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Bédier contestò il metodo ricostruttivo: diede nel 1890 una prima edizione del poemetto duecentesco "Lai de

l'ombre" di Renart utilizzando il metodo ricostruttivo in base ad uno stemma a due rami e successivamente

condusse una lunga riflessione sul metodo partendo da una recensione di Paris secondo cui lo stemma doveva

essere a tre rami.

Si fece così l'opinione per cui i raggruppamenti dei manoscritti in base cui si disegna lo stemma siano aleatori

poiché secondo Bédier di ogni tradizione si potrebbero disegnare numerosi stemmi senza poter decidere quale sia

quello vero. Osservò inoltre che quasi tutti gli stemmi disegnati dagli editori di testi romanzi sono a due rami e ciò

poteva essere dovuto a:

-un meccanismo inconscio che porterebbe a disegnare stemmi che non permettono di stabilire una maggioranza fra

lezioni che si oppongono per mantenersi la possibilità di scegliere la lezione secondo il proprio giudizio

-un difetto del metodo che non dà criterio per fermarsi nel trovare errori che congiungono i manoscritti fra loro

finché i gruppi rimangono solo due.

Nel 1913 ne pubblicò una nuova edizione fondata su un solo manoscritto, quello che richiese il minor numero di

correzioni, apportando solo pochi emendamenti.

L’idea alla base dell’edizione bederiana è che un testo ricostruito è un prodotto “composito” poiché accoglie lezioni

da varie parti della tradizione, che non è mai esistito e che non è mai stato letto da nessun lettore antico. Si ritiene

quindi che l’editore debba dare un testo fedele ad un solo manoscritto, il “bon manuscrit”.

Per Bediér la scelta del manoscritto presuppone uno studio accurato della tradizione, stabilire vicinanza alla data, al

luogo di origine e alla lingua originale, di cui l’editore deve correggere solo lacune, forme impossibili per la lingua

e contraddizioni evidenti: da questa impostazione deriva la sua edizione della "Chanson de Roland" del 1937.

LA LINGUISTICA GENERALE

Una data simbolica per gli inizi della linguistica moderna è quella della pubblicazione postuma del 1916 del "Corso

di linguistica generale" di Ferdinand de Saussure: si tratta di un'opera ricostruita da due linguisti allievi di Saussure,

Bally e Sechehaye, sugli appunti degli studenti dei corsi tenuti a Ginevra.

La novità rivoluzionaria è che per Saussure studiare la lingua non significhi più studiarne il mutamento in

diacronia, ossia nella dimensione del tempo, ma al contrario l'oggetto della linguistica è la lingua in quanto essa

funziona in una società in sincronia, termine con cui si intende un periodo nel quale i cambiamenti sono irrilevanti

e non sono avvertiti dai parlanti.

Secondo Saussure l'oggetto primario della linguistica è il sistema comune a tutti i parlanti, ossia la "langue",

presupposto dagli atti linguistici concreti che sono tutti materialmente diversi l'uno dall'altro (una parola o una frase

non suonano mai due volte allo stesso modo, hanno significato diverso a seconda del contesto ecc.).

All'insieme degli atti linguistici concreti Saussure dà il nome di "parole".

Centrale è la nozione di "sistema" (in seguito sarà "struttura"), che implica che ogni elemento della "langue" abbia

un senso, quindi un valore, in quanto in rapporto con tutti gli altri, e il suo valore consiste nel non essere nessuno

degli altri e di entrare con gli altri in determinate relazioni.

La lingua è infatti un sistema di segni, il più complesso e importante, e i segni sono entità che esprimono o

comunicano qualcosa. Tale impostazione di Saussure ha aperto la strada alla "semiotica", la scienza dei segni, di

cui la linguistica si può pensare come una parte.

Il segno linguistico consta di un significante e di un significato, inseparabili: il primo è un'immagine acustica,

mentale, che si individua nella continuità dei suoni del parlato perché si associa ad un significato (rosso ad esempio

è un significante perché si associa ad un concetto di rosso), mentre il significato è un concetto che prende forma tra

le idee confuse perché si lega ad un significante (ad esempio si identifica il significato rosso poiché associato

all'immagine acustica rosso): non c'è pensiero senza lingua.

Con "referente" si intende la realtà extralinguistica.

Il segno linguistico è inoltre arbitrario poiché non c'è ragione affinché una certa immagine acustica sia associata

come significante ad un determinato significato. Esistono gradi di arbitrarietà relativa, detta anche di

"motivazione": prendendo la parola "libretto" si pensa al diminutivo, ma resta comunque arbitrario "libro".

La linguistica del 900 è caratterizzata dall'idea della lingua come sistema o struttura che si esplica in sincronia.

Nella dottrina di Saussure i cambiamenti avvengono negli atti linguistici individuali (appartengono alle parole),

infatti molti cadono immediatamente mentre altri si affermano ed entrano a far parte della "langue" in una fase

successiva.

La linguistica ha per oggetto le leggi generali della lingua e il funzionamento di ogni lingua per sé, punto di vista

difeso da Bally e Sechehaye nel primo congresso internazionale dei linguisti dell'Aia del 1928.

Nella linguistica romanza, che ha per oggetto un insieme di lingue tale per via dei loro rapporti nel tempo e della

loro origine comune, la linguistica strutturale ne studia le relazioni reciproche e i rapporti fra le diverse forme di

ognuna nel tempo.

Una visione diversa su questo punto venne sostenuta dal Circolo linguistico di Praga, fondato nel 1926, di cui il

pensiero di Saussure costituiva una delle fonti. Nel 1928 tre linguisti presentarono alcune tesi sulla fonologia

sostenendo che i cambiamenti fonetici debbano essere considerati in relazione al sistema fonologico della lingua

mentre l'anno successivo un'opera collettiva del Circolo affrontò una serie di questioni della linguistica generale

ponendosi dal punto di vista dello studio delle lingue slave.

La linguistica strutturale ha reso chiaro che i mutamenti linguistici non devono essere considerati isolatamente ma

devono essere studiati come parte di un sistema che evolve nel suo insieme: non si possono ad esempio studiare i

singoli mutamenti fonetici ma si deve studiarne l'evoluzione del sistema fonologico.

ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO

Saussure parla di rapporti sintagmatici e associativi: gli elementi della lingua formano enunciati unendosi in

successione nella direzione del tempo (la dimensione lineare) e il valore dei segni è dato dalle associazioni in cui

entrano nella lingua opponendosi ognuno a tutti gli altri.

Nella formulazione di Jakobson in ogni enunciato gli elementi linguistici si combinano fra loro in successione

lungo l'asse di "combinazione" (o sintagmatico) e ogni elemento è il risultato di una scelta fra elementi simili

disposti virtualmente lungo un asse "di selezione" (o paradigmatico).

Ad esempio si può dire "il gatto" (selezionando fra cane, coniglio ecc.) "dorme" selezionando fra dorme, corre,

salta) "sul divano" (selezionando sul divano, sotto il letto ecc.).

Martinet sostiene invece che l'articolazione del linguaggio sia doppia e la prima sia quella per la quale si

individuano elementi minimi dotati di suono e di senso, i "monemi" (ad esempio gatt-, ossia il lessema, e -o, ossia il

morfema), mentre la seconda è quella per la quale i monemi si scompongono in fonemi, elementi minimi di suono

ma privi di significato.

FONEMA

Il fonema è un suono con valore distintivo ed è l'unità minima di suono a conferire significato (pane/cane: esempio

di coppia minima, ossia che differisce per un fonema).

Un allofono, o variante contestuale, di un fonema è la forma in cui esso si realizza in un determinato contesto

restando lo stesso fonema: ad esempio in italiano il fonema /n/ a seconda della consonante che segue si realizza

come alveolare (pane), come dentale (tanto), come velare (panche), come labiodentale (panfilo).

Ogni lingua ha un suo inventario di fonemi diverso da quello delle altre lingue anche se secondo il modello

elaborato da Jakobson, Fant e Halle la varietà di sistemi diversi tra le lingue può essere ricondotta ad un sistema

universale, e valido per tutte le lingue, di tratti distintivi: tutti i fonemi di qualsiasi lingua sono formati

dall'interazione di 12 opposizioni binarie.

Le opposizioni sono formulate sia in termini articolatori (modo in cui i suoni sono formati nell'apparato vocale) che

acustici (forma del suono).

Le prime due opposizioni sono ad esempio vocalico/ non vocalico e consonantico/ non consonantico, un'altra è

sonoro/ non sonoro ecc.

SILLABA E ACCENTO

La sillaba è l'unità minima del discorso articolabile e pronunciabile isolatamente ed è la più piccola unità ritmica

del discorso.

Nelle lingue a "isocronismo sillabico", come l'italiano, si sente ad orecchio se una parola è più o meno lunga di

un'altra per numero di sillabe, mentre nelle lingue a "isocronismo accentuale", come l'inglese, si ha una percezione

immediata del numero di sillabe toniche in una serie di parole.

La struttura della sillaba comprende un nucleo mentre una struttura completa si articola in attacco e rima, che a sua

volta è formata da nucleo e coda. Esempi:

- solo nucleo: "è"

- nucleo e coda: a/n di "ancora"

- attacco e nucleo: p/a di "padre"

- attacco, nucleo e coda: p/a/r di "parte"

- attacco complesso: st/a/n di "stanco"

La sillaba può essere: aperta, se finisce per vocale, o chiusa, se finisce con una consonante.

Il dittongo è la combinazione lineare di due vocali in una sola sillaba: i dittonghi ascendenti sono quelli in cui

l'elemento pienamente vocalico è il secondo (iè, uò, uè) mentre quelli discendenti sono quelli in cui è il primo (ài,

èi, òi).

L’accento è la caratteristica per la quale una sillaba è messa in rilievo ritmico (sillaba tonica) tra le altre (sillabe

atone), articolandola con maggiore energia (accento di intensità/dinamico, proprio ad esempio dell’italiano

moderno) o modulando il tono della voce (accento melodico: ascendente, discendente ecc., proprio ad esempio del

greco antico).

L’accento è tuttavia un tratto “soprasegmentale” in quanto non è una caratteristica intrinseca della sillaba o di un

fonema, ma un rapporto tra una sillaba e le altre: nell’accento di intensità ad esempio non conta l’energia assoluta

con cui la sillaba è articolata ma l’energia in rapporto alle altre sillabe.

Un altro tratto soprasegmentale è la durata (quantità sillabica) per la quale si oppongono sillabe più lunghe a sillabe

più brevi.

In alcune lingue la posizione dell’accento può anche avere un valore distintivo (in italiano possiamo distinguere

àncora e ancòra), mentre in altre lingue è fisso, come in francese moderno dove l’accento di parola cade sempre

sull’ultima sillaba.

LA GRAMMATICA GENERATIVA

La grammatica generativa fu una rivoluzione della teoria linguistica nel secondo 900 che risale a due saggi di

Chomsky: l’osservazione di partenza è che i parlanti sono in grado di produrre e comprendere infinite frasi mai

incontrate prima e giudicare la grammaticalità di una frase grazie a delle competenze alla base di ogni esecuzione.

La competenza è quella del parlante nativo riguardo la propria lingua materna.

La facoltà linguistica che guida un bambino a imparare la lingua è universale e innata poiché dipende dalle strutture

biologiche dell’essere umano.

Il compito della grammatica è la costruzione di un modello formale della facoltà linguistica (grammatica

universale) e della competenza dei parlanti di una singola lingua (grammatica delle singole lingue).

La grammatica è “generativa” poiché descrizione formale e interamente esplicita: le strutture di frase e le frasi sono

derivate esplicitamente (generate) a partire da simboli iniziali applicando una serie di regole.

Le regole sintattiche generano la “struttura profonda” (astratta) della frase, che diventa una frase mediante l’azione

di un “componente lessicale” che assegna le parole, e di un “componente fonologico” che governa i fonemi.

LA TIPOLOGIA LINGUISTICA

In questo studio le lingue del mondo vengono messe in relazione fra loro e classificate in “tipi” distinti in base al

fatto che condividono determinate proprietà indipendentemente dalla loro origine.

Alla base della tipologia moderna vi è l’opera di Greenberg che fonda la tipologia sull’ordine delle parole:

basandosi su un campione di 30 parole considera tre fenomeni relativi all’ordine di esse. Troviamo:

1 lingue con preposizioni opposte a lingue con posposizioni

2 lingue caratterizzate da diversi ordini di soggetto (S), verbo (V) e complemento oggetto (O)

3 lingue con aggettivo prima o dopo il nome

Definisce una serie di “universali implicazioni” (se una lingua ha una caratteristica, allora deve averne anche

un’altra ecc.: ad esempio le lingue con ordine VSO sono sempre preposizionali).

