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Riassunto sulla stupidità di Robert Musil

“Se la stupidità non somigliasse tanto al progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido”. Questo accadeva nel 1931, e nessuno oserà porre in dubbio che anche successivamente il mondo abbia conosciuto progressi e miglioramenti!

Stupidità e arte

In ambito letterario, non appena uno apre gli occhi deve fronteggiare un’opposizione appena descrivibile, che sembra in grado di presentarsi sia in forme personali, sia in forme generali, evanescenti, quali la trasformazione della valutazione critica a causa di quella commerciale. Sarà sufficiente stabilire che la scarsa sensibilità artistica di un popolo non si rivela soltanto in tempi difficili e in modo brutale, ma anche quando le cose procedono positivamente, per cui vi è una differenza solo graduale tra:

  • Divieti e persecuzioni di un’opera, da un lato;
  • Lauree ad honorem, nomine accademiche e distribuzioni di premi, dall’altro.

Ho sempre avuto il sospetto che questa resistenza multiforme nei confronti dell’arte e dello spirito più elevato, da parte di un popolo che si vanta di amare l’arte, non sia altro che stupidità – forse una forma particolare – che in ogni caso supponevo si manifestasse in questo: colui che si suole chiamare “un bello spirito” è al tempo stesso un bello stupido.

Naturalmente non si può incolpare la stupidità di tutto quel che deturpa un’aspirazione così totalmente umana come l’arte; una parte di responsabilità va anche attribuita alle diverse forme di mancanza di carattere, ma non si obietti che il concetto di stupidità qui non è assolutamente in gioco, perché si riferisce soltanto all’intelletto e non ai sentimenti. Persino il godimento estetico è giudizio e sentimento. Inoltre, Kant parla di una facoltà di giudizio estetico e di un giudizio di gusto.

Giudizio di gusto

Tesi: il giudizio di gusto non si basa su concetti, poiché altrimenti sarebbe possibile discuterne – o giungendo a una decisione attraverso dimostrazioni.

Antitesi: il giudizio di gusto si basa su concetti, poiché altrimenti non sarebbe neppure possibile discutere – né cercare un accordo.

Un analogo giudizio e un’analoga antinomia sono anche alla base della politica e, più in generale, di tutta la nostra vita. Erasmo da Rotterdam non ha forse scritto nel suo Elogio della folla che senza certe stupidità l’uomo non sarebbe neppure nato?

La conferenza di Johann Eduard Erdmann

Il dominio schiacciante e impudico che la stupidità ha su di noi viene dimostrato dal fatto che molti si mostrano amichevolmente e cospiratoriamente sorpresi di fronte a uno, in cui avevano riposto fiducia, che abbia l’intenzione di evocare lo spaventoso mostro. La conferenza, che ha per titolo Della stupidità, tenuta nell’anno 1866 da Johann Eduard Erdmann – discepolo di Hegel e professore all’università di Halle –, si apre con l’affermazione che già il suo annuncio era stato accolto da crasse risate.

Preferisco dunque confessare subito il senso d’inferiorità che provo nei confronti della stupidità: non so cosa sia, non ho scoperto nessuna teoria che la riguardi e non ho neppure rintracciato una sola ricerca dedicata ad essa. È più probabile, però, che la domanda su cosa sia la stupidità non corrisponda alle consuetudini del pensiero attuale. Così un giorno caddi preda anch’io del fascino della domanda su che cosa sia la stupidità “realmente”, e non nel suo “atteggiarsi”, la qual cosa sarebbe stata più consona ai miei doveri e alle mie capacità professionali.

Ho tentato la via più semplice con un vecchio trucco semplice disponibile in simili casi, ossia esaminando l’uso della parola “stupido” e derivati della sua famiglia, e cercando di mettere un po’ d’ordine in quel che andavo scrivendo. Neppure osservando gli esemplari della specie “stupidità” è sempre possibile distinguere se tra loro realmente esista un legame originario, o se l’attenzione è inavvertitamente passata dall’uno all’altro in virtù di una somiglianza puramente esteriore.

