Macroeconomia
Parte I – Nozioni introduttive
1. La macroeconomia e la contabilità nazionale
La macroeconomia è la disciplina che studia il sistema economico nel suo complesso. Non rivolge l’attenzione al comportamento dei singoli, ma al comportamento di aggregati di soggetti (consumatori, imprese, ecc.), analizzando gli effetti di questi comportamenti sia su grandezze aggregate (domanda di beni di consumo), sia sul sistema economico nel suo complesso.
Gli aggregati economici costituiscono l’oggetto di studio della macroeconomia e sono argomento di analisi anche nell’ambito di un’altra disciplina, la contabilità nazionale. La contabilità nazionale, a differenza della macroeconomia, descrive quantitativamente le relazioni contabili fondamentali esistenti all’interno di un sistema economico, in un arco temporale determinato (un anno), registrando la dimensioni degli aggregati oggetto di analisi, non analizza le determinanti degli aggregati economici e i nessi causali che li legano. Viceversa, la macroeconomia studia proprio nessi causali e determinati.
Con il termine prodotto si indica la produzione complessiva, in valore, ossia in termini monetari, realizzata dall’economia in un dato periodo di tempo, al netto dei beni e servizi utilizzati per realizzarla. Si tratta di una grandezza flusso, ossia calcolata su un intervallo di tempo.
Il reddito rappresenta la somma dei redditi percepiti da chi possiede il fattore lavoro, il fattore terra e il fattore capitale, e ne vende i servizi. Il concetto di capitale fa riferimento non a una somma finanziaria, quanto a beni che sono il risultato di un processo produttivo e che entrano in altri processi produttivi e che sono durevoli (macchinari, impianti, utensili, ecc.).
La spesa aggregata indica la spesa, in valore, erogata dal sistema stesso per acquistare beni e servizi finali. Un bene finale è un bene che viene utilizzato da chi lo acquista per il consumo diretto, per accrescere la dotazione di capitale della propria impresa.
Altri aggregati da analizzare sono il prodotto interno, il reddito interno e la spesa interna, dove l’aggettivo interno descrive la circostanza che il prodotto, il reddito e la spesa sono imputabili a soggetti che svolgono la loro attività all’interno de confini del Paese. Aggiungendo un’ulteriore qualificazione si ottengono il prodotto lordo, sia nazionale o interno, che considera la produzione complessiva, senza sottrarvi il deprezzamento del capitale che avviene nel corso del processo produttivo. Mentre il prodotto netto si ottiene sottraendo dal prodotto lordo il deprezzamento del capitale. Allo stesso modo si ottengono la spesa lorda o netta e il reddito lordo o netto.
Per quanto riguarda il PIL (prodotto interno lordo), si può dire che indica il valore della produzione realizzata, all’interno del Paese, da residenti e non residenti al netto dei beni e servizi utilizzati per quella produzione, ma al lordo dell’ammortamento: in sostanza, dal valore della produzione complessiva interna si deve sottrarre il valore dei beni e servizi utilizzati per realizzarla, ma non il deprezzamento del capitale. Ci sono tre criteri per calcolare il PIL, il criterio della produzione, il criterio del reddito e il criterio della spesa e conducono allo stesso risultato.
Il criterio della produzione considera il PIL come somma delle produzioni di beni e servizi finali realizzate dal sistema economico nel suo complesso nell’arco temporale considerato; dal valore della produzione totale si sottrae il valore dei beni intermedi utilizzati nel processo produttivo e poi bisogna sommare l’IVA e le imposte sulle importazioni, si ottiene il PIN sottraendo gli ammortamenti.
Il criterio del reddito vede il PIL come reddito complessivo dei fattori produttivi che hanno contribuito alla produzione. La produzione complessivamente venduta genera un flusso monetario che finisce nelle tasche di qualcuno, sotto forma di profitti, salari, ecc., la somma di tutti questi redditi costituisce il reddito nazionale netto al costo dei fattori e deve eguagliare il valore della produzione (il reddito distribuito è uguale anche alla somma dei suoi impieghi, includendo tra gli impieghi anche il risparmio). Aggiungendo al reddito nazionale netto le imposte indirette e sottraendo i contributi si ottiene il reddito nazionale netto e sottraendo da questo gli ammortamenti si ottiene il reddito nazionale lordo. Per ottenere il PIL è sufficiente sottrarre al RNL le imposte indirette nette versate al resto del mondo e i redditi netti dall’estero.