Con “ordine a destra” indica quello in cui i determinanti seguono il determinato (la casa di Mario) e l’oggetto segue

il verbo (Bruto uccise Cesare), e con “ordine a sinistra” quello dove lo precedono (latino: Marii domus) e l’oggetto

precede il verbo (Brutus Caesarem necavit)

LA SOCIOLINGUISTICA

La sociolinguistica prende avvio nel secondo 900 dall’idea che la lingua si realizzi concretamente nei rapporti

sociali e il cui studio fondante è quelli di Weinreich sui fenomeni di “interferenza” (nelle situazioni di contatto

linguistico vi sono sia prestiti di parole che influssi su fonologia, morfologia e sintassi).

Ferguson elaborò il concetto di diglossia, ossia il fatto che due lingue parlate nella stessa comunità non sono sullo

stesso piano poiché una è la varietà alta usata in situazioni formali mentre l’altra è quella bassa usata nei rapporti

privati.

Altro aspetto è lo studio della variazione linguistica per la quale una lingua varia da un luogo all’altro (variazione

diatopica) a seconda dello strato sociale che la usa (variazione diastratica) e della situazione comunicativa

(variazione diafasica).

Di pertinenza della sociolinguistica è anche l’azione dei diversi gruppi sociali sulle dinamiche della lingua e sulla

sua evoluzione.

LA ROMANIA

Ogni lingua romanza è sincronicamente un sistema linguistico autonomo, ma ogni suo aspetto può essere messo in

relazione con il latino.

L'insieme delle aree geografiche e delle culture in cui si parlano le lingue romanze si dice Romania o dominio

romanzo, ed in Europa corrisponde all'area in cui si è parlato latino in età imperiale con alcune perdite rispetto

all’espansione massima del II secolo d.C.

Il termine in latino è formato sul nome di popolo "Romani" e l'attestazione più antica è nella cronaca detta

Consularia Costantinopolitana, mentre in greco il termine era il nome dell'Impero romano e poi di quello di Oriente

mentre in Italia designò la parte sotto dominio bizantino.

In senso linguistico l'uso del termine è moderno e venne dato da Meyer e Paris alla rivista "Romania" fondata nel

1872 sullo studio delle lingue e delle letterature romanze.

In base ad alcuni tratti linguistici si divide il dominio romanzo in:

1- Romània occidentale: comprende tutte le varietà linguistiche italiane settentrionali e le lingue retoromanze,

galloromanze e iberoromanze. I tratti linguistici propri della Romania Occidentale sono la lenizione delle

consonanti intervocaliche del latino e la conservazione di "s" finale.

2- Romània orientale: comprende tutte le varietà linguistiche italiane centro meridionali ad esclusione del toscano,

e il romeno

Nella situazione attuale si distinguono in Europa due aree geografiche separate:

1- dall'Atlantico fino al Friuli e alla riva italiana dell'Adriatico

2- area del romeno, che comprende la Romania e la Moldova con qualche altra isola esterna a questo blocco.

La "Romània perduta" è costituita dai territori dove anticamente si parlava latino ma dove il latino non è

sopravvissuto e attualmente non si parlano lingue romanze (ad esempio i territori dell'Africa mediterranea).

Comprende:

1- territori a Sud del Vallo di Adriano (confine Inghilterra e Scozia)

2- fascia est del reno e parte dell'odierna Germania

3- area corrisponde a parte della Svizzera e Austria

4- area delle odierne Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia e Ungheria (anche se l'ungherese non è una lingua

indoeuropea mentre quelle slave si)

- fascia mediterranea occidentale dell'Africa dove in età imperiale c'era il greco e oggi l'arabo

Con "Romania nuova" si intende invece l'insieme dei territori dove attualmente si parlano lingue romanze ma che

non hanno una continuità storica con il latino poiché avevano anticamente altre lingue, come ad esempio i territori

fuori dall'Europa conquistati dagli europei a partire dal 1492, quando iniziò la romanizzazione del resto del mondo.

La varietà dialettale romanza è un continuum che trapassa la Romània senza barriere netti infatti i dialetti di centri

contigui sono sempre simili fra loro. La differenza fra i parlanti dei due lati di una frontiera è che al di sopra del

dialetto hanno una lingua ufficiale diversa. Si introduce quindi il concetto di "lingue tetto". Vi sono comunque

problemi: ad esempio ai due lati della frontiera fra Italia e Francia sul Mediterraneo si parlano dialetti simili anche

se la lingua tetto è differente, mentre nel di francese e occitano nonostante essi si distinguano le parlate d'oc e d'oil

rendono difficile stabilire una frontiera.

Le lingue romanze si classificano in:

- iberoromanze: lingue della penisola Iberica (portoghese, galego, castigliano, catalano)

- galloromanze: lingue dell'antica Gallia (francese, francoprovenzale, occitano) e con caratteristiche condivise

anche dai dialetti dell'Italia settentrionale

- italoromanze: italiano, sistema dei dialetti italiani e il sardo

- retoromanze: romancio, ladino centrale, friulano

- balcanoromanze: dalmatico e romeno

Vi sono comunque dei problemi riguardo la classificazione: il catalano ad esempio per le caratteristiche comuni con

l'occitano si è discusso se fosse piuttosto una lingua galloromanza o comunque una lingua ponte, così come il

dalmatico lo si può considerare fra le lingue italoromanze e le balcanoromanze.

I dialetti dell'Italia settentrionale (tranne il Veneto) hanno invece caratteristiche comuni con le lingue galloromanze

con cui condividono il sostrato preromano (detti perciò anche "gallo-italici").

LINGUE, DIALETTI, VARIETA' LINGUISTICHE

Con il termine "lingua" si intende ogni sistema di espressione e di comunicazione fondato sulla facoltà della parola,

appreso dalla nascita entro la comunità che ne fa uso (come "lingua naturale") e che consiste di un lessico e di una

grammatica (sistema di regole che i parlanti condividono e applicano anche sena conoscerle esplicitamente). Una

lingua può non essere stata oggetto di una grammatica normativa, che prescrive un determinato modello linguistico,

o descrittiva, ossia come descrizione delle regole, ma funziona necessariamente secondo una grammatica

descrivibile.

La distinzione tra lingua e dialetto riguarda l'uso, la diffusione, il prestigio e il tipo di riconoscimento che alcune

lingue hanno: si tratta quindi di una distinzione socio linguistica.

Mentre nella situazione moderna la lingua è propria dell'intera società e con un dominio completo (ambito

giuridico, pubblico, letterario, informale ecc.), per quanto riguarda le lingue medievali (tranne il latino) si parlava

di lingua quanto esisteva un certo grado di standardizzazione.

Il dialetto è di uso locale, non è standardizzato e non ha un dominio completo (è usato prevalentemente

informalmente).

Con "dialetti secondari" si intendono quelli che hanno origine dalla differenziazione interna di una lingua, come ad

esempio quelli della Spagna meridionale che derivano dall'espansione del castigliano in seguito alla Reconquista,

mentre quelli "primari" sono quelli che hanno una storia indipendente, come quelli italiani (continuazioni dirette

del latino che prima dell'affermarsi dell'italiano coprivano tutte le funzioni della lingua).

Con "parlata" si fa riferimento ad una lingua che non ha un'espressione scritta standardizzata (parlate

francoprovenzali ecc.) mentre per parlare della diversità linguistica si usa il termine "varietà linguistica".

In relazione alla formazione dello Stato Nazione alcuni dialetti assunsero anche un ruolo socio politico importante

diventando la base per la lingua della nazione: si può parlare quindi di un continuum dialettale sotto il profilo

diacronico e geografico (sul territorio) tra latino e parlate romanze (sia dialetti che lingue nazionali).

RUOLO DELLA SCRITTURA

La maggior parte delle lingue parlare nella storia dell'umanità non ha mai avuto una forma scritta.

Nel corso dei secoli la scrittura ha assunto un ruolo sempre più importante ed è stato l'elemento più considerato

nella descrizione grammaticale.

La scrittura è un mezzo di rappresentazione visiva della lingua, con caratteri di vario tipo che possono

rappresentare una parola, un concetto (ideogramma), una sillaba (scrittura sillabica), un fonema e un suono

(scrittura alfabetica) e gli elementi della scrittura si dicono grafemi.

LATINO, LATINO VOLGARE, PRE-ROMANZO

In origine, verso l'VIII secolo, il latino era parlato a Roma e in una parte del Lazio (tra il basso corso del Tevere e

l'odierna Palestrina), ma con l'espansione del dominio romano divenne la lingua dei territori dell'Impero romano.

Nella parte orientale dell'Impero non ha mai prevalso al greco ma fu comunque lingua dell'amministrazione fino

all'epoca di Giustiniano (527-565 d.C.), che scrisse proprio in latino il “Corpus iuris civilis”.

Possediamo documentazione diretta del latino scritto, quindi letterario, anche se il latino di cui le lingue romanze

sono una continuazione è quello parlato, di cui esiste solo documentazione indiretta (affermazioni autori,

osservazioni grafici) e che possiamo ricostruire anche attraverso la comparazione tra forme correlate nelle lingue

romanze.

La lingua scritta non è diversa dal parlato ma è uno degli usi che variano secondo il livello culturale e secondo il

registro dei parlanti: la lingua scritta è formalizzata e risponde ad un insieme di regole speciali (la formalizzazione

del latino fu molto rigida e resistente tanto che dal II-I secolo a.C. il latino letterario rimase stabile).

Il latino letterario è una lingua unitaria mentre le lingue romanze sono diverse tra loro nonostante l'origine comune

e ciò è dovuto al collasso delle strutture politiche, amministrative e della scuola con la crisi e il disfacimento

dell'Impero d'Occidente.

Le numerose iscrizioni distribuite in tutte le parti dell'Impero permettono di individuare una distribuzione regionale

di tratti linguistici estranei al latino letterario.

Alla variabilità del parlato fa riferimento anche San Girolamo nel commento alla lettera di San Paolo ai Galati del

386 d.C. ("il latino cambia ogni giorno secondo dove si parla e col tempo").

L'ipotesi di Varvaro è che si debba pensare ad un "latino sommerso", che non appare nemmeno nelle scritture più

vicine al parlato poiché espressioni di ignoranza, e ad esso si dovrebbero attribuire le innovazioni che si riscontrano

nelle lingue romanze da quando iniziarono ad essere documentate, ossia dal IX secolo.

La norma linguistica colta di Roma esercitò un forte potere unificante al livello alto della lingua fin quando durò la

coesione dell'Impero: il latino dell'uso colto, pubblico e letterario era quello di Roma e a ciò contribuirono la

centralizzazione del potere, la concentrazione a Roma di chi produceva cultura, un eccellente sistema di

comunicazioni e un efficiente sistema economico e scolastico.

La diversificazione e la variabilità della lingua sono rimaste confinate ai livelli bassi e negli stili informali mentre a

livelli di scambio e prestigio si parla di omogeneità del latino fino alla crisi dell'Impero.

Con "latino sommerso" si intende un latino censurato negli usi formali e nella scrittura poiché scorretto rispetto a

quello standard (che nella fase degli autori del I secolo a.C. sarà il latino classico).

Con "latino volgare" identifichiamo il latino diverso dalla norma colta e in cui si ritrovano e si attribuiscono le

innovazioni testimoniate dalle lingue romanze: significa "latino popolare", anche se tuttavia non è la lingua propria

degli strati sociali bassi ma una realtà continua che attraversa tutti gli strati sociali.

Lo stato della lingua latina da cui hanno origine le lingue romanze ricostruito a partire da sé stesse attraverso il

metodo storico comparativo si chiama "pre romanzo/ protoromanzo".

L'etichetta "latino preromanzo" guarda in diacronia retrospettiva con le tecniche della ricostruzione mentre il

secondo in diacronia prospettica poiché guarda in avanti dal latino documentato ai suoi risultati nelle lingue

romanze.

Nonostante a causa del metodo ricostruttivo il pre romanzo appare ordinato e uniforme, un latino parlato uniforme

non dev'essere mai esistito.

FONTI PER LA CONOSCENZA DEL LATINO VOLGARE

Anche i testi scritti dai meno colti si differenziavano dal latino parlato spontaneo, quindi non abbiamo testi "in

latino parlato" vero e proprio.

Tra i testi che documentano le forme e gli stili del latino diversi dal grado di quello letterario classico troviamo:

- le lettere di Cicerone rivolte agli amici, esempio di uso colloquiale della lingua ma pur sempre colta

- papiri e "òstraca" (scritture su coccio) dall'Egitto, esempi di lingua pratica non letteraria e soprattutto lettere di

soldati, tra cui 14 dalla famiglia del legionario Tiberiano

- iscrizioni, raccolte nel "Corpus Inscriptionum Latinarum", in 17 volumi. Numerose sono scolpite, rare dipinte (e

sono soprattutto a Pompei), altre graffiti (anch'esse a Pompei). Le iscrizioni sono ovviamente localizzabili e spesso

databili (perché portano una data o perché si riferiscono a specifici eventi).