Intelligenza e potere

Cominciamo dunque in un modo qualsiasi, e tanto vale iniziare dalla difficoltà preliminare, consistente nel fatto che chiunque voglia parlare della stupidità deve presupporre di non essere egli stesso uno stupido. Perciò egli ostenta la propria intelligenza, ma se si approfondiscono i motivi per cui sia considerato da stupidi sbandierare, si afferma che sia più prudente non mostrarsi intelligenti.

Una tale prudenza profondamente pessimistica è probabile che nasca da condizioni in cui per il più debole era realmente più saggio non passare per intelligente: la sua intelligenza, infatti, avrebbe potuto minacciare la vita del più forte! La stupidità, al contrario, sopisce ogni sospetto, lo “disarma”; e tracce di questa scaltrezza, di questa stupidità “astuta”, sono tuttora rintracciabili nei rapporti di dipendenza in cui le forze sono così impari che il più debole cerca scampo nel fingersi più stupido di quanto realmente sia. Chi detiene il potere si sente meno provocato da un debole che non può, piuttosto che da uno che non vuole. La stupidità lo riduce addirittura alla “disperazione”, ossia incontestabilmente a uno stato di debolezza!

Con ciò si accorda perfettamente il fatto che l’intelligenza venga apprezzata nei subordinati, ma solo quand’è unita alla più incondizionata sottomissione. Nell’istante in cui vien meno questo attestato di buona condotta, non viene più chiamata intelligenza, ma impertinenza, insolenza o perfidia, e ne deriva spesso una situazione in cui l’intelligenza sembra menomare l’onore e l’autorità del potente, anche se in realtà non lo minaccia nella sua sicurezza.

Stupidità e immoralità

In ambito morale ne è nata la concezione che la volontà di un uomo è tanto più malvagia quanto più valida è la sua intelligenza. Neppure la giustizia è del tutto immune da questo pregiudizio personale, e infatti generalmente si giudica con severità particolare l’esecuzione intelligente di un crimine.

Anche la stupidità, però, può essere irritante: la stupidità solitamente provoca impazienza, ma in casi eccezionali anche crudeltà. Il fatto che le ripugnanti aberrazioni di quella morbosa crudeltà, che solitamente si denomina sadismo, ci mostrino degli stupidi nel ruolo della vittima, è dovuto al fatto che essi cadano preda di altri uomini crudeli più facilmente di altri. Sembra, però, che entri in gioco anche un altro fattore, ossia che la loro evidente incapacità di resistenza ecciti ferocemente l’immaginazione: essa li attira in un deserto in cui la crudeltà va “troppo oltre” quasi solo perché non incontra nessun limite. Il sentimento privilegiato di indignazione al cospetto della pietà offesa solo raramente permette di notarlo; anche per la crudeltà, come per l’amore, sono necessari due esseri fatti l’uno per l’altro! In definitiva, non si potrà ricavarne più di questo: vantare la propria intelligenza può essere stupido, ma non sempre è intelligente farsi la reputazione di stupidi. Non si può generalizzare, oppure l’unica generalizzazione ammissibile dovrebbe essere questa: la cosa più saggia a questo mondo è farsi notare il meno possibile!

Ancora più spesso, però, si fa un uso parziale, o simbolico e sostitutivo, di questa conclusione misantropica, e allora siamo indotti a considerare la portata:

  • Dei comandamenti che impongono la modestia;
  • Di comandamenti ancor più generali, senza che si debba totalmente abbandonare il campo dell’intelligenza e della stupidità.

Sia per paura di apparire stupidi, sia per paura di offendere la buona creanza, molti si considerano intelligenti, però non lo dicono. Tanto più degno di nota è il fatto che non è solo il singolo individuo, nel segreto dei suoi pensieri, a considerarsi intelligente e straordinariamente dotato, ma è anche l’uomo che agisce nella storia e fa dire di sé, non appena ne ha il potere, che è oltre ogni misura saggio, illuminato, nobile, eminente, ecc.; inoltre, lo dice volentieri anche di un altro, qualora si senta illuminato dal riflesso di costui. In titoli e appellativi come Maestà, Eminenza, Eccellenza, tutto ciò si è conservato in uno stato di fossilizzazione e non è praticamente più ravvivato dal soffio della coscienza, ma si manifesta di nuovo e immediatamente in tutta la sua vitalità quando l’uomo parla come massa. Una condizione medio-bassa dello spirito e dell’anima si abbandona del tutto spudoratamente alla sua presunzione, non appena può presentarsi sotto la tutela del partito, della nazione, della setta o della corrente artistica, e può dire “noi” invece di “io”.