Il criterio della spesa, considera il PIL come spesa aggregata, ossia come somma delle spese effettuate, sempre per quanto concerne l’acquisto di beni finali, dal sistema economico nel suo complesso nell’arco temporale considerato. Il PIL corrisponde alla somma delle spese per consumo effettuate dalle famiglie, dalla spesa pubblica, dalle spese per investimento effettuate dalla imprese e delle esportazioni nette.
Altri aggregati infine sono: il consumo (C), il risparmio (S), l’investimento (I), la spesa pubblica (G), la tassazione (T), le esportazioni (X), le importazioni (Z).
Per quanto riguarda gli operatori più rilevanti essi sono: le famiglie, le imprese, lo Stato (il Governo), le banche, la Banca Centrale, il resto del mondo. Per quanto riguarda i mercati essi sono: il mercato dei beni, del lavoro, dei titoli, della moneta, delle valute.
2. Il flusso circolare del reddito, i prezzi e l’occupazione
Il flusso circolare: famiglie e imprese
Si può ora proporre una prima rappresentazione semplificata del sistema economico, fondata sull’ipotesi che il sistema economico sia caratterizzato dalla presenza di due soli operatori: le famiglie e le imprese. Si ipotizza che: le famiglie non risparmino, ma spendano tutto il loro reddito percepito per acquistare beni di consumo e servizi; le imprese producano solo beni di consumo e/o servizi per le famiglie e non anche beni capitali per altre imprese; nell’economia si produca un solo bene finale, che il prezzo sia pari all’unità e non cambi nel tempo. Le famiglie vendono alle imprese i servizi dei fattori della produzione che possiedono (terra, lavoro e capitale), ricevendone in cambio un reddito monetario (Y) e il reddito viene interamente impiegato per acquistare i beni di consumo e i servizi prodotti dalle imprese.
In questo caso reddito, produzione e spesa per consumo sono equivalenti. Il valore della produzione è esattamente uguale alla somma dei contributi produttivi dei fattori utilizzati nella produzione; reddito e produzione, pur non coincidendo, sono equivalenti in valore, ossia in termini monetari. In questa ipotesi poi si avrà l’uguaglianza anche tra reddito e consumo in quanto le famiglie spendono tutto il reddito.
Il flusso circolare: risparmio e investimento
Questa ipotesi però manca di troppi aspetti della realtà, quindi si può partire eliminando l’assunzione che le famiglie non risparmino, e introduciamo nell’analisi l’investimento delle imprese. Il risparmio (S) è definito come la differenza tra reddito disponibile e consumo e corrisponde all’ammontare di reddito che le famiglie percepiscono ma non consumano. Per quanto riguarda l’investimento (I), se si esclude per un momento la presenza di scorte, con tale termine si intende la spesa delle imprese per accrescere la propria dotazione di beni capitale. Esso è una pratica tipica delle imprese, che acquistano da altre imprese beni capitale, ossia mezzi di produzione che sono il frutto di un’attività produttiva e non si esauriscono in un solo ciclo produttivo.
Premesso questo arricchimento alla nostra ipotesi, il risparmio aggregato è appunto il reddito percepito ma non speso; la spesa per l’investimento aggregato è un flusso interno all’operatore imprese, che riduce però la produzione di beni e servizi. In questa situazione è evidente che non vale più l’eguaglianza tra consumo e reddito percepito. Le famiglie infatti percepiscono reddito dalle imprese, sia da quelle che producono beni di consumo sia da quelle che producono beni di investimento, questo reddito equivale al valore della produzione complessiva. Ora le famiglie non spendono integralmente il proprio reddito in consumo, poiché ne risparmiano una parte. Quindi non vi è più alcuna certezza che la produzione di beni di consumo effettuata dalle imprese sia sempre uguale alla domanda di beni di consumo da parte dei consumatori. In questo caso quindi la parte di reddito che le famiglie non spendono per acquistare beni di consumo, ossia il risparmio, viene prestata agli imprenditori, i quali domandano alle imprese beni di investimento.
