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MaryStella Zito

A.A. 2025/2026

P .

ROF SSA ISTITUZIONI DI DIRITTO ROMANO

MARINA

FRUNZIO Pag. 1 di 36

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Le origini di Roma e l'esperienza giuridica

arcaica

Il periodo della Roma Arcaica, che si estende dall'VIII al III secolo a.C., rappresenta la fase formativa del

diritto romano, caratterizzata da un'organizzazione sociale e politica profondamente diversa da quella che si

affermerà nell'età del Principato Augusteo. Mentre con l'ascesa dell'Impero la figura del sovrano diventerà la

fonte suprema della legge, limitando drasticamente la libertà interpretativa dei giuristi, l'epoca arcaica e la

successiva Repubblica poggiano su basi comunitarie. In particolare, il concetto di Res Publica deve essere

inteso nel suo significato etimologico di "cosa del popolo" (da ppulica), indicando non tanto la distinzione

moderna tra pubblico e privato, quanto l'appartenenza collettiva dei beni e delle istituzioni alla comunità.

La struttura gentilizia e la fondazione pragmatica

Alle origini della civiltà romana (754 a.C.) si rinviene una struttura sociale basata sui Gruppi Gentilizi. La

Gens non era una semplice famiglia nucleare, ma un vasto raggruppamento che includeva tutti i parenti

riconducibili a un unico ceppo comune, spesso con etnie differenti (Etruschi, Latini, Sabini). Roma nasce

dunque come un aggregato di gruppi umani che, pur arrivando dopo la fioritura della civiltà greca, scelse un

approccio marcatamente pragmatico. Questo pragmatismo è evidente nella scelta geografica dei sette colli, una

posizione strategica che garantiva protezione e vicinanza all'acqua, elemento vitale per la stabilità e lo sviluppo

della società.

Il Rex, il Senato e la dimensione del sacro

L'organizzazione politica primitiva prevedeva un coordinamento affidato ai membri più anziani e saggi, che

andarono a costituire il Senato. All'interno di questa assemblea veniva nominato il Rex, un primus inter pares

con funzioni di guida e coordinamento. Tuttavia, la vita del popolo romano era profondamente influenzata da

una dimensione magica e religiosa peculiare: a differenza degli dei greci, le divinità romane non erano

antropomorfizzate, ma intese come potenze numinose e distanti, la cui ira si manifestava attraverso eventi

naturali. Questo legame inscindibile tra cielo e terra rendeva necessario un organo tecnico di mediazione.

Il Collegio dei Pontefici e la commistione tra Ius e Fas

Il compito di interpretare la volontà divina non spettava al Senato, ma al Collegio dei Pontefici, guidato dal

Pontefice Massimo. L'etimologia stessa del termine, ricollegabile al pontem facere (costruire ponti), sottolinea

la duplice natura di questi sacerdoti: esperti del sacro ma dotati di competenze civili e ingegneristiche

fondamentali. Il ponte, infatti, non era solo una struttura materiale, ma un atto politico e bellico, specialmente

nei confronti dei territori oltre il Tevere, considerati estranei o nemici. In questo contesto, il diritto non era

ancora autonomo dalla religione.

La sanzione religiosa e la razionalizzazione del tempo

L'integrazione tra mondo giuridico e sacrale emerge con chiarezza nel sistema delle pene. Un esempio

emblematico è la punizione del ladro colto in flagrante: l'esecuzione mediante il lancio da una rupe all'interno di

un sacco con animali non era solo una sanzione penale, ma un atto di purificazione per un illecito che la divinità

non poteva tollerare. Col tempo, Roma avviò un processo di razionalizzazione, visibile anche nella gestione

del calendario. La distinzione tra giorni Fas (leciti per le attività umane) e Nefas (riservati esclusivamente agli

dei) rappresenta il primo timido tentativo di isolare la sfera religiosa dal resto della vita civile, ponendo le basi

per la futura autonomia della scienza giuridica.

L'attività creativa dei pontefici e il sistema delle Actiones

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Nella Roma arcaica, il Collegio dei Pontefici non esercitava solo un controllo religioso, ma era il vero artefice

del sistema giuridico attraverso la creazione delle Actiones. Queste erano atti formali che si manifestavano o in

comportamenti gestuali o nella pronuncia di Verba (parole solenni) necessari per agire nel mondo del diritto o

per citare qualcuno in giudizio. La forza di questi atti risiedeva nel formalismo: il diritto sostanziale e quello

processuale erano indissolubilmente legati. Le Legis Actiones, successivamente tipizzate dalla Legge delle XII

Tavole, rappresentavano lo strumento per tutelare le posizioni giuridiche soggettive, come l'Actio sacramento

(in rem o in personam) e la Manus iniectio, quest'ultima utilizzata per l'esecuzione forzata sulla persona del

debitore.