Vanità e stupidità

Questa presunzione si può anche chiamare “vanità”, e in verità l’anima di molti popoli e di molti stati è attualmente dominata da sentimenti tra cui la vanità occupa innegabilmente un posto preminente. D’altra parte tra vanità e stupidità esiste da sempre un intimo legame: uno stupido appare solitamente vanitoso per lo stesso fatto di esser privo dell’intelligenza di nasconderlo; ma in realtà non ve n’è neppur bisogno, perché la parentela tra stupidità e vanità è diretta. Un uomo vanitoso suscita l’impressione di fare meno di quel che sarebbe in grado di fare; il vecchio adagio “Stupidità e orgoglio crescono sullo stesso albero” significa propriamente questo, come anche l’espressione che la vanità “acceca”.

Ciò che noi associamo al concetto di vanità è precisamente l’attesa di una prestazione insufficiente, poiché la parola “vano” ha pressoché lo stesso significato principale di “inutile”. Tale insufficienza della prestazione la si attende anche laddove in realtà la prestazione esiste: infatti, la vanità e il talento non di rado vanno di pari passo, ma anche in questo caso abbiamo l’impressione che il vanitoso avrebbe potuto fare ancor di più, se non avesse ostacolato la propria attività. Questa tenace idea di un’insufficienza si rivelerà in seguito l’idea più generale che ci facciamo della stupidità.

Notoriamente, però, si rifugge da un comportamento vanitoso perché contrasta con la buona educazione. “Chi si loda s’imbroda” è un proverbio che significa che la millanteria, il parlar molto di sé e lodarsi è considerato non solo poco saggio, ma anche indecente. Tali comportamenti violano le leggi del buon comportamento, le quali fanno parte delle multiformi norme che prescrivono riservatezza e distacco: essi hanno lo scopo di non provocare conflitti con la presunzione altrui che, presumibilmente, non è minore della nostra.

Impongono l’osservazione di determinate regole affinché non ci si “avvicini troppo” agli altri. Il loro compito è appianare e livellare i rapporti vicendevoli, favorire l’amor proprio e l’amor del prossimo e mantenere per così dire una temperatura media nelle relazioni umane. Tali prescrizioni sono presenti in ogni società, in quella primitiva ancor più e persino la società animale, sebbene priva di parola, le conosce; ma queste prescrizioni di distanza vietano di lodare con eccessiva enfasi non soltanto sé stessi, ma anche gli altri. Ci si limita a osservare che non si è più stupidi o peggiori di altri.

Evidentemente, sono le formulazioni eccessive e incontrollate a esser bandite nelle situazioni ben ordinate. Si è parlato in precedenza della vanità per cui popoli e partiti si credono superiori ad ogni altro: si deve aggiungere che la maggioranza vitalistica presume di detenere il monopolio non solo dell’intelligenza, ma anche della virtù. Si considera prode, nobile, invincibile, pia e persino bella. Tra gli uomini vi è la singolare tendenza di permettersi – quando sono riuniti in massa – tutto ciò che è loro proibito come singoli individui. Tutti questi privilegi producono ai nostri giorni l’impressione che il progressivo incivilimento e addomesticamento del singolo sia compensato dall’imbarbarimento, direttamente proporzionale a esso, delle nazioni, degli stati, dei gruppi uniti da una stessa ideologia.

Si manifesta, in questo disturbo emotivo, un’alterazione dell’equilibrio emotivo che in definitiva precede la distinzione tra “io” e “noi” nonché ogni forma di valutazione morale. Ma è ancora stupidità tutto questo? Tutti noi, in particolar modo gli uomini, e soprattutto gli scrittori rinomati, conosciamo una certa dama che vorrebbe confidarci a ogni costo il romanzo della sua vita. Si direbbe che la sua anima abbia sempre vissuto situazioni straordinariamente interessanti, pur senza raggiungere mai un autentico successo, e ora spera di conseguirlo per la prima volta con uno di noi.