Tornando ora al calcolo del PIL, ossia del livello della produzione (Y), se calcoliamo la produzione come spesa aggregata e coma somma delle destinazioni del reddito avremo le seguenti possibili formalizzazioni. Anzitutto la spesa aggregata del sistema economico è pari alla somma di consumo e investimento, ossia e poiché la produzione può essere calcolata come somma delle spese di un sistema economico vale l’eguaglianza tra livello della produzione e spesa aggregata, Y = C + I.
Rimane un problema ora, come fanno le imprese a finanziare il loro investimento? Infatti all’aumentare del risparmio aumenta anche l’investimento ma si riducono i flussi finanziari verso le imprese poiché si riduce il consumo. L’ipotesi è che le famiglie prestino denaro alle imprese acquistando titoli (obbligazioni) emessi dalle imprese stesse; in alternativa può esistere un intermediario (banche) capace di tramutare il risparmio delle famiglie in finanziamento per imprese.
Il flusso circolare: lo Stato
Possiamo passare ora ad una rappresentazione ancora più realistica eliminando l’assunzione che lo Stato non sia presente nel nostro sistema economico semplificato. Ipotizziamo ora che lo Stato svolga due compiti principali: riscuotere le imposte (T) ed erogare la spesa pubblica (G). Le imposte sono l’ammontare di denaro che lo Stato preleva dalle famiglie, mentre la spesa pubblica è l’ammontare di domanda di beni e servizi che lo Stato rivolge direttamente alle imprese. Se calcoliamo il livello della produzione come spesa aggregata anzitutto la spesa aggregata del sistema economico sarà pari alla somma di consumo, investimento e spesa pubblica, ossia Y = C + I + G.
Poiché il livello del reddito (Y) può essere calcolato anche come somma dei redditi distribuiti, e la somma dei redditi è uguale alla somma degli impieghi di quei redditi, vale l’eguaglianza tra produzione (o reddito) e impieghi del reddito, Y = C + I + G.
Ciò che i consumatori non spendono in beni di consumo, e che stavolta comprende le tasse oltre al risparmio, e dunque si sottrae alla domanda rivolta alle imprese, deve diventare domanda, o attraverso la spesa pubblica, o attraverso l’investimento. In tal modo il risparmio finanzierà l’investimento e/o il deficit di bilancio dello Stato.
Il flusso circolare: il settore estero
La nostra analisi fin’ora si è limitata al caso del mercato chiuso è quindi opportuno aggiungere il settore estero dell’economia. Per quanto concerne gli scambi di beni e di servizi le famiglie, le imprese e lo Stato possono acquistare beni e servizi dall’estero e le imprese possono vendere beni e servizi all’estero. Nel primo caso si parla di importazioni, nel secondo di esportazioni. Avremo così un flusso reale in uscita, le esportazioni (X), con il corrispondente controvalore monetario in entrata, e avremo un flusso reale in entrata, le importazioni (Z), con il corrispondente flusso monetario in uscita.
Per quanto riguarda il calcolo del reddito (Y), la spesa aggregata rivolta al sistema economico nazionale sarà pari alla somma di consumo, investimento, spesa pubblica ed esportazioni al netto delle importazioni (ossia le esportazioni nette X - Z). Poiché il reddito può essere calcolato come somma delle spese di un sistema economico, vale l’uguaglianza tra reddito e spesa, quindi: Y = C + I + G + (X - Z).
Vale inoltre l’eguaglianza tra reddito e impieghi del reddito, Y = C + S + T = C + I + G + (X - Z).
I prezzi e il deflatore del PIL
Nella nostra analisi non abbiamo poi considerato il livello dei prezzi, infatti abbiamo considerato che i prezzi fossero costanti nel tempo. Rimuovendo tale assunzione il PIL potrà dipendere dalla variazione delle grandezze reali e la variazione del prezzo dei beni che fanno parte della produzione complessiva. Entra in gioco quindi il deflatore del PIL che comprende se la variazione delle grandezze contabili aggregate dipende da una variazione della produzione reale o da una variazione del livello dei prezzi.