Gli errori lasciano trasparire la lingua parlata: chi scrive "hoctober" ad esempio inseriva l'h per tradizione

ortografica senza sapere che la parola corretta era "october" e questo è un esempio di errore "ipercorrettissimo"

poiché tentativo fallito di produrre una forma corretta.

- tavolette d'esecrazione, ossia formule incise su lastre di piombo per portare sfortuna a nemici e rivali

- alcuni autori: le commedie di Plauto, documento di lingua arcaica, si avvicinano alla lingua parlata, mentre nella

"Cena Trimalchionis" di Petronio la lingua parlata è imitata per caratterizzare i personaggi

- opere tecniche, come il "De Agricoltura" di Catone il Vecchio, il "De Rustica" di Palladio ecc.

- autori tardi che nonostante volessero scrivere in un latino corretto a causa della loro modesta cultura usarono

invece una lingua ricca di parole e tratti della lingua corrente: il testo già notevole è la relazione del viaggio in

Terrasanta di una nobildonna di nome Egeria

- traduzioni della Bibbia precedenti a quella di San Girolamo (anche quella di San Girolamo stesso presenta tratti

del latino non classico poiché la priorità era rendersi comprensibili ai lettori meno colti)

- fonti metalinguistiche, ossia annotazioni dei grammatici e osservazioni degli autori sulla lingua (come quella di

sant’Agostino nel "De Doctrina christiana" da dove si evince che il valore distintivo dell'opposizione tra vocali

lunghe e brevi all'inizio del V secolo preesisteva a Roma ma non in Africa).

- "Appendix Probi": elenco di 227 prescrizioni del III/ VII secolo d.C. documento di numerosi fenomeni di

evoluzione del latino che hanno riscontro nelle lingue romanze

IL LATINO E LE LINGUE PRECEDENTI

Le lingue di sostrato sono le lingue alla quale il latino si è sostituito. Il processo non è stato immediato e

inizialmente tra latino e lingua del luogo c'è stato un rapporto di bilinguismo, poi di diglossia e infine l'abbandono

della lingua del luogo (con qualche eccezione, ad esempio il basco). Questo fenomeno ha avuto luogo in ambito

romanzo moderno con la conquista dell'America da parte di Spagna e Portogallo.

A partire dall'opera di Ascoli è stata formulata l'idea di spiegare con l'influsso dei sostrati vari mutamenti propri

delle lingue romanze poiché si trasporta una parte delle abitudini fonetiche della lingua materna quando si impara

una nuova lingua.

Suscitò obiezioni e discussioni, ma è certo invece l'influsso del sostrato sul lessico cioè il fatto che dalle lingue di

sostrato sono passate in latino numerose parole conservatesi nelle lingue romanze.

Tra le lingue su cui il latino si è imposto:

- etrusco e lingue italiche: etrusco, greco e lingue italiche interagirono con il latino fin dalle origini poiché il

territorio intorno a Roma era un crocevia di popolazioni. L'etrusco è una lingua non indoeuropea di cui abbiamo

conoscenza limitata poiché le iscrizioni sono brevi e ripetitive. La lingua del gruppo delle antiche lingue italiche

era il sabino, affine per molti aspetti al latino, ed era parlato sicuramente nella Roma arcaica in subordine ad esso.

Al gruppo italico appartengono osco, dialetti sabellici e umbro.

- greco: a Roma era la lingua degli schiavi proveniente dal Mediterraneo orientale, dei liberti e degli ambienti

commerciali (bilingui). Il greco interagisce col latino da una posizione di prestigio poiché le classi colte erano

bilingui e mandavano i figli a studiare in Grecia. Il lessico intellettuale latino si modella sul greco e tra gli artefici è

Cicerone.

- lingue celtiche: le lingue del celtico continentale sono gallico, lingua dei celtiberi e quella dei galati, e si estinsero

entro il 500 d.C. (tranne il Gallico che alla fine del IV secolo emerge in un passo di san Girolamo). Sono invece

ancora parlate le lingue del celtico insulare, composto dal gruppo gaelico (irlandese, scozzese, lingua dell'isola di

Man) e britannico (gallese, cornico e bretone).

Nel XII secolo la tradizione popolare di queste lingue ebbe un ruolo importante nella narrativa francese.

- lingue iberiche pre-romane: la Spagna nonostante un'aspra resistenza fu romanizzata profondamente. La

documentazione delle lingue della Penisola iberica preromana è scarsa e difficilmente interpretabile, anche se il

basco (lingua di questo gruppo non indoeuropea) è parlato ancora oggi.

-illirico, tracio e daco: le fonti per la conoscenza dell'illirico sono minime e fu probabilmente parlato fino al IV

secolo. In rapporto con l'antico illirico è l'albanese. I testi traci (a oriente nei Balcani) sono difficilmente

interpretabili e abbiamo poche testimonianze sia di questo che del daco.

Sappiamo che erano lingue di sostrato soggiacenti al romeno.

- ligure, ladino e antico veneto

RUOLO DEL CRISTIANESIMO

Nell'innovazione della lingua ebbe un ruolo fondamentale il cristianesimo sia per gli effetti sul lessico che per

l'orientamento nello stile della lingua. Un concetto fondamentale è che la lingua della cultura dovesse essere

accessibile agli ignoranti anche a prezzo di derogare dalla grammatica tradizionale (Sant'Agostino: meglio essere

censurati dai grammatici che non essere capiti dalla gente).

In realtà il latino cristiano non era affatto incolto e gli autori cristiani avevano in genere un'ottima formazione

retorica, ma viene posto come ideale l'umiltà dello stile (sermo humilis) che corrisponde sul piano teologico

all'umiltà di Cristo, sul piano linguistico al linguaggio della Bibbia (vicino alla lingua popolare) e sul piano della

predicazione alla necessità di comprensibilità del discorso.

L'idea che si dovesse cancellare la cultura greco romana del passato, patrimonio degli ambienti non cristiani, ebbe

sostenitori tra i Padri antichi della Chiesa, ma prevalse poi 'idea che la tradizione antica poteva e doveva essere

conservata al servizio della nuova cultura cristiana e nei limiti in cui le fosse utile (idea sostenuta molto da

Sant'Agostino).

Grazie a ciò parte delle opere latine dell'antichità pagano restarono nel circuito degli scritti che si continuavano a

copiare e studiare.

LA FRAMMENTAZIONE DELL'IMPERO ROMANO E IL SUPERSTRATO GERMANICO

Il potere unificante del latino colto della classe dirigente romana era destinato a venir meno con la perdita di

coesione progressiva dell'Impero: dal III secolo l'Impero è attraversato da crisi economiche e sociali e alla morte di

Teodosio nel 395 l'Impero è definitivamente diviso in Impero d'Occidente (travolto dalla fine del IV secolo dalle

invasioni dei germani e di altri popoli) e d'Oriente.

I movimenti di popoli che avvengono a partire dalla fine del IV secolo portano alla frammentazione dell'Impero in

una serie di regni romano-germanici.

Le conquiste dei germani portarono ad una fase di bilinguismo romano germanico, ma a prevalere non sono le

lingue dei conquistatori ma quella dei conquistati, ossia il latino.

Le lingue germaniche si dicono dunque di "superstrato", ossia che si sono sovrapposte al latino ma sono state

abbandonate in suo favore.

Nonostante una lunga fase di separazione fra romani e germani (i germani erano pagani e ariani), le conversioni al

cattolicesimo favorirono la fusione dei due popoli favorendo anche l'affermazione del latino (Clodoveo si fece

battezzare, Recaredo si convertì).

Tuttavia le lingue germaniche insediate nell'area già latina furono parlare a lungo: nella Gallia settentrionale il

fràncone era ancora parlato alla corte di Carlo Magno e nel IX secolo l'abate di Ferrières in una delle sue epistole

scrisse che il fràncone era "necessarissimo" anche per i romani.

Dai rivolgimenti delle invasioni germaniche l'Occidente romano ne emerge mutato: è un insieme frammentato, i

centri urbani sono declinati (la civiltà è essenzialmente rurale), il sistema scolastico ne è quasi distrutto e non c'è

più un controllo della lingua da parte di un singolo centro di prestigio poiché ogni lingua si evolve in modo

indipendente.

Indiscusso è l'influsso delle lingue germaniche sul lessico di quelle romanze, infatti numerose parole germaniche

sono passate nel latino parlato nell'alto Medioevo e poi nelle lingue romanze.

Von Wartburg nel saggio "La frammentazione linguistica della Romània" teorizza l'influsso delle lingue

germaniche sulla formazione di quelle romanze riconducendo la ripartizione linguistica della Francia al diverso

influsso sull’evoluzione del latino esercitato dai Franchi sul francese, dai burgundi sul francoprovenzale e dai

visigoti sul provenzale, mentre per l’Italia attribuisce all’influsso dei longobardi la moderna separazione fra dialetti

settentrionali e centro-meridionali.

La teoria non è stata accettata, ma si attribuisce all’influsso del germanico l’h aspirata del francese.

INFLUSSO DELL’ARABO

La conquista araba e la successiva riconquista cristiana sono all’origine della caratteristica ripartizione linguistica

della Penisola Iberica in fasce verticali che si susseguono da ovest a est:

- fascia occidentale: galego-portoghese

- fascia nord-est: catalano

- centro e Sud: castigliano

Le altre varietà linguistiche degli antichi regni del nord (leonese, navarro e aragonese) si sono ridotte a dialetti.

Numerose parole arabe sono passate alle lingue iberiche e romanze sia attraverso il bilinguismo delle aree sotto

dominazione araba (Spagna e Sicilia in particolare) sia per i contatti lungo tutto il Mediterraneo.

Anche i rapporti fra la cultura medievale araba e quella cristiana in Spagna e Sicilia furono importanti (le corti di

Alfonso X e Federico II erano importanti centri culturali).

SUPERSTRATO SLAVO

Le lingue slave non soppiantarono il latino danubiano, che diede invece luogo al romeno. Il superstrato slavo fu la

lingua della cultura scritta e della Chiesa quindi il romeno per secoli non si appoggiò a nessuna tradizione scritta

latina ed è quindi fortemente caratterizzato dal lessico di origine slava (anche se il latino ricorre nelle parole con

maggiore frequenza e nelle strutture grammaticali).

LE ORIGINI DELLE LINGUE ROMANZE

Tra V e VIII secolo si compie la progressiva trasformazione delle diverse forme del latino parlato nelle diverse

lingue romanze, che emergono nelle documentazioni a partire dal IX secolo.

In questi secoli il passaggio dal latino alle lingue romanze vive una fase decisiva poiché si produce un mutamento

epocale, una crisi dalle conseguenze straordinarie, tale da modificare profondamente la civiltà occidentale

mediterranea. Nel giro di circa 300 anni la civiltà occidentale si modifica profondamente.

Il latino, lingua scritta insegnata nelle scuole ecclesiastiche, subisce le interferenze del parlato.

Ad esempio nella Francia del nord nei secoli VI-VIII si nota una crescente confusione grammaticale e grafica

(latino merovingiano), mentre in Italia, Spagna visigotica e Francia meridionale il latino scritto rimase più stabile

poiché la cultura latina rimase meglio conservata e in paesi come Irlanda ed Inghilterra, dove il latino veniva

insegnato come una lingua straniera accanto a quella celtica materna, rimase più vicino a quello della tradizione.

Secondo alcune testimonianze sappiamo che tra fine VI e inizio VII secolo in Gallia, Italia e Spagna gli incolti

erano ancora in grado di comprendere un discorso pubblico in latino, purché semplice. In particolare in Gallia fino

alla seconda metà dell'VIII secolo e in Spagna e Italia un secolo più tardi poiché lingue iberoromanze e

italoromanze si sono evolute più lentamente.

La fine della possibilità di comprensione implica che le lingue romanze hanno raggiunto un'individualità tale che il

loro possesso non è più uno strumento per comprendere il latino e hanno piuttosto completato la loro formazione

orale.

Il Glossario di Reichnau, copia di una compilazione del IX secolo contenuta in un codice del X secolo nella

biblioteca dell'Abbazia benedettina di Reichenau, è un'imponente raccolta di glosse forse prodotta nella Francia

settentrionale. Ogni glossa affianca ad una parola latina difficile una più comprensibile, spesso ancora latino ma

non di rado già propria del parlato volgare in forma latinizzata.

