così, non mette al
centro l’individuo. I gruppi per Platone sono stabiliti con dei criteri e tutto funziona se ognuno
sta al suo posto. Se si rompe ciò, si va a disgregare il corpo ma anche il corpo organicistico;
il sovvertimento è disordine, se il popolo decide di voler governare, non si forma la
democrazia, ci sarà disordine, il corpo politico andrà distrutto. Viene prima il principio
dinastico, la famiglia che rappresenta lo stato. Nella logica di Menenio alla testa sta
l’intelligenza (o il filosofo re) al fondo i lavoratori, gli schiavi, i meteci (stranieri senza
cittadinanza ma che lavorano per la polis).
La polis esiste per natura, si compone di alcuni elementi indispensabili: territorio, esercito,
culto religioso, diritto (modo per risolvere le controversie). Il giusto della polis ha un aspetto
naturale. C’è naturalmente anche un aspetto puramente giuridico, legale. Le regole del
sacrificio religioso hanno un aspetto naturale (perché è un elemento indispensabile implicito
nella natura della polis) e un aspetto legale (il fatto ad esempio che si debba sacrificare una
pecora o una capra). Aristotele non offre mai esempi di diritto naturale. L’aspetto naturale
può prendere diversi aspetti, declinandosi in modi diversi. Le conseguenze di ciò sono
notevoli, esempio fa parte della natura della polis che chi governa debba governare
nell’interesse dei governanti e dei governati; se chi governa tiene in mente solo il proprio
interesse, la forma di governo non sarà retta. Non esiste dunque per lui una forma di
governo retta, come quella descritta nella Repubblica di Platone. Altro esempio, è chiaro
che ogni polis presuppone un idem sentire sul giusto e ingiusto; ma non è detto che l’idem
sentire sia il medesimo ovunque. Per Aristotele esistono diverse possibili soluzioni, cioè
diverse forme di giustizia, tutte dotate di un valore. La polis ha una sua “forma” che può
realizzarsi più o meno bene, ma in modi diversi. Platone aveva permesso la riflessione
critica sul giusto, ma aveva suggerito l’e
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