Il Dominio del Pater e la distinzione tra le Res

L'unico soggetto dotato di piena capacità giuridica nell'ordinamento arcaico era il Pater Familias. Sotto il suo

potere assoluto, definito Mancipium, ricadevano non solo i discendenti (figli e nipoti) e la moglie, ma anche la

Domus (la casa e il terreno circostante), gli animali da tiro e soma e gli schiavi. Questi beni fondamentali per

l'economia agricola costituivano le Res Mancipi. Al contrario, tutto ciò che non rientrava in questa categoria

era considerato Res Nec Mancipi, oggetto di mero possesso e non ancora pienamente tutelato dal pretore. La

centralità delle Res Mancipi era tale che il loro trasferimento richiedeva un rituale solenne e pubblico.

La Mancipatio e il ruolo del Libripens

Per alienare una Res Mancipi era necessario il negozio della Mancipatio, una vendita a contanti che prevedeva

un rituale rigoroso alla presenza di cinque testimoni cittadini romani puberi. Figura cardine era il Libripens

(pesatore con la bilancia), il cui ruolo evolve da tecnico del peso del bronzo (usato come controprezzo) a una

funzione quasi notarile. Il Libripens, infatti, non si limitava a pesare il metallo, ma garantiva la regolarità

dell'atto, valutando implicitamente la sanità mentale e la correttezza dei contraenti. Questo formalismo

garantiva la certezza del diritto in una società in cui la proprietà della terra e degli strumenti di produzione era il

pilastro della stabilità sociale.

Sponsio e Adrogatio: vincoli obbligatori e successori

Oltre ai diritti reali, i pontefici modellarono i rapporti obbligatori attraverso la Sponsio. Questo negozio si

fondava sulla forza sacrale del verbo Spondeo: la coincidenza perfetta tra domanda e risposta creava un vincolo

giuridico e religioso immediato. Il formalismo era talmente rigido che solo successivamente il Pretore avrebbe

concesso l'Eccezione di dolo per mitigare gli effetti di una forma rispettata ma sostanzialmente iniqua.

Parallelamente, sul piano del diritto di famiglia, i pontefici gestivano l'Adrogatio. Questo istituto permetteva a

un Pater senza eredi di adottare un altro Pater Familias per evitare l'estinzione dei sacra familiari (i culti

domestici). L'adrogatio comportava la capitis deminutio dell'adottato, che perdeva il suo patrimonio e la sua

autonomia a favore dell'adottante, sotto il controllo politico e sociale del popolo riunito in assemblea.

La consulenza pontificale e il valore della Consuetudo

L'autorità del Collegio si esprimeva infine in una costante attività di consulenza. I privati cittadini si

rivolgevano ai pontefici per conoscere il quid, il quomodo e il quando dell'agire giuridico. Sebbene esistesse un

pontefice delegato per i casi ordinari, le questioni più complesse richiedevano il parere collegiale. Prima della

codificazione delle XII Tavole, il diritto romano viveva dunque nella Consuetudo: un sistema di

comportamenti reiterati nel tempo e riconosciuti come vincolanti, la cui interpretazione era monopolio

esclusivo dei sacerdoti-giuristi, custodi della memoria e della tecnica giuridica della città.

Tipologie processuali e finalità dell'agire giurisdizionale

Il sistema delle Actiones elaborato in epoca arcaica non era uniforme, ma si articolava in tre direttrici

fondamentali a seconda della tutela richiesta. Il processo di accertamento (o dichiarativo) rappresentava il

momento in cui l'autorità doveva dirimere una controversia, verificando la fondatezza della pretesa dell'attore;

la sentenza, in questo ambito, si pronunciava esclusivamente sulla posizione del convenuto, portando alla sua

assoluzione o alla sua condanna. Qualora il diritto accertato non venisse spontaneamente soddisfatto, si apriva

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la fase del processo esecutivo, volto a rendere concreta la statuizione giudiziale. Accanto a questi, emergeva il

processo cautelare, finalizzato alla tutela d'urgenza: esso serviva a prevenire danni imminenti (come nel caso

emblematico del ramo sporgente da un fondo vicino) garantendo provvedimenti immediati in attesa del

successivo accertamento del diritto.