Troviamo ad esempio "ager:campus", "ictus:colpus".

Questi tipi di testi documentari e pratici (atti notarli, inventari ecc.) permettono di ricostruire in parte il lessico delle

lingue romanze per i periodi in cui la documentazione è carente.

Tra altri troviamo ad esempio il "Glossario diplomatico toscano avanti il 1200" o il "Glossiarum mediae et infimae

latinitatis", il più ampio.

In numerosi testi latini scritti tra VI e IX secolo emerge la lingua parlata, senza che tuttavia la lingua scritta cessi di

essere latina nelle intenzioni e nella forma grafica e grammaticale.

Meneghetti definì questa realtà linguistica "latino della parola" mentre altre denominazioni sono "latino circa

romançum" e "scripta latina rustica".

Un esempio è il "Pactus legis Salicae", corpus legislativo dei Franchi Salii compilato tra 507 e 511 sotto Clodoveo

e più volte aggiornato e ampliato.

Un esempio di latino vicino al parlato in Italia è il "Breve de inquisitone”, conservato in una copia del IX-X secolo

di un'indagine promossa dal re longobardo Liutprando per dirimere una controversia tra vescovi di Arezzo e Siena:

in parte la lingua è un latino sostanzialmente corretto, ma nella verbalizzazione delle testimonianze il latino del

notaio si avvicina alla lingua volgare in cui sono state rese.

Tra latino e volgare oscilla nelle interpretazioni anche l’ ”Indovinello veronese", scritto sulla carta 3r di un codice

liturgico proveniente dalla Spagna, che risale ad una tradizione scolastica mediolatina di enigmi sulla scrittura. Si

tratta di prove di abilità grafica eseguite forse in competizione e spesso di è parlato di “prove di penna”. Risale ad

una tradizione scolastica mediolatina di enigmi sulla scrittura e la sua interpretazione è controversa quasi su ogni

punto.

Più sicuramente volgare è invece il "Graffito della catacomba di Commodilla" a Roma, risalente alla prima metà

del IX secolo, e il cui tratto più vistosamente volgare è la seconda "B" di "abboce" che rimanda al cosiddetto

"betacismo" meridionale.

LA RIFORMA CAROLINGIA

Con la politica di Carlo magno alla fine del VIII secolo si ha una svolta fondamentale nella storia del latino

medievale che ha ripercussione su quella delle lingue romanze.

Secondo l’imperatore lo stato dell'istruzione e in particolare della conoscenza del latino di preti e monaci è un

problema religioso che comporta di avere libri sacri scorretti e in pessimo latino e una cattiva predicazione.

Due testi fondamentali testimoniano lo sforzo politico dell'Impero per promuovere gli studi: l' "Admonitio

generalis", capitolare del 789 dove l'imperatore esprime la sua volontà di creare delle scuole presbiterali o

parrocchiali e delle scuole episcopali per rimediare alla pessima qualità del latino nei libri che non permetteva a chi

lo desiderava di pregare, e la "Epistola de litteris colendis", inviata da Carlo Magno nel 794 a vescovi e abati

esigendo la correzione del latino nello scritto e la rivitalizzazione dell'apprendimento per facilitare la penetrazione

nelle Scritture.

La "riforma carolingia" consisteva nel formare i predicatori in modo che essi potessero educare correttamente la

massa di fedeli e alla realizzazione di tale programma di riforma della disciplina ecclesiastica e della scuola, sono

chiamati i migliori intellettuali dell'epoca dalle regioni dove una tradizione di cultura latina era rimasta più viva,

ossia Alcuino di York dall'Inghilterra, Pietro da Pisa e Paolo Diacono dall'Italia e Teodulfo dalla Catalogna.

La corte di Carlo divenne cos un centro culturale vivacissimo che produsse una vera rinascita delle lettere

("rinascenza carolingia") che riprende lo studio degli autori antichi profani e la produzione di codici (copie di autori

classici) scritti nella nuova scrittura libraria creata ossia la minuscola carolina.

Il latino riformato dall'iniziativa carolingia non ha più nulla a che fare con la lingua parlata di origine latina o che si

parla in Francia e si comincia a prendere coscienza delle lingue romanze.

CONCILIO DI TOURS

Il primo documento scritto dal quale risulta una distinzione tra latino delle persone istruite e la lingua del popolo è

negli atti del concilio di Tours dell'813.

Nella primavera dell'813 si riunirono 5 sinodi consacrati alla predicazione a Mayence, Reims, Chalon, Tours e

Arles, dove emerse la necessità dei predicatori di essere compresi dai fedeli.

Il concilio di Tours offrì indicazioni più precise per rimediare alle carenze di intercomprensione e n ella XVII

deliberazione viene esplicitamente dichiarato che i vescovi debbano tradurre le prediche in modo comprensibile,

nella lingua romana popolare (rustica) o nella tedesca, affinché tutti possano comprendere più facilmente quel che

viene detto. Tradurre le omelie in lingua tedesca era sempre stato necessario per i sudditi non istruiti di lingua

germanica ma ora si ritiene necessaria una traduzione anche per gli abitanti dell'antica Gallia romanizzata (la cui

lingua era da secoli il latino) e per i franchi.

"Lingua romana " indica infatti fino al IX secolo il latino, ma l'aggettivo "rustica", ossia "popolare" indica che

quello di cui si prende atto è il popolo, che parla un "latino popolare" diverso da quello di chierici e e prediche e

non è in grado di capire le prediche in latino.

Si riconosce quindi che il latino popolare è ormai un'altra lingua.

GIURAMENTI DI STRASBURGO

Circa 30 anni dopo il concilio di Tours (813) vennero redatti i "Serments di Strasburgo": Luigi I, figlio di Carlo

Magno, aveva condiviso a Worms i territori dell'Impero tenendo conto delle regioni dove ciascuno dei suoi 3 figli

era, favorendo però l'ultimo nato Carlo e creando il discontento degli altri due. Dopo il decesso dell'imperatore,

Lotario attaccò Carlo il quale però vinse a Fontenay. Carlo e Ludovico I (Louis le Pieux) furono costretti a

collaborare per fermare le ambizioni del primogenito. Il 14/02/842 i due fratelli si riuniscono a Strasburgo e il

giuramento avviene per ognuno nella lingua dell'altro (romana e germanica). La cerimonia ci è nota grazie all'

"Histroire des fils de Lous le Pieux" di Nithard, giuntoci come copia di circa 150 anni dopo.

Ci si domanda perché Nithard abbia trascritto il giuramento nella lingua originale visto che l'uso costante antico e

medievale è di scrivere in latino anche tutto ciò di cui si dice che è stato pronunciato in un'altra lingua, come anche

nel capitolare di Coblenza dell'860 riguardante lo stesso argomento.

I giuramenti sono interamente costruiti con formule che si ritrovano nei formulari giuridici mediolatini ed è

questione dibattuta la lingua galloromanza in cui furono scritti: Avalle propende per la varietà linguistica della

regione di Poitiers, ipotesi giustificata anche dalla presenza di tratti meridionali, come ad esempio la conservazione

di "a" tonica in sillaba aperta in "fratre>fradre"

Tuttavia si può pensare che un testo costituito così artificialmente non rispecchi una precisa varietà linguistica.

Tra le caratteristiche linguistiche troviamo:

-la declinazione a due casi del francese antico e del provenzale, che consente anche di formare complementi senza

preposizione (presenti nella lingua medievale fino al XIII scolo): "pro Deo amur"

- mancanza articolo (impossibile nella lingua parlata)

-presenza del futuro romanzo formato con l'infinito del verbo e il presente di "avere": "salvarai", "prindrai"

-oscillazioni nella grafia delle vocali atone di sillaba finale: "dunat< donat"

- grafia <i> per "e" e <u> per "o": "savir" e "podir" per "saver" e "poder".

Secondo l'ipotesi di Petrucci, si può pensare che da tempo ci si servisse di scritture provvisorie in lingua romanza

per gli atti che poi si registravano in latino e Nitardo avrebbe trascritto tale e quale quella dei giuramenti nel suo

testo latino.

"LINGUA ROMANZA, ROMANZA", "ROMANZO", "VOLGARE"

La lingua parlata di origine latina è detta "rustica romanza lingua" nella raccomandazione del concilio di Tours e

"romana lingua" nella cronaca di Nitardo in quanto propria dei romani e opposta alla "thiotisca" lingua dei germani.

Lingua "romana" si trova poi nel provenzale con Rudel, in francese il nome della lingua è "romanz" fin dalle prime

attestazioni, del XII secolo, e in provenzale "romans" è attestato sin da Guglielmo d'Aquitania, il primo trovatore

noto.

"Romanz" (o romans) si fa derivare dall'avverbio latino "romanice", derivato a sua volta dall'aggettivo

"romanicus", da cui è derivata poi la forma moderna "roman".

Dal "Brut" di Wace del 1155 ha preso poi in francese antico il significato di "opera narrativa".

In francese, "roman" in senso linguistico si è specializzato dalla fine del 500 nel senso di "lingua francese antica":

Raynouards chiama "roman" il provenzale, ritenendolo una lingua intermedia fra latino e lingue romanze.

In italiano antico "romanzo" è raro ed è riferito quasi sempre ai romanzi francesi di moda nel 200/300, mentre per

designare le varietà italiane medievali per "lingua popolare, diversa dal latino" si usa "volgare".

"Romanzo" in senso linguistico è attestato nel 600, forse dallo spagnolo "romance", dato che in francese "romanz"

non era usato.

LE LINGUE ROMANZE NELLA SCRITTURA

All'inizio del IX secolo è maturata la consapevolezza dell'esistenza di due lingue, il latino e la lingua parlata

(romanza), prima nella Francia del Nord (e lo testimonia il concilio di Tours) e poi in tutte le altre aree romanze. Le

due lingue non sono sullo stesso piano poiché la lingua parlata è di tutti mentre la padronanza del latino è propria di

una classe ristretta di cui fanno parte ecclesiastici o laici formati in scuole ecclesiastiche.

Le ragioni per cui si inizia a scrivere in lingua romanza sono fondamentalmente di due tipi:

1- per l'intenzione di conservare nella scrittura un testo così com'è anche nella forma linguistica (Giuramenti di

Strasburgo), ad esempio nei testi pratici o con formule magiche.

Questi testi sono chiamati da Meneghetti "testimoniali".

2- necessità di scrivere testi comprensibili ai loro destinatari che ne ascolteranno la lettura (omelie, vite di santi,

leggi). Questi testi sono chiamati da Meneghetti "didattico-prescrittivi".

L'uso di scrivere nelle lingue romanze si impone dunque progressivamente per generi.

Renzi elaborò una schematica classificazione per generi dei più antichi testi romanzi incrociando l'opposizione fra

testi religiosi e laici con quella fra testi in versi e in prosa:

- religioso in prosa: appartengono a questo tipo le prediche (es: il "Sermone su Giona")

- religioso in versi: a questo tipo appartiene l'agiografia (es. il "Sant Lethgier")

- laico in prosa: a questo tipo appartengono le scritture pratiche

- laico in versi: a questo tipo appartengono la poesia lirica e l'epica

I testi letterari delle origini sono tutti in versi e per la prosa bisogna attendere un volgarizzamento dei salmi: la

compilazione più antica è quella legale anglonormanna detta "Leggi di Guglielmo il Conquistatore", del XII secolo,

mentre il manoscritto più antico è conservato a Cambridge e risale al XII secolo.

È rilevante nell'evoluzione della scrittura in volgare la distinzione fra testi letterari e non letterari: ad esempio in

Provenza l'uso del volgare in atti giuridici comincia già alla fine del XI secolo mentre in tutta l'area d'oil non si ha

nessun documento giuridico anteriore al 1200. Per quanto riguarda i testi letterari invece compaiono molto presto

nella Francia di lingua d'oil, dove rimangono a lungo molto più numerosi che nelle altre aree romanze.

Dal IX a buona parte del XII secolo per l'area galloromanza e per le altre aree i testi conservati sono molto pochi.

Petrucci notò che nell'alto Medioevo le forme di "ordinaria conservazione della scrittura" erano solo due:

1- la conservazione libraria, riservata alle scritture immesse nei libri custoditi nelle biblioteche

2- la conservazione documentaria, riservata alle scritture immesse nei documenti di valore legale custoditi negli

archivi

I testi più antichi si sono salvati grazie al fatto di essere coinvolti in queste forme di conservazione: troviamo ad

esempio i "Giuramenti di Strasburgo", conservati perché contenuti in una cronaca latina e i "Placiti campani"

conservati perché parte di documenti giuridici.

