Lezione 1: 21/09
La Romania antica
studio delle lingue romanze (analitiche) a partire dal latino volgare: sintetica e flessiva.
Romània è una parola basso-latina, designante le terre in cui si parla latino (1a attestaz. del termine:
IV sec.). I Romani erano quelli che parlavano latino, mentre gli altri erano barbari. Anche i Greci che
dominavano Ravenna erano detti Romani, in opposizione ai Longobardi (Pavia) e ai Franchi. Viene
anche coniato un nuovo aggettivo, romanicus (Roma : romanus = Romania : romanicus), dal cui
corrispondente avverbio romanice filtrato dal francese antico romanz deriva, come si è detto, l’it.
romanzo. La Romania è il territorio in cui si parlano lingue romanze, diretta continuazione del latino.
Nel IV secolo d.C., con Romània si intende tutto il territorio conquistato dall’Impero, che ha imposto il
latino. Roma godeva di un forte prestigio, chi nasceva nell’area iberica era contento di diventare
romano.
La Romania è divisa tra occidentale o orientale.
● Romania perduta, nel 116 d.C. l’Impero raggiunge la sua massima espansione, ma già dal
secolo successivo inizia a perdere territori, come quello della Dacia, che rimane isolata e
subisce l’influenza delle lingue slave. Il rumeno segue per questo un’evoluzione morfologica
diversa rispetto al resto della Romania.
● La parte greca non viene latinizzata perché la cultura romana (e quindi latina) stessa si
costruisce da quella greca
● La parte nordafricana era profondamente latinizzata, c’erano tra le migliori scuole di filosofia
dell’Impero, ma questa cultura latina viene spazzata via dalla conquista araba.
● Nel territorio basco, un tempo certo più ampio si parla una strana lingua non indoeuropea,
molto arcaica; non è mai stato latinizzato.
Evoluzione del latino nei vari territori
Il latino ha un’evoluzione, sia parlato che scritto, ma quello che si evolve più velocemente (ricostruito
da tracce di fonti scritte) è quello parlato o volgare. È da questo che nascono le lingue romanze:
galego, portoghese, castigliano, catalano, occitano (dalle Alpi ai Pirenei, con differenziazioni tra la
zona che sta da una parte del Rodano e l’altra).
Il latino scritto ha una grossa riforma sotto Carlo Magno, ma anche quello Medievale è diverso da
quello classico. La lingua ha delle fasi, ha un età arcaica, un'età aurea (che inizia nel I secolo a.C. e
finisce per alcuni studiosi nel 14 d.C. con la morte di Augusto, per altri a metà del I secolo d.C., è a
questa fase che si rifanno le descrizioni grammaticali dei grammatici del IV-V secolo), una argentea e
una basso-imperiale. Tra il latino scritto e parlato c’è un salto di registro paragonabile a quello che c’è
tra lo svizzero tedesco parlato e il tedesco scritto (situazione di diglossia).
● Il catalano è una lingua-ponte tra l’occitano e lo spagnolo. Lo spagnolo moderno è soprattutto
a base castigliana per via del peso che ebbe la Castiglia durante la Reconquista contro gli
arabi.
● Quando si parla di lingua d’Oc* (occitana, usata per gli atti notarili) e d’Oil, non si parla di
lingue unitarie ma di insiemi di dialetti. Il confine tra i due si trova al di sopra del Poitou. Le
isoglosse (tratti linguistici che sono differenti tra le due) sono molto marcate, ad esempio il
trattamento della A tonica in sillaba libera. Dalla parola latina “mare”, derivano la parola
francese “mer”, a differenza dell’occitano “mar”. In occitano, A tonica in sillaba libera rimane
invariata, in francese si palatalizza in E.
● Il franciano, antico dialetto dell’Ile de France, diventa una lingua di prestigio durante il trono di
Filippo Augusto. Molto rapidamente si impone anche come lingua di riferimento letteraria. Il
franciano è la base del francese moderno. Francesco I, nella prima metà del ‘500, impone
con un editto il francese come lingua nazionale e come lingua per tutti gli atti pubblici.
*Nel XIX secolo, con il movimento dei Felibre, in particolare con Frédéric Mistral, si ha una rinascita
dell’occitano. Mistral costruisce una lingua un po’ artificiale, riutilizza l’occitano antico unito con il
dialetto, il risultato era qualcosa che in realtà nessuno parlava e capiva perfettamente. L’esperimento
di Mistral continua tutt’ora.