Occupazione e disoccupazione
Infine, due altri elementi cruciali dell’analisi macroeconomica sono costituiti dai concetti di occupazione e disoccupazione. Con il termine forze di lavoro ci si riferisce alla somma di occupati e disoccupati che cercano lavoro attivamente. Da questo concetto si può ricavare il cosiddetto tasso di attività, dato dal rapporto tra le forze di lavoro e popolazione attiva, ossia la popolazione tra i 15 e i 74 anni. Abbiamo poi il tasso di occupazione dato dal rapporto tra occupati e popolazione attiva. Infine va considerato il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra disoccupati e forze di lavoro.
Parte II – La macroeconomia con prezzi dati
3. Il settore reale
L'economia chiusa in assenza di intervento statale
Il principio della domanda effettiva
Secondo il principio della domanda effettiva, è la domanda a determinare l’offerta. Questo principio costituisce un capovolgimento dell’impostazione tradizionale, pre-keynesiana, in base alla quale si riteneva che l’offerta creasse sempre una domanda di importo equivalente e che dunque il nesso di causazione andasse dall’offerta alla domanda (legge di Say).
Il principio keynesiano della domanda effettiva capovolge questa impostazione, per Keynes infatti è la domanda di beni a determinarne l’offerta. Se esiste capacità produttiva inutilizzata, l’offerta si adeguerà sempre alla domanda e si tratterà di un adeguamento che avverrà in termini reali, ossia con una variazione delle quantità fisiche prodotte e non in termini nominali, ossia non con una variazione dei prezzi.
Le componenti della spesa: richiamo
La spesa aggregata complessiva di un sistema economico corrisponde alla somma di consumo, investimento, spesa pubblica ed esportazioni nette. Poiché contabilmente la spesa aggregata e il reddito (Y) coincidono, l’applicazione del principio della domanda effettiva permette di chiarire che è proprio la spesa aggregata a determinare il reddito reale. La spesa aggregata determina quindi il livello del reddito e il sistema tende a convergere, anche partendo da una situazione in cui la spesa aggregata non coincide con il livello di reddito, verso una situazione in cui spesa aggregata e livello del reddito coincidono, ossia un equilibrio stabile.
In equilibrio dunque il livello del reddito reale (Y) risulta uguale alla somma di consumo, investimento, spesa pubblica ed esportazioni nette, Y = C + I + G + (X - Z).
Il consumo
In un modello economico semplificato le componenti della spesa aggregata sono solo due: consumo e investimento. Quindi qui l’economia è composta solo da famiglie e imprese, si ipotizza quindi l’assenza dell’intervento dello Stato.
L’analisi di impostazione keynesiana ha sempre ritenuto che il livello della spesa in beni di consumo sia principalmente determinato dal livello del reddito corrente, quindi, si ha funzione del consumo: C = f(Y). Il consumo è determinato dal reddito disponibile, ossia ciò che resta dopo aver pagato le imposte e incassato eventuali trasferimenti. La variabile dipendente è il consumo aggregato, mentre quella indipendente è il reddito che corrisponde alla produzione e il nesso di causazione va dal reddito al consumo, Y → C.
Possiamo quindi dire che il consumo presenta la peculiarità di concorrere assieme all’investimento alla determinazione del livello di equilibrio del reddito, ma diversamente dall’investimento, dipende anche da quello stesso reddito che concorre a determinare. Occorre quindi individuare quel determinato livello di reddito (Y*) che genera un livello di consumo il quale sommato all’investimento determina un livello di spesa uguale a se stesso (Y*).
L’analisi macroeconomica ritiene che la relazione esistente tra consumo e reddito sia crescente: maggiore è il livello del reddito, maggiore è la quota di esso destinata al consumo, ossia C = c · Y. Il parametro c è noto come propensione marginale al consumo e indica la variazione di consumo causata da una variazione unitaria di reddito, misura la variazione del consumo al variare del reddito. In presenza di un valore elevato della propensione marginale al consumo la funzione del consumo avrà una maggiore inclinazione, viceversa con un valore più modesto.
Però l’ipotesi che a un livello di reddito pari a zero il consumo sia nullo è poco realistica, infatti anche in corrispondenza di un livello di reddito pari a zero, un certo livello di consumo deve comunque effettuarsi, quindi avremo C = C̅ + c · Y, dove C̅ rappresenta il livello del consumo autonomo, ossia che non dipende dal livello del reddito, esso verrà comunque effettuato anche se il reddito è pari a zero. Graficamente il consumo autonomo costituisce l’ordinata all’origine della funzione consumo.
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