Tuttavia scrivere nella "lingua parlata" non significava trasferire direttamente nella scrittura la lingua parlata da chi

scrive, sia per la mediazione del latino (ogni sistema grafico è un adattamento del sistema latino alle caratteristiche

della lingua che si scrive), sia perché ogni lingua scritta tende ad essere meno locale del parlato (effetto minore nei

testi documentari e massimo in quelli letterari).

Inoltre dall'originale alla copia i sistemi linguistici e grafici dei copisti interferiscono l'uno con l'altro, quindi i testi

documentari conservati in originale sono i più adatti per lo studio della lingua.

Per designare i sistemi con cui le varietà linguistiche dei testi medievali sono rese nella scrittura Louis Remacle nel

1948 ha introdotto il concetto di "scripta".

I TESTI ROMANZI FINO ALL'INIZIO DEL XI SECOLO

1- Il più antico testo letterario romanzo è la "Sequenza di santa Eulalia", in lingua d'oil con numerosi tratti regionali

del vallone e trascritta nel manoscritto 150 della biblioteca municipale di Valenciennes,

proveniente dal monastero di Sanit-Amand-les-Eaux, contente opere di Gregorio di Nazianzo.

Alla fine del manoscritto 141 è stata copiata una sequenza latina in onore della martire spagnola Eulalia il cui culto

ebbe ampia diffusione a partire dalla Spagna e la cui tomba fu ritrovata a Barcellona nell'878.

Sul verso della stessa carta 141 è trascritta da un'altra mano la sequenza volgare, che ricalca in parte quella latina, e

si compone di 14 unità di due versi più un verso conclusivo.

Il manoscritto conteneva inoltre il "Rithmus Teutonius/Ludwigslied", prima opera originale in lingua germanica per

onorare Ludwig morto nell'882.

2- Due testi in versi del X secolo, "Sant Lethgier" e "Passione", sono conservati in un manoscritto copiato nel

Poitou all'inizio dell'XI secolo e attualmente sono nella Biblioteca municipale di Clermont Ferrand.

Il primo è un poemetto di 240 versi che narra la vita di Leodegario vescovo di Autun, ed è in strofe di sei versi

"octosyllabes" maschili assonanzati a coppia.

La lingua dell'originale era di tipo vallone ma la copia vi ha mescolato numerosi elementi pittavini.

Il secondo testo è anch'esso in versi octosyllabes assonanzati a coppie ma riuniti in strofe di 4 versi dove sulla

prima è segnata la notazione musicale.

La lingua è pittavina, in accordo con la provenienza del manoscritto.

3- il più antico testo occitanico, risalente alla seconda metà del X secolo, è costituito da due formule magiche,

"Passione di Augsburg" e "Alba di Fleury" conservate nel manoscritto 201 della Biblioteca municipale di

Clermont-Ferrand.

4- il "sermone su Giona", del X secolo, appunti per una predica sul Libro di Giona, che per lingua appartiene

all'area del vallone, con una forte caratterizzazione locale, utilizzate per commentare e spiegare le citazioni in

latino.

È infatti un esempio della predicazione in volgare di cui si parla a partire dal Concilio di Tours.

5- Il più antico testo italo-romanzo organico è rappresentato dalle formule di testimonianza contenute nei "Placiti

campani", nome con cui si designano 3 sentenze riguardanti la proprietà di terre a favore dell’Abbazia di

Montecassino emesse a Capua (960), Sessa Aurunca e Teano (963).

Le formule in volgare contenute in questa sentenza non sono registrazioni di enunciati orali ma era consuetudine

nel Medioevo registrare in latino tutto ciò che era pronunciato in un'altra lingua.

6- il "Glossario di Monza", del X secolo, che contiene una sessantina di parole o espressioni volgari e latine

trascritte con accanto l'equivalente greco.

7- a documentare il castigliano di X/ inizio XI secolo troviamo la "Nodicia de kesos", lista di formaggi annotata sul

retro di un atto di donazione ad un convento, le "Glosse Silensi", 368 note di spiegazione ad un testo penitenziale, e

le "Glosse Emilianensi”, 145 note di spiegazione apposte al codice proveniente da un convento nella Rioja e che

contiene anche due glosse in basco.

TESTI ROMANZI NELLA PENISOLA IBERICA E IN ITALIA NEI SECOLI XI-XII

Il catalogo dei testi letterari conservati anteriori al XII secolo presentato da Asperti comprende 19 testi di cui 18

galloromanzi, in lingua d'oil, in lingua d'oc e in francoprovenzale. L'unico non galloromanzo del catalogo è un

insieme di testi della Spagna araba, ossia le "jarcas" mozarabiche.

1- I più antichi testi catalani sono giuramenti feudali e uno dei più antichi è attribuito agli anni tra 1028 e 1047 ed è

quello prestato da Radolf Oriol a Ramon III de Pallars.

Del XII secolo sono due diverse traduzioni del "Liber iudiciorum" o "Liber iudicum", raccolta delle leggi

visigotiche di cui rimane solo un frammento di un foglio e di cui il più antico risale al 1150.

2- La documentazione più antica del portoghese, a parte la "Noticia de fiadores" è contemporanea. I primi due testi

di rilievo sono il testamento del re Alfonso II, redatto nel 1214, e la "noticia de torto", la minuta preparata da un

notaio per presentare una lagnanza e risalente agli anni fra 1211 e 1216.

3- In Sardegna l'uso di scrivere i testi giuridici in volgare fu caratteristico fin dalla fine del XI secolo e non ci è

giunto alcun testo letterario né religioso fino al XV secolo. L'isolamento successivo alla conquista bizantina del VI

secolo aveva compromesso la continuità della tradizione latina nell'isola e si è ipotizzato che la scripta dei

documenti sardi si sia formata nell'isolamento.

Fra i testi più antichi vi sono il "Privilegio logudorese", attribuito agli anni 1080-1085. Notevoli sono anche i

numerosi còndagi, registri in cui sono raccolte e annotate le memorie inventariali, gli atti giuridici e le decisioni

giudiziari relative al patrimonio di una chiesa o un monastero.

4- Il più antico testo fiorentino conservato è un frammento di libri di conti di anonimi banchieri del 1211 la cui

forma già ben standardizzata dimostra che il genere delle scritture contabili si era consolidato nel XII secolo, come

testimonia anche il "Conto navale pisano", un elenco di spese sostenute per la costruzione o l'armamento di una o

più navi.

Fra i testi più antichi troviamo la "Postilla amiantina" del 1087, la cui interpretazione suscitò numerose

controversie, la "Recodracione di Pietro Cronaro", del XII secolo, e la "Formula di confessione umbra", il più

antico testo religioso in area italiana dell'inizio del XII secolo.

IL LESSICO DELLE LINGUE ROMANZE

La base comune del lessico delle lingue romanze è costituita dal lessico del latino parlato e scritto prima della

frammentazione dell'Impero e di questo solo una parte è sopravvissuta nel parlato ed è presente in tutte le lingue

romanze.

Esempi di continuità sono il verbo avere, "habere" (portoghese "haver", francese "avoir", italiano "avere"), anche se

molte lingue hanno fatto di "avere" un verbo ausiliare mostrando quindi la discontinuità rispetto al latino, il verbo

crescere, "crescere" (portoghese "crecer", francese "croitre", italiano "crescere), e aglio, "alium" (portoghese

"alho", francese "ail", italiano "aglio").

Numerose parole latine sono cadute dall'uso parlato e non si sono conservate nelle lingue romanze, come ad

esempio "loqui", ossia parlare, che è stato sostituito da "fabulare", da cui il portoghese "falar" e lo spagnolo

"hablar", o "equus", cavallo, sostituito da "caballus", da cui derivano il portoghese "cavalo", il francese "cheval"

ecc.

ELEMENTI DI SOSTRATO

Tra le parole delle lingue di sostrato entrate in latino, a seconda dell'epoca e della diffusione dei prestiti, un buon

numero di esse si è continuato in alcune lingue romanze, tra cui ad esempio la parola di origine etrusca "catena", da

cui derivano il portoghese "caena", il francese "chaine", lo spagnolo "cadena" ecc.

Al rapporto fra latino e lingue italiche fin dall'origine risalgono alcune doppie forme, una propriamente latina con

la B e l'altra dialettale italica con la F (bubalus/bufalus).

Alcuni esempi possono dare l'idea dell'influsso del greco nel parlato popolare, come ad esempio il latino "petra",

pietra, prestito antico dal greco pétra, che doveva essere ricorrente nel latino parlato in quanto continuato in tutto il

dominio romanzo (portoghese "pedra", spagnolo "piedra", francese "pierre" ecc).

Per quanto riguarda il sostrato celtico, oltre a "caballus" troviamo altre parole galliche passate in latino e di ampia

diffusione romanza, come "carrus" e "braca".

Fra le parole risalenti alle antiche lingue iberiche troviamo ad esempio lo spagnolo "izquierdo", e tra quelle del

romeno risalenti al sostrato tracio alcuni nomi di piante.

Ai Liguri si fa invece risalire il suffisso "asco", presente in numerosi nomi di luogo (Cherasco, Salaso ecc.) mentre

agli antichi Veneti potrebbero risalire nomi locali sdruccioli come Abano e Asolo.

ELEMENTI DI SUPERSTRATO

I contatti antichi fra romani e germani hanno portato a qualche prestigio lessicale germanico nelle lingue romanze,

ma sono rare le parole citate da autori antichi e che si siano continuate (tra queste troviamo "SAPO", che Plinio cita

nella "Naturalis historia", e corrisponde all'italiano "sapone", al francese "savon" ecc.).

Il superstrato germanico incise profondamente sul lessico delle lingue romanze tranne per il rumeno, su cui agì

invece quello slavo.

Le lingue germaniche che furono più rilevanti sono gotico dei visigoti per Francia meridionale e Spagna, gotico

degli ostrogoti e longobardo per l'Italia e francone per la Francia settentrionale.

Il gotico è la lingua meglio attestata nella fase più antica, grazie soprattutto alla traduzione dei Vangeli e di parte

dell'Antico Testamento da parte del vescovo Wulfila, mentre la lingua dei longobardi è nota solo da parole sparse

attestate da fonti del periodo italiano fra cui l'editto di Rotari e la "Storia dei longobardi" di Paolo Diacono.

L'eredità lessicale del gotico è molto modesta e del longobardo restano invece in italiano e nei dialetti italiano circa

300 parole.

Il francone è la lingua germanica che ebbe maggiore influenza sulle lingue romanze (in modo diretto sul francese e

indiretto sulle altre lingue romanze, infatti è molto consistente il lessico fràncone in francese).

Il lessico di origine araba è presente in maggiore misura nelle lingue iberiche passando poi alle atre lingue

romanze. Fra i numerosi termini dovuti alla cultura scientifica araba vanno ricordati "cifra" e "zero", entrambi

risalenti all'arabo "sifr", "vuoto".

LESSICO CRISTIANO

Una delle più significative fra le parole di uso comune che passano alle lingue romanze dal latino cristiano è

"parola": il latino "parabola" è un prestito dal greco "parabolé", usato già da autori del I secolo come Quintiliano e

Seneca nel senso di "paragone" e che nel greco dei Vangeli designava invece gli "esempi di Gesù" ossia le

parabole, passando quindi ha significato delle lingue medievale e moderno.

Esempi di cambi di significato è "paganus", che significava "abitante di un villaggio", e che passò a designare nel

lessico cristiano un "non cristiano" con valore spregiativo, e "captivus", che significava "prigioniero" ma che passò

invece a significare "infelice".

LE LINGUE ROMANZE OGGI

Le lingue romanze si classificano in:

- iberoromanze: lingue della penisola Iberica (portoghese, galego, castigliano, catalano)

- galloromanze: lingue dell'antica Gallia (francese, francoprovenzale, occitano) e con caratteristiche condivise

anche dai dialetti dell'Italia settentrionale

- italoromanze: italiano, sistema dei dialetti italiani e il sardo

- retoromanze: romancio, ladino centrale, friulano

- balcanoromanze: dalmatico e romeno

Vi sono comunque dei problemi riguardo la classificazione: il catalano ad esempio per le caratteristiche comuni con

l'occitano si è discusso se fosse piuttosto una lingua galloromanza o comunque una lingua ponte, così come il

dalmatico lo si può considerare fra le lingue italoromanze e le balcanoromanze.

I dialetti dell'Italia settentrionale (tranne il Veneto) hanno invece caratteristiche comuni con le lingue galloromanze

con cui condividono il sostrato preromano (detti perciò anche "gallo-italici").

A- LINGUE IBEROROMANZE

1) PORTOGHESE E GALEGO PORTOGHESE

Il portoghese è la lingua ufficiale di Portogallo, Brasile, Angola, Mozambico, Guinea, Capo Verde, Sao Tomé e

Principe e Timor-Est ed ha origine nell'area nord-occidentale della Penisola Iberica (Galizia e contea Portogallo).