● In Italia, una linea che va da La Spezia a Rimini divide i dialetti settentrionali da quelli centrali,
ma divide anche la Romania occidentale da quella orientale sulla base di due isoglosse
principali, una fonetica e l’altra fonetico-morfologica. La prima (quella che il manuale chiama
sonorizzazione o lenizione ovvero indebolimento che però è SBAGLIATO NON VA BENE
PER LA PROFESSORESSA) è la lenizione delle occlusive intervocaliche latine,
sistematicamente attiva soltanto da sopra la linea Massa-Senigallia. Il “vita” latino diventa
“vida” al di sopra della linea, così come in occitano e in spagnolo antico, lo spagnolo moderno
arriva a un secondo grado di lenizione.
Famiglie romanze:
● balcano: romeno, dalmatico
● italo: italiano, sardo
● retoro: friulano, ladino
● gallo: francese, francoprovenzale, occitano
● iberico: catalano, spagnolo, portoghese
Dante e la nascita dell’italiano
Primo ambiente di produzione classica Firenze, che grazie alla Commedia attrae tante persone. In
Sicilia alla corte di Federico 2, seconda metà del 1200 la lirica nasce in Occitania, iniziano traducendo
i trovatori provenzali e inventano una loro lirica d’arte: il sonetto. Dante si ispira alla lirica siciliana e
agli occitani. XII sec. momento d’oro della letteratura.
Nel caso dell’Italia, Dante, Petrarca e Boccaccio hanno una forte spinta culturale su tutta la penisola,
e i mercanti fiorentini sono molto ricchi e sparpagliati per tutta Europa. Per questo il fiorentino ha una
forte prevalenza nella nascita della lingua italiana.
Lezione 2: 28/09
testo italiano molto antico, pieno di gallicismi (francesismi e occitanismi)
area iberica: lingue parlate sono di più che quelle nazionali,
area galloromanza: occitano e franco-provenzale
italia: ladino e sardo sono lingue a sé
Per secoli il francese è stata la lingua di cultura, fino alla seconda guerra mondiale, questione di
potere sopravvento dell’inglese-americano.
la lett. nasce prima in area galloromanza e influenza tutte le altre, la lirica d’arte italiana alla corte di
Federico 2 sono i funzionari a scrivere poesie, corte imperiale itinerante per divertimento scrivono
poesie e musiche, sempre collegate. Trovatori occitani scrivevano direttamente la musica, Petrarca
no.
Contrasto rosa fresca, De vulgari eloquentia
i testi si copiavano a mano nel medioevo, il filo conduttore sarà Dante, in de vulgari eloquentia:
cercava di individuare il volgare adatto a una poesia aulica, passa in rassegna dialetti italiani e a un
certo punto dice che il siciliano si avvicina alla meta.
Rosa fresca aulentissima, Cielo D’Alcamo, 1230-50
CIELO D'ALCAMO. - Il contrasto Rosa fresca aulentissima attribuito a C. apre il quarto fascicolo del
ms. Vat. Lat. 3793 (V), dedicato al genere 'mediocre' (non necessariamente giullaresco), in posizione
di eccellenza, ma anonimo e anepigrafo nella tavola antica del primo fascicolo. Messa da parte la
forma "Ciullo"/"Ciulo","Cielo" è tradizionalmente inteso come forma toscanizzata del siciliano "Celi",
ipocoristico di "Miceli" (Michele), frequente nei documenti antichi siciliani e diffuso come cognome o
toponimo in Sicilia e Calabria. Gli agostari, ovvero gli augustali, inoltre, erano monete d'oro battute a
partire dalla stessa data. Il secondo verso segna un termine invalicabile nell'anno della morte di
Federico II (1250). Colocci infatti annota di sua mano in V, sul bordo superiore della carta che tràdita
Rosa fresca aulentissima, "Dante cita questa". La citazione dantesca: "si vulgare sicilianum accipere
volumus secundum quod prodit a terrigenis mediocribus, ex ore quorum iudicium eliciendum videtur,
prelationis honore minime dignum est, quia non sine quodam tempore profetur, ut puta ibi: Tragemi
d'este focora, se t'este a boluntate", è anonima probabilmente per la notorietà del testo.
Il Contrasto è composto da trentadue strofe pentastiche di tre alessandrini monorimi con primo
emistichio sdrucciolo e secondo emistichio piano, seguiti da un distico di endecasillabi a rima baciata.
La regolarità sillabica, la maestria nell'uso del metro prescelto, ricollegabile sia ad ambienti
giullareschi sia clericali dotti, confermano l'allontanamento del poeta da un ambito immediatamente
ed esclusivamente giullaresco. Il metro adoperato, certamente non lirico, risulta un unicum che rende
bene il ritmo mosso e vario della petitio amoris nel distendersi dei tre alessandrini monorimi a cui
seguono i due endecasillabi a rima baciata che racchiudono invariabilmente la battuta fulminante o il
motto proverbiale. Il serrato duello verbale tra l'innamorato e la sua bella è segnato da una marca
sintattica che è una delle costanti più tipiche del genere contrasto, ossia l'uso del periodo ipotetico a
collegare le battute l'una all'altra attraverso la successione "proposizione-sua prospettata
realizzazione-conseguenza" (Arveda, 1992, p. 3).
