Appunti a cura di Federica Mazzola
TEORIE D’IMPRESA
L’oggetto del nostro corso di studio sono le imprese, che hanno tutte le
caratteristiche delle organizzazioni e delle aziende, ma hanno delle
specificità. Nelle imprese la produzione e il consumo di ricchezza sono
destinati allo scambio sul mercato per conseguire un utile, ma in realtà
vedremo che l’obiettivo è quello della “creazione di valore”.
Nello specifico ci occupiamo di management e di gestione, ponendoci
come obiettivo quello di fornire strumenti di indagine che possano
supportare le decisioni manageriali. Quindi dobbiamo abbassare il livello
di astrazione ed avvicinarci alle specificità dei vari tipi di impresa.
Eterogeneità di imprese
Le imprese sono diverse tra loro.
-Per dimensioni: in base al numero degli occupati, alla grandezza del
patrimonio, al fatturato.
L’ Italia è un contesto di grandi polarità. La maggiorparte della
produzione interna lorda proviene dalle nano, piccole e medie imprese;
che però anche a livello internazionale riescono ad essere competitive.
Accanto a queste abbiamo però realtà molto grandi, alcune anche
quotate in borsa.
-In base alla produzione di beni o produzione servizi, che sono due
tipi di imprese che hanno esigenze e problemi differenti.
-In base al settore in cui operano; ogni settore di attività ha proprie
strutture e proprie dinamiche competitive.
-Di proprietà pubblica o privata; (es. molte imprese sono familiari e
ciò ha una serie di influenze nel management)
-Per dove si collocano nel corso del ciclo di vita; se è una start-up, una
impresa in corso di evoluzione o un impresa consolidata nel mercato.
-Per il mercato geografico di riferimento
-Se si tratta di un punto vendita online o fisico
E’ chiaro che le diverse imprese hanno problemi,nonché modalità di
affrontarli, diversi tra loro. La teoria di impresa può aiutarci a tener conto
delle varietà.
Qual è lo scopo della teoria dell’impresa?
Innanzitutto perché esistono le imprese?
Le imprese rappresentano lo stumento preferenziale per l’organizzazione
dell’attività economica di una collettività essenzialmente per due motivi:
-La divisione del lavoro (A.Smith, la mano invisibile), soprattutto
perché la specializzazione incrementa l’efficienza.
-I costi di transazione (R. Coase), realizzare un prodotto che necessita
diversi livelli sarebbe problematico, per cui dover cercare un “partner”
dal quale dipenderebbe anche il risultato dei miei processi.
Appunti a cura di Federica Mazzola
Quando una parte della produzione deve essere fatta ad hoc ed io
azienda sono in balia dell’impresa che fornisco, subirei il comportamento
opportunistico di quest ultima, si rischia troppo.
L’utilizzo del mercato per alcuni tipi di risorse diventerebbe troppo
costoso; per via del costo dell’ultilizzo del meccanismo del mercato come
meccanismo di supporto al trasferimento di alcuni tipi di risorse, per via
di alcuni costi di transazione, il mercato fallisce. Per cui devo trovare un
sistema alternativo di trasferimento di informazioni che garantisca il
giusto coordinamento. Per questo tipo di situazioni il meccanismo di
coordinamento consiste nel lavorare insieme.
Prima lo scopo della teoria di impresa era quello di iIllustrare la “one best
way” come obiettivo da raggiungere, ovvero il modello di impresa più
valido.
Fino agli anni ’70 il prototipo di impresa “migliore” veniva individuato
nell’impresa americana, che nel secondo dopoguerra ebbe uno sviluppo
legato all’apertura internazionale dei mercati.
Però con il passare del tempo crolla l’idea della one best way, si giunge
all’idea secondo cui le imprese possono evolvere in sensi differenti,
anche in base al contesto nazionale in cui operano. Nasce l’idea
dell’impresa come sistema aperto e dinamico, capace di adattarsi
all’ambiente ad essa circostante; e si afferma il principio della equi
finalità, secondo il quale anche nello stesso settore possono competere
imprese che hanno modelli di impresa, di governance, tecnologie,
dimensioni diverse, che si rivolgono allo stesso cliente, ottenendo uguali
obiettivi di competitività. Dunque la one best way non esiste, ogni
impresa può essere competitiva a modo suo.