Tali parlate costituivano un insieme omogeneo sul quale si formò una lingua letteraria, quella galego-portoghese,

lingua della poesia lirica della Penisola iberica.

Intorno alla metà del 300 il centro di gravità del Portogallo si sposa a Lisbona e il portoghese si sviluppa cosi sulla

base delle parlate centro meridionali con una forte evoluzione fonetica che lo differenzia dal galego.

Tra le caratteristiche vediamo la caduta della -L latina, come ad esempio da "dolorem" a "dor", e la caduta della -N

risolta nella nasalizzazione della vocale precedente (che può essersi poi denasalizzata) come ad esempio da

"germana" a "irma".

Il portoghese moderno ha sviluppato un sistema di vocali molto complesso e la presenza di un infinito coniugato o

personale accanto a quello invariabile e impersonale di tutte le lingue romanze.

Con l'era dell'espansione dei commerci oltremare e la colonizzazione di regioni extraeuropee iniziata nel 400 il

portoghese si è impiantato in altri paesi, tra cui il Brasile è il più importante.

Il portoghese dei paesi extraeuropei ha oggi caratteristiche diverse da quello europeo.

Il Galego è la lingua della Comunità autonoma della Galizia e la sua origine è in comune con quella del portoghese,

anche se a causa della subordinazione alla Castiglia il galego si ridusse a lingua parlata del popolo, ossia a un

dialetto. La promozione del galego prende vigore da parte degli intellettuali alla fine dell'800 per poi andare

incontro alla repressione del franchismo.

La Costituzione spagnola del 1978 e lo Statuo autonomo del 1981 sanciscono lo statuto del galego di lingua co-

ufficiale.

2) SPAGNOLO

Lo spagnolo è la lingua ufficiale del Regno di Spagna e di molti paesi delle due Americhe ed è ampiamento parlato

anche negli Stati uniti, da una minoranza nelle Filippine e come una delle lingue ufficiali della Guinea Equatoriale.

Lo spagnolo è detto anche Castigliano perché è la lingua dell'antica contea di Castiglia.

Il castigliano ha caratteristiche distinte dalle altre lingue della Spagna: alcune appartengono alla fase antica mentre

altre sono state acquisite nel 500.

I due tratti antichi più caratteristici sono l'esito di F- iniziale latina, divenuto la fricativa laringale "H" (da FILIU a

hijo), che non si sa se sia un sostrato iberico o un influsso del basco, e la dittongazione di "e" ed "o" latine toniche

sia in sillaba aperta che chiusa.

Durante l'espansione il castiglione ha subito una diversificazione dialettale, come per esempio nello spagnolo

meridionale, andaluso in particolare, la -s davanti a consonante e in fine di parola tende a suona "H" o a cadere.

Lo spagnolo d’America è poco omogeneo sia nel lessico che nella fonetica.

Per quanto riguarda la diffusione dello spagnolo fuori dalla Spagna contribuì il giudeo-spagnolo, lingua degli ebrei

sefarditi espulsi dai regni di Castiglia e Aragona nel 1492 e che si insediarono in numerose comunità nell'Africa

settentrionale e fino in Grecia e nei Balcani.

3) CATALANO

Il Catalano è la lingua ufficiale della Comunità autonoma della Catalogna e della repubblica di Andorra. Fino

all'inizio del XIII secolo la politica dei conti di Barcellona fu rivolta verso la Francia meridionale e per tale motivo

le lingue si somigliano e la poesia lirica catalana di XII-XIII secolo è in provenzale.

Nel XIII secolo inizia l'espansione della Corona d'Aragona e del catalano nel Mediterraneo, che declinerà tuttavia

dopo il 1469 con l'unione dinastica dell'Aragona alla Castiglia.

Quando nel 1707-16 l'Aragona e la Catalogna furono annesse alla Castiglia, il castigliano fu dichiarato lingua

ufficiale e il catalano ridotto a dialetto.

Nel clima romantico e nazionalistico di primo 800 gli intellettuali catalani promuovono la ripresa della lingua nella

letteratura e la produzione di studi linguistici che ne permettano la standardizzazione, ma verrà ripreso dal

franchismo per poi riprendere vigore con il ritorno della democrazia.

In accordo con l'occitano e il galloromanzo, troviamo la caduta delle vocali atone finali latine diverse da -A (da

VENTU a "vent"), la conservazione di "CL-" e "PL-" iniziali contro le altre lingue iberiche, e, come lo spagnolo,

l'esito "-MB", anche se si oppongono frequentemente nel lessico.

B-LINGUE GALLOROMANZE

1) OCCITANO

L’occitano è parlato nella Francia meridionale, in parte delle province di Torino, Cuneo e a Guardia Piemontese in

Calabria (insediamento valdese del XV secolo).

Con la progressiva egemonia del regno di Francia, cominciata con la crociata contro gli Albigesi e culminata con

l’annessione entro la fine del 400, l’occitano rimane rapidamente confinato allo stato di un insieme di dialetti

mentre si afferma l’uso pubblico del francese.

L’occitano condivide con il francese i tratti fondamentali delle lingue galloromanze, anche se in modo meno

avanzato: le vocali finali diverse dalla “A” cadono (come ad esempio dal latino “parte” al francese e occitano

“part”), ma si restaura una vocale d’appoggio “e” per evitare nessi consonantici finali sgraditi, come “patre”>

"père" in francese e "paire" in occitano.

Come il francese antico, l’occitano antico ha una declinazione a due casi.

2)FRANCESE

Il francese è la lingua ufficiale della Francia, del Belgio Vallone, della Svizzera romanda, del Quebec, di Haiti ed è

ancora parlato nelle ex colonie francesi d’africa.

Distinguiamo nella storia del francese tre periodi: francese antico, medio francese (il cui passaggio avviene

all’inizio del XIV secolo, scomparsa della declinazione) e francese moderno (risultato della codificazione della

lingua che si avvia negli ambienti colti intorno alla corte di Parigi dal 500 e che ha il suo momento rilevante nel

600).

Il francese antico è un sistema di varietà linguistiche tra cui il franciano, il piccardo, il vallone, lo champenois, il

normanno, l’anglonormanno e il pittavino, che hanno tutte in comune la declinazione a due casi, “o” oppure “ie”

seguenti palatale (dove il latino aveva A tonica in sillaba aperta, come pré<pratu), la riduzione di “-a” atona latina

ad [ǝ] e la caduta delle vocali finali atone latina diverse da “a”, come l’occitano, e in fine un grado avanzato della

lenizione delle consonanti intervocaliche fino alla caduta (rive < RIPA, amie < AMICA).

Appartengono al medio francese fenomeni come la riduzione di “ie” ed “e” dopo consonante palatale (chief>chef),

e la caduta di –r finale, in particolare negli infiniti (parler diventa identico a parlé). Inoltre è del medio francese la

tendenza a latinizzare la grafia e per tale motivo la grafia del francese moderno è fra le lingue romanze la più

complessa e più lontana dal tipo di un alfabeto fonetico.

Il francese moderno ha invece le sue origine nel 500/600 nella lingua della corte e della classe colta di Parigi e fu la

lingua romanza ad avere la maggiore evoluzione rispetto al latino.

Tra le caratteristiche principali ci sono la rigidità della sintassi (soggetto-verbo-oggetto-complementi),

l’espressione obbligatoria del soggetto grammaticale e il tipo accentuale (con la perdita della vocale finale atona

diversa da –a e la caduta di [ǝ] finale, tutte le parole in francese sono ossitono, ossia accentate sull’ultima sillaba).

3) FRANCOPROVENZALE

Il francoprovenzale è parlato nella Francia sud orientale, nella Valle d’Aosta (unico luogo dove l’uso è vivo) e in

alcune valli piemontesi. Un tratto distintivo che condivide con l’occitano rispetto al francese è la presenza di parole

parossitone (penultima tonica) oltre che ossitone.

Non esiste un francoprovenzale standardizzato e l’intercomprensione fra le varie parlate è difficoltosa.

Inoltre nemmeno nel Medioevo esisteva coscienza di un francoprovenzale come lingua letteraria (anche se ne

riconoscevano le caratteristiche in vari testi).

C-LINGUE ITALOROMANZE

1) ITALIANO

L'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica italiana, della Repubblica di San Marino, della Città del Vaticano e

una delle lingue ufficiali della Svizzera. Numerose sono le comunità di italiani nel mondo per effetto delle

migrazioni di 800/900, in particolare in Stati Uniti, Australia e America latina.

Nei primi secoli convivevano in Italia più varietà locali, di cui il fiorentino divenne nel 300 quella più prestigiosa,

ma la codificazione di una lingua comune di uso letterario avvenne solo nel 500.

La trasformazione dell'italiano in una lingua di uso comune a tutti i livelli inizia invece con l'Unità, per compiersi

poi solo nella seconda metà del 900.

Tra i fattori dell'unificazione linguistica troviamo l'obbligo scolastico, il servizio militare obbligatorio, le grandi

migrazioni interne e i mezzi di comunicazione di massa.

L'origine dell'italiano dal fiorentino antico si nota da alcuni tratti come l'anafonesi, ossia la chiusura di e ed o

davanti a "nc", come ad esempio "lingua> lingua e non "lengua", e di e davanti agli esiti di nj , come vediamo in

"familia">famiglia e non "fameglia", la 1 persona plurale del presente indicativo "-iamo" in tutte le coniugazioni e

la 1 persona singolare del condizionale in -èi.

L'Italia è il paese romanzo con la maggiore diversificazione dialettale in dialetti primari (continuazioni distinte del

latino) e secondari (italiani regionali).

Fra i dialetti settentrionali (a nord della linea La Spezia-Rimini) distinguiamo i veneti e i gallo italici, mentre fra i

dialetti centro-meridionali si distinguono quelli mediani, gli alto meridionali e i meridionali estremi.

2) SARDO

Il sardo è una delle lingue di minoranza riconosciute dalla legge 482/1999, anche se non si è ancora affermata una

lingua standard generalmente accettata. Mantenne un carattere eccezionalmente conservativo fra le lingue romanze

riferito al logudorese, tra cui ad esempio la conservazione di k e g velari davanti e , i o la conservazione di -s

e quella delle consonanti geminate.

3) CORSO

I dialetti corsi sono italoromanzi ma in rapporto con il francese come lingua tetto poiché l'isola appartiene alla

Francia dal 1768. All'origine i dialetti corsi erano di tipo sardi e tuttora sono vicini al sardo quelli della Corsica

meridionale, che presentano lo stesso sistema delle vocali toniche, ma subirono una profonda toscanizzazione.

Nei dialetti centro-settentrionali infatti il vocalismo tonico è di tipo toscano, anche se per alcune caratteristiche si

avvicinano ai dialetti italiani centro meridionali.

D-LINGUE RETOROMANZE

1) RETOROMANZO (LADINO)

Il nome designa l'insieme delle 3 varietà linguistiche che Ascoli riunì per primo sotto il nome di ladino: il ladino

dolomitico (varietà centrale), il romancio (varietà occidentale), il friulano (varietà orientale).

L'idea che si tratti di una sola lingua, nonostante la mancanza di continuità territoriale, si basa sulle concordanze in

alcuni tratti.

Le 3 aree si differenzino inoltre perché nella storia del romancio è stato lingua tetto il tedesco.

2) ROMANCIO

Il romancio è una delle lingue nazionali della Svizzera e si articola in più varietà diverse fra loro poiché evolutesi in

regioni separate dalla difficoltà antica delle comunicazioni: Soprasella, Sottoselva e Engadina. Soprasilvano e

engadinese ebbero anche una tradizione letteraria e nel 1982 è stata codificata da Schmid una lingua scritta

artificiale fondata sulle diverse varietà e che nel 2001 è stata dichiarata lingua ufficiale del cantone.

3) FRIULANO

Il friulano è tra le lingue riconosciute dalla legge 482/1999 come lingua di minoranza. I dialetti friulani si

suddividono in: dialetti càrnici (i più conservativi), i dialetti occidentali (più innovativi e più influenzati dal veneto)

e i dialetti centro-orientali (base del friulano comune e quelli più usati nella tradizione letteraria).

Il friulano ha un uso scritto fin dal 200 in testi pratici e amministrativi e una letteratura che risale al 300/400 e

fiorente nel 900 soprattutto nella poesia con importanti autori (Pier Paolo Pasolini il più noto).