Alla fine di ogni strofe, nella sede degli endecasillabi, viene proposto un nuovo motivo che trova
risposta negli alessandrini immediatamente seguenti della strofa successiva e così via, secondo lo
schema illustre delle coblas capfinidas, ma anche secondo un andamento teatrale di botta e risposta.
La lingua del Contrasto è fondamentalmente siciliana come attestano le numerose rime di é con i e di
ó con u e i conguagli di e ed i finali atone in rima (ai vv. 21-22-23, 36-37-38, 89-90, 111-112-113, 121-
122-123, 129-130, 151-152-153, 159-160), anche se con tratti genericamente meridionali come
l'assimilazione di -ND- (vv. 9-10 monno-aritonno, v. 49 arenno, v. 51 arènneti, v. 67 adomànnimi, v. 70
comannamente, v. 114 canno, v. 150 prenni, vv. 156-157-158 incenno-difenno-arenno) in
compresenza con forme prive di assimilazione; il betacismo iniziale e intervocalico (v. 3 bolontate, v.
16 boglio, v. 71 bale, v. 74 bolta, v. 89 bolio, v. 4 abento, v. 6 trabàgliati, v. 8 abere, v. 123 trobàrati) in
compresenza con forme prive di betacismo; i dittonghi metafonetici (vv. 76-77 manganiellocastiello
ma in rima con zitello); il plurale in -ora (v. 3 fòcora, v. 41 schiàntora); la formazione del condizionale
dal piuccheperfetto indicativo latino (vv. 9, 30, 119 pòteri, v. 12 pèrdera, v. 23 toccara, v. 48 tagliàrami,
v. 83 mòssera, v. 103 chiamàrano, v. 122 mìsera, coesistenti con forme come v. 7 potresti, v. 46
caderia, v. 102 anderia); il possessivo enclitico (v. 17 pàremo, v. 23 pàdreto, v. 71 vìtama, v. 104
càsata, v. 112 càrama), la cui occorrenza è probabilmente incrementata da necessità prosodiche.
Non sono esclusivi del siciliano nemmeno il trattamento del nesso PL- (v. 60 chiù, v. 80 chiaci), così
come le forme pronominali meve (vv. 6, 65 ecc.) e teve (vv. 44, 47) e le forme verbali este (vv. 3, 59,
90), aio (vv. 4, 51 ecc.), saccio, pozzo (v. 131). Tutto ciò a conferma della tesi continiana di "una
mediazione (scritta) continentale o più d'una (troppo varia vi è l'estensione del betacismo e del
dittongo), forse di Napoli o Roma, fra la Sicilia e Firenze" (Poeti del Duecento, 1960, p. 175).
Questi tratti dialettali siciliani e meridionali sono stati conservati nella silloge vaticana più che in tutti gli
altri testi, forse perché sono stati sentiti come valori espressivi e mimici intimamente integrati alla
natura del testo. Proprio l'alto tasso dei gallicismi costituirebbe un ulteriore apporto alla tesi della
sicilianità di fondo della lingua del Contrasto, essendo più consistente in Sicilia, rispetto alle altre aree
meridionali, la presenza di tratti gallo-romanzi. Bonfante (1955), a completamento del repertorio delle
occorrenze compilato da Rizzo Palma (1953), segnala ottantacinque francesismi. Monteverdi (1954,
p. 175) li distingue in due gruppi: quelli che rientrano nell'uso letterario generale e si riscontrano
anche nella lirica degli altri poeti della Scuola siciliana (come v. 2 pulzelle, v. 8 asembrare, v. 16
atalenti, v. 49 magione, v. 94 arimembrare, v. 130 disdotto, vv. 144 e 154 talento, v. 139 faglia, v. 140
baglia) e quelli specifici del Contrasto, che ostentano sfacciatamente il loro esotismo, spesso in
posizione di risalto in rima (come v. 40 gueri, v. 51 col viso cleri, v. 52 mostero e confleri, v. 67 mare e
mon peri, v. 158 minespreso). Questi ultimi vengono utilizzati, come rileva sempre Monteverdi (ibid.),
nel sapiente gioco dei contrasti e scarti ricercati dal poeta tra elementi dialettali e letterari, nostrani ed
esotici. Il corteggiatore al v. 51: "Se tu consore arènneti, donna col viso cleri" passa da un idiotismo di
pronunzia (arènneti) al crudo francesismo (col viso cleri), così come la giovane al v. 67: "che tu vadi
adomànnimi a mia mare e a mon peri" si eleva da un medesimo volgarismo (adomànnimi) a un
esotismo della stessa specie (mon peri). Alle forme nobili e gallicizzanti con cui la donna indica suo
padre, il corteggiatore al v. 23 intenzionalmente contrappone la forma di registro colloquiale pàdreto,
quasi per abbassare di livello quel genitore che la figlia appella in modo ricercato. Anche quella del
Contrasto, in definitiva, seppur segnata da tracce vistose dell'origine locale in misura superiore
rispetto alla lingua aulica e curiale degli altri Siciliani, è una lingua letteraria, largamente meridionale,
'siciliana' nel senso più ampio, dantesco, che ebbe già questo aggettivo.