Ad oggi lo scopo della teoria d’impresa non è quello di descrivere e
utilizzare il miglior modello di impresa, bensì quello di mappare la
varietà delle forme di impresa, in modo da sottoporle a ipotesi di
comportamento differenti.
Quali sono le varibili per mappare le differenti forme
d’impresa?
1) Chi detiene il potere decisionale nell’impresa.
2) Quale tipo di razionalità prevale nell’impresa.
Le teorie poi sono rarefazioni, astrazioni che poi applicheremo alla realtà.
La razionalità soggettiva forte
1) (Impresa neoclassica, Adam
Smith e Marshall)
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Secondo la teoria neoclassica e dunque la teoria della razionalità
soggettiva forte l’impresa è un mezzo che viene plasmato dal fine
soggettivo di chi detiene il potere di comando.
C’è un unico soggetto che comanda: l’imprenditore-persona,
ovvero il proprietario. E’ lui che decide i fini e gli obiettivi perché è
lui che rischia il capitale proprio.
Il che implica che tutti gli altri soggetti con cui l’imprenditore
interagisce a vario titolo li interpreta solo come mezzi aziendali, e
non influiscono sulle scelte aziendali.
Altro aspetto è che questo soggetto ha conoscenza piena o
conoscenza perfetta, ciò implica che l’imprenditore è in grado di
stimare i costi e i risultati di ogni progetto di investimento. Riesce a
fare un budget credibile su entrate e uscite future in modo tale di
poter pianificare il risultato prospettivo con sufficiente certezza, in
modo da porter capire qual e la migliore alternativa di investimento.
Ad oggi questo modello di impresa riguarda per lo piu piccole imprese
in settori tradizionali.
I primi studi sull’impresa vennero fatti nell’ambito dell’economia politica, che in
prima istanza definiva l’imprenditore come quel soggetto capace di
massimizzare la propria funzione di utilità, identificabile nel
perseguimento del profitto.
Adam Smith nel 1976 nel suo volume “La ricchezza delle nazioni” affermava
che la concorrenza mantiene i prezzi al livello dei costi. Dunque pone
l’argomento dal punto di vista dell’equilibrio di concorrenza perfetta. Ed anche
Marshall si mantiene sulla stessa linea d’onda. Smith e Marshall sono i primi
sostenitori della Teoria Neoclassica.
La teoria neoclassica però è stata sottoposta a svariate critiche:
-Si limita al profitto nel breve periodo
-Non tiene conto della dimensione sociale dell’impresa
-E’ insito un equivoco di fondo, legato al fatto che si punta alla
massimizzazione del profitto per l’imprenditore però nega l’esistenza del
profitto stesso poiché si basa sulla concorrenza perfetta, laddove il ricavo
marginale uguaglia il costo marginale.
Nel tempo infatti evolve il modello della concorrenza monopolistica che è
probabilmente l’antecedente più importante di quella che oggi chiamiamo
economia d’impresa.
In passato un elevata concentrazione era sintomo di scarsa concorrenza e
dunque di scarsa efficienza. Dal secondo dopoguerra, in seguito a numerose
innovazioni industriali si è giunti a sostenere che la concentrazione è la
conseguenza delle nuove dimensioni della concorrenza. A tal proposito è stato
sottolineato il legame esistente tra dimensione d’impresa e
internazionalizzazione del mercato: si può essere competitivi a livello
internazione solo se si superano determinate soglie dimensionali.
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Si entra così in una nuova fase storica in cui l’obiettivo prioritario delle
imprese era quello di raggiungere grandi dimensioni per poter sfruttare
economie di scala, il che garantiva la massimizzazione del profitto nel lungo
periodo.
La razionalità limitata o approccio
2)
comportamentistico (Herbert Simon)
Mantiene l’idea dell unico soggetto di comando, ovvero il
proprietario, colui che rischia il capitale; quindi anche qui la
razionalità è soggettiva.
L’ipotesi che viene allentata è quella che riguarda il grado di
conoscenza. Il soggetto decisore non ha più una conoscenza
perfetta, ma una conoscenza limitata. Non ha
conoscenza ne di tutti i costi dei fattori produttivi ne dei possibili
risultati che potrebbe ottenere. Quindi l’impresa è guidata da un
unico soggetto che però opera in condizioni di incertezza e ha
capacità di calcolo limite.