  • Parla molto di sé, parla molto di tutto, in genere;
  • Trincia giudizi con molta decisione, e su tutto;
  • È vanitosa e indiscreta;
  • Ci fa spesso la lezione;
  • Nella sua vita sentimentale qualcosa non funziona, e tutta la sua vita è insoddisfacente.

Conclusione

Parlar molto di sé, ad esempio, è anche tipico degli egoisti, degli irrequieti e persino di un certo tipo di malinconici; lo stesso comportamento è riscontrabile soprattutto nei giovani, per i quali fa addirittura parte dei fenomeni della crescita parlar molto di sé – ossia manifestare le stesse deviazioni dall’intelligenza e dalla buona educazione –, ma non per questo sono stupidi, o almeno non più stupidi di quanto naturalmente è dovuto al fatto che essi non hanno ancora avuto il tempo di divenire intelligenti.

I giudizi derivanti dalla vita quotidiana e dall’esperienza che su di essa si basa sono per lo più esatti, ma spesso non colgono nel segno perché non sono generati da una teoria fondata, ma rappresentano soltanto reazioni psicologiche di approvazione o di difesa. Un qualcosa può essere stupido, ma non lo è necessariamente, poiché il significato cambia a seconda del contesto in cui si manifesta, e la stupidità è strettamente intessuta con molti altri elementi. Persino la genialità e la stupidità sono inscindibilmente legate, e il divieto di parlar molto, e soprattutto di sé, è eluso dall’umanità per mezzo del poeta.

Questi, infatti, ha la licenza di narrare in nome dell’umanità intera e può mettere a nudo i suoi moti interiori, rivelare segreti, fare confessioni, render conto di sé stesso senza alcun pudore. Tutto ciò sembra proprio un’eccezione con cui l’umanità si concede qualcosa che altrimenti si vieta. In tal modo parla incessantemente di sé stessa! Con l’aiuto del poeta ha già narrato infinite volte le stesse storie, variando solo le situazioni, senza che da tutto ciò le sia venuto un qualsiasi progresso. Non dovremmo allora sospettare che anche l’umanità sia stupida, per l’uso che fa della sua poesia e per il modo in cui la poesia si piega a un tale uso?

Tra i campi di applicazione della stupidità e dell’immoralità – intesa in senso lato, quindi equivalente all’incirca a un’insufficienza di valori spirituali, ma non di intelligenza – esiste un complesso rapporto, fatto di identità e di differenze. Questo rapporto è simile a ciò che Johann Eduard Erdmann ha espresso, in un passo importante della sua conferenza, con la seguente formulazione: la rozzezza è la “prassi della stupidità”.

Infatti, dice: “Uno stato spirituale non si manifesta soltanto in parole, ma si esprime anche in azioni. Così anche la stupidità. Non solo l’esser stupidi, ma anche l’agire da stupidi, il commettere stupidaggini o, detto altrimenti, la stupidità in azione, noi lo chiamiamo rozzezza”. Dunque, la stupidità è un errore del sentimento e questo ci conduce direttamente a quell’“alterazione dell’equilibrio emotivo” a cui si era già accennato, ma senza trovarne spiegazione – neppure la spiegazione implicita nelle parole di Erdmann.

La maleducazione del singolo individuo in opposizione alla “cultura”, e dunque non include tutte le forme di applicazione della stupidità, non si può ridurre la rozzezza a stupidità, né viceversa. Per evidenziare chiaramente i caratteri del concetto di stupidità, è necessario in primo luogo non irrigidirsi sul giudizio che la stupidità sia unicamente o prevalentemente un’insufficienza intellettuale. Come già detto, l’opinione più generale sembra essere quella dell’incapacità di far fronte alle attività più diverse, a un’insufficienza fisica e spirituale. Ne abbiamo un esempio nei nostri dialetti locali: per definire la sordità si usa.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

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