contrasto, testo dialogato, drammatico, corteggiatore e corteggiata
prima strofa:
1. «Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state,
2. le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
3. tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
4. per te non ajo abento notte e dia,
5. penzando pur di voi, madonna mia».
verso alessandrino, antico, utilizzati nell’antico francese, metro della poesia colta spagnola, verso
doppio, i due emistichi devono avere l’accento principale sulla sesta sillaba, 2 endecasillabi. in questa
allocuzione: le da del tu e del voi, carattere sintattico delle lingue romanze, passato e presente idem
arcaismi, aio, viene da habeo, tono molto aulico non tante caratteri dialettali
focora: fuoco al plurale, fiamme, pl.neutro, nei primi sec dell’era imperiale si perde con il maschile
l’estate nel linguaggio medievale è sempre l’inizio della bella stagione, maggio
pullo/pulzella in latino suono duro della c, Kesar, palatalizzazione arriva in seguito, fenomeno
panromanzo, salvo il sardo che tuttora dice ke e ki
area galloromanza il suono che si produce diventa “c”
seconda strofa:
6. «Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.
7. Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,
8. l’abere d’esto secolo tut[t]o quanto asembrare:
9. avere me non pòteri a esto monno;
10. avanti li cavelli m’aritonno».
meve: epitesi “mene”, se a causa mia ti tormenti
ordine acc. e dat. follia lo ti fa fare
akhenaton: impossibile
arompere: arare
monno: mondo
avere non mi potresti; poteri=condizionale (che in lat. non esisteva) dell’impossibile, piuccheperfetto
latino, infinito + imperfetto, solo il toscano ha scelto il passato remoto, leggerei, leggerebbe. lingue e
dialetti avevano un altro condizionale usato nelle frasi in passato o per esprimere l’impossibilità.
tundere: piuttosto (avanti) mi taglio i capelli= mi faccio suora
terza strofa:
1. «Se li cavelli artón[n]iti, avanti foss’io morto,
12. ca’n is[s]i [sí] mi pèrdera lo solacc[i]o e ’l diporto.
13. Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l’orto,
14. bono conforto dónimi tut[t]ore:
15. poniamo che s’ajúnga il nostro amore».
se ti fai suora, piuttosto mi uccidessero, io mi perderei: nella lingua poetica scuola siciliana,
condizionale in ia diventa quello poetico italiano fino a un centinaio di anni fa
sollaccio e diporto: dittologia sinonimica, usata per fare il superlativo piacevole compagnia
véjoti: pronome in enclasi attaccato dopo la parola, mai iniziare frase con particella atona
rosa coltivata è più bella della selvatica
mi conforti tutto sempre, facciamo in modo che si unisca il nostro amore.
quarta strofa:
16. «Che ’l nostro amore ajúngasi, non boglio m’atalenti:
17. se ci ti trova pàremo cogli altri miei parenti,
18. guarda non t’ar[i]golgano questi forti cor[r]enti.
19. Como ti seppe bona la venuta,
20. consiglio che ti guardi a la partuta».
inizio di minaccia; non ho nessuna intenzione che il nostro amore si unisca
pàremo: padre se mio padre e i miei parenti ti trovano qua, guarda che non ti acchiappino
saper bona: piacere
ti consiglio che tu sia in guardia al momento di partire.
quinta strofa:
21. «Se i tuoi parenti trova[n]mi, e che mi pozzon fare?
22. Una difensa mèt[t]onci di dumili’ agostari:
23. non mi toc[c]ara pàdreto per quanto avere ha ’n [Bari.
24. Viva lo ‘mperadore, graz[i’] a Deo!
25. Intendi, bella, quel che ti dico eo?»
datazione del testo: agostari moneta, 1231-1250, legge del 1231 per cui arrivati allo stupro,
matrimonio riparatore fino agli anni ‘60 attiva,
se i tuoi parenti mi trovano, che mai mi possano fare?
io ci metto una difensa di 2000 agostari:
non mi possono toccare i parenti sennò vengono impiccati.
piena scuola siciliana, registro non alto, le imperfezioni sono dovute perché l’unica opera manoscritta
è nel
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