Dunque si supera il concetto meccanicistico delle decisioni.
In questa prospettiva affinchè il comportamento del decisore sia
razionale è necessario che affronti la complessità della realtà
scomponendo i problemi in sottoproblemi più semplici, che effettui
un ordinamento delle situazioni che potrebbero conseguire ad ogni
decisione e che si fermi nel cercare un’alternativa nel momento in
cui se ne trova una che dia un risultato prospettico (ovviamente
incerto) almeno soddisfacente (o termostatico).
Quand’è che un risultato è “soddisfacente”? Quando il ritorno del
capitale investito è soddisfacente, quando almeno una misura di
performance sia accettabile;
Quello del decisore è un comportamento razionale teso al
raggiungimento del fine soggettivo utilizzando al meglio la risorsa
informazione.
La teoria della razionalità intersoggettiva o degli
3)
stakeholder
Secondo questa concezione l’impresa è un sistema aperto; l’impresa è
profondamente integrata nel sistema sociale economico e giuridico in cui
opera; dunque la gestione dell’impresa non può prescindere dalle pressioni e
dai condizionamenti che tale sistema impone. Dunque simultaneamente diversi
soggetti hanno interesse alla sua attività e sono in grado di condizionarla, o
comunque potrebbero essere da questa condizionati.
Questi soggetti sono detti stakeholder, che vuol dire “portatori di interesse”.
Gli obiettivi degli stakeholder potrebbero essere:
Compatibili con quelli dell’impresa
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Non convergenti, ma non influenti perché gli stakeholder non sono in
grado di condizionare il comportamento dell’impresa
Contrapposti o non compatibili con quelli dell’impresa, ma capaci di
incidere; in questo caso gli stakeholder si dice abbiano una “posizione di
influenza”.
Tenere in considerazione e possibilmente soddisfare gli interessi degli
stakeholder è necessario per la stessa sopravvivenza dell’impresa la quale per
operare necessita del contributo o comunque della non opposizione degli
stakeholder.
Gli stakeholder si distinguono in interni ed esterni.
Tra gli stakeholder interni:
I portatori di capitale proprio, ovvero i proprietari che nella visione più
generale di una S.P.A chiamiamo azionisti. Non tutti i detentori del
capitale però sono anche detentori del controllo dell’impresa. Per es. nel
caso delle S.P.A. statunitensi laddove il mercato di borsa è molto
sviluppato la proprietà è frazionata tra un numero elevato di investitori,
tuttavia il controllo è detenuto da colui il quale detiene una maggioranza
di azioni.
Il management, che si occupa della gestione vera e propria dell’impresa
I dipendenti, in quanto l’impresa rappresenta il luogo fisico in cui si
svolge parte della loro esistenza nonché la principale fonte di reddito. Di
conseguenza le iniziative volte a migliorare la soddisfazione del
personale possono favorire la massimizzazione del valore del capitale
economico dell’impresa.
Tra gli stakeholder esterni:
Le imprese implicate nell’attività produttiva (fornitori e clienti)
Le imprese concorrenti, con le quali non è detto vi sia un rapporto di
natura conflittuale
I soggetti erogatori di capitale di credito (banche)
Le istituzioni, gli Enti Locali, lo Stato, la comunità internazionale
Dunque nella teoria degli stakeholder:
Il soggetto di comando non è unico, ma ha natura composita,
cioè vi sono più soggetti che influiscono sulle decisioni di impresa.
Ci sono dei fattori firm-specific che creano nodi di interdipendenza
fra l’impresa e i detentori di tali fattori. Si tratta degli stakeholder,
ovvero portatori di interesse e talvolta portatori di influsso,
determinato da un interesse specifico dell’impresa alle loro
particolari prestazioni e viceversa. Lo stakeholder è colui che ha
interesse nel risultato di impresa, ed è coinvolto nel processo
decisionale in quanto anche all’imprenditore interessa che effettui
delle scelte più appropriate in quanto specializzato.
E’ evidente che se tutti avessero conoscenza perfetta l’alternativa
di investimento sarebbe ovvia. Quindi è implicito che siamo nel
caso della conoscenza imperfetta, per cui vi è una pluralità di
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alternative tra le quali scegliere ed una pluralità di interessi da
contemperare.