E-LINGUE BALCANOROMANZE

1) DALMATICO

Il dalmatico è una lingua romanza estinta da tempo e che si parlava sulla costa orientale dell'Adriatico. Nella storia

subì la pressione del croato dall'interno e del veneziano sulla costa. I due nuclei più esistenti sono stati quelli di

Ragusa (raguseo estinto a fine XV secolo) e quello di Veglia (veglioto ancora parlato a fine 800). Tra le

caratteristiche troviamo i tratti conservativi nelle consonanti, la mancanza della lenizione delle consonanti sorde

intervocaliche, una ricca dittongazione delle vocali e la presenza del futuro sintetico.

2) ROMENO

Il romeno è la lingua ufficiale della Romania e della Moldavia (dacoromeno). Tra le altre varietà troviamo

l'aromeno (parlato da popolazioni sparse dall'Albania Grecia, Macedonia e Bulgaria), il meglenoromeno (parlato da

una piccola popolazione tra Macedonia greca ed ex Jugoslavia) e l'istro-romano (lingua di pochissimi parlati in

Istria).

Il romeno emerge alla documentazione scritta in una lettera del 1521 e qualche testimonianza indiretta risale a non

prima del XV secolo. Non si conosce dunque la formazione del romano ma sappiamo che la lingua scritta e di

cultura è stata, dopo una prima fase in cui era il greco, lo slavo ecclesiastico, quindi la grafia adottata era il cirillico.

Dal 700 inizia la rivendicazione della romanità del romeno, sostanziatasi nell'800 con una forte immissione di

lessico francese e italiano.

Caratteristiche rilevanti del romeno sono la presenza della declinazione, del neutro, l'articolo post posto al nome e il

tipo di formazione del futuro.

Il romeno è privo di germanismi di superstrato e in vari casi ha parole slave dove le altre lingue romanze hanno

parole germaniche. PUNTI DI GRAMMATICA STORICA

FORME EREDITARIE E FORME DOTTE

Distinguiamo forme "ereditarie"/"popolari", come il francese "droit" che deriva dall'aggettivo latino "DIRECTUS",

e le forme "dotte"/"cultismi"/"latinismi", come il francese "direct", che ha la stessa origine di droit ma che si

distingue da essa poiche "droit" è una parola evolutasi nel parlato mentre "direct" è una parola entrata in francese

dal latino medievale del 300 con un leggero adattamento fonetico (tipico in genere delle forme dotte).

Forme alternative come droit/direct, di cui una ereditaria e l'altra dotta, si dicono “allotropi” e la differenza di forma

è correlata con una differenza di significato.

Una parola è una forma dotta in relazione ad un preciso tipo di derivazione e non in base all’appartenenza a un

lessico intellettuale o uno stile elevato.

ACCENTO

Nelle parole ereditate dal latino l'accento cade sulla stessa sillaba sulla quale cadeva in latino, ma in alcune lingue,

e più di tutte in francese, sono numerose le parole che hanno cambiato tipo accentuativo, anche se l'accento non ha

cambiato posizione. Tra queste troviamo ad esempio la parola latina "cantare", con accento sulla penultima sillaba,

divenuta in francese "chanter" con accento sull'ultima anche se la sillaba tonica è rimasta la stessa.

Il passaggio da parola piana a tronca è dovuto alla caduta della vocale atona finale.

In latino l'accento non cade mai sull'ultima sillaba, salvo in qualche raro caso di parole troncate o contratte: le

parole di due sillabe sono accentate sulla prima, mentre nelle parole di 3 o più sillabe è accentata la penultima

sillaba se lunga e la terzultima se la penultima è breve.

In alcuni casi l'accento nelle lingue romanze è spostato rispetto al latino letterario, mentre gli spostamenti d'accento

nelle lingue romanze rispetto al latino tardo parlato sono rari: un caso è quello di dittonghi da vocali che in latino

erano a contatto in iato (2 vocali, 2 sillabe) o che si sono venute a trovare a contatto per la caduta di una

consonante. Per esempio dal latino "illui" i testi francesi hanno ancora "lui" ma l'accento di spostò molto presto.

VOCALI

I sistemi delle vocali delle lingue romanze hanno un'origine comune con quelle del latino tardo parlato (risultato di

una ristrutturazione rispetto al latino di età classica parlato e scritto conseguente alla perdita dl valore fonologico

dell'opposizione di quantità) e a partire da questo ogni lingua ha avuto un'evoluzione propria.

Il latino aveva un sistema di 5 vocali distinte per qualità che si opponevano anche per quantità (lunghe/brevi) e tale

opposizione aveva un valore fonologico (permetteva coppie minime di parole e forme della flessione distinte solo

per una vocale lunga contro una breve (mālus: melo, mălus: cattivo).

Nella pronuncia delle toniche le brevi dovevano suonare più aperte delle lingue ad eccezione della "a".

Tale opposizione di apertura non aveva valore fonologico, ossia non dava luogo a coppie minime.

Nel latino parlato il valore fonologico dell'opposizione di quantità si è perso: secondo Herman il sistema delle

vocali era ancora basato sulla quantità nel I secolo d.C. e non lo era più all'inizio del V secolo d.C.

Già nel periodo classico una serie di fenomeni di abbreviamento delle vocali atone aveva ridotto il numero delle

coppie minime e come afferma Loporcaro la conseguenza di questi cambiamenti fu che nel periodo classico

l'opposizione di quantità vocalica era limitata alle sillabe tronche.

Nelle sillabe toniche l'opposizione di quantità vocalica è stata compromessa, nel parlato, dalla tendenza ad

allungare le vocali toniche brevi in sillaba aperta, con un processo iniziato probabilmente nel latino d'Africa e

compiutosi nel V secolo.

Già nel latino classico tendevano a ridursi i casi di vocale lunga in sillaba chiusa, come ad esempio lo

scempiamento di -ss- dopo un dittongo (caussa > causa) o dopo vocale lunga (missit > misit).

Se le vocali in sillaba aperta tendono ad essere tutte lunghe e le vocali in sillaba chiusa ad essere tutte brevi, la

quantità diventa un fatto condizionato dal contesto e non ha più valore fonologico (l'italiano ha ancora una

situazione di questo tipo poiché le vocali toniche sono lunghe in sillaba aperta e brevi in sillaba chiusa ma senza

che ciò abbia un valore fonologico infatti non ci sono coppie minime), mentre in altre lingue, come ad esempio lo

spagnolo, non è così.

La quantità vocalica con valore distintivo del latino non è conservata in nessuna lingua romanza, ma

un'opposizione fonologica tra vocali lunghe e brevi non correlata con quella latina è esistita e in parte esiste nelle

varietà dei sistemi dialettali delle lingue romanze settentrionali.

LE VOCALI TONICHE DEL LATINO VOLGARE

-"A" E I DITTONGHI LATINI

ā ăsi

In tutto il latino volgare, e confondono in a , ɛ ĕ

Il dittongo "ae" per esempio in "caelu", cielo, si è ridotto a confondendosi con .

ē

Il dittongo "oe" si è ridotto a e confondendosi con .

ō ō

Il dittongo "au" aveva una variante in (c da) e gli esiti romanzi delle antiche forme popolari coincidono con

ō

quelli di (ad esempio coda, queue).

-SISTEMA SARDO

Nel sardo la forma lunga e la breve di ogni vocale si sono semplicemente confuse tra loro. Un sistema vocalico

identico a quello del sardo si ritrova in un'area fra Basilicata e Calabria a sud del fiume Agri e di questo tipo era

anche quello del latino d'Africa.

-SISTEMA PANROMANZO O LATINO VOLGARE

E' il sistema più diffuso e da cui derivano i sistemi delle vocali toniche delle varietà italoromanze, esclusi i dialetti

meridionali estremi e delle lingue retoromanze, galloromanze e iberiche.

ĭ ē ŭ ō

In queste lingue romanze non c'è differenza fra gli esiti di ed e di e .

-SISTEMA BALCANICO

Nel latino balcanico si è formato un sistema analogo a quello panromanzo nelle vocali anteriori e a quello sardo

nelle vocali posteriori ed è un sistema che troviamo anche nei dialetti di un'area centrale della Basilicata a nord del

fiume Agri.

-SISTEMA SICILIANO

Il sistema siciliano è probabilmente un'evoluzione del sistema panromanzo ed è proprio della Calabria meridionale

e del Salento centro meridionale. Presenta cinque vocali toniche e non sette come il panromanzo.

In alcune lingue, come francese e italiano, l'evoluzione in sillaba aperta è diversa che in sillaba chiusa mentre in

altre, come spagnolo e rumeno, questa distinzione non ha alcun effetto.

Il fenomeno della "metafonesi" nelle lingue romanze indica l'alterazione della vocale tonica condizionata dalla

vocale finale (che può successivamente conservarsi o cadere).

ɛ

Il rumeno dittonga e , e o indifferentemente in sillaba aperta e chiusa, ma con esiti diversi a seconda della

vocale finale.

Il sardo è l'unico a conservare nelle vocali atone le 5 qualità come nelle toniche.

Le vocali atone interne sono soggette alla caduta (SINCOPE), con incidenza diversa nelle diverse lingue: la sincope

della protonica si ha ad esempio davanti a -r (directu > francese “droit”, italiano “dritto” ecc).

Una particolare tendenza alla sincope delle protoniche è nei dialetti italiani settentrionali.

La sincope è frequente anche in toscano, lingua che conserva maggiormente la struttura sillabica.

Nei proparossitoni, ossia le parole con accento sulla terzultima, è frequente già nel latino volgare la sincope della

post tonica e l'Appendix Probi ne dà più esempi ("VETULUS non VECLUS").

Importanti sono i fenomeni di riduzione delle vocali finali, che in latino distinguevano desinenze della flessione

ŭ ŭ

nominale e verbale (l'accusativo lup m ad esempio, divenuto lup con la perdita di -m finale, si distingueva

ō

dall'ablativo lup per la vocale finale, ma tale distinzione viene meno con la riduzione di entrambe le vocali a o ).

La massima conservazione delle vocali finali latine si ha nel sardo, nel toscano e nei dialetti italiani meridionali.

Fra i dialetti italiani settentrionali conservano le vocali finali in modo simile al toscano i dialetti veneti e liguri.

La massima tendenza alla caduta delle vocali finali si ha nelle lingue galloromanze e nei dialetti gallo-italici.

Nelle lingue galloromanze e iberoromanze e nel sardo, davanti ai gruppi di s + consonante in iniziale di parola si è

aggiunta una vocale detta “prostetica” (il fenomeno si chiama “pròstesi”), che corrisponde ad una tendenza già del

latino volgare e visibile anche in italiano in forme antiquate come "per iscritto".

CONSONANTI

I sistemi delle consonanti delle lingue romanze derivano da quello del latino, con mutamenti che hanno portato a

passaggi da una consonante ad un'altra già presente in latino, ad esempio da k del latino "acu" a g dell'italiano

“ago” e alla formazione di consonanti non presenti in latino, ad esempio da k + e a [tʃ] di "cena".

In generale le consonanti in posizione iniziale di parola o dopo consonante sono più stabili che tra vocali o in fine

di parola. Labio- Dentali/ Velari

Bilabiali Palatali Velari

dentali Alveolari labial.

Nasali m n ɡ ʷ ʷ

k k g

Occlusive p, b t, d

Fricative f s

Vibrante r

Laterali l

Approssimante j w

LENIZIONE CONSONANTICA

Il fenomeno è l'indebolimento delle consonanti occlusive sorde p, t, k tra vocali, che consiste nel passaggio da

sorde a sonore b, d, g a seconda della lingua, a fricative. Esempi del passaggio da sorda a sonora sono RIPA >

riba, MICA > miga.

La lenizione è uno dei tratti fonetici sui quali si basa la distinzione fra lingue romanze occidentali e orientali e tra

dialetti italiani settentrionali e dialetti centro meridionali: non hanno la lenizione i dialetti italiani centro-

meridionali, il toscano, l'italiano e il balcano romanzo.

Hanno invece la lenizione i dialetti settentrionali e le lingue iberoromanze, galloromanze e retoromanze.

Esempio: ROTA > francese "roue", portoghese "roda", veneziano "roda", italiano "ruota"

CONSONANTI LUNGHE (GEMINATE) E DEGEMINAZIONE

Come per le vocali, il latino opponeva consonanti lunghe e brevi.

Solo italiano, toscano, dialetti centro meridionali e sardo conservano le geminate, con opposizione fonologica in

coppie minime, come in italiano "cade"/ "cadde", "fato"/"fatto" ecc.

In tutte le altre lingue romanze le geminate si sono scempiate (degeminazione).

L'evoluzione delle consonanti finali del latino è importante per le connessioni che ha con la flessione nominale e le

desinenze dei verbi.