L'autorità del Responso e l'assenza di motivazione

L'attività del Collegio Pontificale si manifestava con una forza pervasiva che abbracciava la sfera pubblica,

politica e religiosa. Tuttavia, è nella consulenza ai privati che si coglie la natura più profonda del potere

pontificale: il collegio forniva il Responso, una decisione secca e autoritativa. Un tratto distintivo del diritto

arcaico, radicalmente lontano dalla sensibilità moderna, era l'assenza della motivazione. Il responso non

doveva spiegare il "perché" giuridico della decisione; ciò rendeva la sentenza inappellabile e conferiva al

processo un carattere arbitrario, che finiva inevitabilmente per favorire le classi dominanti, consolidando

profonde disuguaglianze sociali e giuridiche a danno del proletariato (coloro che possedevano solo la prole).

Il conflitto tra Patrizi e Plebei: la lotta per l'uguaglianza

La sperequazione processuale fu la scintilla che innescò lo scontro tra i Patrizi (discendenti dai padri fondatori,

i Quiriti) e i Plebei. Questi ultimi non rivendicavano solo un diritto uguale per tutti, ma lottavano contro

istituti oppressivi come la schiavitù per debiti e il divieto di connumubio (matrimonio) tra le due classi, oltre a

richiedere una più equa distribuzione delle terre. Il momento di rottura definitiva si ebbe con la secessione

sull'Aventino, un atto di protesta politica estrema che portò alla creazione dei Concili Plebei e alla nascita del

Tribuno della Plebe. Quest'ultimo godeva della sacrosanctitas: era una figura inviolabile, protetta dagli dei, e

chiunque osasse recargli offesa poteva essere ucciso impunemente.

Dal tramonto della Monarchia alla nascita della Repubblica

La transizione istituzionale di Roma fu segnata dalla cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C., un sovrano

il cui autoritarismo aveva esasperato le tensioni sociali. Da quel momento, Roma ripudiò la figura del Rex,

dando vita alla Res Publica. Sebbene il termine suggerisse una gestione comune degli affari del popolo, il

potere rimase inizialmente sbilanciato a favore dell'aristocrazia. La guida dello Stato venne affidata a due

Consoli, la cui magistratura era collegiale: la presenza di due capi serviva a evitare derive tiranniche grazie al

potere di veto (intercessio), con cui l'uno poteva bloccare l'iniziativa dell'altro.

Il Senato e l'Autorità politica

In questo nuovo assetto repubblicano, il Senato assunse il ruolo di custode della tradizione e di guida strategica

della politica romana. Sebbene inizialmente i suoi pareri non fossero formalmente vincolanti come una legge,

essi possedevano una forza persuasiva immensa derivante dall'auctoritas dei suoi membri. Il Senato

indirizzava le scelte dei consoli e la gestione della cosa pubblica, fungendo da elemento di stabilità in un clima

di perenne tensione sociale, mentre la città si preparava a quella svolta epocale che sarebbe stata la

codificazione delle XII Tavole.

L'assetto istituzionale della Repubblica Timocratica

Il sistema repubblicano che emerge dopo la cacciata dei re non è una democrazia in senso moderno, ma una

Repubblica Timocratica, ovvero un ordinamento fondato sul censo e sull'onore sociale. Il cuore del potere

popolare risiedeva nel Comizio Centuriato, un'assemblea organizzata in classi basate sulla ricchezza. Poiché le

votazioni procedevano in ordine decrescente di censo e il quorum per l'approvazione delle leggi era fissato in

modo tale che bastasse il consenso delle classi superiori, il proletariato e le classi medie venivano raramente

interpellati. Questo meccanismo garantiva che la volontà politica rimanesse saldamente nelle mani

dell'aristocrazia, escludendo totalmente gli schiavi, che non comparivano neppure nelle liste civiche.

La Censura e il controllo della gerarchia sociale

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Un ruolo determinante nel mantenimento di questo equilibrio era svolto dai Censori. Eletti ogni cinque anni,

questi magistrati avevano il compito fondamentale di redigere le liste censorie, collocando ogni cittadino in una

specifica classe in base al patrimonio. Il loro potere era immenso e temuto: attraverso la nota censoria,

potevano decretare la degradazione sociale di un individuo, spostandolo in una classe inferiore e privandolo, di

fatto, di ogni rilevanza politica. La censura rappresentava dunque il braccio esecutivo della gerarchia sociale

romana, vigilando sulla moralità e sulla composizione della classe dirigente.

Il Pretore: la giurisdizione nel cuore del mercato

L'esercizio del potere giurisdizionale era affidato al Pretore, una figura cardine che operava quotidianamente

nel Foro, all'interno della basilica. La collocazione fisica del pretore nel cuore pulsante di Roma, il mercato,

non era casuale: la giurisdizione doveva essere immediata e accessibile, poiché i conflitti nascevano proprio

negli scambi commerciali quotidiani. Il pretore, dotato di Imperium al pari dei consoli, amministrava la

giustizia "in tempo reale", plasmando attraverso i suoi editti l'evoluzione del diritto civile e risolvendo le

controversie tra i privati cittadini.