La razionalità soggettiva ha natura “strategica” tesa alla creazione
di coalizioni di comando.
IMPRESE COMMERCIALI
Quanto conta il commercio?
Il commercio crea posti di lavoro e dunque ha un alto valore
economico.
Ha anche un grande valore strategico, ovvero valore di influsso
sulle scelte del consumatore; (si può avere il miglior prodotto del
mondo ma se non organizzi bene i canali distributivi non riesci) Il
commercio determina in buona misura la concorrenzialità di un
prodotto.
Ad oggi assumono grande valore i brand commerciali Un brand
commerciale non è l’impresa industriale, ma è quell’ impresa che
seleziona le imprese industriali dalle quali si fornisce. La capacità
del commerciante è quella di selezionare il fornitore.
Per es. se la Barilla, impresa industriale, ci proponesse una sedia,
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non ci attirerebbe. Invece quando andiamo all’Ikea mangiamo le
polpette. Perché? Perché Ikea è un DISTRUBUTORE, ha selezionato i
fornitori di mobili, quindi lo percepiamo come in grado di
selezionare in altro settore, per esempio il cibo.
PRIMA DEL 2000
In sicilia vi era poca modernizzazione, ma la dimensione dei consumi era
molto alta. Quindi sarebbe stato favorevole investire lì, ma ciò avvenne in
maniera più lenta perché lo sviluppo trova in un primo momento barriere
da parte dei piccoli commercianti, i quali erano contrari poiché sarebbero
stati penalizzati da queste nuove realtà. Tra il 2009 e il 2012 si ha però
un notevole sviluppo in Sicilia, radicale. Forum, Conca d’Oro,
Rinascente… lo sviluppo non si può arrestare.
La pandemia invece ha riportato in auge il commercio di prossimità.
Il ruolo delle Imprese Commerciali: I rapporti di Forza
nei Canali Distributivi
Quand’è che queste imprese commerciali svolgono un ruolo strategico?
Il ruolo strategico delle imprese commerciali consiste nel formulare
politiche indipendenti per sostenere la propria battaglia competitiva e
quindi influire sulle scelte del consumatore; ed in questo modo sul
risultato delle imprese industriali a monte.
Ci sono due visioni del ruolo della distribuzione:
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La visione tradizionale
A) Secondo una visione tradizionale la distribuzione svolge solo un
ruolo logistico, è vista come una leva dell’impresa industriale a
monte.
La domanda è composta da un numero elevato di clienti piccoli e
omogenei, che non sono in grado di influire sulle scelte delle
imprese industriali e non hanno alcun potere di negoziazione.
Nella visione tradizionale i conflitti di canale hanno ad oggetto
solo la ripartizione del valore aggiunto. Nel senso che il
distributore può negoziare ad esempio sulle modalità di erogazione
del servizio di vendita che può avere un valore in più, ma non sul
prezzo. Per es. benetton è un franchisor, è l’impresa industriale a
monte che sceglie i prezzi.
La visione moderna
B) , che cattura l’aspetto dinamico della
distribuzione:
Non è più una leva di marketing del fornitore
Svolge un ruolo determinante e indipendente nella formazione della
domanda
Contruibuisce alla creazione di valore per il consumatore
Rappresenta un nuovo mercato per le imprese industriali
** Il mondo del discount in questo caso estremo è l’impresa
commerciale che stabilisce cosa devono fare le imprese industriali.
Quand’è che siamo nel mondo A (impresa commerciale tradizionale) o
nel mondo B (impresa commerciale moderna)? Se io sono il manager di
un impresa industriale mi interessa ancor di più saperlo perché devo
capire come entrare a contatto con l’impresa commerciale…
Quali sono i fattori che ci permettono di capirlo?
-I prodotti commercializzati;
-I comportamenti di acquisto del consumatore
Per quanto riguarda i prodotti commercializzati la distinzione classica
che possiamo fare è tra prodotti problematici e non.
I prodotti problematici (non grocery) sono quei prodotti
caratterizzati da un alto valore unitario, ad acquisto infrequente e
(un
potenzialmente anche a variabilità di prezzo elevata
automobile, una ca
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