L'esito di -s finale è il secondo dei 2 tratti sui quali si basa la distinzione fra lingue romanze occidentali e orientali:

- nella romània occidentale e nel sardo -s è conservata

- in francese la conservazione piena è della lingua più antica mentre nel moderno è caduta anche se si conserva

nella liaison

- nello spagnolo moderno tende a cadere nelle varietà dialettali meridionali e americane attraverso una pronuncia

aspirata

- nella romània orientale -s è passata a -i, conservata dopo vocale tonica nei monosillabi.

La -m finale in latino era pronunciata debolmente o probabilmente si risolveva nella nasalizzazione della vocale

precedente. Nelle lingue romanze non ha lasciato traccia nei polisillabi mentre nei monosillabi si è conservata come

-n in "CUM"> con, ed è caduta invece in "IAM" > ja, ia già ecc

La -t finale nelle desinenze dei verbi è conservata nei più antichi testi francesi ma nel resto della Romània è caduta

fin dall'epoca del latino tardo parlato.

Il latino parlato ha conosciuto oscillazioni fra -NT e -N (amant e aman), dove la forma con -t pronunciata era

conservata nel francese antico fino al XIII secolo e si può ancora sentire nella liaison (ad esempio "aiment-ils").

Una serie di consonanti nuove rispetto al latino si è formata a partire da fenomeni di palatalizzazione: sono nuove

rispetto al latino le affricate ([tʃ], [tz], [dʒ], [dz]).

Poiché in latino la "c" valeva sempre [k] (come cane), e "g" sempre [g] (come gatto), come tali si sono conservate

nei prestiti antichi a lingue che hanno conservato [k] e [g].

L' "H" tra vocali era caduta in latino in epoca antica, come vediamo in "NEMO (nessuno) < ne-homo.

In età classica "h" iniziale era ancora pronunciata [h] ma gli errori di scrittura nei graffiti di Pompei e altrove nelle

iscrizioni mostrano che era propria solo della pronuncia colta e più tardi pedante e non ha lasciato traccia nelle

lingue romanze.

Diverso è il caso di [h] di origine germanica in francese antico, dove suonava come fricativa laringale, come in

"honte", ma quest' [h] è poi caduta anche se quando si trova ad inizio di parola è ancora trattata come consonante

che impedisce elisione e liaison.

DECLINAZIONI

Una differenza fondamentale tra il latino e le lingue romanze riguarda la morfologia nominale e la sintassi. Nelle

lingue romanze, ad eccezione del romeno, la funzione sintattica di un elemento nominale non può essere dedotta

dalla sua forma mentre in latino l'indicazione della funzione è compresa nella forma di ogni elemento nominale.

Soggetto e oggetto nelle lingue romanze sono identificati dall'ordine delle parole: l'ordine soggetto-verbo-oggetto è

"non marcato" mentre la frase marcata ha un significato almeno in parte distinto (ad esempio in "Cesare, uccise

Bruto" l'ordine è marcato perché si vuole focalizzare l'oggetto rispondendo ad esempio alla domanda "Bruto uccise

Cesare o Cicerone?").

La funzione è inoltre indicata da preposizioni.

In latino invece la funzione sintattica di ogni elemento nominale è indicata dalla sua desinenza (morfema

grammaticale) e si distinguono 6 casi: nominativo (soggetto), genitivo (specificazione), dativo (termine),

accusativo (oggetto), vocativo (appello), ablativo (altri complementi).

I casi sono espressi con diversi paradigmi di desinenze che tradizionalmente si classificano in 5 declinazioni.

Poiché le funzioni delle parole non dipendono dal loro ordine, ciò dà al latino una notevole libertà nell'ordine delle

parole.

Del sistema latino delle declinazioni le lingue romanze conservano minimi frammenti, in particolare nei pronomi.

Fra le lingue medievali, solo il francese antico e il provenzale hanno conservato una declinazione a 2 casi, che

scompare all'inizio del XIV secolo.

Il sistema delle 5 declinazioni si è ridotto nel latino tardo parlato alle prime 3 con un processo cominciato già in

epoca classica, quindi i nomi delle lingue romanze derivano da 3 e non da 5 tipi.

Il processo più rilevante è la riduzione del numero dei casi nel parlato e la comparazione fra le lingue indoeuropee

mostra che già il sistema di 6 casi del latino era ridotto rispetto ad un sistema originario più complesso.

Nel latino volgare si afferma la tendenza ad usare un costrutto con preposizione invece del semplice caso, prima

con sfumature diverse di significato e più tardi in semplice sostituzione.

Già nei graffiti di Pompei, I secolo d.C. si registra la tendenza ad usare l'accusativo con tutte le preposizioni.

Nella riduzione delle declinazioni nel parlato vanno considerati anche fenomeni fonetici, come la caduta di -M e

la convergenza di -O e -U finali.

Lo stadio raggiunto dal latino tardo parlato era una declinazione a due casi con il nominativo per il soggetto e un

caso unico, l'accusativo, per tutte le altre funzioni e in unione con le preposizioni.

Ad eccezione del francese antico, del provenzale e del romeno tutte le lingue romanze mostrano fin dalle più

antiche attestazioni di avere perso anche questa opposizione di due casi.

In diverse lingue è continuato il nominativo.

Il francese antico e il provenzale medievale hanno una declinazione a due casi come quella che si suppone per il

latino tardo parlato: il primo è detto "caso soggetto" (S) o nominativo, perché continua il nominativo latino, ed è

usato per il soggetto e in genere per il vocativo; l'altro è detto invece "obliquo" (O) o accusativo, perché continua

l'accusativo latino, ed è usato per tutte le funzioni diverse dal soggetto e a volte anche per il vocativo.

La declinazione distingue il francese antico da quello medio che l'ha perduta, e nel Medioevo distingue il

provenzale dal catalano.

Con la perdita della declinazione in francese si è conservata solo la forma dell'obliquo che continua l'accusativo

latino e ciò fa si che la -s dell'obliquo plurale sia diventata la caratteristica del plurale ("chien", "chiens"). Il plurale

in -s è proprio anche delle lingue iberiche che fin dalle prime attestazioni mostrano di avere conservato solo

l'accusativo ("puente", "puentes").

Unica tra le lingue romanze moderne, il romeno ha una declinazione a due casi dove si oppongono una forma per il

nominativo e l'accusativo e un'altra per genitivo e dativo.

IL GENERE

Anche il sistema dei generi è cambiato nelle lingue romanze: il latino ne distingueva tre (maschile, femminile e

neutro) mentre esse solo maschile e femminile (ad eccezione del romeno che presenta anche il neutro ma ha una

forma diversa dal latino, forse per l'influsso delle lingue slave).

I nomi neutri latini sono passati al maschile e meno frequentemente al femminile: anche in italiano troviamo una

piccola serie di nomi che continuano il neutro latino e che sono maschili al singolare e femminili al plurale

(braccio/ braccia, osso/ossa) ma a differenza del romeno non è produttivo, ossia è una lista chiusa e non si possono

formare parole nuove che vi rientrino.

Per quanto riguarda i cambiamenti di genere da maschile a femminile e viceversa si possono citare due serie: quella

dei nomi di alberi, femminili in latino e maschili nelle lingue romanze, e quella dei nomi con nominativo in -OR

(ad esempio "FLORE", italiano "fiore", francese "fleur" ecc).

ARTICOLO

L'articolo è un'innovazione rispetto alle lingue romanze e all'origine di quello determinativo c'è l'uso del

dimostrativo con funzione anaforica (ovvero per marcare il fatto che un elemento è già stato presentato).

Le forme romanze dell'articolo sono infatti esiti del dimostrativo latino "illum", "illa".

Nei testi latini tardi o volgareggiamenti in cui si può già notare l'uso anaforico del dimostrativo la posizione è libera

mentre nelle lingue romanze si premette al nome (ad eccezione del romeno in cui si postpone).

NOTE SUL VERBO ē ĕ

Il latino aveva 4 coniugazioni dei verbi con infinito in -are, - re, - re, -ire.

È antica e già attestata dai grammatici latini la tendenza a far convergere la II e la III.

Una serie di mutamenti nel verbo dal latino alle lingue romanze attraverso il latino tardo parlato ha in comune il

passaggio da forme sintetiche (in cui la funzione grammaticale è espressa da una desinenza) a forme analitiche

(formata con elementi indipendenti), dette anche perifrastiche.

DALLE ORIGINI A WACE

Nel XII secolo la letteratura romanza è solo quella galloromanza (in lingua d'oc e d'oil) poiché le aree italiane e

iberica vi giungeranno con un notevole ritardo.

Nell'epoca dei primi testi letterari romanzi (IX/X secolo) sono già ben attestate nella scrittura letteraria le lingue

germaniche, ma erano necessarie delle traduzioni per i germani privi di studi che non comprendevano il latino:

- traduzione di parte della Bibbia in gotico compiuta dal vescovo Wulfila per le esigenze dell'evangelizzazione

- il poema sassone "Heliand", del IX secolo, che è una volgarizzazione dei 4 Vangeli

- "De consolatione Philosophiae" di Boezio e "Historia ecclesiastica gentis Anglorum" di Beda, parte del vasto

programma di volgarizzamenti dal latino in anglosassone promosso da Alfredo il Grande, re del Wessex

- un frammento di poema epico in un manoscritto del IX secolo, possibile pratica di scrittura poetica attestata dalla

notizia di Eginardo che Carlo Magno avrebbe fatto trascrivere i canti epici dei franchi

- il Ludwigslied, trascritto di seguito alla Santa Eulalia

- i codici principali della poesia anglosassone più antica, tra cui quello di Beowulf, databili entro la fine del X

secolo

Per la maggior parte i più antichi testi letterari sono testi religiosi da leggere o cantare a beneficio dei laici in

appoggio alla predicazione o alla liturgia:

1- il primo del quale si può seguire una vera circolazione manoscritta è il "Saint Alexis", conservato da 7

manoscritti, poemetto in lingua d'oil sulla leggenda di Sant'Alessio.

Il manoscritto più antico è anglonormanno e proviene dal monastero di St. Albans e risale al 2-3 decennio del XII

secolo. Conta 625 versi in 125 strofe assonanzate di 5 versi, una forma molto rara forse imitazione degli inni di

Prudenzio, ed è il verso è il "décasyllabe", il più tipico delle chansons de geste.

2- vi è poi il "Boeci", un poemetto in provenzale anch'esso in décasyllabe ma in lasse assonanzate, del quale rimane

una prima parte, trascritta probabilmente all'inizio del XII secolo. Come base ha la "Consolazione della filosofia" e

una vita medievale di Boezio.

In comune con il Saint Alexis ha una forte deplorazione iniziale del male dei tempi presenti a confronto con la virtù

del passato.

3- troviamo inoltre la "Sancta Fides", poemetto provenzale in lasse rimate di "octosyllabes", fatto per essere

cantato, e il cui testo è della 2 metà del XI secolo. Vi è narrato il martirio, al tempo di Diocleziano, di Fides di

Agen, la successiva celebrazione della santa e la morte dei persecutori dei cristiani in una sanguinosa guerra (forma

narrativa prossima alla poesia epica).

Altri testi delle origini sono resti di poesia lirica precedente agli inizi della tradizione dei trovatori, come i due

piccoli testi lirici provenzali trascritti non oltre l'ultimo terzo dell'XI secolo, con notazione musicale, sul verso

dell'ultimo foglio di un codice di Terenzio proveniente dalla regione del Basso Reno, e probabilmente trascritti da

qualcuno di lingua germanica (potrebbero anche essere stati trascritti a memoria o dall'ascolto).

Uno è un frammento di difficile interpretazione, forse di contenuto morale, mentre l'altro parla d'amore.

A partire dall'opera di Jeanroy sulle origini della poesia lirica in Francia si sono cercate sopravvivenze dell'antica

poesia popolare in testi del XII e del XIII secolo: un tema centrale è quello della poesia in cui parla una figura

femminile, che caratterizza il genere galego-portoghese della "cantiga d'amigo" come anche delle jarchas romanze

della Spagna araba, che si ritrova nella poesia castigliana del Quattro-Cinquecento e presente anche in Italia con

Rinaldo d'Aquino e Federico II.

Si tratta di testi letterari che rappresentano tra le più antiche attestazioni letterarie provenienti dalla penisola iberica

e dalla zona arabizzata della penisola iberica.

Ogni jarca rappresenta la clausola finale (da due a otto versi) di una "muwassah", un genere poetico di provenienza

arabo-andalusa attestato nella penisola iberica a partire dal IX secolo e poi rapidamente diffusosi in tutto il mondo

arabo.

Sono stati tramandati in caratteri arabi (la maggioranza) o ebraici, lingue in cui anche il ritornello è trascritto.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, culture, letterature, traduzione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giorgia2808 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Paradisi Gioia.

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