L'Imperium e le rivendicazioni plebee

Il concetto di Imperium rappresentava il potere supremo di comando, sia in ambito civile che militare. Mentre

i consoli ne detenevano la forma più alta, orientando le scelte politiche di Roma e guidando gli eserciti, la plebe

percepiva questo potere come uno strumento di oppressione. Sotto la guida del Tribuno della Plebe, la classe

popolare iniziò a reclamare non solo una distribuzione più equa delle terre conquistate (la Questione Agraria),

ma soprattutto un limite all'arbitrio dei consoli. I plebei, che costituivano la forza numerica dell'esercito,

minacciarono la stabilità dello Stato per ottenere la certezza del diritto e l'abolizione delle discriminazioni

sociali, come il divieto di connubio.

La nascita del Decemvirato

Per risolvere lo stallo sociale e rispondere alla richiesta di "leggi giuste per tutti", Roma adottò una soluzione

eccezionale: la creazione del Decemvirato. Si trattava di una commissione di dieci uomini saggi incaricati di

redigere un corpo di leggi scritte che vincolasse l'intero popolo. Per permettere a questo organo di lavorare

senza condizionamenti, tutte le altre magistrature ordinarie vennero temporaneamente sospese. Il decemvirato

rappresentava il primo tentativo di superare il monopolio pontificale del diritto, portando alla luce quelle norme

consuetudinarie che sarebbero poi confluite nelle celebri Leggi delle XII Tavole.

L'ambasceria in Grecia e la pubblicazione delle prime Tavol e

La tradizione storiografica, guidata da Tito Livio, narra di una missione diplomatica di tre saggi inviati in

Grecia per studiare le leggi di Solone. Sebbene la critica moderna metta in dubbio la veridicità di un viaggio

così lungo, è indubbio che l'influenza della Magna Grecia e del pensiero ellenico abbia permeato la redazione

delle prime dieci tavole. Queste furono affisse nel Foro, rendendo il diritto finalmente pubblico e conoscibile:

un evento di portata tale che, ancora nel I secolo a.C., Cicerone riferiva come i fanciulli le imparassero a

memoria, considerandole il fondamento dell'identità romana.

La deriva tirannica e le "Tabulae Iniquae"

Il successo delle prime dieci tavole fu oscurato dal tentativo di colpo di Stato di una parte del decemvirato. Con

il pretesto di completare l'opera, venne istituita una seconda commissione che si rivelò tirannica e corrotta.

Questo secondo gruppo redasse le ultime due tavole, passate alla storia come Inique, poiché lungi dal risolvere

le tensioni sociali, riaffermarono istituti odiosi come il divieto di connubio tra patrizi e plebei, la schiavitù per

debiti e l'esclusione della plebe dalla gestione agraria. Nonostante questa parentesi violenta, l'opera complessiva

rimase il pilastro dell'ordinamento.

Le XII Tavole come fonte del diritto: Astrattezza e Generalità

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Il valore rivoluzionario delle XII Tavole risiede nel superamento dell'arbitrio. Per la prima volta, le

consuetudini vengono razionalizzate e poste per iscritto in forma impersonale. Questo passaggio segna la

nascita della norma generale e astratta: il diritto non guarda più al ceto sociale del soggetto agente, ma alla

fattispecie descritta. Gli schemi processuali, precedentemente fluidi e manipolabili, vengono cristallizzati nelle

Legis Actiones (azioni per legge), garantendo che il processo segua regole predeterminate e uguali per tutti,

limitando drasticamente i favoritismi verso l'aristocrazia.

Il vincolo della legge e il ruolo dell'Interpretatio

Con la codificazione decemvirale, l'attività del Collegio dei Pontefici subisce una trasformazione

fondamentale: l'interpretazione non è più libera o creativa senza limiti, ma deve muoversi entro l'ambito della

legge. La norma scritta diventa un limite invalicabile che i sacerdoti non possono più aggirare. Tuttavia, il

monopolio della conoscenza tecnica rimane ancora nelle mani dei pontefici patrizi, i quali continuano a

custodire i formulari segreti delle azioni processuali.

Verso la laicizzazione della giurisprudenza

Sebbene le XII Tavole abbiano dato a Roma una legge

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Scienze giuridiche IUS/18 Diritto romano e diritti dell'antichità

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Stellina290702 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Frunzio Marina.
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